TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


domenica 3 dicembre 2017

Trintignant, poesia, utopia (in un mondo senza speranza)



Ieri abbiamo visto Happy end di Michael Hanecke, grande metafora sulla decadenza irreversibile del mondo occidentale. Ci ha colpito particolarmente l'interpretazione di uno straordinario Jean-Louis Trintignant, a 86 anni capace di rendere alla perfezione il senso di lucida disperazione del film.

Angela Zamparelli

Trintignant, poesia, utopia


Siamo sulla terra per costruire qualcosa insieme diceva Trintignant qualche mese fa alla fine di un suo spettacolo. Le parole sono per lui il miglior materiale possibile per farlo. Ho preso molte volte l’aereo, il treno, il pullman per andarlo a vedere a teatro in questi anni, ma non ho mai fatto così tanta strada come quando siedo in platea a guardarlo, allora sì che viaggi sul serio. 

Prende delle poesie e le mette in fila secondo un ordine che si rivelerà magico. Ci sono le parole di cantautori outsider (Allain Leprest), Senghor e Carver, il canadese Gaston Miron che ha speso la vita a combattere per la lingua francese e i diritti civili, Paul Cluzet, Prévert, Desnos, Gérard Macé, Laforgue, Apollinaire, Boris Vian. 

Continuo a dire poesie, anche se la poesia è un’utopia, non può fare niente dice Trintignant. In questo nuovo spettacolo intitolato Trintignant Mille Piazzolla recita con un’orchestra. I due musicisti che lo accompagnavano fino a due anni fa, il violoncellista Gregoire Korniluk e il fisarmonicista Daniel Mille, non bastano più. Ha aggiunto altri due violoncelli e un contrabbasso.

L’orchestra – mi diceva – era la condizione principale perché il nuovo spettacolo andasse in scena. Lo recitava non più di sei o sette volte, da gennaio ai primi di marzo di quest’anno e concludeva la tournée a Parigi. Ci vuole poco per fare un re dice Trintignant nello spettacolo,un mantello ricamato e uno scacciamosche (Gérard Macé), si muove tra gioco e realtà, parla di sogni e sconfitte di uomini che hanno camminato, dormito, amato, suonato fino alla corda profonda dell’anima o che scelgono di dormire a ovest di mia moglie per sentire meglio il battito del cuore cosi l’amore passa dal cuore all’orecchio (Paul Cluzet), che è più o meno quello che un attore come lui fa da una vita, ma questa volta sembra spingersi ancora più lontano.



Delicato equilibrio

Se all’inizio, nella poesia di Allain Leprest dice j’ai fait un reve saugrenu e parla di un sogno bizzarro appena fatto, alla fine, dopo un’ora e mezza di spettacolo dichiara con le parole della Marche à l’amour di Gaston Miron che dedica per la prima volta a sua figlia Marie: J’affirme que tu existes. 

Non si tratta più di un sogno allora, ma di realtà. Una realtà abbacinante e difficile perché è lui che la evoca scolpendola a colpi di battiti del cuore.Affermo che esisti. Lo sforzo produce un prodigio che lo lascia senza forza e lo inebria. E’ uno spettacolo che non può essere recitato molte volte diceva, ha un equilibrio delicato, più musicale che tematico. Ma promette di riprenderlo.

Così Trintignant a ottantasei anni ti conquista ancora, agli applausi si guarda in giro stupito, poi come se si rendesse conto che sono per lui sorride felice e poi torna a smarrirsi, allora ha solo fretta di farli cessare e dice ancora un bis. Il suo Georges Laurent, il capofamiglia, industriale di Calais che interpreta per Haneke in Happy End che arriva in questi giorni sugli schermi, non ha nulla di questo candore, è solo un vecchio stanco, impenetrabile, glaciale e disperato che con qualche scintilla di ironia amarissima accende lo schermo.



Onde

Non sono nient’altro che un bouchon ci aveva detto a Roma nel 2012 all’uscita di Amour, è il regista che fa tutto. L’attore deve semplicemente farsi guidare da lui, come un pezzo di sughero, trascinato dalla corrente. In Happy End Haneke lo prende alla lettera. Nella scena finale, sballottato dalle onde, Trintignant si inabissa nelle acque della Manica, seduto sulla sua sedia a rotelle, mentre la nipotina Fantine filma tutto e la figlia Huppert corre – forse – a salvarlo.

Forse è un finale lieto, forse no diceva a Cannes Trintignant rispondendo alla mia richiesta di raccontare la scena a Haneke non interessa svelarcelo. Lascia che ognuno interpreti come vuole, non lo sappiamo, ma qualunque cosa faccia, la fa bene. Poi Haneke aggiungeva: l’acqua era molto fredda, 16 gradi. Abbiamo girato la scena per tre giorni, la forza delle onde ci ha sorpreso, non ci aspettavamo che fossero cosi violente. 

Così, il regista che prevede sempre tutto in modo maniacale, ammetteva candidamente di essersi lasciato sorprendere ma Trintignant è un uomo coraggioso e l’ha girata lo stesso. Una sequenza di inquadrature rapide che espone Trintignant a una delle scene più rischiose della sua carriera. Un frammento di verità assoluta.

Cosi va in scena l’ultimo atto della storia della famiglia Laurent che per tutto il film si è distinta in atti di ferocia quotidiana, drammi piccoli e grandi annegati nell’indifferenza verso ciò che accade a pochi passi da lei, nella giungla dei migranti, fino a un amaro e ironico Happy End che declassa lo sguardo gelido di Haneke nel tragicomico, perché dice Haneke noi occidentali non meritiamo nulla, le tragedie sono altrove, in altre parti del mondo. 



Migranti

C’è un onda Trintignant, più forte di quella della Manica, inonda lo schermo. Arriva da Amour, è lo stesso personaggio, la stessa anima. Lo vedi in scene brevi, in brevi cenni, la fuga di notte appena accennata (si schianterà ma non vediamo niente) il ritorno a casa dopo l’incidente. Scene che possono aver richiesto giornate di riprese e di fatiche sono a volte solo ombre dietro una vetrata. Trintignant dice di Haneke è il maestro del nouveau roman, sa che deve fidarsi e non sempre capire. 

Anni fa chiesi a Trintignant qual era il suo segreto, ma nel formulare la domanda mi ero tenuta bassa, gli chiedevo come era riuscito, con tanti registi diversi, ad arrivare a darequell’impressione di verità – e lui aveva risposto, semplice, deciso: “non è che do un impressione è che sono vero”. Gli attori sono poco più che una nota sullo spartito nelle mani di Haneke che dirige l’orchestra, ma sono anche lo strumento che può suonare fino alla nota più alta.

La scena del compleanno-concerto di Georges è emblematica. I migranti invece non hanno voce, quasi neanche volto. Sono ombre che abitano il film, non fanno parte della storia, ne sono fuori. Trintignant li ha voluti incontrare ma non era facile comunicare con loro ha detto perché molti non parlavano francese ma solo inglese, desiderano solo arrivare in Inghilterra. Forse dovremmo aiutarli a salire su una nave, sarebbe più utile ha suggerito a Haneke. Ma Haneke pensa sia più utile girare il film, ed è a Trintignant che fa prendere il largo, tra onde dalla forza imprevedibile. Perché è lì che sta il cinema – quello vero quello che Haneke pensa possa ancora salvarci – nel farci provare vere emozioni, fosse anche solo vergogna, sarebbe Happy End.


Il Manifesto/Alias – 2 dicembre 2017