TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


sabato 11 novembre 2017

Quando Hitler esaltava Lutero



Una mostra a Berlino si interroga in occasione del quinto centenario della Riforma sui rapporti ambigui fra chiesa luterana e nazismo.

Tonia Mastrobuoni

Quando Hitler esaltava il grande eroe protestante



Nel 1922 Adolf Hitler scrive che Gesù «è il nostro più grande Führer ariano». È forse la più gigantesca fake news della storia. Ma tradisce già un’ambizione che i nazisti trasformeranno un decennio dopo in religione di Stato. Cancellare ogni traccia di ebraismo dalla Bibbia, dichiarare “dannoso” il Vecchio Testamento, negare persino che Gesù fosse ebreo. Una mistificazione mostruosa che portò i nazisti a fondare nel 1939 ad Eisenach un istituto per de-giudeizzare la tradizione cristiana. E che motivarono anche attraverso il violento antisemitismo del tardo Martin Lutero.

Lo racconta una bella mostra su Lutero e il nazismo, allestita nel Museo della “Topographie des Terrors”, nel vecchio quartier generale della Gestapo a Berlino.


Il padre della Riforma protestante divenne sin dagli esordi una figura fondamentale della propaganda nazista. E non solo per il suo antisemitismo. Sin dall’unità tedesca e dalla fondazione del Reich nel 1871, l’uomo che si era ribellato al Papa e che, secondo Thomas Mann, aveva liberato lo spirito dei tedeschi traducendo la Bibbia nella loro lingua, era considerato un padre della patria.

Nella perenne tendenza al pervertimento di tutto, i nazisti lo trasformano in un secondo Führer. Il teologo Hans Preuss, nel suo libro Luther, Hitler, scrive che «entrambi sono chiamati a salvare il loro popolo. Da entrambi si leva il grido per l’Uomo Nuovo della salvezza». E lo storico Heinrich Bornkamm distorce il pensiero del riformatore sino a rintracciare nei suoi scritti un antisemitismo non diretto «contro l’ebreo in sé» ma motivato dal concetto di razza. Hans Delbrück muore nel 1929 e non assiste alla deriva della sua Storia universale, la cui ultima parte viene affidata a un fervente nazista come Konrad Molinski. Sulla copertina, due figure- simbolo dell’epoca moderna e di quella contemporanea, secondo la Germania di allora: Lutero e Hitler.



In quegli anni si consuma un divorzio drammatico tra i teologi e gli storici protestanti tedeschi e quelli del resto del mondo e già nel 1933, in occasione dei festeggiamenti per il quattrocentocinquantesimo anniversario della nascita del padre della Riforma, il governatore della Turingia può dire, euforico, che «Lutero è nostro». Certo, nella follia collettiva, nascono anche sacche di resistenza, come la Bekennende Kirche, quella di Karl Barth o Dietrich Bonhoeffer. Il quale commenterà amaro: «Vedo la parola di Lutero ovunque, trasformata da verità in inganno».

Nel 1939 un rapporto della Gestapo rileva una differenza sostanziale tra protestanti e cattolici. Tra i primi registra «preghiere sincere per il Fuehrer e il popolo tedesco, che scaturiscono da una profonda comprensione degli avvenimenti odierni», cioè quelli che stanno precipitando la Germania e il mondo intero nel baratro della guerra. Tra i cattolici, la Gestapo nota invece con fastidio che si parla di «tempi difficili» con i quali Dio sta mettendo alla prova i tedeschi perché ritrovino la «retta via alla vera Chiesa e al vero Dio». Che non è il Führer nazista, evidentemente.


La Repubblica – 31 ottobre 2017