TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


venerdì 10 novembre 2017

Langhe 1943: follia d’amore e guerra partigiana


Ispirato al romanzo di Beppe Fenoglio, «Una questione privata», ultimo film dei fratelli Taviani.

Silvana Silvestri

Langhe 1943: follia d’amore e guerra partigiana

Immmerso in un universo di nebbia per rendere più concreta la lontanaza è l’inizio di Una questione privata dei fratelli Taviani. Si tratta, visto oggi, della lontananza degli anni, il 1943 della guerra partigiana, del ricordo dei tanti protagonisti di quell’epoca ormai scomparsi o colpiti nel pieno della gioventù, dell’occultamento sempre più evidente della Liberazione come momento fondativo del paese.

I fratelli Taviani si ispirano al romanzo di Beppe Fenoglio pubblicato postumo nel ’63 quando già l’argomento sembrava esaurito (il titolo lo mise Calvino colto da una frase) come a ribadire la loro militanza e lo fanno con uno stile che incanta, come a sfogliare quelle pagine già quasi pronte a fornire una sceneggiatura, ripescare le parole a volte un po’ attempate che diventano movimenti di macchina. E con Roberto Perpignani che inventa la strategia di un montaggio che non ti lascia abbandonare i sentieri delle valli, coautore strepitoso per affinità elettiva.



Perlustriamo cautamente insieme ai giovani partigiani, per avere il tempo di allontanarci dal presente, le Langhe e all’improvviso ecco la villa dei tempi felici, delle vacanze, del primo amore. Un tempo ancora più lontano, dove Fulvia, la bella signorina degli anni ’40 e i suoi due migliori amici si esercitano a vivere. Conteranno di più le belle parole di Milton, il bruno tenebroso, oppure l’azione spericolata di Giorgio il bello? Ora i due amici sono diventati partigiani in due compagnie diverse, nella villa è rimasta la custode che accompagna Milton per le stanze deserte e allude, riaccompagnandolo alla porta, a qualcosa di più intimo che avrebbe legato Giorgio a Fulvia. Quei due restavano insieme per ore e parlavano poco, dice la custode.

La pazzia investe Milton, nobilitata dai riferimenti letterari che si perdono nella notte dei tempi, dai classici greci e latini ad Ariosto a Shakespeare attualizzata ai tempi contemporanei, ma identica nei secoli. Il giovane studente guerriero è invaso da una furia cieca, incurante di percorsi più sicuri, di azioni da compiere e prudenza. Un pensiero fisso reso ancora più stravagante dal fatto che i problemi personali nulla contano nel corso della guerra. Una furia che trova il suo scopo da ragggiungere alla notizia che Giorgio è stato fatto prigioniero e occorre trovare un prigioniero fascista da scambiare con l’amico rivale. Deve sapere cosa è effettivamente successo tra Giorgio e Fulvia.

Le scene si susseguono come pagine sfogliate, con il tempo giusto della lettura e dei particolari che restano impressi nella memoria (…sembrava filtrare attraverso la porta la musica di Over the Raibow. Quel disco era stato il suo primo regalo a Fulvia…), con scene struggenti che portano il marchio dei registi, come quando in una cascina, oggetto di una strage fascista, la bambina fucilata sul corpo della madre improvvisamente si alza e va a bere nella cucina un bicchiere d’acqua preso dal secchio, come dopo aver giocato tutto il pomeriggio sull’aia. E poi torna a morire accanto alla madre. O il muto incontro tra Milton e i genitori sotto i portici del paese, stretti in un abbraccio silenzioso per non farsi scoprire dalla ronda. E soldati come fantasmi di Kurosawa.


Non è facile tornare ai classici di formazione di un paese, ora che si prova a occultare il 25 aprile. Chiara e netta la posizione dei registi. I Taviani danno ancora una volta un’indicazione politica. Paolo dirige, mentre Vittorio è preso come prigioniero dalla malattia. Come Milton e Giorgio, l’azione deve essere portata a termine. Paolo dirige e ogni tanto, diceva, sul set si girava a chiedere muta conferma ma Vittorio non c’era.

La storia dei due amici e del loro forte rapporto d’intesa, diventa così ancora più lampante. Uno fiammeggiante, l’altro riflessivo. Come Milton interpretato da Luca Marinelli, occhi e movenze da rapace, instancabile in azione verso una duplice meta (liberare l’amico per conoscere infine la verità) e l’elegante Giorgio (Lorenzo Richelmy) che vediamo sempre agire prima di pensare e non rinunciare alla cura di sé anche nel fango (è lui che balla con la ragazza, con lei si arrampica sugli alberi, mentre Milton sta a guardare). Fulvia è interpretata da Valenina Bellè che era già in Meraviglioso Boccaccio dei Taviani (2014) ed è stata Lucrezia nella serie I Medici.


Il Manifesto – 28 ottobre 2017