TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


sabato 4 novembre 2017

Il ritorno del sacro


Silvia Ronchey va alla scoperta della civiltà bizantina. Quello che trova è un affascinante intreccio di popoli, culture e religioni che passo dopo passo giunge fino all'estremo Oriente. Un libro in cui la civiltà greca si intreccia a quella islamica e in cui troneggiano fra storia e mito le grandi figure di Buddha, Cristo, Mithra e Dioniso.


Corrado Augias

Il ritorno del sacro



Titolo impegnativo: “La cattedrale sommersa”; richiama i sordi accordi dissonanti con i quali Claude Debussy apre il suo preludio evocando profondità sottomarine. Qui invece la metafora rimanda all’immensa civiltà bizantina che l’Occidente, Italia in prima fila, ha inabissato racchiudendo l’aggettivo “bizantino” nel connotato quasi caricaturale di una burocrazia puntigliosa e inefficiente. Con questa raccolta di saggi Silvia Ronchey vuole porre riparo all’ingiustizia, e alla lacuna, recuperando, come scrive con garbata modestia, «qualche frammento di fregio di archivolto, di colonna».

In realtà va molto più lontano come del resto rivendica il sottotitolo del volume “Alla ricerca del sacro Perduto”. Come mai la civiltà bizantina è in pratica scomparsa dall’orizzonte delle nostre abituali conoscenze? Vi ha contribuito una sorta di censura collettiva della chiesa cattolica e della storiografia confessionale ma anche, dopo l’Unità italiana, la storiografia ufficiale poiché l’influenza di Bisanzio rendeva evidenti le differenze di tradizione politico-amministrativa in un’Italia che ambiva invece a mostrare un’identità unitaria.

Ciò che si trova, dissotterrando quelle radici, sono in primo luogo i continui scambi, le reciproche ibridazioni che hanno caratterizzato la vita delle religioni, non solo dei tre monoteismi, tutte sgorgate dal grembo fecondo dell’Oriente, vicino o estremo che sia. Come afferma Denis de Rougemont (qui citato) proprio questo continuo intreccio e scambio di mitologie conferma; «una confusione insensata di religioni mai del tutto morte e raramente del tutto comprese e praticate». Impressiona per esempio sapere dell’iniziale confusione, in alcune regioni dell’oriente, tra le due figure del Buddha e del Cristo. Nel Kashmir si trova anche la tomba del Gesù indiano e islamico.


Oppure la diffusione di un simbolo quale l’esile falce di luna crescente che si ripete sulla bandiera turca e sulla cima dei minareti ma anche come emblema di Diana Artemide e, nel cristianesimo bizantino, tra gli attributi della Madonna dalla veste azzurra e dalla corona di stelle d’argento, raffigurata con una falce di luna sotto i calzari. Si tramanda, scrive Ronchey, che sia stato l’imperatore Costantino dedicando la nuova città da lui fondata sulle rive del Bosforo alla Vergine Madre di Dio ad aggiungere alla mezzaluna di Diana la stella, così fondendo paganesimo e cristianesimo.

Esempio ancora più impressionante è lo straordinario percorso della croce uncinata, o svastica, ideogramma dell’Eterno Ritorno, collegata al moto perpetuo nella Grecia pre-ellenica, simbolo sciamanico dei nativi americani, in altre parole un segno veramente universale fino a quando nel 1895 un monaco cistercense austriaco, Adolf Lanz, appassionato di occultismo non lo trasforma nell’emblema della sua setta dove si praticava l’esaltazione della razza ariana iperborea e del suo ruolo di purificatrice dell’umanità contro la degenerazione ebraica. Da quel bric-à-brac esoterico la trae Hitler, che dall’occultismo era affascinato, inserendo nel 1920 la svastica nella bandiera del partito nazista.

Un caso forse esemplare, affascinante ed enigmatico, è la misteriosa composizione inserita nella Bibbia che si chiama Cantico dei Cantici. Come leggere versi di un’audacia erotica che sfiora la pornografia? «Dilectus meus misit manum suam per foramen/ et venter meus intremuit ad tactum eius» è la traduzione latina di Girolamo che così possiamo riportare in italiano: «Il mio amato infila la mano nel mio grembo, le mie viscere fremono alle sue carezze». Spasimi della passione carnale?

Nell’interpretazione analogica midrashica quei versi diventano la celebrazione delle nozze tra Jahvè e Israele, sulla medesima falsariga il cristianesimo li trasforma nell’amore del Cristo per la Chiesa. Il Talmud però ammonisce che non si deve mai sottovalutare la lettera di un testo biblico. Dunque quei versi continuano a galleggiare irrisolti nel vuoto di numerose interpretazioni possibili.


Il fascino, e la successiva scomparsa, del dio Mithra è un altro caso di commistione; la divinità ha origine dell’India vedica, passa alla profonda Persia mazdea, arriva a Roma importata dai legionari che rientravano dalle campagne militari. Innumerevoli le coincidenze con Gesù. Il dies natalis di Mithra si celebrava il 25 dicembre (solstizio d’inverno); lo si diceva nato in una grotta adorato dai pastori, ai suoi fedeli promette la sopravvivenza dell’anima e la finale resurrezione della carne. Come ha scritto Ernest Renan (qui citato): «Se il cristianesimo fosse stato fermato nel suo sviluppo da una qualche malattia mortale, il mondo sarebbe diventato mitraico».

Inquietante la cronaca delle controversie con le quali è stata progressivamente fissata la figura di Gesù qual è oggi, vale a dire “vero Dio e vero uomo”. Nestorio, patriarca di Costantinopoli, morto in esilio nel 451, vedeva due nature, divina e umana, e due persone in Cristo, non era poi così lontano da quella che diventerà la posizione ufficiale della Chiesa. Alcuni però gli attribuirono la negazione della natura divina e la sua posizione venne condannata come eretica dal concilio di Efeso (431). Ugualmente condannata la posizione opposta, detta dei monofisiti, secondo i quali la natura umana di Gesù era assorbita dalla sua divinità, dunque in lui rimaneva solo la natura divina.

Tra i più diffusi e potenti elementi comuni ai tre monoteismi e ad altre religioni della Terra, c’è poi il culto delle reliquie. Il Maqam Ibrahim ovvero la pietra con l’orma di Abramo chiusa in un tabernacolo alla Mecca, la colonna della flagellazione di Gesù che si trova invece a Roma. Ma anche, elenca Ronchey: «Il sangue e il latte di San Panteleimone, la testa di Gregorio di Nazianzo, il piatto dell’ultima cena, il baule dei vestiti della Vergine, i vasi d’oro con i doni dei Magi, la griglia su cui fu arrostito san Lorenzo » e via di questo passo fino alle schegge di ossa, fiale con il sudore, resti di capelli o di unghie, il prepuzio di Gesù, ovvero l’infinitesimo lembo di pelle che il rabbino ha escisso dal pene di un bambino di otto giorni, per passare, estremo opposto, ai corpi imbalsamati e plastificati di uomini e donne considerati santi.



Le reliquie soddisfano il bisogno di avvicinarsi, toccare con mano la materia sacrale con riti che accomunano, come ha sostenuto l’antropologo Ugo Fabietti (qui citato): «I feticci africani, i misteri greco-romani, i culti precolombiani andini, il vodu». D’altronde anche le religiosità laiche conoscono questo tipo di venerazione, dai residui corporei di Garibaldi alla salma imbalsamata di Lenin. Annota Ronchey: «Anche nell’Islam come nel paganesimo greco-romano o nel buddismo, le reliquie si usavano nella fondazione di edifici sacri e pubblici, si trasmettevano, si diffondevano con l’avanzata storica e geografica di quella civiltà».

Ho riportato solo qualche esempio nella ricchissima casistica contenuta nel saggio che illustra con quali diversi strumenti le varie fedi, cristianesimo compreso, siano state lentamente costruite. Quali reazioni potrà suscitare la constatazione di quanto le religioni debbano l’una all’altra, quanto numerosi siano stati i prestiti, le ibridazioni, le imitazioni, quanto affanno e ingegno, quali contrasti, le dottrine, le liturgie, i miti di fondazione hanno richiesto per essere organizzati, resi più o meno coerenti.

In alcuni forse delusione e disincanto, la dimostrazione che non dal cielo sono discese quelle formule di salvazione perché vi si sono applicati uomini mescolando alla loro immensa fede errori, lacune, contraddizioni. Per altri invece sarà la conferma che la secolare dedizione posta nel costruire intorno alla nostra effimera vita una sacralità risponde all’ancestrale bisogno di attenuare il terrore della morte dando una qualche consolazione alla nostra fragile umanità.

La Repubblica – 1 novembre 2017


Silvia Ronchey
La cattedrale sommersa
Rizzoli
euro 19