TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


domenica 5 novembre 2017

“I dì-‘d-märca” (i giorni di marca). Una storia di langa



Un ritratto vivissimo dell'antico mondo di langa, scandito dal passaggio delle stagioni e dalle feste cristiane, spesso solo forma nuova di antichissimi culti pagani.* 

Guido Araldo

I dì-‘d-märca” (i giorni di marca)

Un tempo, tra il XIX secolo e l’inizio di quello successivo, nella borgata dei Cataragni (i Catari) viveva mio nonno “Serafen” (Serafino) e nei lavori dei campi lo aiutava “Keep”, che era stato nel Nord e Sud Dakota ai tempi del colonnello Custer e del capo indiano Toro Seduto. Lo chiamavano “keep” (tieni) poiché, quando giocava a tressette, usava verbi inglesi. Quel simpatico avventuriero nostrano aveva scavato buche un po’ dappertutto sulla collina della Rosa, alla ricerca di una mitica capra d’oro. Chissà cosa si sarebbe inventato, se fosse venuto a conoscenza di un altro tesoro nello stesso luogo, ben più consistente: una nave tutta d’oro, sarcofago del principe saraceno Abdul Amin, del tutto simile al guscio che lo aveva portato sulla spiaggia che ancora oggi è nota con il nome di “Baia dei Saraceni”, a Varigotti. Il più grande tesoro del Piemonte e della Liguria.

Di domenica, con la “vesctimenta baela” (camicia bianca, corpetto e completo scuro) mio nonno scendeva “au burg” (al borgo di Saliceto) per la santa messa. Nel taschino del gilè teneva la “tziula” (la cipolla: l’orologio da tasca), che ticchettava come una pendola, assicurata a un’asola con la catenella d’argento. L’ultima asola del corpetto era sbottonata, quale segno di eleganza, poiché correva voce che in Inghilterra, un giorno, il re si fosse dimenticato di abbottonare quell’ultima asola e allora tutti i gentiluomini di corte se l’erano sbottonata... Quella “tziula”: un Roskopf svizzero ticchettante di 1° Classe, perfettamente funzionante, è tuttora in mio possesso, e anch’io sono solito portarlo nel taschino del corpetto con l’ultima asola sbottonata...

Al ritorno Serafen sostava alla “censa”, che fungeva non soltanto da spaccio del sale e del tabacco, ma era anche dimessa trattoria di borgata gestita da un personaggio eccentrico, noto con il soprannome bizzarro di “trenta gambe”, per una gamba di legno che aveva sostituito quella perduta sulla montagna dell’Amba Alagi. Di quella gamba disponeva almeno di un paio di ricambi, e proprio per questi ricambi era noto come Pinotu “d’är tranta gambe”. Sempre gli venivano le lacrime agli occhi, quando ricordava il capitano Toselli di Peveragno, che si era sacrificato con i suoi Bersaglieri per coprire la ritirata all’esercito “piemontese”.

Alla “censa” venivano servite splendide “ravìore är plen, cur ven” (piccoli ravioli pizzicati, conditi con il vino) preparati dalla “Särinéra” (la venditrice di sale), moglie del reduce dell’Amba Alagi.


All’epoca sulla tavola era ignota la caraffa dell’acqua e vi troneggiava ‘a bùta ‘d düzet (la bottiglia di vino Dolcetto): vino che “maturava” sulle fasce assolate (i terrazzamenti) sotto gli Alberghi. Un dolcetto leggero e un po’ frizzante, apprezzato dal barone Giuseppe Vernazza d’Alba, con il quale faceva una grande bella figura alla mensa di Vittorio Amedeo III di Savoia. Il mitico Barolo era ancora in là da venire.

Quante storie lassù, agli Alberghi! Nel Medioevo vi sostavano prelati, mercanti, crociati, predicatori che lasciavano la Via Francigena ad Asti, per percorrere la Magistra Langarum e andarsi a imbarcare nei porti di Albenga, Varigotti, Noli e Savona.

Lassù alla “censa” Serafen trascorreva le serate giocando a tressette nella versione dell’escarté (scartare una carta). Era un ottimo affabulatore e narrava storie di masche (streghe), di sfrosadori (contrabbandieri) e dell’America lontana, poiché anche lui era stato al di là del “grande lago” Oceano, a New York e nel Canada. Allora le donne smettevano di “fare l’uncinetto”, i bambini si tappavano le orecchie o sgranavano gli occhi, secondo l’argomento trattato, e le carte restavano sospese nelle mani dei giocatori. La televisione di quei tempi!

Sempre lassù, alla “censa”, era appeso l’unico almanacco della borgata, dov’erano segnati, in bella evidenza, i dì ‘d märca: i giorni che “segnano l’anno”, importanti nel ciclo eterno delle stagioni. Per le fasi lunari, indispensabili alla semina, ai raccolti, alla vendemmia, all’imbottigliamento dei vini, al taglio del fieno e delle piante … bastava l’épata (l’epatta) a tutti nota.


A gennaio, oltre il Capodanno e l’Epifania, erano evidenziati i giorni di sant’Antonio Abate, quando non si doveva entrare nelle stalle poiché gli animali parlavano tra loro, e di san Sebastiano protettore dalle peste, allorché l’inverno volta pagina. Infine i giorni della merla (i dì d’ra merla): gli ultimi tre giorni del mese, famosi per essere i più freddi dell’anno.

A febbraio la Candelora, “a metà strada” tra un solstizio e un equinozio; poi san Biagio, quando all’alba si andava in chiesa per farsi benedire la gola con le candele incrociate sotto il mento, consacrate la sera prima. Infine, secondo le fasi lunari (novilunio di febbraio), due giorni consecutivi: il martedì grasso del Carnevale, per la crapula, e il mercoledì magro delle Ceneri, quando inizia la lunga Quaresima.

Ad aprile o a marzo, sempre secondo le fasi lunari (plenilunio di marzo), erano evidenziata la domenica delle palme (anticamente “l’osanna”), quando veniva benedetto l’ulivo, e la Pasqua sette giorni dopo, con la settimana santa in mezzo: il periodo festivo più importante dell’anno.

A maggio il Calendimaggio (1° maggio), “a metà strada” tra un equinozio e un solstizio, quando veniva alzato “l’albero di maggio” al centro della borgata, sul quale i giovani più gagliardi si cimentavano nel salire, lesti come scoiattoli, per far bella figura davanti alle ragazze in età da marito. E poi il Corpus Domini, che era variabile come la Pentecoste, essendo entrambi collegati alla luna di Pasqua.

A giugno san Giovanni Battista: il solstizio d’estate, con i falò da accendere alla vigilia, all’imbrunire, e poi la magia della rugiada, all’alba, che “purifica” le noci e le erbe aromatiche. San Giovanni Battista era il patrono della borgata del Mù, con tanto di chiesa bella agreste dove il 24 giugno era esposta un’importante reliquia: un'ampollina di vetro con il sangue del santo in polvere, custodita nella parrocchiale, giù al borgo. C’erano anni in cui mio nonno era il massaro di San Zuàn (San Giovanni).

A luglio, mese del grano e della mietitura, non c’erano dì-‘d-märca. Ad agosto la festa della Madonna della Neve, la prima domenica del mese; quindi san Lorenzo, oggi noto per le stelle cadenti (un tempo, a Saliceto, occasione di una grande fiera dei buoi e del grano). Infine la festa dell’Assunta a metà mese, oggi più nota come Ferragosto: le feriae dell’imperatore Augusto che all’epoca corrispondevano al riposo dopo la trebbiatura; oggi momento privilegiato per le vacanze estive.

A settembre san Michele: la festa successiva alla vendemmia, quasi a siglare l’inizio dell’autunno. A ottobre, mese della raccolta dei frutti e della prima aratura, non c’erano di-‘d-märca, similmente a luglio.


A novembre i Santi, festività antichissima a metà strada tra l’equinozio d’autunno e il solstizio d’estate, quando sono addobbati i cimiteri e vengono commemorati i morti. Poi San Martino, giorno della grande fiera in tutti i paesi, in cui si stipulavano i contratti agrari, inclusi quelli dei mezzadri soggetti a continui traslochi (in piemontese ancora oggi “fè san Marten” significa traslocare). Infine sant’Andrea, ultimo giorno del mese: altra occasione di fiere, quando si mangiavano le trippe in umido, durante cene collettive.

A dicembre santa Lucia, allorché la luce solare sembra spegnersi, dando origine ai dodici giorni più corti dell’anno. Poi, finalmente, il santo Natale, con la magica notte della vigilia da tutti apprezzata, soprattutto dai bambini. Infine, sull’almanacco, che includeva anche il primo mese dell’anno successivo, erano evidenziati i dodici giorni del “dodekaemeron”: la dodecade di Giano; i giorni “che vanno” da Santo Stefano (26 dicembre) all’Epifania (6 gennaio).

Secondo la tradizione, le condizioni meteorologiche del 26 dicembre paleserebbero il clima del successivo mese di gennaio; quelle del 27 dicembre il clima del mese di febbraio, e così via... Un tempo magico, sospeso, che racchiude la morte dell’anno vecchio e la nascita dell’anno nuovo, secondo una visione ciclica, a spirale, del divenire dell’universo dal microcosmo al macrocosmo. Un periodo collegato anche all’epatta.

Quando le prime ombre cominciavano ad avvolgere il mare dagli alti marosi immobili nel tempo che sono le Langhe, gli avventori s’attardavano in amena conversazione sotto il pergolato, nella calura dell’estate, o attorno al camino, se il soffio di Borea correva sulle colline. Disquisivano di raccolti, manze, santi, cascine, giornate di terra da lavorare e anche di madamine, meglio se birichine. Pagavano un soldo alla “Särinéra” per l’olio della lampada e tornavano a casa sotto le stelle, ciascuno con il proprio lumino. In mezzo al fieno dei prati ondeggiante nella brezza dello Zefiro, in compagnia della sinfonia di grilli chiacchieroni.

Tra campi ammantati dall’oro del grano, punteggiati da rossi papaveri con lucciole discrete indicanti gentili la strada. Tra zolle grigie rivoltate dal vomere di aratri trainati da solenni buoi. Nel manto candido della neve, in compagnia della calaverna che rendeva incantati alberi e boschi. Andavano silenziosi sotto la Via Lattea splendente immensa, piena di miti antichi. Tanta magnificenza sulle loro teste li commuoveva facendoli sentire piccini, partecipi a tanta armonia. E molti, in cuor loro, ringraziavano sommessamente l’artefice di tanto splendore, recitando un’“Ave Maria”.


(Dal volume: Mesi Miti Mysteria)

Le foto rappresentano Saliceto, la parrocchiale di San Lorenzo, la cappella di San Martino e i suoi affreschi.