TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


mercoledì 1 novembre 2017

Halloween. Ora si chiama così, ma una volta era la "notte dei santi"



Halloween è appena passata con la sua scia di polemiche: festa cristiana o pagana? Celtica o mediterranea? Nostrana o importata? Ma basta andare appena al di là delle apparenze consumistiche made in USA,  per ritrovarne le radici nei nostri antichissimi riti della "notte dei santi".

Guido Araldo

Halloween

Halloween è ormai una festa planetaria, nel villaggio globale dell’impero americano: evento commerciale snaturato dell’antico culto “dell’accettazione della morte”, più che dei morti, nel grande ciclo della natura, con l’eterno rincorrersi delle stagioni. Resta il nome, sassone, che ne attesta la collocazione nel calendario: all hallow’ eve”, “la vigilia del giorno di tutti i Santi”.

Contrariamente a quanto si suppone, non era soltanto una festa nordica, ma anche mediterranea, con le dovute differenze culturali. Una festa profondamente rielaborata, ridottasi a carnevalata “macabra e gioiosa” riservata ai bambini, al motto sorridente di “dolcetto o scherzetto?”. Nulla da spartire con la festa originaria, quando si supponeva che i morti tornassero per una notte alle loro case accompagnati da un “piccolo popolo di ombre” (nelle brume nordiche identificato in gnomi birichini). Folletti o gnomi ora corrispondenti a bambini festosi, con innocui abiti macabri e maschere scheletriche, cappelli stregoneschi e quant’altro.

Halloween era la festa di passaggio dalla stagione dei frutti alla stagione del gelo: una sospensione spazio-temporale lunga quanto una notte, quando si apriva una porta tra due mondi, quello dei vivi e quello dei morti. Nell’alto medioevo Halloween corrispondeva a una talamasca: un evento magico connesso all’aldilà, con processioni macabre che si tenevano nell’ultimo giorno del mese di ottobre, come attestato da Incmaro da Reims (882). Questa collocazione nel ciclo della ritualità annuale non era casuale: la notte tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre è situata a metà strada tra l’equinozio di autunno e il solstizio d’inverno.


Le processioni si concludevano con lunghe veglie notturne, impregnate dalla collettiva consapevolezza della fine di un ciclo stagionale. A queste veglie si contrapponeva, tre mesi dopo, a metà tra solstizio d’inverno e l’equinozio di primavera, la festa della “candelora”, il 2 febbraio: la luce che ritorna, soprattutto in cielo, con le giornate che progressivamente si allungano. I tre mesi, tra Halloween e la Candelora (novembre, dicembre e gennaio) nella civiltà classica costituivano un tempo sospeso, corrispondente al periodo in cui Proserpina scendeva nell’Ade, il regno dei morti; quando sua madre Cerere s’intristiva per la sua scomparsa, i campi e i boschi andavano in sonno e il soffio di Borea avvolgeva il mondo… Non a caso ancora oggi nel computo antico dell’epatta, che stabilisce i giorni della luna, gennaio e febbraio non sono conteggiati e non viene loro attribuito un numero.

Con l’avvento del Protestantesimo, dopo il concilio di Trento, la Controriforma osteggiò con maggiore determinazione manifestazioni popolari trasudanti reminiscenze pagane. All’inizio del 1600 il vescovo d’Alba vietava a Saliceto le “veglie dei Santi”, risalenti a epoche immemorabili, organizzate dai “battuti bianchi” con grandi abbuffate di “cisrà”: minestrone di ceci. Tradizione che persiste tuttora a Dogliani, seppure posticipata di un paio di giorni. Quel sant’uomo di un vescovo ingiunse anche di vendere le grandi pignatte e devolvere il ricavato in opere di carità.

La veglia di fine ottobre corrispondeva alla “quarta festa del fuoco”, dopo i falò di metà gennaio pertinenti a sant’Antonio abate, quando gli animali nella stalla parlavano tra loro; la veglia del Calendimaggio e i grandi falò nella sera antecedente la festa di San Giovanni, al solstizio d’estate, dalla magica rugiada.

I falò della vigilia dei Santi erano “fuochi tellurici”: di protezione. Come già accennato, la tradizione antica vuole che in quella notte, semel in anno, il mondo dei vivi entri in contatto con quello dei morti e, pertanto, notte magica per eccellenza. Fuochi che servivano ad allontanare dai luoghi abitati misteriose ombre notturne vaganti in nebbie incipienti. Allo stesso modo i fuochi di san Giovanni, la sera del 23 giugno, non soltanto salutavano il sole al tramonto, che comincia il cammino del gambero, con le giornate che progressivamente si accorciano (ecco il vero significato del segno zodiacale del cancro, anticamente il gambero); ma quei fuochi tenevano lontano le streghe in volo, dirette al loro raduno mondiale attorno al grande noce di Benevento.


Forse non fu un caso se la festa “di Tutti i Santi” fu inserita nel calendario da papa Gregorio III dopo la forzata cristianizzazione dei Sassoni da parte di Carlo Magno, per fagocitare nell’anno ecclesiastico una festa importantissima per quei popoli, quando finiva l’anno vecchio e cominciava quello nuovo. Nella notte tra ottobre e novembre sulle Langhe e in tutta l’Europa “carolingia” era diffusa la tradizione di lasciare il fuoco acceso nel camino e un lume sulla mensola di una finestra, al pianterreno, con un bicchiere di vino e un po’ di pane e salame, fors'anche una fetta di torta. Si sperava che le anime dei “parenti trapassati” si accontentassero di quell’offerta e non entrassero in casa.

Il 31 ottobre nel nostro calendario si festeggia santa Lucilla: una santa antica, che risale agli albori del cristianesimo, inventata. In realtà, la luce tremula del sole che progressivamente sembra spegnersi…

Dalle nostre parti, al posto del nordico Halloween, alla vigilia dei “Santi” si tenevano processioni serali, con solenni benedizioni da parte del parroco. In varie parti d’Europa, inclusi Veneto e Friuli, si sprangavano porte e finestre: non era lecito veder sfilare i defunti nelle brume notturne annuncianti l'inverno. All’alba era tradizione distribuire il pane ai poveri, in segno di ringraziamento.

(Dal volume: Mesi Miti Mysteria)