TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


domenica 12 novembre 2017

Francesco Guccini nell'Osteria delle Dame


Riapre dopo trent’anni di «riposo» l’Osteria delle Dame, storico locale della Bologna degli anni Settanta. E la tessera n°1 va a Francesco Guccini che proprio lì iniziò sua carriera.

Fabio Francione

Guccini riavvolge i nastri

Riapre a Bologna l’Osteria delle Dame e un velo di malinconia si stende sul racconto di Guccini. Ci sono voluti trent’anni di chiusura «per riposo», anzi «chiuso per turno da trent’anni» come ha detto qualcuno saputa la notizia, per far riannodare trame e storie sfilacciate dal tempo di uno dei locali della Bologna degli anni Sessanta e Settanta. Di quella città che non andava mai a letto e pullulava di vita a qualsiasi ora del giorno e della notte.

In quei pomeriggi, sere e notti che sembravano non finire mai, interrotte solo dagli schiarimenti mattutini e trascorse giocando e sbattendo carte sui tavoli con i vecchi e solitari e invero tristissimi habitué delle osterie, suonando e cantando, amoreggiando con bellissime ragazze («a vent’anni tutti i ragazzi e le ragazze sono bellissimi») ci si faceva servire da improbabili osti un ultimo bicchiere di vino e una stozza di pane e mortadella o se andava bene e le cucine erano in funzione un piatto di pasta. Quei locali sempre aperti – «chiudevano solo un’ora nel pomeriggio per far le pulizie» – erano alla Stazione e le Dame.

Dunque una Bologna rischiarata sempre “a giorno” che aveva tra i suoi abitanti pure un allora giovane, non giovanissimo – «avevo trent’anni o giù di lì, gli altri erano ventenni, sopratutto le ragazze» – Francesco Guccini, già autore di canzoni come Auschwitz e Dio è morto e al quale un tecnico di studio profetizzò, proprio dopo aver registrato quei brani, un futuro non proprio roseo, addirittura consigliandogli con rara sagacia e ironia di intraprendere un altro mestiere, «che di strada non ne avrebbe fatta molta».

«Era una bella Bologna quella là. Mi dicono adesso che non vi abito più da anni sia diventata a girar di notte pericolosa, soprattutto dalle parti proprio della Stazione. Uno dei posti più frequentati di tutta la città».


Ma i tempi cambiano, la gioventù pure e Guccini non è tipo da lasciarsi sfuggire il tempo tra le dita e tenendo fermi i fili della narrazione, alle Dame nel ’73 venne registrato Opera buffa e ascoltando un po’ sì un po’ no le domande, continua sviando un fastidioso fischio al microfono: «Quando sono venuto giù per le scale e guardato queste strane volte, l’enorme colonna che regge tutto, mi sono commosso. Mi sono venuti a mente molti ricordi e molti amici ed è stato bello sentire qualcuno dire che una volta tanto non ci si vede per un funerale».

No, l’apertura delle Dame è e sarà una festa, così vuole Andrea Bolognini dell’Associazione Culturale che l’ha riportata alla luce con il compito di essere la Casa della canzone storica e attuale: ritrovo per discutere su libri; ascoltare musica; incontrarsi e perché no alla memoria dei tempi che furono bersi un bicchiere di vino accompagnato a qualche fettina di salame. Tessera n. 1 del nuovo circolo inevitabilmente assegnata a Francesco Guccini.

All’osteria delle Dame s’arriva scendendo due rampe di scale, si trova nel Vicolo che le dà il nome, a poche centinaia di metri da Porta Castiglione, assomiglia ancora ad una “cava” esistenzialista: «Tutti fumavamo e immancabilmente l’impianto di areazione già poco funzionante si fermava e ci si metteva veramente poco a che non ci si vedesse più per quanto fumo c’era. Poco importava perché più il fumo aumentava più il chiacchiericcio e il divertimento aumentavano».

«C’erano i beatlesiani, non sempre cantavo le mie canzoni, gli amici di sempre, ogni tanto arrivava Bonvi. Non era un assiduo frequentatore delle Dame, ma quando veniva chiedeva sempre una canzone da un film e rompeva sempre con quella cosa lì». Personaggi e non d’arredo erano anche gli osti, poco avvezzi alla mescita del vino come a far di conto, più interessati ad essere partecipi delle canzonature o farsi distrarre dalle ragazze.

Quel clima, protrattosi fino alla metà degli anni Ottanta, dunque mentre l’Italia aveva intrapreso la strada edonista e da bere del neoliberismo agli albori e già lontano dai buoni sentimenti del fondatore dell’Osteria, Padre Michele Casati che la voleva come «un oratorio moderno», Guccini lo ripropone recuperando – oggi che ha smesso di far e ascoltare musica, ma una canzone l’ha consegnata ai Nomadi, è contenuta nel loro album uscito da pochi giorni («Mica gli piace però; l’ho titolata Nomadi, non ha un bell’arrangiamento…», chissà se a Beppe Carletti gli saranno fischiate le orecchie) – nastri di tre concerti dei mesi di gennaio del 1982, ’84 e ’85.

La sezione catalogica della Universal li confeziona in sei cd, libretto incluso. Il suggerimento iniziale non accettato dal cantante era quello di celebrare il 40ennale di Amerigo. Mentre, i concerti dell’Ostaria delle Dame (le registrazioni volgono la «e» di osteria nella dialettale «a») sembrano proseguire il lavoro intrapreso due anni fa con Se io avessi previsto tutto questo. Guccini a 77 anni pare aver abbandonato per sempre la musica, tanto meno il suo indirizzo è quello dell’autocelebrazione.


Le sue storie restano precarie, la sua politica è la vita: «Ho subito etichettature che non rispecchiavano il mio lavoro né i contenuti delle mie canzoni. Ho cercato di vedere cosa c’era dietro le parole. Le ho studiate a fondo. Ricordo la frequentazione con l’italianista Ezio Raimondi. Ma non trascurato il suonare. Mi esercitavo continuamente alla chitarra. In quei concerti c’era “Flaco” e come suona bene, molto meglio di me. Quando facevamo i tanghi era incredibile. Io per niente, non gli stavo dietro. Oggi non mi riesce di fare nemmeno un re, ho come perso la sensibilità dei polpastrelli. O forse sono altre le cose che mi interessano».

«Alle Dame ci si incrociava e si discuteva, anche scherzando. Oggi m’accorgo che tutto è cambiato. Anche nel far musica. Ascolto veramente poca musica, la mia mi dà addirittura fastidio. Forse nei rapper intravedo un racconto, ma mi sembrano somiglianti agli improvvisatori toscani, pur con tutti i distinguo di tecnica. La poesia è un’altra cosa».

A Guccini piace scrivere libri e perdersi con lo sguardo ad osservare i chiostri montuosi dell’appennino emiliano. Questa però è un’altra storia che si sta ancora scrivendo.


Il Manifesto – 29 ottobre 2017