TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


lunedì 6 novembre 2017

Anni di piombo. La lotta armata è iniziata in Val Bisagno


Un film racconta la storia della XXII Ottobre, primo gruppo armato di estrema sinistra all'inizio degli anni '70. Donatella Alfonso gli ha dedicato un bel libro, Animali di Periferia, presentando senza moralismi o giudizi i protagonisti di quella vicenda tragica. Un libro che ci ha aiutato a capire meglio quegli anni che furono anche quelli della nostra militanza giovanile. 


Donatella Alfonso

I tupamaros della Valbisagno e le interferenze di radio Gap

La scena è quella della Valbisagno vista dal Righi, due uomini dai visi segnati dal tempo che la guardano. “Ci chiamavano i tupamaros della Valbisagno” dice l’uomo con il berretto: è Mario Rossi, il capo della XXII Ottobre, la banda genovese che è considerata la prima organizzazione armata in Italia negli anni settanta. Accanto a lui, Gino Piccardo; man mano che si va avanti nelle sceme, entra in scena anche Beppe Battaglia, altri due membri della banda. Ricordi degli addestramenti sui monti, dell’alluvione che fu protagonista nel corso del clamoroso rapimento di Sergio Gadolla. Ma il film punta soprattutto su una vicenda, quella che aprì le attività del gruppo: le interferenze, le emissioni di Radio Gap che disturbavano le trasmissioni televisive in tutta la Valbisagno, oscurando lo schermo del Tg1. E che annunciavano una realtà mai vista fino ad allora: era l’aprile del 1970.

Spiegano e raccontano, Rossi, Battaglia e Piccardo. Lo fanno davanti alla telecamera della regista e performer tedesca Cora Piantoni, nata a Monaco nel 1975 ma attiva tra la città bavarese e Zurigo. (...)


“Ho realizzato altri film su storie di persone legate a momenti della nostra storia recente, uno su una cooperativa di arrampicatori che ha partecipato al movimento Solidarnosc a Danzica negli anni 1980, un altro sul personale del cinema nella Repubblica Democratica Tedesca e le sue  esperienze prima della caduta della mura di Berlino – racconta Cora Piantoni -  M'interesso ai gruppi alla periferia della storia officiale, le sue versione della storia di una società, la solidarietà, i movimenti di resistenza. Faccio ricerche e interviste e re-enactment, cioè ricostruisco scenari e fatti delle situazioni che racconto”.

Nel caso di “Un’altra informazione” Piantoni è venuta a Genova per girare,  ma ha anche incontrato preventivamente Mario Rossi, che adesso vive a Novara e si occupa di una cooperativa di servizi curando allo stesso tempo il Museo di Storia Naturale Faraggiana-Ferrandi, per il quale è tornato all’antico mestiere di tassidermista, mentre Beppe Battaglia è da anni a Firenze dove ha collaborato a lungo con la Caritas e le iniziative di sostegno ad ex carcerati e persone deboli.


Entrambi, così come Gino Piccardo – che vive ancora a Genova - hanno da molti anni concluso la loro vicende giudiziarie. Rossi e Battaglia parteciperanno all’anteprima genovese del video. Per raccontare come, in quegli anni complicati ed eccessivi, il timore di un golpe abbia dato vita all’idea di una “chiamata alle armi” clandestina da parte di un gruppo di giovani della Valbisagno, conclusa con una tragica vicenda, la rapina allo Iacp in cui morì il fattorino Alessandro Floris.

Una morte non rivendicata come sarebbe accaduto più avanti per le troppe vittime del  terrorismo, ma ammessa da Rossi, che sparò il colpo mortale (“io volevo solo spaventarlo o ferirlo per fermarlo”, ha raccontato anni fa) e che ha sempre voluto ricordare Floris come un vero eroe civile. “Sapevamo che se avessimo sparato e ucciso, noi saremmo finiti” ha ammesso Rossi. Ma resta, oggi, la necessità di ascoltare quali ragioni ci furono per un’attività clandestina che portò a quella tragica conclusione.



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