TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


giovedì 30 novembre 2017

E' morto don Bof


E' morto don Bof. Altri ricorderanno il sacerdote, il teologo, lo scrittore. Io ricordo solo il mio insegnante, conosciuto a 17 anni in piena crisi esistenziale. L'unico, con il Prof. Locatelli, capace di trattarci con attenzione come le cose fragili che noi ragazzi e ragazze in quel momento eravamo. E questo nonostante le nostre arie di sufficienza e i nostri toni eccessivi, maldestri tentativi di nascondere la nostra sostanziale insicurezza.

Ci ha voluto bene Don Bof e noi gli abbiamo voluto bene. Noi, io e tutti i ragazzi e le ragazze che hanno avuto la fortuna di incontrarlo allora. Si. Gli abbiamo voluto bene, perchè da lui ci sentivamo capiti e soprattutto non giudicati.

Don Bof è stato il mio professore per tre anni e poi un amico, per tutta la vita. Un punto di riferimento sicuro nei momenti di crisi.


Di lui ci resta qualcosa di più del ricordo. Resta quello che ci ha dato allora, che ci ha aiutato a crescere, a affrontare la vita, a fare le nostre scelte, giuste o sbagliate che siano state. Da vecchio insegnante vorrei un giorno anch'io essere ricordato così.

Martin Lutero. Il protestantesimo nello specchio sociale


L'eredità del monaco agostiniano, a cinquecento anni dalle “95 tesi”

Alberto Corsani

Martin Lutero. Il protestantesimo nello specchio sociale

Nel 1917, a 400 anni dalle 95 Tesi di Lutero, varie chiese sorte dalla Riforma si trovarono di fronte a un problema: sentirsi unite da una celebrazione che era motivo di coesione identitaria o prendere atto del fatto che i loro Paesi erano nel bel mezzo di una guerra mondiale? Accettare l’eredità del monaco agostiniano, che fece da cerniera tra il tardo Medioevo e la modernità, o adeguarsi alla politica drammatica di guerra che poneva come prima esigenza quella di combattere il nemico? Per la prima volta, forse, le chiese luterane degli Stati Uniti si sentirono pienamente americane, nonostante la filiazione diretta dalle «chiese sorelle» di Germania. E che dire dei protestanti che in Europa videro i propri territori occupati dalla Germania nazista? Puoi condividere la stessa fede in Dio con coloro che stai combattendo?

Fare i conti, oggi, con cinque secoli di Riforma protestante comprende anche questa presa d’atto: per quanto il messaggio della fede in Gesù Cristo sia universale e rivolto all’umanità intera, la famiglia protestante nel mondo, rispetto alla chiesa cattolica romana si vede frazionata, anche se chiunque, a qualunque latitudine può sentirsi partecipe di una comunità cristiana; certo, riunirsi nell’alveo di una chiesa significa pur sempre fare i conti con la dimensione terrena dell’esistenza, dimensione ben lontana dall’essere perfetta; ma d’altra parte nessuna chiesa, nella visione protestante, può pensare di essere l’unica. E infatti quelle nate dalla Riforma hanno anche una identità nazionale, a partire dai valdesi, diffusi come movimento già tre secoli prima di Lutero.

La consapevolezza dei propri limiti caratterizza l’essere protestante: una cognizione di sé che trova il suo naturale sbocco nel radicamento sociale. Se questo per i valdesi si tradusse nella difesa strenua della propria terra di montagna, per tutti tale atteggiamento significò e significa tuttora inserirsi nella società e spendere nella comunità civile la personale risposta alla chiamata (vocazione) ricevuta da parte di Dio, attuando opere mirabili, ma anche nefandezze come il regime sudafricano dell’apartheid, che bestemmiò la dottrina calvinista.

    Concilio di Trento

Tuttavia alle infezioni si possono opporre degli anticorpi: è quanto avvenne quando l’Alleanza riformata mondiale (oggi Comunione mondiale di Chiese riformate – ramo calvinista della Riforma) sospese negli anni ottanta due chiese sudafricane di origine olandese, per il sostegno dato al regime razzista; persasene una per strada, l’altra è stata riammessa avendo condannato le proprie posizioni.
Ognuno di noi – a partire dalla definizione di Lutero – è simul iustus et peccator, a un tempo reso giusto da Dio e però pur sempre umano e incline al peccato.

Intorno a questa dialettica tra universalità e radicamento si sono sviluppate anche le iniziative del 500/mo anniversario, cominciate invero il 31 ottobre 2016 nella cattedrale luterana di Lund in Svezia, con la partecipazione di papa Bergoglio a significare un’auspicata nuova stagione di rapporti fra cattolicesimo e chiese nate dalla Riforma. La sua presenza presso la «famiglia luterana mondiale», pur ponendo problemi a qualche oppositore in casa cattolica, che vedono la Chiesa di Roma «protestantizzarsi», ha fatto capire come vi siano le condizioni per avviare una lettura il più possibile condivisa del passato.

Uno sguardo nuovo per una comprensione nuova, come testimoniato dal bel convegno organizzato nel novembre scorso dalla Conferenza episcopale e dalle chiese evangeliche, proprio nella Trento che fu sede del Concilio, da parte di chiese che hanno un problema in comune: parrocchie cattoliche e chiese del protestantesimo storico si vanno svuotando, sotto l’influsso incrociato di secolarizzazione e progresso scientifico.

La naturale tendenza protestante alla coscienza critica (per secoli rubricata alla voce «individualismo protestante») finisce per esporre le chiese della Riforma a un’autocritica serrata, non avvistata per ora all’orizzonte di altre formazioni neo-protestanti (evangelical) che vedono aumentare i fedeli e le presenze ai servizi liturgici, sia in Asia e Africa sia in paesi come il nostro, che accolgono (quando lo fanno) immigrati evangelici di provenienza terzomondiale.

Vi sono anche altri ambiti in cui le chiese nate dalla Riforma si affacciano e dialogano con la Chiesa cattolica (e in parte anche con il mondo ortodosso). Bene avviati ormai da decenni gli studi teologici comuni con le Università cattoliche e le traduzioni e studi filologici sulla Bibbia, sono sotto gli occhi di tutti le sinergie nei settori di accoglienza e assistenza, come testimoniato dai «corridoi umanitari» per richiedenti asilo, avviati nel marzo 2016 dalla Federazione delle chiese evangeliche in Italia con la Comunità di S. Egidio e la Tavola valdese, attraverso un protocollo siglato con i ministeri dell’Interno e degli Esteri, modello ripreso nel corso dell’estate dai protestanti francesi.

Le note dolenti si situano a un livello più ecclesiologico che teologico: la strutturazione gerarchica della Chiesa cattolica, nonostante l’opera pluridecennale di alcuni ambiti di avanguardia (per esempio nel campo dei matrimoni interconfessionali), le rende difficile pensare alle altre chiese come sullo stesso piano rispetto a lei. E poi è il piano etico quello che fa più parlare di sé.


Il carattere più normativo che dialogante della Chiesa di Roma è respinto in quanto «impositivo» da parte della cultura laica: procreazione assistita, fine-vita, eutanasia e suicidio assistito, etica sessuale, a fronte di posizioni abbastanza rigide da parte cattolica, fanno registrare una tendenza delle chiese protestanti a puntare molto sull’autonomia e sulla coscienza dell’individuo, in linea con la consuetudine del libero accesso al fondamento della vita cristiana, cioè le Scritture bibliche, sede della rivelazione di Dio all’umanità. Capita però che il mondo non-cattolico in Italia interpreti questa accentuazione di libertà dell’individuo spingendolo «oltre».

Il credente protestante è infatti sì libero, ma «libero per servire», cioè per servire, amandolo, il proprio prossimo (Epistola ai Galati 5, 13): e questo avviene con la cura dei propri simili, all’interno della società e non ai margini di essa; inoltre, è nella società e nella politica che si spende l’esistenza del o della credente protestante, alle prese con la propria coscienza e consapevole di non rappresentare un’intera chiesa.

Alla base di questo atteggiamento, però, è la convinzione che questa libertà non è frutto di nostre conquiste, ma ci è stata data. Più che libero o libera, il (la) protestante sa di essere stato «reso libero», e di questo è grato o grata a Dio. Essere stati resi liberi significa sapere che di questa autonomia un giorno saremo chiamati a rispondere a chi l’ha donata gratuitamente. Ogni risultato è provvisorio, come lo è questo anno di celebrazioni, da intendersi come nuova, ulteriore ripartenza.


Il Manifesto – 26 ottobre 2017

Salus Per Musicam: alchimie musicali a Savona


Il signor Bonaventura. L'ultima grande maschera della commedia dell'arte



Cent'anni fa debuttò sul “Corriere dei Piccoli” l'eroe che più di ogni altro, col suo “milione”, ha incarnato l'ottimismo italiano. A crearlo fu Sergio Tofano, attore teatrale che firmava i suoi disegni con la sigla “Sto”.

Marco Giusti

Il signor Bonaventura. L'ultima grande maschera della commedia dell'arte

Cent'anni del Signor Bonaventura e del suo milione. Chi non lo vorrebbe ancora oggi un milione? E cent'anni della sua sventura iniziale, «qui comincia la sventura...», che si capovolge sempre in buona ventura, come spiega lo stesso nome. Del resto il Signor Bonaventura, scritto, disegnato e poi messo in scena e interpretato da Sergio Tofano, nasce, sulle pagine del Corriere dei Piccoli, glorioso inserto illustrato del Corriere della Sera, il 28 ottobre 1917, negli stessi giorni della tragedia di Caporetto. E deve divertire i bambini italiani col suo impassibile ottimismo assieme al fido Otto il Bassotto che «il color ha del risotto », al Bellissimo Cecè e al torvo Barbariccia «dalla maschera verdiccia», mentre si sta ancora combattendo una guerra terribile e sanguinosa. La sua buona ventura finale è costruita in contrapposizione alla mala ventura di Fortunello, grande protagonista, allora, delle pagine del Corrierino.

Fu il direttore del giornale, Silvio Spaventa Filippi, dopo aver pubblicato molte novelle illustrate di Tofano (o Sto, come si firmava) fin dal 1912, a offrirgli le prestigiose due pagine esterne del giornalino chiedendogli proprio un fumetto sulla scia di Fortunello. Nel 1917 Tofano era già noto non solo come attore teatrale (aveva pure esordito in due film muti nel 1916), ma anche come disegnatore. Sia per giornali per bambini, come Il Giornalino della Domenica di Vamba, che per riviste di moda, come Lidel.


Tofano porta nel suo Bonaventura gran parte di se stesso, della sua figura magra e ossuta, e della propria esperienza teatrale. Come scrive Attilio Bertolucci, «nasce già grande, d'età indefinita, piuttosto giovane si direbbe, non giovanissimo, mettiamo sulla trentina, gli anni che aveva allora, pressappoco, il suo creatore». Bonaventura è quindi lo specchio di Tofano, e sarà naturale per lui portarlo a teatro vestendone il costume da lui stesso disegnato. Anche se ciò accadrà dieci anni dopo, Bonaventura diventa da subito una maschera, anzi, «l'ultima maschera della commedia dell'arte», come scriverà Silvio D'Amico. Alla teatralità della maschera unirà quella grazia, quel buon gusto e una sorta di understatement altoborghese, come lo definisce Bertolucci, che lo distingue da tutti.

Figlio di un magistrato napoletano, nato a Roma il 20 agosto 1986 (dove morirà il 28 settembre 1973), Tofano, laureato senza convinzione per far contento il padre, si era sentito subito diviso fra due passioni, il teatro e il disegno. Pur non brillando nei corsi di recitazione di Santa Cecilia a Roma, «mi dicevano che avevo la voce da gobbo, l'accento romanesco, una figura meschina», fa una rapida carriera nel teatro, soprattutto quando, nel 1927, mette in piedi la Compagnia Comica Italiana Almirante -Rissone- Tofano, che durerà fino al 1939 e dove reciteranno con lui campioni come Vittorio De Sica, Gino Cervi, Checco Rissone. È con questa compagnia che metterà in scena, il 17 marzo del 1927 al Teatro Carignano di Torino, su richiesta di Luigi Almirante, la prima commedia di Bonaventura, Qui comincia la sventura.

Delle sei commedie di Bonaventura, è quella preferita da Tofano, «perché è più pura e omogenea, in essa vi sono soltan-to i personaggi familiari al mio comico e melancolinco eroe». Li troviamo infatti tutti, dal Bellissimo Cecè, intepretato da Luigi Almirante, al Bassotto interpretato da Checco Rissone, alla moglie dell'eroe, interpretata dalla sua stessa moglie, Rosetta Cavallari, che aveva sposato nel 1923.

Non perde certo l'idea vincente del milione. Negli anni aveva anche cercato dei finali diversi, dove il milione lo smarrisce anziché trovarlo, ma i suoi piccoli lettori avevano protestato, furiosi, al Corrierino. In un'Italia ancora depressa per la Grande guerra, l'ottimismo di Bonaventura e del suo Milione era ciò che ci voleva. I critici del tempo, da Alberto Cecchi a Renato Simoni, impazziscono per il Bonaventura teatrale, che intanto, nel 1928 e 1929, torna con due nuove commedia, La regina in berlina e Una losca congiura, con uno strepitoso Vittorio De Sica nei panni del verde Barbariccia e Rosetta come Felicetta.


Nell'Italia fascista del tempo, il Signor Bonaventura prende apertamente le distanze sia dalla glorificazione dei Balilla sia dal pietismo degli scolari alla De Amicis. Non è mai una maschera fascista. Si chiude invece in un ottimismo impassibile fuori dal tempo, che le cronache di allora definiscono come «cattolico e italiano», e nel buon gusto, pensato come nota dominante in un teatro per bambini dallo stesso Sto. «Essi, d'accordo, non sapranno capirlo né apprezzarlo al punto giusto, ma inconsciamente lo sentiranno e l'assorbiranno». Nel 1936 Bonaventura venne richiamato a forza a teatro con L'isola dei pappagalli, con prima al Teatro Alfieri di Torino 18 gennaio, musica addirittura di un giovane Nino Rota. Un vero e proprio musical di successo. Al punto che Tofano, che nel cinema si era mosso quasi sempre in ruoli minori con gustose caratterizzazioni, si decise a portare lui stesso, da regista, il suo personaggio sugli schermi.

In piena guerra, siamo nel 1942, gira Cenerentola e il signor Bonaventura, sorta di mischione del suo primo romanzo, Il romanzo delle mie delusioni e della commedia La regina in berlina. Sulle pagine di Film il direttore di produzione, Fabio Franchini, rivela che sarebbe stato girato in parte a colori «nelle scene di maggior effetto coreografico, valendoci di un brevetto nuovissimo». Di certo sullo schermo il colore non si vede, ma non si vede neanche, purtroppo, il Bonaventura di Sergio Tofano, visto che il Tofano regista ha la pessima idea di farlo interpretare da Paolo Stoppa. Bravissimo, per carità, ma per nulla somigliante all'originale.


Il film non convinse, ahimè, nessuno. Nel dopoguerra, tornando al teatro, Tofano scrisse due nuove commedie del suo eroe, Bonaventura medico per forza, 1948, e Bonaventura precettore a corte, 1953. Non solo. Cercò di portare al cinema L'isola dei pappagalli, come risulta da un trattamento in inglese, The Island of Parrots – comedy for children. Inutilmente. Riuscì invece a portarlo in televisione, con lui stesso come Bonaventura e Luigi Pavese come stupendo Barbariccia in due bellissime serie di Caroselli per la Lanerossi. Al momento del milione offerto con un «i miei ringraziamenti più commossi…», Bonaventura risponde con un «…grazie, preferirei le Lanerossi ».

Dopo la scomparsa drammatica e improvvisa della moglie Rosetta, introducendo nel 1964 una raccolta di 99 vignette di Bonaventura per Garzanti, Sto scrisse: «Queste storielle di Bonaventura, Rosetta, abbracciano un arco di tempo che è quello su per giù della nostra vita insieme. Tu, accanto a me, le hai viste nascere una per una, ma sei stata la prima lettrice e spesso ispiratrice. Ora che te ne sei andata, anche lui il mio pupazzo, ha quasi contemporaneamente conclusa la sua carriera di milionario involontario ». E, più o meno, così fu.

Protagonista di vignette, spettacoli, film e spot tv, nacque per tirare su il morale dei lettori durante la Grande guerra Ma il suo successo durò per decenni Cent'anni fa debuttò sul "Corriere dei Piccoli" l'eroe che più di ogni altro, col suo "milione", ha incarnato l'ottimismo italiano A crearlo fu Sergio Tofano, attore teatrale che firmava i suoi disegni con la sigla "Sto"


La Repubblica – 27 ottobre 2017

mercoledì 29 novembre 2017

Nicola Bucci, Mnemosyne



A cura di Vincenzo Lagalla e Sandro Ricaldone
Entr'acte
via sant'Agnese 19R – Genova
6 dicembre 2017 – 12 gennaio 2018

orario: mercoledì-venerdì 16-19
inaugurazione: mercoledì 6 dicembre, ore 18


Entr’acte apre la nuova stagione espositiva con una personale di Nicola Bucci, Mnemosyne, che raccoglie un gruppo di lavori inediti realizzati tra il 1979 e il 1981, coevi alle mostre tenute al Teatro del Falcone (con Francesca Biasetton e Danilo Cavo, 1980) ed al ciclo di opere esposte in occasione della rassegna Lavori in corso alla Galleria d’Arte Moderna di Bologna (1981).

Come l’artista stesso ha dichiarato in un’intervista condotta da Marta Traverso in occasione della mostra Il lavoro dell’artista. Un percorso genovese 1977-1989 (Genova, Palazzo Ducale, 2013), il suo percorso di ricerca in quegli anni «è una riflessione metalinguistica sull’arte. Ovvero: non solo realizzare opere, ma utilizzarle come strumento di riflessione sull’arte, sui suoi linguaggi, sul rapporto fra l’opera e il suo pubblico».

Questi lavori «sono una sinestesia di diversi linguaggi: fotografia, fotocopia, “fotografia della fotografia”, pittura. Un preludio a quella che oggi si chiamerebbe multimedialità. L’immagine ha una funzione concettuale: esprime in forma visuale le teorie espresse da Jacques Lacan, Walter Benjamin, Guy Debord e altri». L’utilizzo di immagini estratte da vecchi libri o giornali, la loro ripresa e iterazione in sequenze analoghe per certi versi allo scorrere della pellicola cinematografica, finiscono per costituire una sorta di «archeologia del presente: siamo così immersi nella nostra contemporaneità che non la vediamo, il salto nel passato è qui un paradigma per comprendere meglio l’oggi».


Nicola Bucci è nato a Genova nel 1961. Docente di discipline pittoriche al Liceo Artistico Klee-Barabino, a partire dal 1985 si è dedicato specificamente alla ricerca filosofica. In quest’ambito ha pubblicato, con Federica Chisalé, Il silenzio delle sirene. Per una critica all'atto di creazione (Edizioni Masnata, 1995) e Considerazioni inattuali (De Ferrari, 2013) oltre a numerosi contributi in riviste. Presso Former, nel 2014, ha tenuto il seminario Capitalismo come religione. Economia, teologia politica critica della religione, a proposito dell’omonimo scritto di Walter Benjamin. Alcuni suoi contributi possono essere letti o seguiti tramite il suo profilo Facebook (https://it-it.facebook.com/public/Nicola-Bucci)  


Preistoria del fuoco. La civiltà incomincia grazie al dono di Prometeo



La domesticazione del fuoco è stata una svolta fondamentale nella vita dell'umanità. Alcune ricerche ne raccontano la preistoria.

Marco Belpoliti

La storia della civiltà incomincia grazie al dono di Prometeo

La legna tagliata e accatastata a fine estate ora arde nella stufa. L'inverno non è ancora arrivato, tuttavia abbiamo già acceso il fuoco. Ogni volta che getto un pezzo di legno nella stufa penso a cosa deve essere stata la vita dell'umanità prima. Prima che il fuoco diventasse una fonte di calore, d'illuminazione e strumento di nutrimento. Secondo Catherine Perlès, autrice di "Preistoria del fuoco" (Einaudi), già all'epoca della glaciazione di Mindel, 450mila anni fa, alcuni uomini mantenevano il fuoco nelle loro abitazioni.

Come se l'erano procurato? Oggi è facile, basta comprare i fiammiferi in una qualsiasi tabaccheria (anche se non tutte vendono più i cosiddetti "svedesi"). Ma come hanno fatto i nostri progenitori a ottenerlo? Veniva ricavato da fonti naturali o era prodotto artificialmente? Tre sarebbero state le fasi dell'ancestrale rapporto dell'uomo col fuoco: in un primo tempo gli uomini non sarebbero stati capaci di padroneggiare quello provocato da fulmini, e ne avevano gran paura; poi hanno imparato a raccoglierlo e ad alimentarlo, senza però riuscire a produrlo; nella terza fase, infine, 400mila anni fa, sono stati in grado di far scaturire il fuoco ogni volta che serviva loro.


Senza il fuoco non saremmo sopravvissuti, e non avremmo avuto la ceramica, la prima arte secondo Lévi-Strauss, e neppure la fusione dei metalli. In breve: niente civiltà. Siamo figli del fuoco, come ci ha spiegato in modo poetico e filosofico, Gaston Bachelard nella sua Poetica del fuoco.

L'uomo si differenzia dagli animali solo il giorno in cui diventa padrone del fuoco; lo fa, come ci rammenta il mito di Prometeo, a spese degli dèi, poiché il fuoco è di natura divina (James G. Frazer, Miti sull'origine del fuoco, Xenia). Se anche noi siamo divini, lo dobbiamo perciò al fuoco. Tuttavia la cosa più interessante che ci spiegano i paleontologi è che la scoperta e l'utilizzo del fuoco presuppone non un progresso tecnico, bensì psichico. L'Australopiteco possedeva già i mezzi necessari per usare il fuoco (fuochi spontanei, conservazione e produzione), però non sembra avesse, scrive Perlès, la struttura mentale per sfruttarli.


Questo scarto si crea nella percezione del rapporto tra percussione o confricazione e produzione del fuoco. Lo scatto è avvenuto lì, nella testa dei nostri progenitori; poi la questione diventa puramente tecnica. Spesso ci dimentichiamo che le scoperte umane sono prima di tutto l'effetto di un progresso psichico e solo dopo di un fatto tecnico, il computer come il fuoco.

Su come l'hanno prodotto i nostri antenati ci viene in soccorso un libro curioso: Fire. L'arte delle fiamme (Piemme) di Daniel Hume. Hume è un esperto di sopravvivenza in zone selvagge, uno di quei curiosi personaggi che cercano di ripercorrere il cammino dell'umanità reinventando i metodi perduti per cui siamo quello che siamo. Appassionato del fuoco da ragazzo, come racconta, è stato in giro per il mondo, dall'Africa all'Asia e all'Oceania, per scoprire come le tribù sopravvissute nelle foreste di quei tre continenti si procurano ancora oggi il fuoco. 


Mentre sto scrivendo giro le spalle alla stufa dove brucia un ciocco di legna che i miei vicini hanno tagliato e io ho stoccato sotto il portico nel mese di settembre. Ho da poco finito di leggere il libro di Hume, seguito naturale del libro di Lars Mytting, Norwegian Wood (Utet). Mentre il libro di Mytting era un libro centripeto, fondato sulle pratiche di taglio e accatastamento della legna, questo di Hume è invece centrifugo: ci porta in giro per il mondo all'inseguimento dei sei metodi fondamentali attraverso cui l'umanità è stata in grado di produrre fiamme quando e dove voleva. Anche se non si è stati scout, tutti conoscono il metodo del piolo a mano, e quello del trapano ad archetto, sua variante: frizionare un legno su un altro legno, possibilmente asciutto, e avere un'esca di paglia o foglie per raccogliere il fuoco.

C'è uno strano connubio di ontogenesi e di filogenesi nel percorrere con Hunt, narratore vivace ed entusiasta, i metodi dei cosiddetti "primitivi", metodi che ci riportano all'infanzia dell'umanità, ma anche alla nostra (o mia), quando accendere il fuoco era un bisogno insopprimibile: non si diventava adulti senza aver fatto questa prova, fosse anche con la lente e il sole (settimo metodo, non antico però). Siamo tutti degli incendiari, potenziali discepoli di Erostrato: è il complesso del fuoco di Bachelard.


Gli altri metodi sono: quello dell'aratro, sempre usando legno; della sega, simile; della cinghia, sua variante; e quello del pistone pneumatico, il più curioso. La base di tutto è strofinare, frizionare e agitare un legno con un altro legno, salvo il caso di accendere il fuoco con le scintille provocate dal percuotere una pietra con un'altra (ottavo metodo). Hume è un tipo pratico e va al sodo. Non si pone il problema di cosa sia per noi il fuoco. Forse non ha neppure letto il libro della Perlès, o l'altro bel volume di Johan Goudsblom, Fuoco e civiltà (Donzelli editore); e neppure si pone la questione che ha coinvolto Richard Wrangham, docente di Antropologia biologica a Harvard, in L'intelligenza del fuoco (Bollati Boringhieri). Questi ha dimostrato come la cottura del cibo abbia modificato l'umanità nel corso di migliaia di anni, problema che neppure Darwin aveva esaminato. Wrangham ha concluso che noi, Homo Sapiens, siamo sopravvissuti perché abbiamo cominciato a cuocere il cibo.

Eppure un fascino un po' selvaggio (e ingenuo) il libro dell'esperto di sopravvivenza Hume ce l'ha. Adesso che l'ho letto, in caso d'improvviso collasso della civiltà, so come accendere un fuoco. Naturalmente spero di non dovermi mai trovare nelle condizioni del protagonista de La strada di Cormac McCarthy. Mai dire mai.


La repubblica – 15 novembre 2017

martedì 28 novembre 2017

Gobekli Tepe, una Stonehenge di 12000 anni fa



Immaginate un complesso di Pilastri a T, finemente scolpiti e posti in cerchio sulla misteriosa collina di Saniurfa, nella Turchia Orientale, in una vasta area che presenta altri complessi templari analoghi ancora da scavare...realizzati oltre novemila anni prima di Cristo, seimila anni prima delle Piramidi e di Stonehenge...

"Questa è la scoperta di un santuario monumentale che, a rigor di logica, non dovrebbe nemmeno esistere. Prima che venisse in luce, infatti, nessuno avrebbe creduto che i nostri predecessori, già 12000 anni fa, fossero in grado di realizzare opere d'arte e d'architettura di tale portata"

GOBEKLI TEPE

conferenza conversazione con il Prof. Roberto MAGGI
Archeologo presso Sopraintendenza per i beni archeologici della Liguria

Sabato 2 Dicembre
ORE 16.00
Bibilioteca Civica A.G. Barrili
Via Barrili CARCARE (SV)  

lunedì 27 novembre 2017

I luoghi magici di Dario Franchello


Situazione Simondo


Giannici. Il rito della pittura


sabato 25 novembre 2017

Sant'Andrea e il Bosco di Savona


Sant'Andrea chiude il mese di novembre e, grazie a uno strano detto, testimonia del secolare legame fra le Langhe e Savona.

Guido Araldo

Sant’Andrea

Il mese di novembre finisce con sant’Andrea, quando nella civiltà contadina si teneva l’ultima fiera dell’anno.

Sant’Andrea apostolo, il cui nome è greco ανδρεία significava virile, valoroso, è un santo sottovalutato in Occidente, eppure un tempo importantissimo al punto di diventare patrono d’intere nazioni: dell’Impero Bizantino che considerava sant’Andrea, e non san Pietro, il vero successore di Gesù, della Scozia la cui ricorrenza è festa nazionale e la cui croce a forma di X sventola nella bandiera di questo paese; della “Grande Madre Russia”, dell’Ucraina, della Grecia, della Romania e dell’antica Repubblica di Amalfi.

Andrea, umile pescatore nel Mare di Galilea, divenne pescatore di uomini con gli altri apostoli; poi, con il fratello Pietro, si divise il mondo: l’Occidente a Pietro; l’Oriente ad Andrea.

Un apostolo un po’ anomalo rispetto agli altri: già discepolo del Battista, come evidenziato dall’evangelista Giovanni, fu il primo a riconoscere a Gesù il ruolo del Messia.


La tradizione lo vuole un grande viaggiatore e anche un buon navigatore. I suoi innumerevoli viaggi lo portarono in molti paesi d’Oriente, quasi un novello argonauta: dalle sponde del Ponto (Nero), all’Asia Minore (Turchia), fino alla Scizia (Ucraina), per poi risalire il fiume Volga nel cuore dell’attuale Russia. Sulla via del ritorno fondò la prima comunità cristiana di Costantinopoli: il seme della Chiesa Ortodossa.

Le leggende dei viaggi di Andrea, con la prima croce infissa a Kiev dall’apostolo, sostituirono il mito degli Argonauti: un mito molto radicato in Grecia e in tutte contrade dell’antico Impero Romano d’Oriente, soprattutto sulle rive del Mar Nero. Emblematico, inoltre, il suo martirio: l’apostolo Andrea finì i suoi giorni a Patrasso, nel Peloponneso, appeso a una croce a forma di X poiché, secondo gli agiografi medioevali, non poteva morire come il suo Maestro. A sua volta San Pietro finì appeso alla croce, ma a testa in giù.

A riguardo di sant’Andrea è opportuno ricordare che anticamente la stagione della transumanza invernale cominciava alla sua festa, il 30 novembre, per finire alla festa di san Marco, il 25 marzo.

    Faggi secolari nel "Bosco" di Savona

Nelle Alte Terre Langasche è rimasto un detto ormai dimenticato: à sant’Andreja us vä à fè ra föja = “a sant’Andrea si va a fare la foglia”. Un detto all’apparenza misterioso che ricorda l’antica transumanza tra le Alte Langhe e la costa ligure in prossimità di Savona, soprattutto nel suo grande bosco (il nemus), dove la stagione invernale è più mite, soprattutto priva d’abbondanti precipitazioni nevose.

Documenti medioevali tuttora reperibili rievocano aspre e sanguinose liti per gli antichissimi diritti di transumanza: da epoche remote i pastori di Saliceto, Cengio, Camerana, Gottasecca, Cosseria vantavano “il privilegio” di condurre greggi e branchi di porci nel grande bosco di Savona che, all’epoca, si estendeva dalle porte della città allo spartiacque alpino. Diritti che i Savonesi, dopo che si ersero a libero comune, tendevano a misconoscere.


(Dal volume Mesi Miti Mysteria)

L'altro Galileo, scienza e arte


Ripensare Galileo. Una grande mostra a Padova espone dipinti, video, oggetti e disegni in un viaggio lungo sette secoli Dopo di lui il cielo non fu più lo stesso.

Raffaella De Santis

L'altro Galileo, scienza e arte

C'è stato un momento a partire dal quale il cielo non è stato più lo stesso. La Luna, i pianeti, la via Lattea, il Sole sono cambiati da quando Galileo Galilei ha puntato il suo cannocchiale in alto e li ha guardati in un altro modo. In quell'esatto momento il cielo è passato dagli astrologi agli astronomi, dalle narrazioni simboliche all'osservazione scientifica.

A Padova si inaugura oggi una mostra interamente dedicata a Galileo Galilei, curata da Giovanni Carlo Federico Villa e Stefan Weppelmann ("Rivoluzione Galileo. L'arte incontra la scienza", Palazzo del Monte di Pietà, fino al 18 marzo), che ha al centro proprio il rapporto tra uomo e universo. La mostra è un viaggio nella storia dell'arte su Galileo, scienziato e letterato, matematico e artista, amante degli astri e di Ariosto. Dice Villa: «Galilei è l'ultimo degli uomini del Rinascimento e il primo della modernità». L'ingresso è affidato ai versi di Primo Levi dedicati al Sidereus Nuncius di Galilei: «Ho visto Venere bicorne / Navigare soave nel sereno / Ho visto valli e monti sulla Luna / E Saturno trigemino / Io, Galileo, primo fra gli umani…».


Il Sidereus Nuncius, che aprirà lo scontro con la Chiesa, era stato pubblicato nel 1610. Galileo, allora professore di matematica a Padova, dove insegnò per 18 anni, era stato il primo ad osservare con un cannocchiale da lui costruito la Luna. Per un anno aveva puntato il suo strumento sul cielo, scoprendo, tra le altre cose, che la Luna aveva monti, valli, asprezze, che la rendevano simile alla Terra.

La mostra è un percorso concettuale ed estetico dal cielo prima di Galileo al cielo dopo Galileo, dai testi astrologici di Igino e Sacrobosco ai disegni astronomici di Leonardo, dall'Origine della via Lattea di Rubens, in cui la galassia alla quale appartiene il sistema solare è ancora mitologicamente avvinta al seno di Era, agli acquerelli e agli schizzi dello stesso Galilei. È esposto per la prima volta anche il ritratto dello scienziato dipinto da Santi di Tito. Dopo aver puntato un cannocchiale sulla superficie lunare è difficile dipingere il satellite come si faceva prima.

    Una sala della mostra

Con il passare del tempo pittori come Gaetano Previati ( La danza delle ore), Pellizza Da Volpedo ( Il sole nascente) o Giacomo Balla ( Mercurio passa davanti al sole) tentano di rendere con le immagini quello che aveva studiato Galileo. «Anche la scomposizione della luce attraverso la tecnica pittorica divisionista ha alle spalle l'osservazione scientifica galileiana», spiega Villa, professore di storia dell'arte a Bergamo e curatore negli anni di grandi mostre, tra le quali quelle su Antonello da Messina, Giovanni Bellini, Lorenzo Lotto, Tintoretto e Tiziano.

La mostra però non si ferma alle suggestioni del passato, ma spinge il gioco delle corrispondenze fino ai tempi più recenti, ai fumetti di Tintìn ( Objectif Lune e On a marché sur la lune) o al cortometraggio protofantascientifico del 1902 di Georges Mèliès intitolato Il viaggio nella Luna ( Le voyage dans la Lune), ispirato a Jules Verne, a H.G.Wells e alle incisioni con cui Gustavo Dorè nel 1868 aveva illustrato Le avventure del barone di Munchausen. Per arrivare infine al film Hugo Cabret di Martin Scorsese, in cui compare come personaggio lo stesso Méliès. E poi ci sono le opere di artisti contemporanei, da quelle spaziali di Anish Kapoor e Thomas Ruff fino all'americano Trevor Plagen, che fotografa scie luminose di rifiuti cosmici e ai video del tedesco Michael Najjar, tra cui Spacewalk, in cui un astronauta nuota nello spazio.


«Dopo Galileo anche lo spazio diventa sempre più prossimo, a portata di mano e noi ci scopriamo una piccola parte dell'universo. Oggi non siamo più noi ad osservare il cosmo, ma è il cosmo che osserva noi», dice Weppelmann, studioso ed esperto di arte italiana, che ha seguito da vicino la curatela della parte contemporanea della mostra. Non c'è da stupirsi. Dopo lo sbarco sulla Luna nel 1969, Italo Calvino, che considerava Galileo il più grande scrittore della letteratura italiana di ogni secolo, scrisse: "Il fatto che siamo obbligati a ripensare la Luna in un modo nuovo ci porterà a ripensare in modo nuovo tante cose". Parole che potrebbero fare da epigrafe alla mostra padovana.

La repubblica – 18 novembre 2017




venerdì 24 novembre 2017

Dalla parte sbagliata della storia. Intellettuali e fascismo

    Ezra Pound

Il fascismo è stato un fenomeno complesso. In alcune sue correnti si presentò come reazione ad una modernità capitalistica vista come massificazione e banalizzazione dell'esistente. La prima guerra mondiale e il crollo delle illusioni positiviste fu il brodo di cultura in tutta Europa di un'ideologia attivistica capace di affascinare anche una parte del mondo intellettuale. Andrea Colombo racconta la storia di sedici intellettuali, da Céline a Pound, in modi diversi sostenitori del fascismo visto come un movimento capace di rigenerare una Europa in decadenza.

Claudio Gallo

I maledetti del Novecento catturati dal vortice fascista


Come l’Angelus novus di Klee, che Benjamin vedeva con lo sguardo rivolto all’indietro, l’inizio del XXI secolo resta ossessionato dagli orrori e dalle passioni del secolo precedente. In questo filone di febbrile rilettura si colloca I maledetti, dalla parte sbagliata della storia di Andrea Colombo (Lindau, pp. 262, € 21) le vicende di sedici grandi e meno grandi intellettuali contaminati dall’ombra demoniaca del ’900. La scelta dell’autore è subito chiara, niente taglio saggistico, niente note: il lettore è affidato al potere delle storie individuali attraverso una scrittura giornalistica che mentre spiega vuole intrigare.

Che cosa accomuna questi personaggi così diversi tra loro (Hamsun, Céline, Benn, Heidegger, Gentile, Lorenz, Riefenstahl, Cioran, Eliade, Sironi, Marinetti, Pound, Wyndham Lewis, Evola, Brasillach, Eliot) è suggerito da Colombo nell’introduzione: «la consapevolezza che l’800, il secolo dei buoni sentimenti, del liberalismo, delle democrazie, della speranza ottimistica in un progresso illimitato, era definitivamente tramontato. Dalle macerie della Prima guerra mondiale doveva sorgere un nuovo mondo completamente trasfigurato».


Illustrano bene quello spirito che aleggiò a più riprese sull’Europa, dall’inizio del ’900 agli Anni 40, le parole di George Valois, passato dall’anarco-sindacalismo al Faisceau, il fascismo francese, e morto anti-nazista nel lager di Bergen-Belsen. Le cita Zeev Sternhell nel classico Né destra, né sinistra: «Fascismo e Bolscevismo sono una stessa reazione contro lo spirito borghese e plutocratico. Al finanziere, al petroliere, all’allevatore di maiali che credono di essere i padroni del mondo e vogliono organizzarlo secondo la legge del denaro, secondo i bisogni dell’automobile, secondo la filosofia dei maiali, e piegare i popoli alla politica del dividendo, il bolscevico e il fascista rispondono levando la spada». Nonostante nel secondo dopoguerra i due movimenti politici siano stati talvolta collocati nella medesima categoria di totalitarismo, l’accostamento tra fascismo e comunismo sembra ancora oggi arduo, ma proprio per questo testimonia bene lo spirito insofferente dell’epoca.

L’irrazionalismo fascista e il culto della razza sfociano nell’antisemitismo che l’autore ritrova in quasi tutti i suoi protagonisti. Non si tratta di un antisemitismo granitico: ci sono sfumature e differenze importanti come faceva notare negli Anni 70 il finlandese Tarmo Kunnas nel suo La tentazione fascista. Non giustificano un’assoluzione, ma rivelano una realtà non facilmente riconducibile e categorie generali troppo nette: apparentemente, il razzismo non fa parte, ad esempio, dell’orizzonte di Ernst Jünger o di Gottfried Benn, mentre è radicato nell’irrazionalismo di Céline (una parola definitiva sul tema l’hanno detta Pierre-André Taguieff e Annick Duraffour in Céline, la race, le juif pubblicato in Francia da Fayard all’inizio dell’anno).

D’altra parte il fascismo, come reazione alla ragione positivista e all’ipocrisia borghese, si appella alla volontà, all’inconscio, a tutto un armamentario irrazionale nemico di ogni misura. Il risultato non cambia, ma talvolta leggendo Céline o Drieu La Rochelle ci si chiede se certe conclusioni aberranti non siano più imposte dal demone dello stile che dal pensiero.

    Céline

Ripercorrendo le vite dei proscritti di Colombo, si riflette anche sulla consistenza dell’individualità: tutt’altro che definita, nei sedici ritratti sembra un serraglio di personaggi che in ciascuna testa si alternano più o meno imprevedibilmente sul palco della coscienza. Grandezza e meschinità, angeli e demoni. Come poteva Ezra Pound, geniale architetto dei Cantos, lodare dal manicomio criminale le idee desolanti di John Kaspers, impresentabile suprematista bianco?

Eppure, sia Against Usura sia gli apprezzamenti della retorica razzista stile Ku Klux Klan escono dallo stesso cervello, anche se, probabilmente, non dalla stessa persona. Ma tutto questo al giudice non importa, per la giustizia e per la morale ognuno di noi è un individuo e quello soltanto. Dimenticarlo sarebbe come minacciare l’esistenza del nostro mondo.


La Stampa – 22 novembre 2017

Pietro Ingrao, Memoria



In libreria le memorie di Ingrao. Le leggeremo con l'attenzione che meritano i ricordi di uno dei protagonisti della storia della sinistra. Francamente non ci attendiamo molto. Uomo di molte parole, ma di poca sostanza politica, Ingrao fu più che altro un grande equilibrista, impegnato a dare costantemente una veste “di sinistra” al proprio adattamento a tutte le svolte della politica del PCI. Tanto bastò a dargli fama di eretico presso una sinistra intellettuale salottiera e inconcludente, alla costante ricerca di un padre protettore. E comunque, visti gli attuali candidati al ruolo (i Grasso, Pisapia, Boldrini, Falcone, Montanari di cui son piene le pagine dei giornali) anche Ingrao (che come si è capito, non amiamo particolarmente) assume ai nostri occhi figura di gigante.


Paolo Franchi

Le tante guerre di Pietro Ingrao Il comunista che sapeva ascoltare


Rinvenuto da Nino Cardillo tra le carte di Pietro Ingrao, spunta un inedito datato 1998, Memoria , domani in libreria, con una bella postfazione del curatore Alberto Olivetti, per i tipi della Ediesse, la casa editrice della Cgil. Dentro ci sono gli ultimi settant’anni del Novecento letti da un comunista tanto atipico quanto cocciuto. E soprattutto riflessioni, giudizi, ricordi, vividi flash, utilissimi per capirne meglio il profilo politico e intellettuale. Che emerge già dal titolo con cui Ingrao aveva inizialmente archiviato questo testo, Memorie di guerra , in chiaro riferimento alla «imperiosa inclinazione militare» assunta nel secolo scorso dallo scontro politico e sociale, e alla «lettura armata» di questo, diffusa non soltanto tra i comunisti, ma tra i comunisti, cresciuti nel mito della rivoluzione d’Ottobre, particolarmente radicata. È sulla possibilità di emanciparsene senza rinunciare a una prospettiva, o meglio a un processo di liberazione che Ingrao, contro lo spirito del tempo, testardamente si interroga.

Memoria, memorie di guerra. È sull’onda della guerra civile spagnola che il ventenne o poco più Pietro Ingrao, studente universitario annoiato ma appassionato neoiscritto al Centro sperimentale di cinematografia, incontra i comunisti, ai suoi occhi interpreti della «lotta al fascismo che rifiutava l’attesa»: sin lì, è stato fascista, «non solo ebbi la tessera, partecipai». Certo, ai Littoriali ha scoperto l’esistenza del dissenso; certo, ha visto e letto, amandoli, film e libri che con la retorica fascista non c’entrano proprio. Magari il dubbio si è già insinuato in qualche modo nella sua testa. Ma è solo di fronte all’ alzamiento di Francisco Franco, uno shock, che il cammino trova il suo sbocco: comincia il tempo della cospirazione. C’è il tempo dei «passaggi ibridati» e delle «vie tortuose e persino ambigue». E c’è il tempo delle scelte di vita.

Memoria, memorie di guerra. La Resistenza, la clandestinità, la fame. E infine la pace, la corsa all’alba per vedere i carri armati americani per le strade di Roma, l’arruolamento volontario come sergente nell’Esercito di liberazione, la miseria e le speranze di un’Italia allo stremo, «l’emozione grande di quando vedemmo ritornare dagli Usa Misha Kamenetzky, e scrivere con il nome di Ugo Stille sul “Corriere della Sera”». Ma soprattutto il Partito («allora lo scrivevamo con la maiuscola»), e «l’Unità», dove Palmiro Togliatti spedisce tanti giovani di belle speranze come lui, da Alfredo Reichlin a Luciano Barca, da Luigi Pintor a Luca Pavolini, ad inventarsi magari controvoglia giornalisti, «caricati dall’obbligo di orientare la sinistra, giorno dopo giorno, in un Paese sortito da una sconfitta storica e avviato verso un domani abbastanza ignoto».

La Seconda guerra mondiale è appena terminata, se ne apre una nuova, fredda ma sempre sul punto di riscaldarsi. Per il Pci il contraccolpo è durissimo, stretto com’è «nell’angolo dal conflitto tra i due blocchi e l’adesione fatale allo stalinismo». Come tutti i partiti «fratelli», ricorre a un linguaggio e a una cultura «militari», invoca (Togliatti) una «ferrea disciplina», teorizza (Ingrao) la necessità imperiosa di stare «da una parte della barricata». Ma, a differenza di altri, resiste. Perché — questa è la tesi di Ingrao — con tutta la sua struttura gerarchica promuove una straordinaria «dilatazione della politica», che investe la quotidianità, chiamando al rapporto con gli altri anche i militanti più settari, e diventa così «l’interprete di estesi bisogni civili e, assieme, l’allusione a un rivolgimento sociale». Quando non riuscirà più a farlo, inizierà un inesorabile declino.


Memoria, memorie di guerra. Conta, eccome, il condizionamento internazionale. Quanto, lo prova l’«indimenticabile 1956», per Ingrao «il primo lampo del lento tornado che poi travolgerà» il comunismo mondiale. Prende corpo l’inimmaginabile, a cominciare dallo scontro mortale tra Mosca e Pechino. Nel 1962, in una Cuba che non gli piace neanche un po’, un emozionato Ingrao chiede al Che cosa pensi del movimento operaio europeo: «La risposta che diede mi ghiacciò: mi disse che… era perduto, stava nell’altro campo».

Poi le speranze si appuntano, invano, sul Vietnam. Prima della fine i rapporti si diplomatizzano, in un dialogo tra sordi. Nel 1980 Ingrao è in Corea del Nord, per incontrare Kim il Sung: «Mi domandavo, uscendo, quale vento aveva portato a incontrarsi in quei siti imperiali un intellettuale comunista della penisola italiana e quel vecchio rivoltoso contadino di un estremo angolo dell’Asia. Ambedue in qualche modo accomunati da una storia che avevamo chiamato comunismo».

Memoria, memorie di guerra. Lo stragismo, Aldo Moro, le Brigate rosse. Ingrao è presidente della Camera. Chi sono i brigatisti? «Ricordo l’ostinata saggezza con cui mia moglie mi diceva: sei sciocco; ti fa comodo cavartela dall’impiccio in questo modo, dicendo che non è roba nostra… In qualche modo erano “nostri”, o almeno assai prossimi». Nel 1978 milita autorevolmente nel partito della fermezza. Vent’anni dopo annota: «A guardare oggi, con la calma della distanza, quelle vicende tragiche, non vedo come escludere l’ipotesi che si potesse trattare per la vita di Moro e sconfiggere i brigatisti». Domande, risposte, domande. Forse sono proprio questa capacità di ascolto e questo impenitente interrogarsi il principale lascito (smarrito) di Pietro Ingrao.

Il Corriere della sera – 22 novembre 2017

giovedì 23 novembre 2017

Com'è profondo il mare. Il '77 di Lucio Dalla



Riedizione a quarant'anni di distanza di «Com'è profondo il mare», lo storico album dell'artista bolognese. Otto pezzi con stratificazioni sonore e vocali.

Fabio Francione

Il settantasette di Lucio Dalla


Musicalmente questo 2017 si sta trasformando in una splendida corsa del gambero, il cui viaggio a ritroso si ferma inevitabilmente a quarant’anni fa, con sporadiche eccezioni risalenti al 1967. Ma il riferimento è a quel 1977 che produsse tra le tante cose anche molta musica. Non dimenticando che essenzialmente il ‘77 fu spartiacque, di una generazione faticosamente tesa ad uscire dagli anni di piombo e votata a reinventare con altri mezzi quella fantasia che, per pochi anni, aveva acceso le intelligenze di tanti. Ed infine che, curiosamente, quarant’anni dopo si trova a dover lasciare il testimone ad un anniversario che lo soppianterà per mole di celebrazioni: il cinquantennale del ’68.

Dunque questo è il 2017 e in musica il 2018 già si preannuncia pieno di novità: il prossimo 4 marzo Lucio Dalla avrebbe compiuto 75 anni e anche qui giù altre sorprese, la prima delle quali è stata presentata all’Auditorium Sony di Milano con l’uscita della Legacy Edition di Com’è profondo il mare (doppio cd con 7 tracce di versioni live inedite e in vinile) e l’anteprima della prima delle sette puntate di 33 giri – Italian Masters dedicata per l’appunto al disco del ’77 del cantante bolognese (stasera ore 21.15 su Sky Arte). La pubblicazione celebrativa del disco e la coincidenza degli anniversari che scivoleranno via nei prossimi mesi hanno suggerito come i due poli contrassegnati dal ’68 e dal ’77 siano stati, non a caso, i due punti di svolta della carriera di Lucio Dalla.

Il primo consegnò con l’uscita del film I sovversivi dei fratelli Taviani, un artista impegnato e lontano dalle apparizioni sanremesi, mentre il ’77 lo consacrerà tra i nostri maggiori cantautori. Infatti reduce dalla trilogia progettata e realizzata con il poeta Roberto Roversi e chiusasi con Automobili e con non pochi strascichi polemici – ben presto spente dallo stesso poeta che riconobbe, così si dice, la grandezza dei testi di Com’è profondo il mare – Dalla avvertì l’esigenza di voltare pagina e si rifugiò a scrivere alle Tremiti, le isole dell’Adriatico dove costruì il suo buen retiro.

Non erano stati anni facili, spesso il successo non arrivava e in concerto erano più lanci di ortaggi ad occupare la scena che a ricevere applausi. Oggi sono solo osanna, allora erano fischi. Ron ricorda con trasporto lo stato di grazia in cui Dalla scrisse quelle otto canzoni che andarono a comporre il disco e come questo incantesimo produsse i due lavori successivi.

Nessuna delle quali fu un riempitivo. Tutte erano pronte per stare lì al loro posto. Titoli come Quale allegria o Disperato erotico stomp divennero elegie per un pubblico sempre più smaliziato. Lo stesso cantante pavese prestò chitarra e pianoforte a quasi tutti i brani: «Allora ascoltavo molto Neil Young, soprattutto ero affascinato da Harvest, la chitarra di Com’è profondo il mare arriva proprio dal modo di suonare di Young». Il sound ipnotico di quella chitarra si eleverà anche al di sopra delle tastiere e sulle stratificazioni sonore e vocali che diventeranno il marchio di fabbrica di Dalla e di un album, a cui sta stretta la definizione di capolavoro.


Il Manifesto – 22 novembre 2017

"Vedrai mirabilia". Un libro di magia del Quattrocento


«Vedrai mirabilia», un antico manuale anonimo del Quattrocento per operazioni di magia bianca e nera, è occasione di una riconsiderazione del ruolo della magia rituale negli ambienti intellettuali dell'Italia prerinascimentale.

Marina Montesano

Un manuale per negromanti

Nei primi secoli dell’età medievale, la tradizione della magia colta, tipica del mondo ellenistico e strettamente collegata con la gnosi, era nota soltanto attraverso gli scritti di Tertulliano e di Agostino, ripresi nel VII secolo dall’«enciclopedia» di Isidoro di Siviglia, ma a lungo essa era sembrata una realtà lontana, relegata al passato. La cosiddetta «rinascita» del secolo XII mutò radicalmente questo panorama, comportando anche la crescente diffusione di testi magici, specialmente di stampo astrologico, ricondotti dall’antichità e ravvivati dai testi ebraici e musulmani.

La società basso e tardomedievale non elaborò pareri e comportamenti univoci nei confronti di tali fenomeni. Da un lato, la preoccupazione per la vanitas magicarum era rinverdita da una larga parte del mondo ecclesiastico, con in testa i domenicani e poi i francescani, per i quali il magus va accostato ai «negromanti» (termine che deriva da «necromanti», ossia coloro che divinavano interrogando i morti, ma che aveva ormai assunto una valenza più ampia) e agli astrologi, cioè a coloro che oggi tendiamo a definire nell’ambito della «magia cerimoniale colta» e di forme elaborate di divinazione. D’altro canto, quei secoli conobbero anche una ripresa «in positivo» della magia come scienza sperimentale e naturale.

Ma di quali strumenti si servivano i «negromanti»? Se è vero che le testimonianze in negativo sono prevalenti, è possibile identificarne certi caratteri di fondo a partire da alcuni libri che venivano usati dagli stessi «maghi». Fra questi, i più celebri sono quelli che si riteneva tramandassero notizie sui presunti poteri magici del biblico re Salomone. Al leggendario sovrano si attribuiva la stesura di numerosi testi magici, come il Testamentum Salomonis, che descrive i demoni principali e il modo per sottometterli al proprio volere; abbiamo notizia anche di un Liber Salomonis, bruciato nel 1350 su ordine di papa Innocenzo VI. Nel suo Speculum astronomiae Alberto Magno ne ricordava numerosi, la gran parte dei quali non è giunta sino a noi.


La «Clavicuka salomonis» era forse il più noto di tutti; la copia manoscritta più antica, in greco, risalente al XII-XIII secolo, è oggi conservata presso il British Museum di Londra. Ne esistono tuttavia numerose varianti, molte delle quali pubblicate a stampa nei secoli successivi. L’origine sembra esser stata prevalentemente ebraica, con interpolazioni greco-egiziane, e più in generale orientali, e solo remotamente cristiane. Le preghiere devote a Dio si accompagnano a una accentuazione della necessità per l’officiante il rito di requisiti di castità, digiuno e nitore; tuttavia la finalità appariva tutt’altro che devota, essendo sovente rivolta a procurarsi mezzi magici per seminare morte, discordia e distruzione.

Per il periodo fra XIV e XV secolo gli studi più recenti mostrano l’effettiva diffusione nella società di rituali di magia «nera». Il Picatrix, il più celebre fra questi testi, ha ricevuto studi ed edizioni. Nel 1998 lo studioso statunitense Richard Kieckhefer ha trovato e pubblicato un vero e proprio manuale quattrocentesco di tecniche «negromantiche», Forbidden Rites. A Necromancer’s Manual of the Fifteenth Century, purtroppo mai tradotto in Italia.

Si saluta quindi con grande piacere lapubblicazione di Vedrai mirabilia. Un libro di magia del Quattrocento, a cura di Florence Gal, Jean-Patrice Boudet, Laurence Moulinier-Brogi (Viella, pp. 470, euro 46), un anonimo manuale in volgare che appartiene all’Italia del Quattrocento. Presentazione ed edizione sono estremamente accurate, opera di specialisti del settore; ma nulla tolgono alla godibilità del testo, che mescola magia astrale, «negromanzia» e rituali apotropaici: «Vedrai mirabilia» è il motto ricorrente che l’anonimo estensore impiega per attirare l’attenzione dei suoi lettori.

Ma il libro apre allo stesso tempo uno spaccato raro sulla storia sociale e culturale del tempo perché, come scrivono nell’introduzione, l’Italia del Quattrocento era terreno fertile per questo tipo di scritti, data la grande diffusione dell’astrologia presso le corti aristocratiche, in collegamento con la cultura del Rinascimento, che guardava con favore al mondo antico, del quale tecniche e riti che noi definiamo «magici» erano stati componenti fondamentali.


Il Manifesto – 22 novembre 2017

mercoledì 22 novembre 2017

Salvare i libri è mantenere viva la speranza


Un monaco domenicano, padre Michaeel Najeeb, ha digitalizzato ottomila manoscritti cristiani e islamici del suo convento di Mosul prima dell'arrivo dei miliziani dell'ISIS. Molti sono ora al sicuro nel Kurdistan iracheno.


Daniela Fuganti

“Così ho salvato dal Califfo i tesori delle fedi monoteiste”


Quando nel 2014 Mosul cade nelle mani dell’Isis, migliaia di cristiani fuggono dalla pianura di Ninive, nel Nord dell’Iraq. Nel corso di una straordinaria epopea, padre Michaeel Najeeb - di cui in Francia è appena uscito il libro Sauver les livres et les hommes (ed. Grasset) - salva migliaia di antichi manoscritti destinati alle fiamme dai jihadisti. In questi giorni a Parigi una mostra all’Istituto del Mondo Arabo evoca la storia millenaria dei «Cristiani d’Oriente».

Padre Najeeb, la mostra all’Ima percorre la storia dei cristiani del mondo arabo. Nel suo libro, lei racconta invece l’attualità, ciò che ha vissuto in prima persona durante la tragica scalata dell’Isis.

«Sono nato e cresciuto a Mosul. Insieme con i nostri cugini di Palestina, più che “cristiani d’Oriente” noi siamo innanzitutto i “primi cristiani”. Molti di noi discendono in linea diretta da quegli ebrei che vivevano in cattività in Mesopotamia parecchi secoli prima della nascita di Gesù. La culla del cristianesimo è in Oriente: il primo Papa, San Pietro, era palestinese; Gesù era ebreo e parlava l’aramaico, la stessa lingua che noi usiamo oggi. Tuttavia in Oriente i cristiani hanno sempre vissuto in stato di inferiorità, fra persecuzioni, esodi e umiliazioni, anche prima dell’islam».



Dal suo convento, a Mosul, lei ha potuto osservare gli eventi e percepire in questi ultimi anni i segnali di ciò che sarebbe accaduto.

«Il convento di Mosul, dove sono rimasto fino al 2007, quando i miei superiori mi ordinarono di lasciarlo per le rappresaglie di salafiti e islamisti - rapimenti e omicidi di preti, vescovi e civili - è sempre stato per me un punto di riferimento. Bambino, passavo il tempo nella sala di lettura. La biblioteca, oggi distrutta, era il polmone culturale della regione, un luogo magico: a metà del XIX secolo, i domenicani avevano fatto venire dall’Europa la prima tipografia della regione, funzionante fino all’arrivo degli Ottomani che buttarono i macchinari nel Tigri. Il mio timore era che questo tesoro andasse un giorno perduto, così negli Anni 90 mi sono improvvisato bibliotecario, ho fatto un inventario e ho cominciato a digitalizzare più di ottomila manoscritti».

Aveva un brutto presentimento?

«All’inizio l’ho fatto per salvaguardare documenti di valore inestimabile. Testi di storia, filosofia, spiritualità cristiana e musulmana, letteratura e musica, scritti in aramaico, siriaco, arabo, armeno, redatti fra il XIII e il XIX secolo; ma anche testi islamici, e i due libri sacri degli Yazidi, la più antica e straordinaria religione monoteista, insediata in Mesopotamia fin dal III millennio, che ha influenzato il giudaismo, il cristianesimo e l’islam. Nel 1990 ho fondato il Cnmo (Centro digitale di manoscritti orientali). Da 25 anni percorro il Paese in lungo e in largo per scovare capolavori nascosti».

Di questi ottomila manoscritti digitalizzati, la metà non esiste più, distrutta dall’Isis. Quelli che rimangono sono oggi al sicuro a Erbil, nel Kurdistan iracheno. Come è riuscito a salvarli?

«Nel 2007 Mosul era diventata troppo pericolosa, allora trasferimmo la nostra preziosa biblioteca nel convento domenicano della vicina città di Qaraqosh, ritenuta più sicura».

Non per molto, visto che nel 2014 l’Isis ha occupato Mosul, e subito dopo Qaraqosh.

«In effetti, a fine luglio 2014, una decina di giorni prima che le due città capitolassero, ci rendemmo conto che la situazione stava precipitando, e improvvisammo il gigantesco trasloco dei nostri tesori: quadri, manoscritti e incunaboli, da Qaraqosh a Erbil, distante 70 chilometri, ripromettendoci di fare un secondo trasferimento la settimana seguente. Il viaggio è avvenuto nella notte tra il 6 e il 7 agosto, ma non nel modo previsto».



Che cosa accadde?

«Ero rimasto a Qaraqosh con altri due fratelli. Alle 6 del mattino, un’esplosione svegliò la città. La sera, assordati dagli spari dei kalashnikov ormai vicini, stipammo nella confusione più totale il maggior numero di manoscritti possibile nelle mie due macchine. Per ritrovarci, stracarichi, sulla sola strada che porta in Kurdistan, annegati nell’immenso esodo delle popolazioni cristiane e yazide in fuga verso Erbil, in mezzo ai soldati curdi e agli ufficiali peshmerga che si ritiravano clacsonando all’impazzata. All’ultimo si aprì la frontiera, che riuscimmo a varcare solo a piedi, con il nostro carico di incunaboli sulle braccia, fra le pallottole che ci fischiavano intorno e la bandiera nera dell’Isis in lontananza. Penso all’esodo di Mosè e del popolo ebraico. Il nuovo faraone si chiama Abu Bakr al-Baghdadi, questa notte atroce segna il suo trionfo e mostra volto nero dell’islam. Nel Corano (sura 9, versetto 28), Maometto ordina di combattere tutti quelli che non credono in Dio e nel suo Profeta. Esattamente ciò che fecero i musulmani nel VII secolo, le guerre sante in nome di Dio, uccidendo e rubando le terre delle popolazioni conquistate».

Come ha trovato Mosul dopo la liberazione dall’Isis?

«L’Isis ha distrutto la storia di Mosul, l’antica Ninive, facendo saltare in aria la tomba del profeta Giona, venerata da cristiani, ebrei e musulmani. Era il simbolo della città: sotto le vestigia del XII secolo c’era una chiesa, posata su una sinagoga, posata a sua volta su vestigia assire, il palazzo di Assurbanipal. Camminando ai piedi delle mura, ho inciampato su una lastra mezza sepolta, coperta di caratteri cuneiformi. Mentre la spolveravo con devozione, un vecchio con la kefiah in testa mi guardava sfiorando il masso con il suo bastone: “Non preoccuparti, c’è un sacco di pietre come queste nella città. Sono lì da sempre, e saranno ancora lì quando tu non sarai più di questa terra”».


La Stampa – 21 novembre 2017

E' morto Massimo Quaini, tra i più noti geografi italiani e ambientalista controcorrente


Lo abbiamo conosciuto quasi cinquant'anni fa, giovane professore all'Università di Genova, uno dei pochi capace di dialogare davvero con noi studenti pieni di rabbia (giusta) per un'Università ancora per pochi e di speranze. Non lo abbiamo più incontrato, ma abbiamo continuato a seguirlo attraverso i suoi studi (fondamentali quelli sulla storia del paesaggio ligure) e il suo costante impegno civile. E' stato un grande intellettuale e un uomo onesto in un mondo accademico che non lo amava e forse neppure lo meritava.

Marco Preve

E' morto Massimo Quaini, tra i più noti geografi italiani e ambientalista controcorrente


Si è spento questa notte Massimo Quaini, 76 anni, uno dei più noti geografi italiani, docente in pensione all’università di Genova, interprete in maniera autonoma e spesso controcorrente dell’ambientalismo. Un suo libro degli anni ’70 “Marxismo e  geografia” venne tradotto in diverse lingue.

Appassionato difensore del territorio senza mai però deviare nell’integralismo, Quaini aveva trasferito le sue conoscenze e i suoi studi anche nell’impegno sociale dando vita nel 2003 all’associazione ambientalista "Memorie&Progetti" di Pieve Ligure che aveva poi originato  l'Osservatorio dei due Golfi Paradiso e del Tigullio.

Con alcuni amici come Carla Scarsi e Pietro Tarallo aveva dato vita ad un periodico, Creuze, luogo di analisi, dibattito e anche di denuncia di speculazioni edilizie e politiche. Senza mai perdere lo sguardo critico e l’indipendenza aveva sempre accettato il confronto e le collaborazioni con la politica partecipando a convegni, studi, pubblicazioni.

Ma la politica non lo aveva mai amato, e anche quando il suo nome avrebbe dato lustro a livello internazionale alla Liguria come presidente del Parco di Portofino, il suo spirito libero si tramutò in insormontabile ostacolo.

D’altra parte le sue idee in tema di paesaggio e mutazioni sociologiche erano troppo critiche rispetto al pensiero dominante, ad esempio in tema di sfruttamento intensivo turistico. In un suo libro di oltre dieci anni fa, “L’ombra del paesaggio”, disegnava perfettamente il paesaggio morale dei liguri e dei loro esponenti politici, denunciando con largo anticipo il “rischio di trasformare le Cinque Terre in un Parco tematico stile Disneyland dove è possibile avere un surrogato di esperienza della geografia mondiale attraverso un simulacro. La differenza è che qui, accanto al simulacro abbiamo anche la realtà ma, potenza dei simulacri, nessuno la vive nella sua concreta dimensione storico sociale, al massimo la guarda…”.

Oggi che alle Cinque Terre si parla di numero chiuso il libro di Quaini andrebbe studiato nelle scuole e nei consigli comunali.