TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 31 ottobre 2017

Diventa storia l'avventura eretica dei GAAP di Masini e Cervetto



Giorgio Amico

Diventa storia l'avventura eretica dei GAAP di Masini e Cervetto

E' finalmente disponibile il primo volume di un'opera importante che ricostruisce dettagliamente la storia dei Gruppi Anarchici d'Azione Proletaria, audace tentativo fra il 1949 e il 1957 di costruire un nuovo tipo di organizzazione politica capace di fondere al meglio anarchismo e marxismo. Rifiutata da gran parte degli anarchici come “partitista”, l'esperienza dei GAAP proseguì fino al 1957 quando il gruppo confluì nel nascente Movimento della Sinistra Comunista (Azione Comunista). Un'esperienza importante per molti motivi, non ultimo l'evoluzione teorico politica di Arrigo Cervetto, il fondatore di Lotta Comunista. Un momento poco conosciuto della storia recente del movimento operaio italiano che questa meritoria operazione editoriale di una piccola casa editrice  d'ambito libertario fa ora diventare patrimonio comune di militanti e studiosi. Ne riportiamo la presentazione editoriale.


Tra il 1949 e il 1957 si consuma all’interno dell’anarchismo italiano una profonda frattura, figlia della sua crisi politica e ideologica maturata dalla sconfitta degli anni Venti e Trenta. Una delle esperienze forse meno conosciute di quel periodo storico sono stati i Gruppi anarchici d’azione proletaria.

La scelta del gruppo di militanti che si aggregarono intorno a Pier Carlo Masini, il principale ispiratore e responsabile della nascita dei gaap, è stata quella di voler costruire un’organizzazione politica di «quadri», un «partito» libertario con una prospettiva internazionalista/libertaria, classista e consiliarista.

La loro parabola si chiuderà dopo il fatidico 1956 (Rivolta d’Ungheria) quando questa esperienza si fonderà con quella dei Gruppi d’azione comunista – movimento dissidente comunista ispirato da Giulio Seniga – formando il Movimento della Sinistra comunista. 

L’opera, di cui è per ora disponibile il primo volume, si compone di tre tomi, i primi due contengono gli atti e i documenti dell’organizzazione selezionati attraverso il riordinamento dell’archivio dell’organizzazione – conservato oggi dalla Biblioteca F. Serantini –, il terzo le biografie dei militanti e simpatizzanti che formarono il nucleo di questo “ardito” esperimento politico.

Si vuole offrire con questo lavoro per la prima volta in forma integrale agli studiosi e ai lettori il principale corpus documenta dell’organizzazione, uno strumento per colmare un vuoto di documentazione su questa pagina di storia dell’anarchismo del ’900 non sempre adeguatamente indagata e conosciuta.


Franco Bertolucci (a cura di)
Gruppi Anatchici d'Azione Proletaria. Le idee, i militanti, l'organizzazione
1. Dal fronte popolare alla "legge truffa": la crisi politica e organizzativa dell'anarchismo
Biblioteca Franco Serantini
Euro 40

Caporetto, autobiografia di una nazione



In modo molto meno drammatico, ma altrettanto intenso Caporetto anticipa l'8 settembre. Entrambi segnano un momento di cesura. Il primo fra l'Italia giolittiana e il dopoguerra (che fu fascista, ma poteva anche essere bolscevico, come si resero ben conto i poteri forti che non a caso puntarono su Mussolini). Il secondo tra il monarco-fascismo e la repubblica democratica. Entrambi, poi, sempre più ci appaiono metafore del presente di un'Italia che ha perso ogni spinta propulsiva (come l'Italia giolittiana e quella fascista), ma senza che al momento si delineino prospettive reali di cambiamento e di ripresa. Forse davvero, come scrive Gentile, il centenario di Caporetto dovrebbe essere occasione di un ripensamento complessivo della nostra storia recente.

Emilio Gentile

A 100 anni da Caporetto. Il trauma nazionale

Si suicidò il 4 novembre 1917 il senatore Leopoldo Franchetti. Aveva settanta anni, e ne aveva dedicati oltre quaranta, come studioso e come politico, all’emancipazione dei contadini e del Mezzogiorno, che da giovane aveva percorso a cavallo per conoscere personalmente le condizioni economiche e amministrative delle province meridionali. Di famiglia ebraica livornese, ricco proprietario terriero, conservatore liberale, lasciò le sue terre ai contadini, che le lavoravano, e il suo patrimonio a un istituto di beneficenza. Fautore dell’intervento italiano nella Grande Guerra, si uccise perché affranto dalla catastrofe di Caporetto.

Per lo stesso motivo, fu sul punto di farsi «saltare le cervella» Leonida Bissolati: «È finita per noi. Noi dobbiamo scomparire. Noi siamo stati coloro che hanno fatto il sogno della più grande Italia. Abbiamo voluto creare un’Italia militare. Abbiamo errato. Costruivamo sul vuoto. Gli italiani non erano preparati. Noi ci facevamo illusioni: noi abbiamo con questo trascinato l’Italia a questo punto. Perciò dobbiamo pagare, e scomparire». Bissolati non era un nazionalista: era un socialista riformista, interventista democratico, volontario e combattente a 58 anni, assertore del principio di nazionalità, tanto che dopo la guerra si oppose all’annessione all’Italia di territori dove la popolazione non era in maggioranza italiana.

Il proposito del suicidio non sfiorò il generale Luigi Cadorna, capo di Stato maggiore dell’esercito, che addossò la colpa della disfatta alla viltà dei soldati e alla propaganda disfattista dei neutralisti. Altri considerarono la rotta di Caporetto uno «sciopero militare», fomentato dai socialisti e suscitato dall’esempio della rivoluzione in Russia, oppure una rivolta dei fanti contadini che versavano maggior copia di sangue nella «guerra dei signori», costretti a combattere e a morire sotto la sferza di una ferrea e spietata disciplina.

Nessuna di queste spiegazioni era prossima alla verità di un disastro che aveva origini e cause esclusivamente militari, anche se la gravità delle sue conseguenze indusse molti contemporanei a considerare la rotta di Caporetto la rivelazione di una profonda crisi morale, che coinvolgeva, nell’attribuzione delle responsabilità, oltre ai comandi militari, l’intera classe dirigente.
«Catastrofi come la presente non si esauriscono in una causa occasionale, ma sono il risultato di fattori complessi, molteplici, remoti», scriveva Giuseppe Prezzolini, interventista e volontario in guerra, all’indomani di Caporetto, in una delle più acute analisi delle carenze militari, politiche e sociali, che avevano reso possibile la trasformazione di una disfatta militare in una catastrofe nazionale, che pareva travolgere l’esistenza stessa dell’Italia unita, mostrando la fragilità delle sue precarie fondamenta statali e morali.



Anche se, un decennio più tardi, un grande storico come Gioacchino Volpe, militante nazionalista e fascista, ironizzava su quanti, per spiegare Caporetto, «la pigliavano di lontano e rivangavano tutta la storia d’Italia, presentandola quasi come teologicamente orientata verso Caporetto», all’indomani della catastrofe, con il nemico che occupava gran parte del Veneto, intellettuali e politici non afflitti da retorica ritennero necessario affiancare, alla resistenza armata dell’esercito, un «esame nazionale» per suscitare una resistenza morale non occasionale ma tale da operare nel profondo della coscienza collettiva. Nel novembre 1917, alcuni studiosi e combattenti di vario orientamento costituirono un Comitato per l’esame nazionale, col proposito di riscrivere la storia italiana dal Rinascimento alla Grande Guerra alla luce della rotta di Caporetto.

La premessa dell’iniziativa non era soltanto scientifica, ma esplicitamente politica, perché i promotori facevano risalire le «responsabilità mediate e profonde» di Caporetto, «a cinquant’anni di mal governo, di corruzione politica, di dittature parlamentari, di menzogne elettorali, di assenza della scuola popolare, di voluto e sistematicamente procurato servilismo in tutti i rami di funzionari, di assenza di dignità, di forza, di volontà nei rappresentanti dello Stato». L’iniziativa ebbe molte adesioni. Benedetto Croce, che pure era stato contrario all’intervento italiano, lodò «l’ottimo proposito di promuovere un esame di coscienza della vita nazionale» perché, avendo da «sempre frugato con animo ansioso e doloroso le pagine della storia d’Italia», aveva potuto «osservare che la storia, la storia vera d’Italia, è quasi ignota a tutti».

Non fu tuttavia con i libri di storia che l’Italia resistette dopo Caporetto fino a Vittorio Veneto, dove concluse vittoriosamente la guerra. Eppure, se vinse, fu perché fu in grado di trarre una lezione efficace dall’esame nazionale al quale Caporetto l’aveva costretta.



Può apparire oggi ingenua l’iniziativa di un esame di coscienza nazionale per fronteggiare una disfatta militare. Eppure, una simile ingenuità fu condivisa, due decenni più tardi, da uno dei grandi storici del Novecento, Marc Bloch, di fronte al crollo della Francia invasa dalle armate hitleriane nel giugno 1940, che certamente fu catastrofe nazionale di più vaste e gravi dimensioni di quella subita dall’Italia con Caporetto. Bloch aveva combattuto nella Grande Guerra e di nuovo era stato mobilitato all’inizio della Seconda guerra mondiale. Anch’egli volle rendersi conto della «strana disfatta», come la definì, del suo Paese, domandandosi: «Di chi la colpa?». E Bloch pensava, come i suoi predecessori italiani dopo Caporetto, che la ricerca doveva svolgersi non solo nel campo militare, ma si doveva scovarne le radici «più lontano e più in profondità».

E sotto l’occupazione tedesca, Bloch scrisse un esame di coscienza in quanto francese, per comprendere «il più atroce crollo della nostra storia», confessando che non affrontava «a cuor leggero questa parte del mio compito. Francese, mi vedrà costretto, parlando della mia patria, a non dirne soltanto bene; ed è penoso dover denunciare le debolezze della madre dolente». L’esame di coscienza portò Bloch a combattere nella resistenza francese e a morire fucilato dai tedeschi il 16 giugno 1944, dopo essere stato per mesi torturato.

A cento anni da Caporetto, a quasi ottant’anni dalla «strana disfatta» francese, gli esami nazionali possono apparire ingenui o anacronistici. Tale può apparire anche il suicidio di Franchetti. Altre catastrofi ha subito l’Italia nel corso degli ultimi cento anni, sia pure di diversa gravità: l’8 settembre 1943; la «Caporetto economica» del 1973; il disfacimento della «repubblica dei partiti» dopo il 1993. Ma non risulta che ci siano stati altri nuovi esami nazionali. O, se ci sono stati, l’Italia non li ha superati. Forse per questo l’Italia vive da decenni sotto il segno di una perenne disfatta. Tentare allora un nuovo esame nazionale?


Il Sole 24ore – 22 ottobre 2017

lunedì 30 ottobre 2017

"Sacco e Vanzetti" di Giuliano Montaldo


Restaurata la pellicola del 1971 di Giuliano Montaldo con Cucciolla e Volonté, e la canzone di Joan Baez. Il film sarà riproposto alla Festa del cinema di Roma il 4 novembre.

Irene Bignardi

Sacco e Vanzetti” cronaca di un successo


Come tante cose importanti, anche il film che Giuliano Montaldo ha dedicato alla tragedia di Sacco e Vanzetti è nato dal caso. Il casuale incontro nel 1970 con un amico che lo aveva convinto ad andare con lui in un teatrino della zona operaia di Sampierdarena, dove si metteva in scena la storia dimenticata di Sacco e Vanzetti.

Da quel giorno, racconta ora il regista, a distanza di quasi cinquant’anni dall’inizio di quell’avventura, la storia dei due anarchici italiani, ingiustamente accusati nel 1920 di duplice omicidio per rapina e finiti sulla sedia elettrica nel 1927 dopo sette anni di prigione per il solo fatto di essere poveri, immigrati e anarchici, dopo un processo monstre e la mobilitazione di tutte le forze democratiche in Usa e ovunque nel mondo per salvagli la vita, quella storia, dice Montaldo, non gli ha dato pace. Ma trovare i fondi per fare un film sulla vicenda di Sacco e Vanzetti sembrava quasi impossibile. Stando ai molti no e agli sguardi di commiserazione dei produttori consultati.

Ma, racconta Montaldo (che della storia dei due fino ad allora non sapeva niente), nel frattempo trovò un appassionato sostenitore, e una fonte sapiente, in un intellettuale del peso di Fabrizio Onofri: aveva trovato un riflesso doloroso nella storia della strage alla Banca dell’Agricoltura del dicembre 1969 e nella successiva colpevolizzazione degli anarchici. Spuntò anche un produttore: Harry Colombo.



Tutto questo, e la storia nella storia, è raccontato nel bel documentario La morte legale di Silvia Giulietti e Giotto Barbieri, presentato a Cinecittà al centro di una mostra di 40 scatti di scena dall’Archivio di Enrico Appettito. Una iniziativa in cui si sono associati Luce e Rai cinema, la Cineteca di Bologna e il ministero, DG cinema e Cinecittà Studios. Un omaggio alla vigilia, il 4 novembre, della presentazione del film di Giuliano Montaldo in edizione restaurata, e un ricordo dei due anarchici italiani nel 90° anniversario della loro esecuzione e nel 50° della loro ufficiale riabilitazione.

La lavorazione del film è stata complessa e avventurosa. Della vecchia Brockton, Massachusetts, dei tempi di Sacco e Vanzetti (che nel frattempo avevano trovato i loro volti per il film in Riccardo Cucciolla come Nicola Sacco l’operaio, e in Gian Maria Volonté come Bartolomeo Vanzetti il pescivendolo), e dell’America del 1920 restava ben poco. Una buona parte delle riprese fu così effettuata in Irlanda e in alcune zone rimaste intatte di New York. 

Ma il film si svolge soprattutto nelle aule di tribunale e rispetta le regole del courtroom drama, il dramma giudiziario, controbilanciato dai materiali d’archivio e dalle impressionanti scene di folla che documentano quanto profondamente la vicenda dei due italiani avesse toccato la fantasia e le passioni della gente. Sacco e Vanzetti, per taluni simbolo della Minaccia rossa (erano gli anni immediatamente successivi alla Rivoluzione russa), per altri la speranza di un mondo migliore e più giusto, che invocava anche la canzone cantata da Joan Baez alla fine del film.



Se all’uscita italiana il film trovò un terreno favorevole e un pubblico sensibile e motivato, anche dagli eventi recenti, e se Cucciolla si guadagnò a Cannes, a sorpresa, il premio come miglior attore, negli Stati Uniti le reazioni furono contrastanti e sempre, in realtà, molto politiche e sotto sotto passionali. Così se Vincent Canby, il critico del New York Times, definì Sacco e Vanzetti, senza perifrasi, «non un buon film» ( in realtà risultando chiaramente spiazzato dal fatto di assistere a un grande film civile sull’America non fatto da americani ) Roger Ebert , il critico del Chicago Sun, è rispettosamente e devotamente in ammirazione. E in un gioco per bambini ispirato a un libro di Daniel Curley, Sacco e Vanzetti diventano una sola persona, con i due nomi attaccati in una crasi che dimostra quanto il dramma dei due anarchici sia diventato parte della cultura popolare.


La Repubblica – 30 ottobre 2017

domenica 29 ottobre 2017

Genova. Marcia della memoria

Domenica 5 novembre 2017
Anniversario delle deportazione degli ebrei genovesi.
Marcia della memoria

Ore 17.30
partenza da Galleria Mazzini con arrivo presso la sinagoga

interverranno:

Giuseppe Momigliano - Rabbino capo di Genova
Ariel Dello Strologo - Presidente Comunità Ebraica di Genova
Marco Bucci - Sindaco di Genova
Andrea Chiappori - Comunità di Sant'Egidio  

Beppe Fenoglio, Una questione privata



Le pagine più belle di Beppe Fenoglio sono diventate cinema. In attesa di vedere il film dei fratelli Taviani proponiamo l'incipit, travolgente, di Una questione privata, il romanzo che ci ha fatto scoprire (e amare) Fenoglio.

Beppe Fenoglio

Una questione privata

La bocca socchiusa, le braccia abbandonate lungo i fianchi, Milton guardava la villa di Fulvia, solitaria sulla collina che degradava sulla città di Alba. Il cuore non gli batteva, anzi sembrava latitante dentro il suo corpo.

Ecco i quattro ciliegi che fiancheggiavano il vialetto oltre il cancello appena accostato, ecco i due faggi che svettavano di molto oltre il tetto scuro e lucido. I muri erano sempre candidi, senza macchie né fumosità, non stinti dalle violente piogge degli ultimi giorni. Tutte le finestre erano chiuse, a catenella, visibilmente da lungo tempo.

«Quando la rivedrò? Prima della fine della guerra è impossibile. Non è nemmeno augurabile. Ma il giorno stesso che la guerra finisce correrò a Torino a cercarla. È lontana da me esattamente quanto la nostra vittoria».

Il suo compagno si avvicinava, pattinando sul fango fresco.

– Perché hai deviato? – domandò Ivan. – Perché ora ti sei fermato? Cosa guardi? Quella casa? Perché ti interessi a quella casa?
– Non la vedevo dal principio della guerra, e non la rivedrò più prima della fine. Abbi pazienza cinque minuti, Ivan.
– Non è questione di pazienza, ma di pelle. Quassù è pericoloso. Le pattuglie.
– Non si azzardano fin quassù. Al massimo arrivano alla strada ferrata.
– Dà retta a me, Milton, pompiamo. L’asfalto non mi piace.
– Qui non siamo sull’asfalto, – rispose Milton che si era rifissato alla villa.
– Ci passa proprio sotto, – e Ivan additò un tratto dello stradale subito a valle della cresta, con l’asfalto qua e là sfondato, sdrucito dappertutto.
– L’asfalto non mi piace, – ripeté Ivan. – Su una stradina di campagna puoi farmi fare qualunque follia, ma l’asfalto non mi piace.
– Aspettami cinque minuti, – rispose cheto Milton e avanzò verso la villa, mentre soffiando l’altro si accoccolava sui talloni e con lo sten posato sulla coscia sorvegliava lo stradale e i viottoli del versante. Lanciò pure un’ultima occhiata al compagno. – Ma come cammina?

In tanti mesi non l’ho mai visto camminare così come se camminasse sulle uova.



Milton era un brutto: alto, scarno, curvo di spalle. Aveva la pelle spessa e pallidissima, ma capace di infoscarsi al minimo cambiamento di luce o di umore. A ventidue anni, già aveva ai lati della bocca due forti pieghe amare, e la fronte profondamente incisa per l’abitudine di stare quasi di continuo aggrottato. I capelli erano castani, ma mesi di pioggia e di polvere li avevano ridotti alla più vile gradazione di biondo. All’attivo aveva solamente gli occhi, tristi e ironici, duri e ansiosi, che la ragazza meno favorevole avrebbe giudicato più che notevoli. Aveva gambe lunghe e magre, cavalline, che gli consentivano un passo esteso, rapido e composto.

Passò il cancello che non cigolò e percorse il vialetto fino all’altezza del terzo ciliegio. Com’erano venute belle le ciliege nella primavera del quarantadue. Fulvia ci si era arrampicata per coglierne per loro due. Da mangiarsi dopo quella cioccolata svizzera autentica di cui Fulvia pareva avere una scorta inesauribile. Ci si era arrampicata come un maschiaccio, per cogliere quelle che diceva le più gloriosamente mature, si era allargata su un ramo laterale di apparenza non troppo solida. Il cestino era già pieno e ancora non scendeva, nemmeno rientrava verso il tronco. Lui arrivò a pensare che Fulvia tardasse apposta perché lui si decidesse a farlesi un po’ più sotto e scoccarle un’occhiata da sotto in sù. Invece indietreggiò di qualche passo, con le punte dei capelli gelate e le labbra che gli tremavano.

«Scendi. Ora basta, scendi. Se tardi a scendere non ne mangerò nemmeno una. Scendi o rovescerò il cestino dietro la siepe. Scendi. Tu mi tieni in agonia».


Fulvia rise, un po’ stridula, e un uccello scappò via dai rami alti dell’ultimo ciliegio.

Proseguì con passo leggerissimo verso la casa ma presto si fermò e retrocesse verso i ciliegi. «Come potevo scordarmene?» pensò, molto turbato. Era successo proprio all’altezza dell’ultimo ciliegio. Lei aveva attraversato il vialetto ed era entrata nel prato oltre i ciliegi. Si era sdraiata, sebbene vestisse di bianco e l’erba non fosse più tiepida. Si era raccolta nelle mani a conca la nuca e le trecce e fissava il sole. Ma come lui accennò ad entrare nel prato gridò di no. «Resta dove sei. Appoggiati al tronco del ciliegio. Così».

Poi, guardando il sole, disse: «Sei brutto». Milton assentì con gli occhi e lei riprese: «Hai occhi stupendi, la bocca bella, una bellissima mano, ma complessivamente sei brutto». Girò impercettibilmente la testa verso lui e disse: «Ma non sei poi così brutto. Come fanno a dire che sei brutto? Lo dicono senza… senza riflettere».


(Da: Beppe Fenoglio, Una questione privata)

Il viaggio sulla luna. Storia di un sogno


Il fantasma della Val Varaita. Riti e costumi delle valli alpine.

    La Toureto

In alta Val Varaita, nell'antico Delfinato, a capodanno si celebra un antichissimo rito propiziatorio. In piazza viene processato un fantoccio, Lou fantôme (il fantasma), per tutto quanto di negativo è avvenuto nell'anno appena terminato. Il fantoccio viene poi condannato a morte e bruciato. La comunità, così purificata, può iniziare con ottimismo il nuovo anno.

Guido Araldo

Lou fantôme



C’è una borgata in Val Varaita, Piemonte, ai piedi del Monviso, dove un tempo iniziava un piccolo cantone alpino (escarton) noto come la Castellata, formato dalle comunità di Casteldelfino, Pontechianale e Bellino.

In questa terra alpina di frontiera, oggi dimenticata, dove le tradizioni si sono conservate meglio che altrove, per la distanza dai poli industriali, si tiene ancora un atavico rito propiziatorio, a capodanno. La Toureto, questo il nome occitano della borgata situata a quota 1.179 metri sul livello del mare, è un pugno di case nel fondovalle, su uno sperone roccioso dove il sole sta nascosto dietro la montagna per quaranta giorni tra l’8 dicembre (l’Immacolata) e il 17 gennaio (sant’Antonio abate).

In questa borgata quando finisce l’anno i giovani vanno di casa in casa ad elemosinare un po’ di “paio” (paglia di segala) e dopo averne raccolto in quantità sufficiente, si ritrovano in un fienile con un paio di anziani, i maestri, per costruire un grande fantoccio simile a spaventapasseri: lou fantôme.



Il pupazzo, alquanto informe, per quanto antropomorfo, presenta una peculiarità: un grosso attributo maschile. Un simbolo dove affiorano reminiscenze lontane: la forza rigeneratrice della natura che si rinnova, l’inizio di un nuovo ciclo con la fine dell’anno vecchio e l’inizio di quello nuovo e, anche, riti propiziatori per un’annata di frutti e raccolti abbondanti. Rievocazione di Priapo…Lou fantôme, una volta ultimato, viene nascosto in un luogo segreto e, un tempo, era vegliato per tutta la notte.

Nel tardo mattino del primo giorno dell’anno lou fantôme appare come per incanto nella piazzetta centrale della borgata, accanto alla fontana. Allora la gente viene a vederlo, quasi un ospite familiare, atteso, prima di rincasare per il tradizionale pranzo di capodanno a base di ravioles tipiche della Val Varaita e del buon vino delle Langhe lontane. Poi, nel pomeriggio, il rullo di un tamburo riempie le stradine della borgata e due “gendarmi”, armati di grossi tridenti, stanno di guardia ai lati del fantôme imprigionato.

Il fantoccio, infatti, sarà processato. Un uomo arcigno, vestito di nero, con mantellina e cappellaccio altrettanto nero: il giudice, siede davanti a un tavolino nel centro della piazza. Tiene di fronte a Sé il grande libro della legge e impugna di maglietto, come nelle solenni aule dei tribunali: intima il silenzio e si fa avanti il pubblico ministero. Al lou fantôme sono imputate tutte le malefatte dell’anno appena trascorso, accuratamente elencate. A sua volta l’avvocato difensore elenca i fatti postivi. Tocca ai testimoni che, a turno, danno libero sfogo alla fantasia narrando fatti stravaganti imputabili al fantôme di cui, l’ultimo, è una storia d’amore finita tragicamente. Inevitabile la condanna a morte.



Comincia allora una strana processione con il tamburino e i suonatori di fisarmonica in prima fila, mentre lou fantôme è portato in spalla, a turno, dai gendarmi con i forconi. Al corteo partecipano gli abitanti della borgata, seguiti dai turisti curiosi, sempre più numerosi negli ultimi anni.

La sfilata si snoda in un lungo giro nelle stradine per approdare in prossimità di un prato, dove lou fantôme viene sistemato in piedi sulla neve, solitamente abbonante in quella stagione. La condanna a morte viene eseguita e le fiamme avvolgono il fantoccio di paglia nell’allegria generale, tra balli e canti occitani accompagnati da abbondanti sorsi di vin brûlé: calda bevanda tipica del Piemonte, ottima per contrastare il freddo pungente. In tal modo, le scintille del rogo si portano via le ultime tracce dell’anno vecchio, in una specie di fuoco purificatore, e la sua cenere, simile a concime, dovrebbe annunciare un’annata proficua tanto per gli uomini quanto per la campagna. Un tempo, dalla forma della cenere sulla neve, si traevano auspici.

La Toureto, la Torretta (borgata Torrette), era un’antica torre di avvistamento, ora inglobata nell’abside della chiesa, situata presso il confine occidentale dell’antico escarton della Castellata, parte del Delfinato; non a caso la località poco più a valle porta tuttora l’emblematico nome di Confine.


L’escarton fu uno straordinario esperimento di libertà alpina, iniziato il 29 maggio del 1343 quando fu firmata la Grande Charte des Libertés Briançonnaises dalla quale gemmò una piccola Svizzera alpina sulle Alpi Occidentali, attorno al Monviso, costituita dagli escartons di Briançon, del Queyras, dell’Alta Val Chiosone, dell’Alta Val Susa di Oulx con Bardonecchia e della Castellata.

Nei secoli la Grande Charte alpina fu sempre rispettata dai re di Francia, fino alla Rivoluzione Francese. All’epoca il territorio, costituito da alte montagne, contava più di quarantamila abitanti e ogni anno i capi dei vari paesi che comprendevano la repubblica si riunivano in un consiglio per eleggere un console che guidasse la comunità. Questi “cantoni”, purtroppo, non ebbero la stessa fortuna di quelli elvetici. Al di qua delle Alpi il magnifico esperimento fu spento dal trattato di Utrecht del 1713 e le “libere valli” del Chiosone, dell’Alta Susa e della Castellata passarono di proprietà, venendo brutalmente fagocitate dal nuovo regno sabaudo di Sardegna dove non c’era posto per le antiche autonomie locali, com’era accaduto vent’anni prima alla città Mondovì e al suo vasto territorio circostante.

Un’ultima annotazione: si pensi che negli Escartons il grado di alfabetizzazione della popolazione era elevatissimo, mentre negli stati circostanti era bassissimo. Nove montanari su dieci nelle alte terre attorno al Monviso sapevano leggere, scrivere e fare i calcoli matematici. Gli antropologi definiscono questo fenomeno, secondo il quale il livello di istruzione e di apertura culturale di una comunità aumentava proporzionalmente alla quota, il paradosso alpino.


(Dal volume Mesi, miti, mysteria)

sabato 28 ottobre 2017

Ambrogio Lorenzetti. Dall’Annunciazione alla Madonna del latte, l’emozione del realismo



Di Ambrogio Lorenzetti è conosciuto soprattutto il grande ciclo di affreschi sul buono e cattivo governo. Una grande mostra a Siena ne illustra per la prima volta l'intera opera che ne fa uno dei grandi pittori del medioevo.

Marco Gasperetti

Dall’Annunciazione alla Madonna del latte, l’emozione del realismo



Benvenuti nell’avanguardia del Trecento. E se la definizione vi sembra esagerata, avvicinatevi alle tavole e agli affreschi di Ambrogio Lorenzetti, il «Magnifico» pittore che rivoluzionò l’arte del suo tempo, sfidando il vento dell’incomprensione, con uno sguardo profetico verso il futuro.

Guardatele prima da una certa distanza e con quella visione globale e distaccata che serve a introiettare la struttura dell’opera. E poi, lentamente, passo dopo passo, avvicinatevi sino a individuare i particolari più straordinari e di un realismo, sublimato nell’arte e nella religiosità dei soggetti, molto avanzati per i tempi.

C’è da emozionarsi, sino quasi alla commozione, nell’osservare la Madonna del Latte (vestita di rosso), con il seno quasi deformato dal neonato che guarda l’osservatore come potrebbe fare un qualsiasi pargolo postmoderno davanti alla fotocamera di uno smartphone. La sorpresa si ripete davanti all’immagine di un’altra Madonna con Bambino, custodita al Louvre, dove il piccolo mangia un fico, simbolo del peccato, e che invece Ambrogio nobilita.

    Madonna del latte. Museo Diocesano Siena

Camminando tra le dieci sale, ma meglio sarebbe chiamarle ambientazioni, nelle quali trionfa la mostra «Ambrogio Lorenzetti» (dal 22 ottobre 2017 al 21 gennaio 2018) visitata in anteprima dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, si ha una visione non solo complessiva di questo straordinario campione dell’arte medievale (e non solo), ma si cancella la visione un po’ stereotipata del pittore dell’Allegoria del Buono e del Cattivo Governo, il grandioso ciclo di affreschi della Sala dei Nove del Palazzo Pubblico di Siena.

    Maestà. Museo di arte sacra di Massa Marittima

Lorenzetti si presenta per ciò che è realmente, uno dei tre grandi pittori del suo tempo, insieme a Giotto e Simone Martini (come scrive il Ghiberti) dalla natura innovativa. «Un artista geniale, un intellettuale dall’idea di una pittura nella quale l’intelletto e l’innovazione iconografica sono molto forti — spiega Roberto Bartalini, uno dei curatori insieme ad Alessandro Bagnoli e Max Seide —. Dipinge i fenomeni naturali, il vento, la grandine, la luce, la notte. Dà immagini a idee complesse. Descrive negli affreschi un’Annunciazione che nessuno aveva immaginato, con una Madonna impaurita che cade a terra, così fuori dai canoni che appena finisce la sua opera i committenti la fanno modificare».

    Crocefissione. Städel Museum di Francoforte

Quella di Siena non è solo una mostra svelatrice del genio di Lorenzetti, ma completa. Non solo perché nei dieci ambienti del percorso si trovano le opere dell’artista conservate a Siena (sono il 70% della sua produzione), ma perché è stata arricchita da una serie di prestiti provenienti dal Louvre di Parigi, dalla National Gallery di Londra, dalle Gallerie degli Uffizi, dai Musei Vaticani, dallo Städel Museum di Francoforte, dalla Yale University Art Gallery. «Con l’obiettivo di reintegrare pressoché interamente la vicenda artistica dell’artista — afferma il direttore del Santa Maria Daniele Pittèri — facendo nuovamente convergere a Siena dei dipinti che in larghissima parte furono prodotti proprio per cittadini senesi e per chiese della città».

La razionale disposizione delle opere e l’inserimento di spazi multimediali accompagna il visitatore a conoscere l’evoluzione di Lorenzetti in un crescendo d’emozioni. La sua modernità ci abbaglia.


Il Corriere della sera – 22 ottobre 2017

Nel 1975 Ford e Kissinger discussero l’entrata del Pci nel governo italiano


Pubblicato il resoconto segreto dell’incontro tra il presidente e il Segretario di Stato L’accordo tra comunisti e cattolici ipotizzato da Berlinguer nell’ottobre del 1973.


Paolo Mastrolilli

Ford e Kissinger discussero l’entrata del Pci nel governo italiano


Nel giugno del 1975, almeno per un giorno, la Casa Bianca considera la possibilità di favorire l’ingresso dei comunisti al governo in Italia. La proposta, avanzata dall’ambasciatore a Roma John Volpe, viene discussa nell’Ufficio Ovale dal presidente Gerald Ford, il segretario di Stato Henry Kissinger, e il vice consigliere per la sicurezza nazionale Brent Scowcroft. Alla fine viene bocciata, anche bruscamente, ma è la dimostrazione di un dibattito interno all’amministrazione sul futuro del nostro Paese che finora non era emerso in questi termini, e di una forte preoccupazione per la tenuta della democrazia a Roma.

Il documento che racconta questo episodio è stato pubblicato giovedì sera, insieme ai files sull’assassinio di John Kennedy rimasti finora segreti. Porta la data di giovedì 26 giugno 1975, è classificato «segreto», e descrive un incontro avvenuto nell’Ufficio Ovale tra Ford, Kissinger e Scowcroft. Il tema, molto delicato, è il rapporto con l’Urss, il negoziato per l’accordo Salt, la minaccia dei missili sovietici puntati verso i Paesi occidentali. Nel corso della conversazione, Kissinger solleva la questione del rapporto col Pci: «Volpe vuole cominciare le discussioni con i comunisti in Italia».

La risposta di Ford è fredda: «Io questo non lo capisco». Il segretario di Stato prova a spiegare: «È una questione di politica locale: sarà difficile non includere i comunisti nel governo». Kissinger si riferisce alla loro crescita elettorale, e all’opportunità di coinvolgerli attraverso il «compromesso storico», forse anche per sfruttare la particolare condizione dell’Italia allo scopo di dividere il Pci da Mosca. «Però - aggiunge subito dopo - noi non vogliamo giocare». Ford condivide, e chiude l’argomento: «Sono d’accordo».

La discussione è breve e la bocciatura rapida, ma è molto significativo che la proposta di Volpe sia arrivata fino all’Ufficio Ovale. Anche perché in quei giorni tutti i segnali pubblici andavano nella direzione opposta, e invece l’ambasciatore americano a Roma era così impegnato a considerare il via libera al «compromesso storico» da proporlo all’attenzione del segretario di Stato e del presidente.

Il momento in cui avviene questa discussione è molto difficile. Negli Usa, dieci mesi prima lo scandalo Watergate aveva costretto Richard Nixon alle dimissioni, e l’anno dopo erano in programma le presidenziali poi vinte da Carter. Nell’Italia già insanguinata dal terrorismo, invece, il Pci fa un balzo al 33,5% nelle regionali del giugno 1975, sullo sfondo degli scandali Pike e Lockheed. Il primo, ha rivelato i finanziamenti della Cia ai politici italiani e al generale Miceli, «per passarli ai neofascisti»; il secondo, le tangenti pagate dalla compagnia americana per spingere Roma a comprare i suoi aerei, che trascinano nel fango anche il presidente Leone.

I rapporti che Volpe manda a Kissinger in quel periodo, ad esempio quello del 4 marzo 1976, sono molto allarmati: «Forse gli Stati Uniti hanno toccato il nadir della loro popolarità in Italia dalla fine della Seconda guerra mondiale». Gli scandali non stanno solo aiutando la sinistra, ma hanno diffuso tra gli stessi democristiani il sospetto che Washington li abbia alimentati per liberarsi della DC.

Il 30 aprile del 1976 il governo Moro presenta le dimissioni, e la sera stessa Volpe invia un documento «segreto» di 29 pagine a Kissinger, con cui chiede di «usare tutte le risorse a disposizione del governo americano» per impedire la vittoria dei comunisti nelle elezioni politiche imminenti. «L’Italia - spiega l’ambasciatore - si trova davanti alla possibilità di veder entrare il Pci nell’esecutivo, attraverso le urne. Se ciò accadesse, sarebbe un profondo choc per il mondo occidentale». Eppure, nemmeno un anno prima, Volpe aveva proposto a Ford di consentire il «compromesso storico», per neutralizzare i comunisti accettandoli nel governo.


La Stampa – 28 ottobre 2017

venerdì 27 ottobre 2017

Lasciate che i ragazzini tornino a casa da soli



Riprendiamo l'intervento di Chiara Saraceno che condividiamo totalmente. Siamo l'unico paese in Europa (per non dire nel mondo) a regolamentare per legge l'uscita dei bambini da scuola. Probabilmente anche l''unico paese dove una famiglia cita in giudizio la scuola per un incidente sul percorso casa-scuola e trova dei giudici che le danno ragione. Risultato ovvio: una situazione caotica da cui nessuno (genitori e presidi) sa più come uscire né come gestire. Proposta della ministra: utilizzare i nonni. E poi qualcuno si stupisce che in Europa non ci prendano sul serio.

Chiara Saraceno

Lasciate che i ragazzini tornino a casa da soli


La pretesa che i ragazzini delle medie debbano essere consegnati ai genitori o comunque a un adulto da questi delegato e non possano tornare a casa da soli è un insulto al buon senso, prima che un ulteriore vincolo posto all’organizzazione quotidiana delle famiglie, in primis delle madri. Potrebbe sembrare una pretesa da buon tempo antico, se non fosse che una volta i bambini erano lasciati molto più autonomi e più precocemente, nell’andare e tornare da scuola, ma anche nell’andare ai giardini o a trovare i nonni nelle vicinanze, o a comperare il pane o il latte. Ed i più grandicelli potevano, e dovevano, accompagnare i fratelli più piccoli, senza aspettare di essere maggiorenni, come invece succede oggi.

Di antico, in questa pretesa, c’è l’ovvia aspettativa che nelle famiglie ci sia sempre un adulto — per lo più la mamma — che non ha impegni di lavoro, ma anche di cura di altri familiari, che gli impediscano di trovarsi fuori scuola a metà giornata e di accompagnare i figli non ancora quattordicenni dovunque. Il tutto in un contesto in cui le scuole a tempo pieno sono in via di riduzione anche alle elementari e pressoché inesistenti alle medie. Se si dovesse dunque seguire l’interpretazione che dà la Corte di Cassazione alla norma sull’incapacità degli studenti fino ai quattordici anni, non solo i ragazzini con lo zaino in spalla e lo smartphone in mano ma anche i bambini che cominciano i primi anni di studio non potrebbero più andare a prendere il latte da soli. Perché, se malauguratamente succedesse un incidente, scattarebbe una denuncia per abbandono di minore.

A differenza di quanto ha dichiarato la ministra Valeria Fedeli, i ragazzi non potrebbero imparare a diventare autonomi neppure nel pomeriggio. L’eccesso di protezione, la difficoltà ad accettare i rischi dell’autonomia (ovviamente avendo educato alla stessa), unita alla tendenza allo scarico di responsabilità quando qualche cosa va storta, sono fenomeni ahimè tutti contemporanei e molto accentuati nel nostro Paese.

Le città europee sono piene di ragazzini che vanno a scuola da soli, prendono il tram, vanno in palestra senza essere accompagnati. I loro genitori, i loro insegnanti, le loro collettività non sono più irresponsabili della nostra, solo più fiduciosi nella propria capacità di insegnare a diventare responsabili. Forse sono anche meno disponibili allo scaricabarile. Perché, se un genitore pretende che la scuola riconosca l’autonomia dei ragazzi e l’impossibilità dei genitori stessi di essere continuamente presenti quando i figli si muovono, ma poi è pronto a denunciare l’istituto se qualche cosa succede nel tragitto verso casa, è inevitabile che la scuola si protegga. E imponga, appunto, la presenza della madre o del padre, o comunque di un adulto.

La norma che definisce i ragazzi sotto i quattordici anni legalmente incapaci è stata probabilmente pensata dal punto di vista della loro — cioè dei ragazzini — responsabilità penale, non per tenerli costantemente sotto una campana di vetro. Se invece l’interpretazione giusta è quest’ultima, come sembra di capire dalla sentenza della Corte di Cassazione, la norma va cambiata, come da tempo è chiesto dai presidi, ma non solo. E gli adulti dovranno prendersi la responsabilità, ciascuno nel proprio campo e ruolo, di insegnare ai ragazzi ad essere responsabili, a gestire appropriatamente l’autonomia conquistata.


La repubblica – 27 ottobre 2017

giovedì 26 ottobre 2017

100 anni di Russia attraverso i manifesti della propaganda



Anche a Genova si ricorda il centenario della Rivoluzione Russa.

Genova -Globo Libri, azienda attiva a Genova da oltre un decennio nell'importazione e distribuzione di libri in lingua straniera, con la collaborazione di Kowalski | Ristorante e Pub dall’Est Europa , ed il supporto di molte realtà culturali genovesi, promuove la rassegna 100 anni di Russia, che si svolgerà a Genova da mercoledì 25 ottobre a domenica 10 dicembre 2017.

Evento principale della rassegna sarà una mostra diffusa di manifesti della propaganda sovietica, dislocata in una serie di spazi cittadini: le librerie L’Amico Ritrovato (via Luccoli 98 r.) e Falso Demetrio (via di San Bernardo 67), il ristorante e pub dall’Est Europa Kowalski (via dei Giustiniani 3 r.) ed il Teatro Altrove (Piazza Cambiaso 1) con la collaborazione di Laboratorio possibile Bellamy.

Saranno decine le stampe dei manifesti - realizzati a partire dal 1917 fino agli anni '60 del secolo scorso - esposti a rotazione e dedicati all’arte, alle avanguardie, al lavoro, alla II guerra mondiale, alla conquista del cosmo, alla diffusione di messaggi sociali e sportivi. La Russia del primo Novecento fu l'epicentro dell’avanguardia europea e mondiale.

Le tecniche grafiche usate da artisti quali Aleksander Rodchenko e Dmitrij Moor per i loro manifesti raccontano accuratamente la propaganda ufficiale del periodo. Furono molti gli artisti dell'epoca che si fecero portatori dei valori della rivoluzione, nella convinzione che essa avrebbe cambiato il mondo, creando una nuova arte, lavorando alacremente e senza sosta a questo processo d’innovazione che durò almeno sino alla presa del potere da parte di Stalin, quando iniziarono ad esser abbandonate le varie forme di arte astratta per un duro ritorno al Realismo. Per molti artisti ciò significò la cancellazione della libertà di espressione.

A supporto delle esposizioni si affiancano vari appuntamenti eterogenei, sia dal punto di vista degli enti coinvolti sia da quello del format: presentazioni di libri, proiezioni cinematografiche, aperitivi e cene a tema “rivoluzionario”, in modo da offrire varie occasioni per focalizzare l'attenzione su questa importante ricorrenza storica:

  • Presentazione del libro Il Lubok. Un'enciclopedia illustrata della vita russa (I Libri di Emil editore) di M.A.Curletto ed E. Buvina (Università degli Studi di Genova). Martedì 7 novembre 2017 ore 17 presso la libreria L’amico ritrovato.
  • Cena sovietica con una selezione di ricette originali dell’epoca, la cui storia verrà illustrata nel corso della serata. Martedì 7 novembre 2017 ore 20 presso il ristorante e pub dall’Est Europa Kowalski.
  • Lectura: Osip Mandel’stam “Quaderni di Voronez” & Arsenij Tarkoskij “Stelle Tardive” (edizioni Giometti e Antonello) a cura di Sara Sorrentino. Venerdì 10 novembre alle ore 18.30 presso la libreria Falso Demetrio.
  • Cineconcerto: proiezione del film Ottobre di S.Ejzenstejn in pellicola 35 mm, musicato dal vivo, pressoTeatro Altrove. All'ingresso del teatro sarà allestita una speciale libreria a cura di Globo Libri. Lunedì 6 novembre 2017 ore 21.15 presso il Teatro Altrove.
  • Presentazione del libro Laika, antologia spaziale a cura di Rebigo Studio di Illustrazione (Genova). Domenica 10 dicembre 2017 ore 19.30 presso il ristorante e pub dall’Est Europa Kowalski.
  • Lo Scaffale rivoluzionario: un corner dedicato a pubblicazioni in russo ed in italiano sul tema della Rivoluzione Russa (storia, arte, propaganda, ecc.) ed alla letteratura russa dal 1917 ad oggi, riproduzioni dei manifesti e delle cartoline della propaganda. Per tutta la durata della rassegna presso la libreria L'Amico Ritrovato, la libreria Falso Demetrio ed il ristorante Kowalski.
  • L’aperitivo rivoluzionario: aperitivo in cui sarà protagonista un cocktail studiato per l’occasione, abbinato ad una piccola degustazione di specialità russe. Per tutta la durata della rassegna presso il ristorante Kowalski(tutti i giorni dalle 19 alle 21).

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Non si muore per amore ma per la miseria dell’amore


Siamo da sempre convinti che il romanzo poliziesco nelle sue espressioni migliori rappresenti la forma più efficace di rappresentazione della società contemporanea. Oggi riproponiamo un racconto poco conosciuto di Jean-Claude Izzo (1945-2000), uno degli autori più significativi del noir francese.


Jean-Claude Izzo

Non si muore per amore ma per la miseria dell’amore


Da quando aveva acquistato quella grossa agenda, dalla copertina nera, di tela, Coco annotava tutti gli avvenimenti e le sue azioni quotidiane. Anche i suoi pensieri. Soprattutto i suoi pensieri. Quell’agenda gli aveva cambiato la vita. Adesso Coco poteva vedersi vivere e riflettere. Anzi, meglio, poteva valutare con la precisione di un pubblico funzionario il proprio fallimento. Giorno dopo giorno. Bastava che si rileggesse. Alzandosi, prima ancora di prendere un caffè, aveva scritto sulla sua agenda: «Svegliato ore nove e cinquantadue». Si alzava sempre più tardi la mattina, e sua madre non mancava mai di farglielo notare. «Non me ne frega niente» le rispose. «Perché dovrei alzarmi presto, eh? Me lo sai dire?».

Da quando aveva acquistato quella grossa agenda, dalla copertina nera, di tela, Coco annotava tutti gli avvenimenti e le sue azioni quotidiane. Anche i suoi pensieri. Soprattutto i suoi pensieri. Quell’agenda gli aveva cambiato la vita. Adesso Coco poteva vedersi vivere e riflettere. Anzi, meglio, poteva valutare con la precisione di un pubblico funzionario il proprio fallimento. Giorno dopo giorno. Bastava che si rileggesse. Alzandosi, prima ancora di prendere un caffè, aveva scritto sulla sua agenda: «Svegliato ore nove e cinquantadue». Si alzava sempre più tardi la mattina, e sua madre non mancava mai di farglielo notare. «Non me ne frega niente» le rispose. «Perché dovrei alzarmi presto, eh? Me lo sai dire?».

«Potresti…».

«Già, cercarmi un lavoro, non è vero?» tagliò corto lui, dirigendosi in cucina. Tutte le mattine era la solita solfa. «Dovrei fare come tutti quei coglioni, è così? Ecco, adesso prova a dirmi che io non sono un coglione. Io non ho nessuna intenzione di assomigliare a quelli là».
«Non mi piace che continui così, senza far niente. Non mi va che te ne stai in giro tutto il giorno con Luca. Ho paura che…».

«Ecco! Lo sapevo. Stira, dai! Ammazzati di lavoro, come papà». 



Coco se n´era andato sbattendo la porta. Erano mesi, ormai, che andandosene sbatteva le porte. Le porte della vita, una dopo l´altra.

L´agenda gli serviva proprio a questo. Per averne consapevolezza.

Quell´agenda se l´era comprata in una cartoleria del Vicolo della Campana, mercoledì 17 febbraio, dopo aver letto la lettera di Barbara. «Ai tuoi messaggi risponde il silenzio. Io non riesco a chiamarti. Per dirti che cosa, poi? Lo sai, Giovanni, tu fai parte delle persone che non posso risolvermi a perdere, le persone che amo. Però non posso dirti “ti amo”». «Troia!» aveva mormorato, rileggendo la lettera una seconda volta. 

Barbara gli aveva chiesto una pausa. Per riflettere su se stessa, su di lui, su di loro, sulla loro storia. Si conoscevano dai tempi del liceo. Avevano flirtato a lungo. Poi, due anni prima, si erano persi di vista. In seguito, una sera, il 30 gennaio scorso, lei gli aveva telefonato. Non si sentiva bene. Era necessario che lo vedesse. «Vieni, ti prego». Voleva vedere lui, Giovanni Coco. Nessun altro. E Coco sapeva perché. Non era uno qualsiasi, lui. Un quarto d´ora dopo era già davanti alla fontana di Piazza Navona. Impaziente di vedere nuovamente Barbara. L´aveva stretta tra le braccia e poi le aveva sollevato il viso e l´aveva baciata. Lentamente. A lungo. Come due anni prima. Quando l´aveva riaccompagnata al portone di casa sua. «È così semplice?» aveva riso lei. «Sì, è così semplice. Ti amo». 

Erano passati appena otto giorni. Con la punta delle dita Barbara aveva accarezzato la guancia di Giovanni, poi gli aveva dato un bacio furtivo sulle labbra. «Lasciami ancora un po´ di tempo, Giovanni. Soltanto un pochino…». Poi era arrivata la sua lettera. «Perché mai mi faccio viva con te ogni volta che sto male? E perché con te non riesco mai ad andare fino in fondo alla nostra storia, quale che sia?». «Troia», aveva ripetuto Coco. Questa volta a voce più alta. 

Uscendo dalla cartoleria di Vicolo della Campana, era entrato in un bar e aveva ricostruito nei dettagli la sua vita dopo quell´appuntamento del 30 gennaio con Barbara. Al 15 febbraio, sulla pagina degli appunti, aveva incollato la lettera di Barbara. E proprio sotto aveva scritto: «Sono sul punto di innervosirmi». 

Erano passati ormai tre mesi esatti senza ricevere più notizie da Barbara. Dopo la sua lettera non aveva intenzione di rivederla. Neppure di telefonarle. Lui non era uno qualsiasi. Non si sarebbe abbassato a fare una cosa del genere. Che marcisse pure nel suo “mal di vivere”, si era detto. E quando sarà lei a richiamare, le farò vedere io chi sono. Questo, però, non l´aveva scritto nella sua agenda. L´aveva soltanto pensato. E Barbara non richiamò. 



Il 15 marzo, primo “mesiversario”, aveva scritto sulla sua agenda: «Niente. Non mi ha scritto una sola parola. Non mi ha telefonato. Potrebbe anche essere morta. Devo abituarmi a vivere come se ciò fosse normale». Ma non riusciva ad abituarsi. Ogni mattina annotava l´ora alla quale si svegliava. Poi sotto scriveva: «Niente». Il 22 marzo scrisse: «Quante cose non le ho detto. In fondo, il terrore di perderla adesso non nasce dall´ansia di “possederla”, ma dalla paura di non poterle più dire queste cose. Quali siano queste cose, per ora non lo so. Ma si riverserebbero fuori come un torrente se fossi con lei». Scrivere cose di questo tipo gli faceva salire le lacrime agli occhi. E poi, ieri a mezzogiorno, quello stronzo di Luca gli aveva raccontato che Barbara si vedeva con uno. Un francese. Un pittore che viveva a Villa Medicis. 

«Dove vai?» gli chiese sua madre. 

«In palestra».

«Rientri per cena?»

«Non ne ho idea». 

Nella sacca aveva ficcato il fucile di suo padre. E alcune cartucce. Nient´altro. Il fucile e le cartucce. E la sua agenda. Scese le scale, aprì la cassetta della posta. C´erano soltanto bollette e una cartolina di sua sorella, spedita da Marsiglia. «Niente» aveva scritto ancora sulla sua agenda. Niente. «Non ci si uccide per amore di una donna. Ci si uccide perché un amore, non importa quale amore, ci rivela tutta la nostra nudità, la nostra miseria, il nostro essere indifesi, il nostro niente». Aveva scritto queste cose dopo essersi lavato, rasato, vestito. 15 maggio. Santa Giulia, precisava l´agenda. «Santa Giulia, prega per me» aveva poi aggiunto. 

Salì in macchina, una Fiat 128 bianca. La macchina di sua sorella. «Che cos´è questo male incurabile che logora la vita?» si chiedeva. Quella era la sua domanda, la vera domanda. Arrivato in piazza del Popolo seppe di aver preso la sua decisione. Si fermò davanti alla chiesa di Santa Maria e tirò fuori la sua agenda. La appoggiò sul volante e scrisse: «Non voglio morire come uno qualsiasi. Tutti devono sapere come muore un tipo come me». Pensò a Barbara. Anche lei doveva sapere.

Coco fece nuovamente il giro di Piazza del Popolo. Due tizi in Vespa procedevano affiancati. Coco accelerò e puntò dritto su di loro. Il parafango destro della Fiat sfiorò una delle Vespe. Il conducente perse l´equilibrio. La Vespa e il tizio si ribaltarono. «Stronzo!» gli gridò dietro l´altro. Si avvicinarono a lui, con fare minaccioso. Coco fece spuntare la canna del fucile dal finestrino del sedile passeggeri e la puntò loro addosso. I due ragazzi si paralizzarono. E così pure tutti gli altri lì intorno. Coco sghignazzò. Ripartì. Due macchine della polizia a sirene spiegate lo intercettarono all´altezza di Piazza Colonna. «Ci siamo», mormorò lui. Poi si chiese: «Perché morire?». Non si era mai sentito così vivo. Mai così adolescente! Gli passarono per la testa tante parole, tante frasi che non poteva più annotare sulla sua agenda. «Chissà, forse avrò il tempo di scriverle, almeno queste…». Gliene venne in mente un´altra. «Amore e morte. Vecchia storia». 



In Piazza Venezia bruciò un semaforo rosso e non riuscì a schivare un´Alfa Romeo – rossa, come è giusto che fosse – che arrivava dalla sua destra. Coco scese dalla Fiat imbracciando il fucile. Le auto della polizia si fermarono e sei poliziotti si diressero di corsa verso di lui. Sentì in lontananza altre sirene. Sparò un colpo, in alto rispetto alle teste dei poliziotti. «Forza, venite! Venite avanti, banda di stronzi!». Coco sentì i passanti gridare. Poi udì la prima ingiunzione ad arrendersi. Sparò una seconda volta. Questa volta mirò al lampeggiatore della macchina della polizia a lui più vicina. Fece centro e ne provò una certa fierezza. «E ora?» si chiese. «E ora, tutto ciò mi disgusta». 

La prima pallottola gli attraversò la spalla. Il dolore gli strappò un grido. Sparò una terza volta, con gli occhi chiusi. E poi ancora una quarta. Un´altra pallottola gli si conficcò in corpo. «Barbara», pensò, «oggi ne so sicuramente più di te sul dolore». Crollò a terra. «Non esiste il mal di vivere. Esiste soltanto il male. Barbara». 

Traduzione di Anna Bissanti


La repubblica – 9 gennaio 2011

mercoledì 25 ottobre 2017

Se questi sono uomini


Giorgio Amico

Se questi sono uomini

No, non è colpa della scuola che non fa più leggere il diario di Anna Frank.
Neanche l'ignoranza c'entra qualcosa.
Gli ultras della Lazio non hanno bisogno di andare ad Auschwitz per capire.
L'orrore di Auschwitz lo portano dentro, nella testa e nel cuore.
Nella miseria delle loro vite insignificanti, nella pochezza dei loro pensieri.
Nella totale incapacità d'amore.
Pieni d'odio verso tutto quello che non capiscono, che riflette la loro nullità.
"Ebreo" è la parola magica che apre le porte della cella oscura in cui vivono.
"Ebreo" l'incantesimo che scioglie le catene che paralizzano la loro vita.
"Ebreo" è tutto ciò che loro non riusciranno mai ad essere.
"Ebreo" è il fantasma che tormenta i loro giorni inutili.
"Ebreo" è il male assoluto da esorcizzare, il nemico da abbattere.
"Ebreo" è l'insulto peggiore. Da lanciare in faccia al nemico.
A chi non è come loro, anche solo per il colore della maglia.
Perchè l'ebreo non è uomo.
E anche molto meno di un animale.
L'ebreo è una cosa, che si può impunemente insultare e colpire.
Non è la prima volta che accade.
Così erano gli uomini di Hitler, così i guardiani dei forni di Auschwitz.
Per questo è inutile portarli ad Auschwitz.
Perchè ad Auschwitz vivono già.
Sono uomini questi?
Si. Sono uomini.
E anche fratelli. se tutti gli uomini davvero fra loro lo sono.
Ci vuole molta fede per accettarlo.
O una grande speranza...

martedì 24 ottobre 2017

Mussolini contro gli ebrei



L'episodio disgustoso degli ultras laziali, da sempre schierati con l'ultradestra, non nasce dal nulla. Pur contando il regime forti simpatie e appoggi nella comunità ebraica italiana, Mussolini inizia a manifestare atteggiamenti antisemiti ben prima delle leggi razziali e dell'accordo con Hitler. 


Giorgio Fabre

La lunga rincorsa di Mussolini antisemita



Nel maggio 1994 Michele Sarfatti pubblicava da Zamorani, editore specializzato in storia della persecuzione antiebraica, la prima edizione di Mussolini contro gli ebrei. Renzo De Felice era già malato, ma ancora attivo e dirigeva la sua rivista, «Storia contemporanea». E molto incisivo era lo stuolo dei suoi allievi, esponenti dell’establishment accademico e collaboratori di vari giornali. Mussolini contro gli ebrei metteva profondamente in crisi, soprattutto grazie alla precisione e all’incontestabilità della documentazione, le tesi dello storico del fascismo, in particolare la sua Storia degli ebrei. Era una svolta in questo campo, anche di metodo. La reazione fu un silenzio greve sul libro di tutta la potente scuola defeliciana. L’anno dopo De Felice pubblicò il famoso Rosso e Nero (Baldini e Castoldi) su Mussolini e il fascismo, ignorando del tutto questo libro. Si ricorda solo, per converso, una recensione appunto dell’allora nemico di De Felice, Nicola Tranfaglia, su Repubblica. Ma la vita del libro di Sarfatti fu assai difficile.

Egli aveva ricostruito con estremo dettaglio – spesso avendo recuperato carte autografe e lavorando sugli originali – tutte le prese di posizione e le concrete azioni persecutorie del capo del fascismo verso gli ebrei nel 1938: compresa l’elaborazione del Manifesto della razza (l’attribuzione era praticamente una novità) e la preparazione accurata delle leggi antisemite.

Dalla ricostruzione emergeva che il duce aveva condotto di persona un lavoro di una complessità enorme e Sarfatti, passo passo, lo aveva seguito – per quanto era stato possibile – nelle sue varie fasi, con documenti originali e interpretazioni assai innovative. È ovvio che a uno storico come De Felice, che aveva puntato a dimostrare come nel 1938 Mussolini avesse «discriminato» gli ebrei, più che «perseguitarli», una ricostruzione del genere potesse dare fastidio. In un certo senso, Sarfatti agì da «revisionista» nei confronti dello storico italiano accreditato come il massimo esponente italico del revisionismo storiografico. Se ne accorse George Mosse, che fino ad allora sul fascismo italiano aveva seguito in tutto De Felice. Rapidamente (e morto De Felice nel maggio 1996), Mosse fece uno scarto e nel ’97 dichiarò che su antisemitismo e razzismo non dava retta «fino in fondo» allo storico reatino e qualche anno dopo certificò che riteneva Mussolini «un convinto razzista».



Oggi, a quasi un quarto di secolo dalla prima uscita, presso lo stesso editore Sarfatti pubblica una nuova edizione ampliata di Mussolini contro gli ebrei (Zamorani, euro 28,00), 217 pagine invece di 199 e con un corpo più piccolo, in cui aggiunge e illustra diversi nuovi episodi dell’antisemitismo di Mussolini nel 1938: alcuni recuperati e ridiscussi in base ai nuovi studi pubblicati nel frattempo, altri ricostruiti in maniera inedita. Chiude il volume un capitolo sul censimento degli ebrei dell’agosto ’38, che non contiene novità rispetto al ’94.

Il risultato della seconda edizione è la dimostrazione – ancor più forte di quanto si sapesse o si potesse intuire – dell’impegno antisemita di Mussolini: che, come è noto, era un lavoratore indefesso e veloce, ma fu davvero impressionante per l’attenzione e la cura con cui predispose il terreno e poi preparò le nuove leggi contro gli ebrei. Rispetto a vent’anni fa, sappiamo ora che nel 1938 scrisse articoli (in forma anonima) sulla campagna razzista; allertò con anticipo, un mese prima del Manifesto, i ministeri che avrebbero dovuto agire; si preoccupò, fin dal novembre 1937, di avvertire i nazisti della campagna antisemita che si andava preparando in Italia. Si fece affiancare da alcuni «tecnici», i cui ruoli però sono ancora piuttosto opachi; e poi da qualche politico; ma fu lui a ideare e a guidare tutta l’operazione, con fermezza e talora perfino con estrema durezza: come oggi si vede bene dal modo in cui trattò, perfino sbeffeggiandoli, papa Pio XI e la Chiesa.

Viene da dire, quasi in automatico, che tutta questa operatività non poteva essere nata come un fungo, tra la fine del ’37 e quella del ’38. Mussolini agiva in maniera molto diversa da Hitler: era metodico, aveva tempi lunghi di preparazione e di elaborazione, più volte sperimentava e talvolta tornava sui suoi passi, come fece anche nel 1938, quando – a febbraio – preparò il dettaglio dell’azione razzista con cinque-sei mesi di anticipo. Lo aveva fatto anche in altri campi: nel fondamentale e delicatissimo terreno corporativo, che richiese anni di preparazione; o in quello della censura dei libri. È plausibile, quindi, che la preparazione sia stata molto più lunga, anche se magari non continuativa, come del resto anche nel 1938.

In effetti, da altre ricerche è emersa una diversa interpretazione del periodo che anticipò le leggi contro gli ebrei, una preparazione che risale più indietro nel tempo rispetto al 1936-’38. Sarfatti ne accenna, ma concentra la sua analisi sul periodo della persecuzione «pubblica». Eppure è ormai ampiamente documentato che eliminazioni specifiche di ebrei da vari posti di responsabilità furono ordinate a partire dal 1933-’34: accadde nei comuni, nelle province, nei sindacati, negli ospedali, in qualche caso nelle università. Mussolini poté predisporre con cura, ben soppesando e con altri stop and go prima del fatidico 1938, il terremoto che provocò con le leggi razziste. Non solo ci pensò, ma eliminò. È una vicenda su cui continua a emergere nuova documentazione, ma il quadro complessivo di questo «prequel» è chiaro e ineludibile.

Eppure, anche con questi limiti, il libro di Michele Sarfatti continua a restare un piccolo capolavoro della storiografia del Novecento, in una materia difficile e ancora controversa come quella delle leggi razziali. Oggi, questo campo storiografico è diventato un campo di battaglia, soprattutto per le lotte e per le carriere accademiche, e la qualità della ricerca è andata in caduta libera. È naturale che quel libro sia ancora, per molti aspetti, un modello.


il manifesto – 8 ottobre 2017

Siamo tutti Anna Frank



Mauro Calabresi

Siamo tutti Anna Frank

L’idea che l’immagine di Anna Frank possa essere utilizzata per insultare qualcuno è talmente arretrata e grottesca da squalificare per sempre chi l’ha pensata. Quel volto è nei cuori di ogni studente che abbia letto il suo Diario e l’abbia avuta come ideale compagna di banco: quella ragazzina ci ha raccontato non la sua morte ma la vita, i sogni, le speranze, il futuro sebbene si trovasse nel cuore della notte dell’umanità. Grazie a lei generazioni hanno compreso cosa è stato il nazismo, cosa abbia significato vivere nascosti, essere deportati e morire in un campo di sterminio.

Quando ieri sera al giornale abbiamo visto la sua foto con la maglia della Roma, usata da un gruppo di ultrà della Lazio per infamare gli avversari, ci siamo indignati come tutte le volte che ci troviamo di fronte alla banalità del male. Ma questa volta abbiamo pensato che è necessario fare un passo in più.

Come è diventato possibile che Anna Frank sia considerata un modo per offendere? Ribaltiamo i piani, restituiamole il suo valore, trasformiamola in un omaggio, non lasciamola sola e in mano all’ignoranza. E allora Anna Frank siamo tutti noi, può e deve avere la maglia di ogni squadra, essere parte della nostra vita. Ogni club dovrebbe farne una bandiera, per rispondere senza esitazione alla deriva degli estremisti delle curve.

Soprattutto oggi che non solo una parte delle curve degli stadi ma una parte della società sta diventando ricettacolo di razzismo, antisemitismo e xenofobia. Perché Anna è la ragazzina che non ce la fa a sopravvivere fino alla Liberazione. Il suo Diario è la trama di una vita spezzata, che diventa parte della vita di tutti noi. Riprendiamocela, non lasciamola nelle mani di chi vuole calpestarla ma continuiamo a leggerla e a dedicarle strade, scuole e biblioteche.


La repubblica – 24 ottobre 2017

lunedì 23 ottobre 2017

Roman Rosdolsky, storia di un marxista critico



Il Manifesto ricorda Roman Rosdolsky. Ancora fondamentale resta a 50 anni dalla morte il suo «Genesi e struttura del Capitale di Marx».

Yurii Colombo

Roman Rosdolsky, amante fedele dei «Grundrisse»



Quando Roman Rosdolsky muore a Detroit il 20 ottobre 1967 aveva appena finito di correggere le bozze di Genesi e struttura del Capitale di Marx, un’opera a cui aveva lavorato per quasi vent’anni e che uscirà postuma l’anno successivo. Secondo Marcello Musto, quella di Rosdolsky «fu la prima, e anche la principale mai scritta, monografia dedicata ai Grundrisse. Tradotta in molti paesi, favorì la loro divulgazione e circolazione ed ebbe un notevole influsso su tutti i loro successivi interpreti».

Anselm Jappe ha fatto notare che il carattere non meramente filologico della Genesi è da attribuire al fatto che prima dell’esplosione del ’68 «a differenza del marxismo tradizionale, Rosdolsky non vede nelle contraddizioni apparenti della realtà capitalista delle semplici mistificazioni, ma l’espressione di contraddizioni reali. Ciò è significativo per comprendere il feticismo della merce non come fenomeno che appartiene unicamente alla sfera della coscienza, ma come un fenomeno reale».

Grazie a un erudito traduttore di Marx come Bruno Maffi la Genesi fu disponibile in italiano già nel 1970 diventando presto opera discussa sia a livello accademico sia all’interno del dibattito teorico dell’estrema sinistra (si pensi al seminale Marx oltre Marx di Toni Negri o a L’Ape e il comunista delle Brigate Rosse). Malgrado lo straordinario impatto che la Genesi avrà per la divulgazione dei Grundrisse, la biografia del marxista ucraino è rimasta poco conosciuta e solo quest’anno in Germania è stata pubblicata un’ampia biografia (Rosdolsky-Kreis, Mit permanenten Grüssen).



Rosdolsky nacque a Lviv nel 1898 nella parte occidentale dell’Ucraina sotto il dominio austroungarico. La sua famiglia faceva parte dell’intelligencija cittadina e il padre era un famoso etnografo. Roman iniziò a militare nei circoli socialisti già al liceo e poi dopo l’Ottobre, aderì al movimento comunista, di cui sarà uno dei fondatori nell’Ucraina occidentale. Tuttavia la sua adesione al marxismo restò eterodossa e fortemente segnata dal nazionalismo ucraino.

Alla metà degli anni ’20 ruppe con il movimento comunista ufficiale e aderì all’opposizione trotskista, di cui condivideva l’analisi della «rivoluzione permanente»: «Come membro di un popolo ’senza storia’ che aveva solo classe capitalista rudimentale, non potevo sperare nell’instaurazione di uno Stato borghese ucraino.

D’altro canto l’irrisolta questione contadina e l’oppressione nazionale creava un terreno favorevole per il rapido sviluppo delle idee del socialismo rivoluzionario», affermerà in seguito. Il suo interesse per la questione ucraina non scemerà mai. Negli anni ’30, su questa tema, scrisse l’importante studio La comunità di villaggio nella Galizia Orientale e la sua dissoluzione.


Dalla fine degli anni ’20 visse prevalentemente a Vienna dove completò la tesi di dottorato su Friedrich Engels e il problema dei popoli senza storia in cui criticava la tesi del «Generale» secondo cui i popoli slavi erano intimamente reazionari e incapaci di giungere all’indipendenza. Un’opera che il crollo dei regimi dell’est e la rinascita dei nazionalismi hanno riportato alla ribalta (in Italia è uscita per i tipi della Graphos nel 2005).

Sono stati anni particolarmente intensi quelli di Vienna per Rosdolsky. Dal 1926, collaborò con il Marx-Engels Institute di Mosca fino a quando David Rjazanov venne estromesso dall’incarico. Partecipò con entusiasmo all’esperienza della «Vienna Rossa» e conobbe Emily Meder che sarà la compagna di una vita. Dopo l’Anschluss fu espulso dall’Austria e tornò a Lviv.

Tuttavia con la spartizione della Polonia seguita al patto Ribentropp-Molotov, la Galizia finì sotto il controllo sovietico, e Rosdolsky temendo di essere arrestato come trotskista, fuggì a Cracovia. Conobbe qui l’altra metà della «mezzanotte del secolo»: i bambini dell’orfanotrofio ebraico dello stabile adiacente a quello in cui viveva con la moglie, furono deportati dalle truppe tedesche. Da quel giorno, scriverà in una sua memoria, sentirà l’intensa mancanza delle «abitudini di quegli orfani ebrei che avevo iniziato a osservare con curiosità e del suono poco familiare dell’yiddish».

Nel 1942 Rosdolsky fu arrestato a Vienna e passerà il resto del periodo bellico nei lager di Auschwitz, Ravensbrück e Oranienburg lavorandovi come carpentiere. Nel 1947 decise di lasciare l’Austria per gli Stati Uniti nel timore di essere sequestrato dalla Gpu e spedito – come altri suoi compagni – nei gulag sovietici.

Rosdolsky non si integrerà mai nella società americana. In piena era maccartista non riuscì a ottenere nessuna cattedra: svolgerà per il resto della vita l’attività di libero ricercatore. Oltre a lavorare alla Genesi, approfondirà lo studio della politica leninista, e in particolare del «disfattismo rivoluzionario». Abbandonata la politica attiva – della IV Internazionale non condivideva caratterizzazione sociale dell’Urss – le difficoltà economiche portarono lo studioso ucraino ad isolarsi e a lunghe pause nelle sue ricerche. «La tua depressione non mi è estranea», gli confesserà in una lettera Paul Mattick.

In quegli anni Rosdolsky manterrà uno scambio epistolare anche con altri eretici del movimento comunista come Korsch, Frölich, Deutscher e Mandel, il quale gli dedicherà il suo studio sul tardocapitalismo. Quest’ultimo, in un omaggio all’amico ricorderà come «prima di morire assistette con grande gioia a due avvenimenti che confermavano la sua piena fiducia nella vittoria finale delle idee di Lenin e Trotsky… la riapparizione di una opposizione comunista di sinistra in Polonia cristallizzata nella Lettera aperta di Modzelevsky e Kuron e il carattere di massa che assunse la rivolta studentesca contro la guerra in Vietnam».

Dopo la morte, sua moglie Emily tornerà in Europa dove parteciperà ai movimenti sociali e femministi degli anni ’70.


il manifesto – 18 ottobre 2017