TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 12 settembre 2017

Sui monti del Biellese nel nome di Fra Dolcino


Nel Biellese il mito del frate eretico rivive a distanza di 710 anni.

Paola Guabello

Sui monti, nel nome di Dolcino spiriti ribelli e liberi pensatori


E’ un rito che si ripete puntuale da 43 anni ma che affonda le sue radici agli albori del Secolo Breve, quando 10 mila persone, come le cronache dell’epoca raccontano, nel 1907 si radunarono attorno a un cippo alto 12 metri (con 4 metri di base) che si vedeva a distanza perfino nella bassa Biellese. Anche quest’anno, sul monte Rubello, il luogo dove 710 anni fa Fra Dolcino fu catturato e ucciso nel 1307, tornano a salire gli «spiriti ribelli», un gruppo di irriducibili che ogni anno attende i primi giorni di settembre per riaccendere i suoi ideali. Anarchici, vecchi socialisti, operai, studiosi e perfino qualche ormai raro partigiano. E poi curiosi e simpatizzanti che arriveranno da tutto il Nord Ovest, pronti a sfidare nuvole e nebbia, se il tempo li tradisce, o a godere degli ultimi tepori estivi e di una vista spettacolare, per salire al cippo nel cuore della Panoramica Zegna.

Nel punto esatto dello sterminio, e dove a forza di pietre e fatica era stato eretto il primo monumento, oggi c’è il santuario di San Bernardo che gli abitanti del Biellese e della Valsesia vollero edificare «in lode al Signore per la sconfitta del frate ribelle». Ma di fronte, a poca distanza, c’è il luogo in cui una delle figure-simbolo e indimenticate della storia e della cultura piemontese, Gustavo Buratti, fece erigere il nuovo cippo nel 1974.


I ribelli riscoperti

Così Dolcino e Margherita, rivivono sulle Alpi biellesi che incorniciano Trivero, nella selvaggia Valsessera; così le loro ultime ore di spiriti liberi, mentre si trovavano arroccati su quel monte a combattere contro il freddo e la fame, piegati dalle truppe vescovili, non saranno mai più dimenticate.

«Fu alla fine della II Guerra Mondiale che Dolcino venne riscoperto - spiega il presidente del Centro Studi Dolciniani Aldo Fappani -. Già a fine 800, dopo secoli di oblio, la figura del frate eretico venne riabilitata. Erano stati i nobili, i valdesi, gli anarchici e chi mal sopportava i condizionamenti, a far del personaggio un vessillo del libero pensiero. Nel ’900, gli esponenti biellesi di quella corrente acquistarono un piccolo terreno in cui si ritrovarono davvero in tanti e festeggiarono attorno alla torre alta 12 metri.



Poi il fascismo mise tutto a tacere: il cippo, nell’agosto del 1927, fu abbattuto a colpi di cannonate. ma finita la guerra gli abitanti di Mosso e chi era emigrato per salvarsi, tornarono sul monte Rubello. Con la biacca, sul rudere scrissero “queste pietre sono sacre”, scavarono e ritrovarono i cimeli della gloriosa giornata. Fu poi Buratti, che decise di ricostruire il cippo e di ripetere il rito. Così dal 1974 ci ritroviamo e saliamo in quota».

Il predicatore apostolico, ostile a Roma e a papa Bonifacio VIII, che aveva assistito al rogo di Margherita e del suo luogotenente Longino da Bergamo prima di passare per le armi, continua dunque a vivere. «Lo citò anche Dante, - prosegue Fappani -. Dolcino era considerato apostolo del “Gesù socialista”, un martire del libero pensiero. Un pacifista che suo malgrado non ha abbassato il capo ma ha imbracciato la spada contro i crociati pur di difendere le sue idee. Per questo resta un simbolo per i tanti che ogni anno affrontano la passeggiata per sentirsi parte della giornata dolciniana».


La Stampa – 9 settembre 2017