TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


domenica 3 settembre 2017

Oradour-sur-Glane, luogo della memoria


Città perdute /10. Come Marzabotto in Italia. Ourador, nella campagna del Limousin, è diventata il luogo simbolo della barbarie nazista in Francia. Il 10 giugno del 1944 le SS trucidarono gli abitanti e diedero fuoco a tutto il paese. Volutamente non ricostruito, Oradour è diventato il monumento vivente della Resistenza.


Guido Caldiron

Oradour-sur-Glane e i suoi revenants


Il vento si insinua appena tra le rovine, complice dell’estremo pudore che domina ogni cosa di fronte a una tale tragedia. Lo scheletro degli edifici incendiati compone un sentiero annerito dal fuoco e dal tempo che conduce verso quello che era il centro del paese, dove solo un albero, che ha finito per diventare più alto delle macerie che lo circondano, testimonia della vita che, nonostante tutto, è andata avanti. Perché, mano a mano che si procede, ci si accorge che le sole altre tracce rimaste sono le carcasse carbonizzate di alcune auto, qualche insegna commerciale sopravvissuta al fuoco e, poco più in là, dei vecchi aratri arrugginiti. Di case e negozi è rimasta talvolta solo la facciata, quasi ci si trovasse dinanzi a una sinistra versione di un set cinematografico.


La costruzione più imponente, la chiesa parrocchiale, ha un lato pressoché intatto, tanto da far pensare che sia stata risparmiata dal fuoco. In realtà è come se fosse stata svuotata dall’interno e il modo bizzarro in cui si sono composte le sue rovine lascia solo immaginare di quale orrore possa essere stata teatro. Perfino i binari del tram che si snodano tra le case distrutte, testimonianza della linea che conduceva a Limoges, la città più importante del circondario, una ventina di chilometri più a sud, non evocano trasferte liete nei fine settimana, ma sembrano riportare alla memoria le immagini di altri binari rosi dalla ruggine che giungevano fino ad un cancello dominato da una frase ingannevole: «il lavoro rende liberi».

Non è forse un caso se dopo Auschwitz e Dachau le Rough Guides indichino proprio Oradour-sur-Glane come uno dei luoghi che vanno visitati da parte di chi voglia, letteralmente, «ricordare il passato». Anche se in questo piccolo centro della campagna del Limousin, che prima della Seconda guerra mondiale era noto solo per il suo mercato del sabato, proprio come nei campi della morte nazisti, il passato non ha mai smesso di interrogare drammaticamente il presente.


A trasformare Oradour nella città-fantasma che è ancora oggi, furono il 10 giugno del 1944 le Waffen SS appartenenti al reggimento Der Führer, della divisione corazzata Das Reich, che uccisero 642 tra uomini, donne e bambini prima di dare fuoco all’intera cittadina e seppellire ciò che restava delle vittime in fosse comuni. Alla strage sopravvissero in pochi, meno di una trentina, compresi alcuni bambini che avevano perso nel massacro l’intera famiglia. Si finsero morti, nascosti sotto cumuli di cadaveri per ore, riuscirono ad allontanarsi mentre Oradour era avvolta dalle fiamme o elusero la sorveglianza delle pattuglie naziste. Molti di loro avrebbero dedicato il resto della propria esistenza a far sì che il mondo non dimenticasse quanto accaduto. Come Jean-Marcel Darthout, che se ne è andato lo scorso ottobre a 92 anni, dopo essere stato uno dei grandi testimoni oculari della tragedia, scampato all’eccidio perché i nazisti lo credevano morto. «È giusto che io racconti cosa accadde quel giorno. Anche se ogni volta che lo faccio mi ritrovo in quell’inferno», ripeteva a ogni intervento pubblico.


Quella di Oradour non può essere infatti che una memoria dolente. E questo non solo per ciò che accadde nel giugno del 1944. All’indomani della strage si capì subito che la ferita inferta alla popolazione era troppo estesa e profonda perché si potesse anche solo immaginare di ricostruire il paese abbattendo quegli edifici che erano stati lo scenario del massacro. I pochi sopravvissuti e i loro parenti furono inizialmente ospitati in prefabbricati di legno tirati su a qualche centinaio di metri dalle rovine, dove, a partire dagli anni Cinquanta furono costruite una ventina di abitazioni. Oradour era comunque una città morta. Una donna, che al momento dell’eccidio aveva solo 15 anni, ricorderà, confidandosi con la storica statunitense Sarah Farmer, cui si deve uno dei testi più importanti sulla tragedia (Oradour: arrêt sur mémoire, Paris, Calmann-Lévy, 1994), «ho smesso il lutto solo dopo essermi sposata, molto tempo dopo».



Nell'immediato dopoguerra, mentre già cominciava a montare quel clima di rinnovata concordia nazionale all’ombra del quale si sarebbe finito per dimenticare anche i crimini di Vichy, e in parte anche quelli dei nazisti, saranno soprattutto gli intellettuali vicini al Partito comunista ad attirare l’attenzione dell’opinione pubblica sul dramma di Oradour. Nel 1949, nel quinto anniversario della strage il poeta Louis Aragon e il fisico Frédéric Joliot-Curie guideranno una carovana di artisti e uomini di cultura fino alla città martire e consegneranno un libro, contenente oltre 400 contributi tra testi e disegni, compresi quelli di Pablo Picasso, Fernand Léger e del poeta dadaista Tristan Tzara, al sindaco della cittadina. Della carovana faceva parte anche il fotografo Willy Ronis, di cui il settimanale culturale del Pcf, les Lettres Françaises, pubblicherà in seguito alcuni scatti, come quello che immortala Aragon che mostra il disegno di Picasso alla folla. E fu in quell’occasione che Aragon scrisse la Chanson de la caravane d’Oradour, messa in musica solo decenni più tardi.



Tragico simbolo della barbarie nazista, Oradour non sarà però al riparo dei contraddittori eventi politici del dopoguerra. Dopo il processo più importante, svoltosi di fronte al tribunale militare di Bordeaux nel 1953, tutti i responsabili dell’eccidio, per quanto condannati, saranno rimessi in libertà nello spazio di pochi anni. E perfino i vertici della Das Reich, come il generale Heinz Lammerding che ne era stato il comandante, per quanto giudicato colpevole, potrà vivere da uomo libero in Germania fino alla sua morte, avvenuta nel 1971, complici i nuovi equilibri internazionali frutto della Guerra fredda. 

Eppure, come ricostruito recentemente dal regista e studioso Michaël Prazan nel suo documentario Une division SS en France, Das Reich (Arte, 2017), proprio la divisione delle Waffen SS responsabile della strage di Oradour, nella quale, dopo il suo rientro dal fronte dell’est e in attesa di essere trasferita in Normandia, erano stati incorporati anche molti alsaziani, aveva avuto un ruolo di primo piano in altri massacri compiuti sul fronte orientale come nel resto della Francia. Proprio per evitare il carcere a una decina di SS alsaziane, parte degli oltre 130mila corregionali, i cosiddetti «malgré-nous», arruolati di forza dai nazisti, dopo il processo di Bordeaux interverrà un’amnistia votata in fretta e furia e voluta dallo stesso generale De Gaulle che sostenne come si doveva evitare che la Francia, dopo la tragedia di Oradour, si vedesse anche «infliggere una amara ferita all’unità nazionale».


In reazione a questi avvenimenti, gli abitanti di Oradour e l’associazione dei familiari delle vittime della strage chiederà alle autorità nazionali di non presenziare alle annuali cerimonie commemorative, mentre in tutto il Limousin decine di partigiani restituiranno in segno di protesta le onorificenze di cui erano stati insigniti. Né Georges Pompidou né Giscard d’Estaing si recheranno a Oradour nel corso del loro mandato e si dovrà attendere il 1982 (con la sola eccezione di De Gaulle nel 1962), per assistere alla visita di un presidente della Repubblica, in quel caso François Mitterrand.

Ma sarà solo con gli anni Novanta, e in particolare con l’inaugurazione, alla presenza di Chirac nell’estate del 1999 del Centre de la mémoire che evoca, anche grazie a documenti filmati e immagini d’epoca sia la strage che il processo di Bordeaux, che Oradour si riconcilierà con la memoria nazionale. Questo, fino alla storica visita di Joachim Gauck, presidente della Repubblica federale tedesca, che nel 2013, accanto a Hollande, esprimerà tra le rovine annerite di Oradour la propria vicinanza alle vittime e ai sopravvissuti, affermando che «la vostra amarezza perché i responsabili di questo crimine non hanno dovuto rispondere delle loro colpe è la mia stessa amarezza». La lotta per la memoria della città fantasma non era stata invano.



Il Manifesto – 24 agosto 2017