TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


sabato 9 settembre 2017

“Meglio la guerra fredda di questi nuovi Muri”



In un'intervista a La Repubblica John Le Carré parla dell'Inghilterra e dell'Europa dopo la fine della guerra fredda e dei rischi di un ritorno ad una nuova forma di fascismo.


“Meglio la guerra fredda di questi nuovi Muri”

Intervista di Enrico Franceschini


«Uno spettro si aggira per il mondo, lo spettro di un nuovo fascismo », ammonisce John Le Carré. Per comprendere la Gran Bretagna, afferma l’Economist di questa settimana, bisogna leggere i romanzi di spionaggio britannici. Ma il riconosciuto maestro della spy story, lui stesso ex spia, ha una visione che travalica i confini nazionali: forse i suoi libri vanno letti non solo come thriller, bensì come strumenti per interpretare una minacciosa realtà. L’ultimo, “A legacy of spies” (in Italia lo pubblicherà Mondadori a inizio 2018 con il titolo “Un passato da spia”), appena uscito a Londra, segnala il ritorno di George Smiley, protagonista de La talpa e altri bestseller del grande scrittore inglese. La critica lo ha accolto trionfalmente.

Giovedì sera il pubblico ha riempito un teatro sul Tamigi e decine di sale cinematografiche in tutto il paese per sentire parlare il suo autore. E il messaggio non potrebbe essere più politico. «Quando comincio a scrivere ho chiaro in mente cosa vorrei che provasse il lettore arrivato alla fine”, dice l’85enne David Cornwell (il vero nome di Le Carré) al tavolo di un gastro-pub di Hampstead, il quartiere londinese in cui abita quando non è nella sua fattoria affacciata al mare in Cornovaglia, «e in questo caso avevo l’intenzione sovversiva di promuovere l’Europa». Ovvero di attaccare la Brexit. Ma nel suo mirino, in due ore di conversazione, ci sono anche Trump, Putin, Theresa May, l’Occidente.

In una delle ultime pagine, Smiley si domanda: “Per cosa abbiamo combattuto la guerra fredda?” E si risponde: “Per l’Europa”. Cosa vuole dire?

«Che lui, io nel mio piccolo finché ho fatto il suo stesso mestiere e i miei colleghi di allora, avevamo un idealismo di fondo: far cadere i muri attraverso il continente, ricreare un’Europa libera ed unita. Ci tenevo a sottolinearlo, nel momento in cui i muri vengono rialzati».

E in cui si allarga il canale della Manica. È anche un libro contro la Brexit?

«Era impossibile ignorare l’attualità mentre lo scrivevo. La Brexit mi ha fatto provare sgomento e vergogna. Uscire dal più grande mercato economico del pianeta è un errore che rimpiangeremo amaramente».

Perché è successo?

«Per quella che definisco “la maledizione dei vittoriosi”: lo sciovinismo derivato dal convincimento di avere vinto la seconda guerra mondiale. Mentre la verità è che noi britannici siamo soltanto sopravvissuti alla guerra, a vincerla sono stati gli americani e i russi. E poi la Brexit ha altre ragioni. Capisco il voto di protesta da parte dei dimenticati, gli operai o ex-operai della provincia inglese deindustrializzata. Ma non capisco perché nessuno in Inghilterra ha parlato dei meriti dell’Europa unita al di fuori dei vantaggi economici».

Nel libro Smiley usa l’espressione “Citizen of nowhere”: è una citazione del controverso discorso di Theresa May, che dopo il referendum sulla Ue disse “o sei cittadino in un paese o non sei cittadino di niente”?

«Assolutamente sì. Parole sbagliate e riprovevoli. Ma a esprimerle è una classe di politicanti di serie B. Aspettiamo qualcuno che faccia rinsavire la nostra nazione».


Il laburista Jeremy Corbyn?

«Lo rispetto per i suoi principi, ma Corbyn è un leader delle proteste, non di governo».

Se Smiley vedesse il mondo di oggi, penserebbe che è migliore di quello della guerra fredda?

«Non ne sarebbe sicuro. Non saprebbe cosa pensare. La fine della guerra fredda è stata una grande occasione clamorosamente fallita dall’Occidente e adesso ne stiamo pagando il prezzo. Non c’è stato alcun Piano Marshall per la Russia, che anzi è stata umiliata. E il risultato è una Russia stalinista e autocratica, una cleptocrazia».

E cosa direbbe il suo alter ego letterario dell’America di Trump?

«Che è un paese sceso in guerra contro la verità. Che semina odio. Che minaccia di riscrivere la Costituzione. Il prossimo passo potrebbe essere dare alle fiamme i libri. È lo spettro di un nuovo fascismo, contagioso come un virus: non a caso se ne vedono già gli effetti, in Polonia, in Ungheria, perfino nella Birmania di Aung San Suu Kyi. Nel mondo sta accadendo qualcosa di estremamente preoccupante. A me ricorda l’atmosfera che portò all’ascesa del fascismo in Germania, Italia, Spagna, Giappone ».

Da ex spia e autore di spionaggio, crede che la Russia abbia davvero cercato di interferire sulle presidenziali americane?

«Non ne ho le prove, ma suppongo di sì. E trovo comico che proprio l’America gridi allo scandalo: se c’è un paese che ha interferito per mezzo secolo nelle elezioni degli altri sono gli Stati Uniti. Comunque Trump e Putin si somigliano, hanno lo stesso disprezzo per la democrazia liberale: perciò si piacciono».

La novità è la potenza dello spionaggio cibernetico.

«“Quello che ha rivelato Snowden è solo la punta dell’iceberg. Stiamo andando verso l’impossibilità di avere segreti. Per questo tanto varrebbe integrare lo spionaggio con il corpo diplomatico. Ma dubito che i potenti della terra mi daranno retta. Le spie esisteranno sempre».

L’Economist suggerisce di leggere Ian Fleming, Graham Greene e lei per capire la Gran Bretagna odierna: è d’accordo?

«Abbiamo fatto tutti e tre le spie. E le spie conoscono, o credono di conoscere, l’essenza della realtà».

Le secca che i critici chiudano i romanzi di spionaggio in una categoria minore rispetto alla narrativa letteraria?

«Ho smesso da tempo di leggere i critici. Le recensioni negative ti inducono al suicidio. Le positive ti fanno credere un dio. Un tale a un party mi ha detto: mi scusi, io non leggo i suoi libri perché non leggo i romanzi di spionaggio. Avrei voluto rispondergli: non legge neanche Conrad, perché non legge romanzi di mare?».

La Repubblica – 9 settembre 2017