TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


venerdì 8 settembre 2017

La Resistenza sconosciuta


Dopo l'8 settembre 1943 seicentocinquantamila soldati italiani decisero di non collaborare con i tedeschi e finirono ai lavori forzati nei lager.

Andrea Parodi

Gli internati militari italiani dimenticati dell’8 settembre


Raccontare poco non era giusto, a raccontare il vero non si era creduti, allora ho evitato di raccontare. Sono stato prigioniero e bon, dicevo». Così un Internato Militare Italiano a chiusura delle sue memorie, quasi scusandosi. Poche, rassegnate parole che riassumono un disagio diffuso tra gli oltre 650 mila militari italiani che quell’8 settembre 1943 scelsero volontariamente di non continuare a combattere a fianco dei nazisti.

L’annuncio di Badoglio («Ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza») lascia nel caos un esercito che contava due milioni di uomini. Delusi, impreparati e peggio equipaggiati. Esausti di combattere dopo le gravi sconfitte in Africa e in Russia, con la certezza di una vittoria che non sarebbe mai arrivata.

Nelle ore immediatamente successive all’Armistizio il Regio Esercito si sfalda. Inizia la Resistenza. Per i soldati italiani catturati dai tedeschi inizia un’esperienza terribile: quella del lager. I nazisti non offrono terze scelte: «o con noi, o contro di noi». L’alternativa a prendere un fucile e cominciare a sparare ad angloamericani e italiani badogliani era solo quella di essere internati nei lager di Germania e Polonia. Nemmeno come prigioniero di guerra, status riconosciuto internazionalmente, ma come Internato Militare Italiano, o Imi. Definizione coniata da Adolf Hitler in persona.


È stata questa degli Imi la forma di Resistenza più numerosa. Può sembrare paradossale, proprio perché non se ne parla mai. Il rifiuto a collaborare con il nuovo nemico nazista, preferendo l’Italia di Badoglio e di Brindisi a quella di Mussolini e di Salò, è un fenomeno vastissimo.

Molti italiani possono vantare un nonno, uno zio o comunque un parente che è stato Internato Militare Italiano. Semplicemente lo ignora. Il paradosso si riassume nella citazione delle memorie dell’Imi: tornati dalla guerra non hanno voluto raccontare. Hanno preferito integrarsi in silenzio nella società. Parlando della loro esperienza bellica, anche con dovizie di particolari, per tutto ciò che riguarda gli eventi prima dell’8 settembre e liquidando con poche e sofferte parole i due anni «prigioniero in Germania». Meglio dimenticare al più presto. Assolutamente difficile che abbiano utilizzato le parole giuste: «campo di concentramento». Non si usava.

Gli Imi erano impiegati come schiavi (nelle aziende agricole come contadini, nelle fabbriche e nelle miniere come operai). La notte tornavano in luoghi di terrore e di morte, contrassegnati con un numero. Senza assistenza sanitaria, senza tutele, senza dignità umana. I nazisti, per costringerli alla resa, li facevano gelare nell’inverno tedesco e gli diminuivano il cibo. Si soffriva la fame più nera. La memorialistica parla spesso di bucce di patate marce trovate tra la spazzatura.



Significative le parole del poeta Tonino Guerra: «Nella vita sono stato felice soprattutto quando mi hanno liberato: per la prima volta ho ammirato il volo di una farfalla senza il desiderio di mangiarla». Gli effetti della fame si trovano anche nelle pagine del Diario di Giovannino Guareschi, animatore della vita culturale nei lager insieme, tra gli altri, a Gianrico Tedeschi: «Quando mi faccio la barba da sotto la pelle vedo il mio scheletro. Non pensavo che anche le ossa potessero dimagrire». Il risultato fu che in circa 50 mila morirono di stenti, per le malattie, per le sevizie dei nazisti, per i bombardamenti alleati.

Il silenzio di questi protagonisti de «l’altra Resistenza» (come l’omonimo libro di Alessandro Natta, pubblicato da Einaudi solamente nel 1997) si è interrotto intorno alla metà degli Anni 80, con l’età della pensione degli Imi. Una grande occasione perduta per molti familiari, che ancora oggi non comprendono. Gli storici hanno avuto grandi responsabilità. In Italia nel dopoguerra ci si è concentrati sulla memorialistica partigiana, che ha di fatto monopolizzato l’eredità della lotta di Liberazione. Non è un caso che il primo storico a occuparsi con grande attenzione al tema degli Imi sia stato proprio un tedesco nel 1990: Gerhard Schreiber, scomparso poche settimane fa. Che coniò una definizione in tre parole: «Traditi, disprezzati, dimenticati»


La Stampa – 8 settembre 2017