TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


lunedì 4 settembre 2017

Imperialismo straccione. La colonizzazione mancata dell'Etiopia



Allo scoppio della guerra di Libia nel 1912 Lenin definì “imperialismo straccione” le pretese coloniali dell'Italia. Lo studio approfondito dei tentativi di colonizzazione dell'Etiopia nel 1936-1942 confermano il giudizio sprezzante del rivoluzionario russo.



David Bidussa

Africa italiana vista dai civili




A proposito dell’impero coloniale e in particolare della storia della presenza italiana in Etiopia, si è scritto molto sulla vicenda militare, come pure in anni recenti sulle brutalità o sulle violenze. Qualcosa, ma molto marginalmente è stato raccontato dell’immaginario coloniale. Il volume di Ertola dà conto della storia sociale, dell’emigrazione maschile e soprattutto quella femminile. Un aspetto, quest’ultimo che Emanuele Ertola tratta, giustamente con molta attenzione.

Il bilancio di questa vicenda peraltro breve - in tutto poco meno di sei anni (dal maggio 1936 al marzo 1942) conclude Ertola - non è sostanzialmente contrassegnato da successo, ma nemmeno da una particolare nostalgia da chi scelse di andare a tentare la fortuna in Etiopia. Difficile contraddirlo per i dati che presenta. È una condizione, quella che documenta Ertola in questo suo libro che in molti casi riflette una convinzione che non è conseguente alla parabola dell’Impero italiano in Africa Orientale, ma che emerge velocemente già nei primi mesi della presenza italiana.



«Finalmente sono nella capitale – scrive Giuseppe Rondoni, nel maggio 1937 - Vedessi che magnificenza! Capanne molto peggiori di quelle dei nostri contadini, tucul che sono come i nostri pagliai (sono le abitazioni di questa gente) nauseanti, neri, sporchi,.. vie sconnesse e pressoché impraticabili, il tutto nella completa oscurità, fatta eccezione di qualche lampada a gas in quello che si chiama il centro: ho preferito tornare nel mio camion a dormire».

L’impero all’indomani della vittoria del 5 maggio 1936 si presenta come un investimento per molti che provano a cambiare la loro vita, salvo andare incontro molto velocemente alla delusione. Quella di Giuseppe Rondoni è solo una delle tante storie di quei petis blancs, degli uomini e delle donne comuni che decisero di trasferirsi in Etiopia per tentare di iniziare lì una nuova vita e che spesso, e ben presto, si trovarono a giungere alla medesima conclusione. È significativo, per esempio, il caso di operai coinvolti nella costruzione d’infrastrutture – più spesso ristrutturazione di centri urbani, o di strade. La loro presenza è significativa nel primo periodo, quello immediatamente successivo alla conquista, ma è un fenomeno destinato presto a scemare perché il loro costo era troppo alto rispetto al possibile utilizzo di manodopera locale.

Altrettanto significativo è il caso dei coloni-agricoltori, stimolati a emigrare da un regime che pensava di ripercorrere la stessa strada già sperimentata con le bonifiche nella prima metà degli anni ’30. In realtà anche questa emigrazione non risulta riuscita: gli insediamenti agricoli si avviarono con lentezza, anche per la carenza o l’insufficienza delle infrastrutture.

Ma particolarmente significativo è il dato relativo all’emigrazione delle donne. Diecimila sono le donne che emigrano verso l’Etiopia. È un’emigrazione che risponde a varie esigenze tra cui quella relativa alla politica famigliare. In conformità con la politica natalista e costruita sulla forza della famiglia che Benito Mussolini ha enunciato nel maggio 1927 alla Camera (è il cosiddetto Discorso dell’Ascensione, il testo traccia la fisionomia culturale e ideologica della politica del regime sul rapporto tra demografia, benessere e sviluppo), la prima preoccupazione del regime è fare in modo che le famiglie dei funzionari (militari, di partito, dell’apparato pubblico), si ricongiungano, per limitare e stroncare un fenomeno già diffuso nei primi mesi dell’occupazione italiana dell’Etiopia, ovvero il concubinaggio, con le giovani etiopi. Il tema è il rischio del meticciato.



Lo stesso tipo di politica corrisponde anche all’obiettivo di non lasciare soli gli emigranti senza famiglia ancora insistendo sulla funzione procreativa della donna. Un processo migratorio che dunque rispondeva alla visione fascista della donna italiana che prima di tutto doveva essere “madre”. Un profilo che, sottolinea Ertola, assegna alle donne, più che agli uomini, la difesa e il controllo della rispettabilità, per cui la presenza della donna era volta «a sorvegliare i costumi e i comportamenti dell’uomo».

Ma anche una preoccupazione che contemporaneamente ha una funzione di regolamento dei comportamenti che cresce con la costruzione della legislazione razziale che inizia a prendere forma tra 1937 e 1938 e che nasce anche in seguito alle violenze dei coloni dei confronti degli indigeni nel febbraio 1937 dopo il fallito attentato al viceré Rodolfo Graziani. In breve, l’incapacità di promuovere una qualche forma di coabitazione nella società coloniale, fenomeno che è testimoniato sia dalle violenze dei coloni italiani rispetto agli indigeni, ma anche dalla rapida fine dell’impero, intravisto da molti come un errore, tanto da far dire «maledetta Africa ed il giorno che ci sono venuto».

Il Sole 24 Ore – 3 settembre 2017

Emanuele Ertola
In terra d'Africa. Gli italiani che colonizzarono l’impero
Laterza,

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