TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


domenica 3 settembre 2017

I Longobardi alle radici del medioevo italiano



Una grande mostra a Pavia fino al 3 dicembre ricostruisce tre secoli di presenza longobarda in Italia.



Francesca Bonazzoli

Genesi dello spirito longobardo alle radici del nostro Medioevo



Il documento storicamente più importante è il celebre Editto di Rotari, redatto in latino nel 643 fra le mura del monastero di Bobbio, che all’epoca fungeva da cancelleria della reggia di Pavia. Le pagine di pergamena sono arrivate da San Gallo, in Svizzera, e appaiono macchiate e bruciacchiate, ma sono la prima raccolta scritta delle leggi dei Longobardi, popolo che prima di arrivare in Italia non conosceva la scrittura.

Fra i reperti più lussuosi, invece, ci sono i calici in vetro colorato a forma di corno rinvenuti nelle tombe di duchi sepolti a Cividale del Friuli, Ascoli Piceno e Nocera Umbra. E poi monili d’oro arricchiti di paste di vetro colorato; pedine d’avorio di un gioco della dama; pettini, pugnali e spade, così importanti per un popolo guerriero, la più preziosa delle quali, ritrovata a Nocera Umbra e eletta a logo della mostra, ha l’impugnatura d’oro lavorata con le tipiche decorazioni ad onde geometriche dei popoli barbari.


Sono oltre 300 le opere esposte provenienti da 80 musei e 58 corredi funerari per un totale di 32 siti longobardi rappresentati. L’umile vita quotidiana del popolo dalle lunghe barbe si dispiega accanto a quella aristocratica di palazzo in otto sezioni tematiche per raccontare la storia di un’etnia che, nata seminomade, sognò di fermarsi finalmente in Italia acquisendo a poco a poco lingua, religione, leggi e cultura dei romani, a loro volta già occupati dai Goti.

«Insediamenti e necropoli erano dapprima separati. Del resto i Longobardi erano pochi, forse solo 150 mila individui e famiglie che si stanziarono in città e castelli strategici per il controllo del territorio esteso fino a Benevento», spiega Caterina Giostra, collaboratrice scientifica della mostra. «Ma dopo secoli persino i caratteri fisici si ibridizzarono, come scopriamo dai ritrovamenti delle tombe».



Anche dai numerosi monili esposti (anelli, collane, orecchini, fibbie e decorazioni di cinture) possiamo registrare la graduale trasformazione dal gusto germanico dei primi tempi, caratterizzato da una predilezione per figure di animali astratti e scomposti, alle forme più armoniose e alle iconografie del mondo cristiano e romano. E se a Povegliano Veronese è stato ritrovato uno dei reperti che più piaceranno ai bambini, e cioè l’impressionante scheletro di cavallo sepolto accanto a due cani, testimonianza dei riti pagani con il sacrificio dell’animale più caro accanto al suo guerriero, in un’altra tomba a fianco del cavallo fu deposta una croce cristiana in lamina d’oro.

Tuttavia, per riuscire a insinuarsi nell’incrinatura del sistema bizantino, che aveva ingaggiato un ventennale conflitto contro i Goti, e per conquistare con una serie di guerre lunga due secoli un pezzo di territorio dopo l’altro fino a controllare due terzi dell’Italia, gli invasori dovevano mantenere una forte identità etnica, legata all’esercito.


«La tesi della mostra è dimostrare che resistette a lungo», spiega Gian Pietro Brogiolo, curatore della rassegna assieme a Federico Marazzi. «Per i Longobardi i romani rimasero i nemici. Esiste un’identità longobarda che persiste fino alla fine del VII secolo per esigenze di coesione interna, indispensabile per mantenere uno stato di belligeranza continuo». Per esempio, racconta Brogiolo, il diritto longobardo dell’Editto di Rotari conviveva con quello romano e si applicava alla sola popolazione occupante. Ancora nel VII secolo, verso la fine del regno longobardo, Liutprando ammetteva che il sistema del duello per redimere le controversie non assegnava necessariamente la vittoria al giusto, bensì al più forte. Ma, diceva, non era possibile cambiare quella legge perché apparteneva alla tradizione del loro popolo.



I video e le didascalie che accompagnano ogni sezione della mostra aiutano il visitatore a districarsi anche fra le questioni religiose, con le divisioni fra il culto ariano e cattolico, che furono fondamentali nel processo di integrazione e conquista.

Dalla quinta sezione, quando si affronta l’introduzione della scrittura da parte di un popolo che era stato barbaro fra i più barbari, di quelli, cioè, che non avevano avuto contatti diretti con l’Impero romano, si passa dal racconto della vita quotidiana, a quello sulla gestione del potere che culmina con la fondazione e il controllo dei monasteri.



«Nei due secoli di dominio, una delle trasformazioni più radicali è la conversione al cristianesimo», riassume Caterina Giostra. «L’arrivo dei Longobardi rappresentò una rottura violenta nella continuità della lunga storia romana e una novità dirompente anche rispetto all’invasione dei Goti che si erano posti come continuatori dell’Impero. Però, dopo lo strappo, la loro presenza creò le premesse per la ricucitura di un nuovo tessuto alla base del nostro Medio Evo».


Il Corriere della sera – 2 settembre 2017