TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


sabato 2 settembre 2017

Donne e violenza sessuale. La rivolta artistica di Artemisia Gentileschi

   Autoritratto come martire

Unica donna in un mondo dell'arte fatto di soli uomini, Artemisia Gentileschi annunciò nei suoi quadri con una forza visionaria estrema la rivolta delle donne contro la violenza maschile. Una pittura che è denuncia e incitamento alla rivolta. Da qui la grandezza non solo artistica di questa giovane donna del Seicento.

Elena Del Drago

Artemisia Gentileschi. Da Susanna a Giuditta le donne reagiscono ai soprusi

Nel 1916, Roberto Longhi, insigne storico dell’arte, scriveva di Artemisia Gentileschi in questi termini: «L’unica donna in Italia che abbia mai saputo che cosa sia la pittura, e colore, e impasto, e simili essenzialità…». Un riconoscimento giunto trecento anni dopo lo svolgersi della sua vita e del suo percorso professionale. E già in queste poche righe emerge la sua unicità, il suo talento straordinario, il suo essere donna in un contesto popolato da uomini. Donna capace di dipingere con bravura e cognizione del mestiere.

Un caso isolato non soltanto nei lunghi secoli di storia artistica costellati soprattutto da autori uomini, ma anche in quella Roma di inizio Seicento in cui si trova a crescere, unica femmina in una famiglia numerosa. Una condizione di solitudine che emerge con prepotenza nell’importante retrospettiva dedicata ad Artemisia a Palazzo Braschi che, curata da Nicola Spinosa, Francesca Baldassarri e Judith Mann, ci consente, di quadro in quadro, di confronto in confronto con i suoi contemporanei, di comprendere la singolarità nonché la statura di quest’artista.

Orazio Gentileschi, dunque, noto pittore nella scia del naturalismo caravaggesco, aveva quattro figli, Artemisia era la più grande e di gran lunga la più talentuosa. Trascorre otto anni a bottega presso suo padre, dal quale apprende i segreti della pittura, stoffe meravigliose, colori ben stesi, anche se Artemisia sviluppa molto presto una capacità notevole di dipingere la figura umana, la figura femminile in particolare.


Quelli di Artemisia sono soprattutto ritratti di donne, di eroine femminili, anche quando si tratta di protagoniste alle quali la storia o la leggenda hanno attribuito un ruolo negativo. Il suo esordio per esempio è del 1610, Susanna e i Vecchioni, che se ancora non esprime tutta la grandezza di Artemisia, certo ci permette di entrare con forza nel suo mondo di giovane donna circondata soltanto da uomini, in una città, Roma, in cui si calcola che vivessero 100 mila abitanti di cui soltanto un terzo donne.



Era una città pericolosa infatti, in cui Artemisia poteva uscire soltanto se accompagnata da qualcuno della famiglia, per occasioni importanti o per assistere alle varie funzioni religiose. Ecco dunque la sua Susanna, dipinta già con grande capacità, mentre respinge con un gesto netto i ricatti dei due uomini anziani che cercano di avvicinarla, toccandole persino i capelli. È evidente la partecipazione psicologica di Artemisia Gentileschi che, anche in seguito, mostrerà sempre una forte capacità interpretativa dei soggetti rappresentati, un grande desiderio di avvicinare storie bibliche, laddove altri si concentreranno piuttosto sui requisiti formali.

Un quadro tristemente premonitore Susanna e i Vecchioni se pensiamo che l’anno successivo, Artemisia Gentileschi fu stuprata da Agostino Tassi, pittore specializzato in vedute che Orazio aveva incaricato di insegnare a sua figlia alcune tecniche del disegno. E sebbene gli storici sottolineino come il significato di quest’oltraggio allora fosse diverso da quello attuale e vada considerato come un’offesa alla famiglia, più che come una grave violazione della persona, non c’è dubbio che cambiò il destino e lo sviluppo psicologico di Artemisia.


Durante i mesi e gli anni seguenti, certamente dolorosi, segnati anche dalle testimonianze durante il processo che fu intentato contro Tassi, Artemisia dipinse alcuni dei suoi quadri migliori, come alcune rappresentazioni di una delle eroine più dipinte dall’artista, Giuditta. La storia biblica narra di una bella vedova di irreprensibile virtù che, davanti alla disfatta del suo popolo, decide di uccidere il generale assiro incaricato della campagna, Oloferne. Così c’è Giuditta e la fantesca Abra per esempio, del 1613, in cui la protagonista, accompagnata dalla sua fantesca, emerge dal fondo scuro, buio, gli sguardi rivolti verso un altro luogo, dove forse, si è appena consumato il delitto. La testa di Oloferne è ormai nella cesta. Mentre il più celebre dei quadri di Artemisia è dedicato proprio all’esecuzione del delitto.


Siamo tre anni più tardi, Artemisia, ormai trasferita a Firenze, è una donna sposata con un artista più grande di lei, per volere del padre. Lontana da Roma, Artemisia potrà brillare in tutta la sua grandezza. Ecco dunque Giuditta mentre recide con la spada la testa di Oloferne con forza e decisione, mentre ormai l’uomo giace morente e il sangue si sparge intorno. Impossibile non vedere l’empatia di Artemisia per questa donna indipendente e coraggiosa, capace di un delitto efferato pur di aiutare il suo popolo a restare libero.


Non a caso la stessa tipologia di donna torna in altre versioni, come nell’opera Giaele e Sisara, in cui si narra ancora una volta il momento culmine di un’uccisione «necessaria». In questo caso quella di Sisara da parte di Giaele, che così contribuisce in modo determinante alla vittoria del popolo ebraico. È interessante inoltre seguire l’attenzione con la quale Artemisia interpreta la sorte di Cleopatra, altro personaggio demonizzato da molta narrazione storica, che l’artista guarda, nelle diverse versioni, con grande partecipazione. Più che l’eroina ad emergere, ancora una volta, è una figura femminile tragica e molto sensuale, nel momento in cui medita e mette in atto la scelta di morire attraverso il morso di un aspide.


La Stampa – 14 luglio 2017