TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 5 settembre 2017

Città di carta. Tra i vicoli e le case dell’introvabile N


















Città perdute /11. Giochi d’orientamento nella cartografia immaginaria della letteratura russa. Capitali senza nome: sono un collage fantasioso di quotidianità e tradizioni. Il luogo di provincia è soprattutto quello fissato dallo sguardo dei personaggi.


Claudia Scandura

Tra i vicoli e le case dell’introvabile N


Se Mosca è la madre delle città russe e San Pietroburgo è Piter, la «finestra sull’Europa» aperta da Pietro I, le città di provincia non hanno nome e vengono indicate dagli scrittori russi semplicemente con la lettera N (La mia vita e Tre sorelle di Cechov, I demoni di Dostoevskij), NN (Le anime morte, Il revisore di Gogol’), Enne (La città di Enne di Leonid Dobycin) o Ensk (Due capitani di Venjamin Kaverin), a sottintendere l’impossibilità di nominare e comprendere la realtà.

Come nascono le innumerevoli città di N disperse nell’immenso territorio russo? Era stata Caterina II, per rafforzare il controllo amministrativo sul suo impero a far nascere in Russia più di duecento nuove città nel giro di venti anni. Per trasformare un villaggio in una città, capoluogo di governatorato, bastava costruire in tutta fretta il tribunale distrettuale, il posto di polizia, la prigione e la casa del governatore. Nonostante queste novità, nelle cosiddette città c’era scarsa iniziativa privata e le vendite avvenivano principalmente nei mercati, che consistevano in piccole botteghe situate una dopo l’altra.


Nikolaj Gogol’ ambienta spesso le sue opere (Le anime morte, Il revisore) nella città di N o NN che però non è identificabile con un determinato luogo (Nižnyj Novgorod, Kursk sono fra le varie ipotesi proposte) perché è costituita da molti pezzi diversi che l’autore ha assemblato insieme in un nuovo e originale unicum. Le città sono opera della mente e rispondono a un’esigenza dello scrittore che gioca con il lettore, ambientando le sue opere in posti che possono essere reali ma anche immaginari, frutto della sua fantasia. Quale sia la città di N non è dato saperlo e, d’altronde, poco importa perché potrebbe essere qualsiasi città di provincia fissata dallo sguardo dei personaggi di Gogol’.

«Cicikov si recò a visitare la città che non differiva in nulla dagli altri capoluoghi di provincia. Le case erano di uno, di due piani e d’un piano e mezzo con l’eterno mezzanino così bello, secondo l’opinione degli architetti provinciali. … Le insegne erano dilavate dalla pioggia, il selciato era ovunque sconnesso. Il giardino comunale consisteva in esili alberelli, male attecchiti» (Le anime morte).

La città non merita un nome, è solo un luogo che lo sguardo tagliente e implacabile dello scrittore fissa nel tempo e che ritorna in altre opere dell’800 russo, in particolare negli Schizzi provinciali e in Storia di una città di Michail Saltykov-Šcedrin, in cui si narra della città di Glupov, nome di fantasia derivante dall’aggettivo glupyi, stupido, una caratteristica comune a tutti gli abitanti.

Anton Cechov trovava insopportabile la provincia e considerava noiosa la sua città natale, Taganrog, da cui si era allontanato, non appena possibile, per non farvi più ritorno. Nei racconti e nelle opere teatrali, ricorre il disgusto per una vita sprecata fra occupazioni inutili e ripetitive e il desiderio di fuggire da una città che sembra privare i suoi abitanti di qualsiasi spirito di iniziativa. «A Mosca! A Mosca!» ripetono continuamente le tre sorelle, esprimendo con questa invocazione il rimpianto per quello che non è stato e che avrebbe potuto realizzarsi a Mosca, lì dove la vita è in fermento e dove le possibilità sembrano infinite.

    Taganrog ai tempi di Cechov

La città sognata contiene l’infanzia e la vecchiaia delle tre sorelle e i loro desideri sono in realtà ricordi di un tempo passato. In una lettera a Gorkij, lo scrittore afferma che la città dove Irina, Maša e Nataša sono costrette a vivere potrebbe essere Perm‘ negli Urali, ma che in Russia di città così ce ne erano tante e tutte uguali.

N è dunque una successione nel tempo di città diverse, un concentrato della vita russa, di un mondo terreno che non è più un riflesso di quello celeste. Le future N sono presenti l’una dentro l’altra, per cui sebbene nel romanzo di Ilf e Petrov, Le dodici sedie, l’azione si svolga in Unione Sovietica, la città di N continua ad essere definita «capoluogo di governatorato». Nel 1927, anno di stesura del romanzo, non era ancora entrata in vigore la nuova divisione in regioni, pur essendo stata varata nel 1923. La remota provincia russa risultava impermeabile ai cambiamenti anche in periodo sovietico.

«Nella città capoluogo di governatorato N c’erano talmente tante barberie e agenzie di pompe funebri che sembrava che gli abitanti venissero al mondo al solo scopo di andare a farsi tagliare barba e capelli, rinfrescarsi la testa con la brillantina per morire subito dopo» (Le dodici sedie)



Leonyd Dobycin, nel suo romanzo, La città di Enne (1935), riprende la denominazione che Gogol’ dette alla città dove ambientò Le anime morte. E il protagonista del suo romanzo, un bambino malinconico e miope, sogna di incontrare in quella «città senza nome» i protagonisti del romanzo di Gogol’ da lui idealizzati. La letteratura è per lui l’unica via di fuga da una realtà opprimente e da un mondo di gente meschina. Il piccolo sogna andando avanti e indietro nei brevi ricordi della propria infanzia. A un certo punto immagina addirittura di incontrare un personaggio di Dostoevskij, il principe Myškin, per trovare in lui l’amicizia che lo salvi dal deserto della sua vita.

La città si perpetua in modo ripetitivo, meccanico, la vita scivola davanti agli occhi degli adulti e rimane solo in quelli del bambino. Attaccato già nel 1931 per i suoi racconti privi di un eroe positivo, lo scrittore si suicidò nel 1936 in seguito alle accuse di formalismo nei confronti del suo romanzo.



Venjamin Kaverin, legato a Dobycin e al gruppo dei formalisti, nel suo romanzo di avventure Due capitani (1939-44), ambienta nell’immaginaria città di Ensk, NSK, un toponimo diffuso negli anni di guerra nei reportage dal fronte per evitare di riconoscere le città menzionate, l’infanzia del protagonista. L’assenza del nome della città da cui la storia trae origine segnala al lettore anche l’impossibilità di comprendere una realtà circostante che fa paura e che non può essere nominata apertamente. Tornato a Ensk dopo otto anni di assenza, Sanja, il protagonista, ritrova immediatamente il cimitero, l’unico luogo che abbia un nome e un’ubicazione perché tutto il resto risulta per lui sconosciuto. La città è restata nella memoria del protagonista bambino solo come una successione di vie e di case, non come una realtà nota.

Ensk diventa così metafora di quello che non si può e non si vuole menzionare, di una realtà ineludibilmente presente che lo scrittore riesce a nascondere a sé stesso e al lettore tanto da riuscire a non nominare mai in tutta la sua opera né Lenin né Stalin.



Il Manifesto – 25 agosto 2017