TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


mercoledì 6 settembre 2017

Bob Rauschenberg. Il texano che anticipò la pop art



Al MOMA di New York una grande mostra racconta i percorsi di Bob Rauschemberg tra vita e arte.

Fiamma Arditi

Bob Rauschenber. Il texano che anticipò la pop art

Secondo lui la pittura ha a che fare sia con l’arte che con la vita. «Cerco di muovermi nello spazio fra queste due», spiegava Bob Rauschenberg quando gli chiedevano di sintetizzare il suo lavoro. Il Museum of Modern art di New York ( MoMa), vent’anni dopo la grande retrospettiva al Guggenheim, fino al 17 settembre, dedica le enormi sale di un intero piano, il quarto, a raccontare l’ecletticità dell’artista texano, il suo viaggio da Port Arthur, Texas, nel mondo: Robert Rauschenberg: Among Friends. La prima tappa fu, San Diego, in California, dove a diciotto anni, nel 1943, si arruolò nella Marina americana, ma come obiettore di coscienza finì nell’ospedale da campo a fare il tecnico neuropsichiatra. Con la sete di conoscere e sperimentare strade nuove, usare materiali trovati per strada, inventarsi collaborazioni con pittori, musicisti, coreografi, il mondo diventò presto la sua casa, gli altri artisti i compagni di viaggio.

Se è vero che gli incontri possono cambiare la vita delle persone, quella di Bob Rauschenberg lo conferma. A undici anni, con l’arrivo dell’unica sorella, Janet, creò la sua prima installazione. Gli misero in camera la neonata, perché la casa era piccola e per riuscire ad avere il suo spazio privato, con delle scatole di cartone vuote organizzò una specie di parete divisoria. Fu quello il seme che avrebbe fatto crescere la pianta del suo lavoro futuro. Per cui quando camminando oggi tra le sale del museo newyorchese, prima che la mostra vada allo «SfMoMa» di San Francisco, ci troviamo davanti alle opere di questo artista attratto dall’impermanenza dei giornali, della carta in tutte le sue forme, da strumenti e materiali nuovi, da oggetti trovati per strada, a cui con l’ecletticitò di un demiurgo ridà nuova vita, capiamo che nel fuoco d’artificio delle sue creazioni c’è una coerenza e una creatività contagiosa.



A Bob Rauschenberg non piaceva lavorare da solo. All’Academie Julien di Parigi, dove si iscrive nel 1948, incontra l’artista Susan Weil e diventano inseparabili. La segue quando nell’autunno dello stesso anno va al Black Mountain College, ad Ashville, nella Carolina del Nord. Sperimentale e all’avanguardia sin dall’inizio, nel 1933, quella fucina speciale aprì le porte ai maestri della Bauhouse Joseph ed Anni Albers, fuggiti dalla Berlino di Hitler, i quali attirarono poi Walter Gropius e Marcel Breuer. Lì insegnavano anche John Cage, Merce Cunningham, che diventeranno figure-chiave per il lavoro di Rauschenberg.

Bob aveva in comune il gusto di sperimentare, avventurarsi in percorsi nuovi, come dimostra la serie di cianografie: Sue, Female Figure, Double Rauschenberg subito all’inizio del percorso espositivo. Dal loro matrimonio, che durò solo un paio d’anni, nel 1951 nacque Christopher, il quale, come i genitori, fin da piccolo imboccò la sua strada e diventò fotografo.

In quegli stessi anni Bob e Susan si trasferirono a New York all’Art Student League, dove studiava anche Cy Twombly. La mostra fa echeggiare, sala dopo sala, il dialogo fra Bob e i protagonisti della sua vita. Lo testimonia subito all’inizio il ritratto di Cy fatto proprio nel 1951. Le prime opere di quel suo amico, che sarebbe diventato compagno, si alternano alle sue.


Al White Painting, per esempio, composto di sette pannelli monocromi, che aveva realizzato insieme a Brice Marden. Gli spartiti di John Cage, gli schizzi per le coreografie di Merce Cunningham, raccontano a chi visita la mostra il terreno fertile in cui Bob si trovò a lavorare, a interagire. Con loro, dal 1954 in poi creò scene e costumi per decine di spettacoli, di cui i video sono proiettati nelle gallerie. Nell’ultima vengono messi in evidenza i suoi sedici anni di sodalizio con Trisha Brown, compreso il filmato di Set e Reset che avevano realizzato nel 1983 alla Brooklyn Academy of Music (Bam) insieme a Laurie Anderson, pioniera della musica elettronica.

Il percorso è organizzato in maniera cronologica con uno sguardo a trecentosessanta gradi. L’occhio dello spettatore viene galvanizzato dalla poliedricità di questo artista, che va dal cancellare un disegno di de Kooning, in gesto di protesta, verso l’arte istituzionale, come era all’epoca l’Espressionismo Astratto, allo scegliere una capra o un’aquila imbalsamata per i suoi combines, che cominciò a realizzare nel 1954 (Monogram, Canyon).



Dalle sale, dai video, dalle pareti esplode la creatività di questo artista generoso, capace di dare e darsi. Come conferma il suo progetto Roci (Rauschenberg Overseas Culture Interchange), che era pure il nome della sua tartaruga. Il valore dei diritti umani e della libertà d’espressione dell’arte, sono la chiave di questo progetto, che dal 1984 in poi per sette anni lo portò in dieci paesi, tra cui Messico, Cina, Cuba, Tibet, Venezuela, a lavorare con gli artisti locali.

Da sempre era convinto del potere dell’arte di superare confini, classi, ideologie religiose e politiche. Secondo lui ad uno ad uno gli esseri umani sono capaci di andare avanti insieme e l’arte è un catalizzatore. Si capisce come le pareti del suo studio diventarono il mondo, pure quando si ritirò a vivere nella pace dell’isola di Captiva in Florida.

Dopo tutti i suoi viaggi in cui assorbiva ispirazione come una spugna e restituiva creatività con la forza di una marea Rauschenberg era convinto della capacità dell’arte «di trascendere le separazioni sociali, sciogliere i nodi e creare una comprensione reciproca per il bene di tutti».


La Stampa – 9 agosto 2017