TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


sabato 30 settembre 2017

Il "rinnegato" Korsch. Storia di un'eresia comunista



Qualche anno fa, uscì per la la Colibrì di Milano, Il "rinnegato" Korsch. Storia di un'eresia comunista, prima (e ci risulta ancora unica) biografia italiana del filosofo e esponente del comunismo dei consigli tedesco. Il libro andò subito esaurito e non è stato più ristampato. Negli anni ci sono pervenute molte richieste da parte di persone a vario titolo interessate al volume. In attesa di una possibile riedizione aggiornata del libro, ne riproniamo il contenuto a partire dalla premessa e dall'indice.

Giorgio Amico

Il "rinnegato" Korsch. Storia di un'eresia comunista

Premessa

Giurista, filosofo, rivoluzionario di professione, ministro, cospiratore, soldato valoroso, pacifista coerente, Karl Korsch è stato tutto questo e molto di più. Amico personale di Amadeo Bordiga e di Bertold Brecht, ispiratore della Scuola di Francoforte, compagno di studi di Kurt Lewin, avversario di Stalin, Korsch ha segnato in molti modi la storia del Novecento.

Dimenticato, quando, come scrive Hermann Weber, la storia divenne un presente proiettato all’indietro e la teoria una giustificazione della politica,1 dopo aver goduto di una fugace fortuna nei primi anni Settanta, Karl Korsch, come d’altronde gran parte dei marxisti non-ortodossi del Novecento, è progressivamente ritornato ad essere uno sconosciuto e non solo per le giovani generazioni che iniziano oggi ad interessarsi della storia del movimento operaio. Le sue opere, che pure sono state in gran parte tradotte in italiano, sono da anni introvabili.

Eppure il suo marxismo critico, assolutamente non dogmatico, sarebbe prezioso in un momento come l’attuale di grande confusione ad evitare che il vuoto lasciato dal crollo dello stalinismo venga riempito da nuove mitizzazioni del passato in nome di un marxismo annacquato ridotto a ideologia buona per tutti gli usi.

Il presente lavoro vuole iniziare a colmare questa lacuna con l’intenzione di fornire qualche strumento in più alla comprensione del presente. Infatti, se l’analisi scientifica di Marx può ancora oggi rappresentare una buona bussola per orientarsi nel tempestoso oceano del capitalismo globalizzato, ben più arduo è il tentativo di far discendere da questa analisi una prassi politica coerente e soprattutto praticabile. Da qui la tentazione di cercare facili scorciatoie nel rifiuto tout-court della teoria o all’opposto nell’esaltazione fantasmatica di una presunta “scienza marxista” capace di per se di risolvere ogni problema.

Come sempre le cose sono più complesse. La teoria, ogni teoria, marxismo compreso, non è mero rispecchiamento della realtà esterna nel pensiero:

“La totalità – scrive Marx nei Grundrisse – come essa si presenta nella mente quale totalità del pensiero, è un prodotto della mente che pensa, la quale si appropria del mondo nella sola maniera che gli è possibile, maniera che è diversa dalla maniera artistica, religiosa e pratico-spirituale di appropriarsi il mondo. Il soggetto reale rimane, sia prima che dopo, saldo nella sua autonomia fuori della mente; fino a che, almeno, la mente si comporta solo speculativamente, solo teoricamente. Anche nel metodo teorico, perciò, la società deve essere sempre presente alla rappresentazione come presupposto”.2

Centrale diventa allora il problema del rapporto fra teoria e pratica sociale, fra realtà oggettiva e coscienza di classe. Proprio su questo terreno si colloca l’opera di Korsch, testimone disincantato della crisi del marxismo della Seconda Internazionale, ma anche del sostanziale fallimento del tentativo leniniano di restaurare a partire dalla Russia arretrata una teoria della rivoluzione proletaria utilizzabile in una società capitalistica in continua trasformazione come quella occidentale.

Detto questo, credo sia chiaro cosa questo saggio non vuole in alcun modo essere. Non uno studio esaustivo dell’opera di Korsch né una biografia intellettuale. Si tratta, piuttosto, del tentativo di collocare Korsch nel contesto che gli appartiene all’interno della storia del marxismo rivoluzionario del Novecento. Con la speranza che tutto ciò sia utile a chi sta cercando faticosamente la sua strada e un avvertimento doveroso: nessuna lettura è neutrale, ogni interpretazione rimanda a ben precisi presupposti, teorici e politici. Scrivere è schierarsi e questo lavoro non fa eccezione.

Savona, luglio-agosto 2003

1 H. WEBER, La trasformazione del comunismo tedesco, Feltrinelli, Milano 1979, p. 97.
2 K. MARX, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, vol. I, La Nuova Italia, Firenze 1978, p.28.

INDICE

Premessa

PRIMA PARTE
GLI ANNI DELLA FORMAZIONE (1912-1920)
  1. L’apprendistato politico (1912-1919)
  2. Il periodo consiliare (1919-1920)
SECONDA PARTE
GLI ANNI DELLA MILITANZA (1920-1928)
  1. La scoperta del leninismo (1920-1923)
  2. Il periodo dell’ortodossia (1924-1925)
  3. Marxismo e filosofia
  4. All’opposizione nel partito e nell’internazionale (1925-1926)
  5. Al bando dal partito (1926)
  6. L’esperienza di Kommunistische Politik (1926-1928)
TERZA PARTE
GLI ANNI DELLA RIFLESSIONE CRITICA (1929-1961)
  1. La critica del kautskismo (1929)
  2. La critica del leninismo (1930)
  3. La critica del fascismo (1931-1933)
  4. I primi anni dell’esilio (1934-1938)
  5. Verso la guerra (1938-1945)
  6. Gli ultimi anni (1946-1961)

Dioniso, il dio dimenticato


Guido Araldo, da sempre collaboratore di Vento largo, ci ha concesso di pubblicare sul nostro sito il suo interessantissimo libro Mesi Miti Mysteria. A partire da oggi ogni fine settimana pubblicheremo un capitolo del libro. Iniziamo con un omaggio a Dioniso, il dio dimenticato.

Guido Araldo

Il dio dimenticato

Dioniso è il dio dimenticato! Anzitutto perché una tradizione becera l’ha ridotto a Bacco, quando baccus era uno dei suoi molti attribuiti e neppure il più importante, una delle sue molteplici manifestazioni, poiché dio del vino, della coltura della vite presso i Greci (per Etruschi e Quiriti invece era Giano) e dell’ebbrezza che dal vino ne deriva: la droga dell’antichità. L’uomo mediocre ha sempre avuto necessità di droghe per affrontare il quotidiano anzi, per estraniarsi dalla vita quotidiana.

Dioniso, non a caso, era il dio non gradito sull’Olimpo e si aggirava tra gli umani sul suo carro trainato da tigri feroci, in un corteo interminabile di donne in calore, le Baccanti, e ninfe isteriche, le Menadi antesignane di tutte le masche, tanto belle quanto invasate. E Dioniso aveva per compagna Arianna: la coscienza che Teseo aveva abbandonato sull’isola di Nasso dopo aver ucciso la bestialità umana in un labirinto. Arianna, cretese, costituisce l’allegoria perfetta della fine storica del matriarcalismo minoico e dell’avvento del patrialcalismo miceneo: matriarcalismo peraltro recuperato da Dioniso tramite le Baccanti e la Menadi e mai dissoltosi nella civiltà occidentale, a differenza dell’Islamismo.
















Dioniso, in realtà, è tutto! La forza arcana che induce il germoglio a germogliare, la gemma a sbocciare e l’intima essenza maschile a inturgidirsi. La linfa vitale che scorre sotterranea in Mater Tellus, dea Natura, che rigenera il mondo a ogni primavera e rinnova l’umanità di generazione in generazione. È l’arcano del pianeta Terra!

Dioniso è l’inconscio di Jung che si contrappone all’Io di Freud, ma non allude soltanto alla contrapposizione tra istinto e razionalità, bensì la loro sintesi e il loro equilibro. È il simbolo della divinità arcaica presente nell’irrazionale umano, la nostra essenza più profonda, primitiva e divina al tempo stesso, dove tutto si compenetra e ribolle. La rappresentazione più pura e genuina dell’essere umano che dopo Copernico non è più al centro del mondo, dell’universo, e dopo Darwin non è neppure più figlio di Dio, fatto a sua immagine e somiglianza, immerso totalmente nel mondo e nel suo divenire.

Ma Dioniso è molto di più: è il segreto degli antichi riti orfici, la goccia apollinea in un cervello che per i tre quarti è lo stesso dello scarafaggio, del coccodrillo, della vipera, del toro come ha dimostrato la scienza. Da questa contrapposizione, che tale non è, trasse origine il concetto di anima.  



Nella Teogonia di Esiodo, il libro probabilmente più antico della nostra civiltà, antecedente all’Iliade di Omero e incommensurabilmente superiore, Dioniso è uno dei tanti peccatucci pornografici di Zeus che per la gestazione lo nasconde addirittura in una sua coscia per occultarlo a Giunone, moglie gelosa e abbondantemente cornificata. È il dio bambino che nessuno vuole alla mensa degli Dei sull’Olimpo perché troppo vivace, dispettoso, selvaggio e birichino.  Quando deflagra la ribellione dei Titani, alimentata da Gea, la Grande Madre, la Terra (estrema reazione del matriarcalismo di fronte al trionfo del patriarcalismo) tutti gli Dei scappano vigliacchi per nascondersi dove possono, inseguiti dal terribile Tifone, ma Dionisio bambino si attarda.

A questo punto mi sia concessa una parentesi: dove si nasconde Afrodite, dea della bellezza, con il figlio Eros, dio dell’amore tra le braccia? Nei canneti dell’Eufrate, in prossimità della foce, dove un tempo vivevano i Sumeri, il cuore della nostra civiltà oggi ridotto a luogo tristissimo. Afrodite con il suo bambino in braccio esattamente come l’egiziana Iside con il figlio Hors, Cibele con il nipotino Attis, la Madonna con Gesù Bambino. Cibele era nera, originariamente un meteorite come alla Mecca, e anche Iside a volte era nera come la fertilissima terra dell’Egitto e tuttora molte sono le Madonne nere. L’inconscio collettivo di Jung è una realtà, eccome se è una realtà!

Quel giorno Afrodite con Horus tra le braccia stava per essere raggiunta dal terrificante Tifone dall’olfatto sensibilissimo, quando fu salvata da due pesci, forse una coppia di delfini, inviatale provvidenzialmente da mamma Gea: gli stessi pesci che, assurti a costellazione in cielo, chiudono la stagione invernale e preannunciano il ritorno sulla terra di Persefone, la primavera, simbolo di ciclicità cosmica. Afrodite era figlia di Urano e Gea, nata dallo sperma di Urano che stillava in mare dopo essere stato evirato da Crono… per questo, non dimentichiamolo, era la dea più antica sull’Olimpo, zia di tutti gli altri dei. Un dettaglio non trascurabile in merito al matriarcalismo originario.  



Ma torniamo a Dioniso che si distrae nella più sconvolgente guerra di tutti i tempi. Per quale motivo si distrae? Nel fuggi fuggi generale Giunone gli dona uno specchietto in cui ammirarsi vanitoso e un sonaglio per trastullarsi, nella speranza che i Titani lo raggiungano. Il modo migliore per disfarsi di quella sgradita presenza, frutto di uno dei tanti tradimenti del marito montone fedifrago. E così accade! I Titani arrivano e lo sbranano letteralmente, mangiandoselo in un sol boccone dopo esserselo diviso sanguinante.

Ma proprio in quel momento ha inizio la riscossa di Zeus - Giove spalleggiato dalla figlia Atena - Minerva: la sapienza contrapposta alla brutalità dei Titani o, se si preferisce, al recinto dei maiali di Circe grande quanto l’intero pianeta: “Fatti non foste a viver come bruti ma per perseguir virtute e canoscenza!” (Dante, Inferno). Per favore, cercate sulla moneta da un Dollaro la civetta simbolo di Atena, quasi invisibile, ma vi assicuro che c’è! Fuoco fuochino in alto a destra al numero 1 vicino, in alto a sinistra sul bordo. La civetta cara agli Ateniesi che l’esponevano fieri sulle loro monete, trasformata in messaggera di morte dalle ombre peggiori del Medioevo tendenti ad occultare la luce antica. La civetta onnipresente nei quadri di Hieronymus Bosch, a volte palese altre volte nascosta.

Per la verità il mito è sottile: a vincere i terrificanti Titani non furono tanto le saette di Zeus quanto le urla ancor più terrificanti di Pan: il dio al quale s’ispireranno i preti del Medioevo per raffigurare Satana, più caprino che umano. Un dio nato dell’amore adulterino di Penelope, moglie di Ulisse, quella della tela, con il dio Hermes, dopo essere stata cacciata di casa da Ulisse tornato alla pietrosa Itaca.  Penelope, nel mito più antico, precedente a Omero, fu complice dei Proci, grandissima meretrice opportunista.  Per questo motivo Ulisse non visse felice e contento, ma riprende sconsolato il mare per fare la fine descritta da Dante.

Occorre tornare a Dioniso e alla sua storia. Le urla altissime di Pan attestano che anche nella bestialità c’è un limite: est modus in rebus, sempre! I Titani, subito dopo essersi gustati quel dio bambino, spaventati e distratti dalle tremende urla di Pan, sono inceneriti dai fulmini di Zeus mentre Atena, l’intelligenza, subito accorre per cercare qualcosa del fratellino tra quelle ceneri ancora fumanti. Ne trova soltanto il cuore palpitante.

Meditate gente, meditate! Il cuore sanguinante di Gesù? E, visto che ci siamo, a cosa rimanda il rito più sacro del cristianesimo: l’eucaristia? Al grano e all’uva, al pane e al vino: a Mater Tellus ovvero Demetra e a Dioniso, l’essenza dei misteriosi e antichissimi riti eleusini. Al termine del viaggio negli Inferi eccoli sulla porta del cielo, a riveder le stelle, nel gesto di offrire pane e vino all’iniziato, che non è più profano. Dante li trasformerà, dopo il viaggio nel fuoco dell’Inferno e nella terra del Purgatorio, e dopo la purificazione di Matelda con le acque nel Paradiso Terrestre, XIV carta dei Tarocchi, non a caso dopo la Morte, in Beatrice e san Bernardo nel viaggio attraverso l’aria, in direzione dell’Empireo. San Bernardo, colui che forgiò l’Ordine dei Templari con “l’elogio alla nuova cavalleria” …


Ma la storia di Dioniso non è finita: ora viene il bello! Ecco arrivare la bisnonna Gea, responsabile di tutto quel casino e già pentita, come poco prima con Afrodite e Horus tra i canneti. Gea, ovvero Madre Terra, prontamente ricompone Dioniso utilizzando le ceneri ancora fumanti dei Titani inserendoci quanto è rimasto del dio: il suo cuore palpitante. Ed ecco la perfetta rappresentazione dell’essere umano: la perfida cenere dei Titani con un cuore divino, goccia apollinea che tende a spegnersi se non costantemente ravvivata, come Lucignolo (la luce che si spegne) che diventa ciuco nella favola di Pinocchio.

C’è qualche differenza con il primo uomo della Genesi, forgiato dal fango peggiore per essere ravviato dall’alito di Dio? L’immagine di Dioniso descritta nei riti orfici: ceneri di Titani e pulsante cuore divino, è la più antica raffigurazione dell’anima contrapposta al corpo, alla quale attinse in seguito Platone. Il cuore di Dioniso partecipe dell’anima mundi: quell’alito divino, pneuma, che nella Grecia antica nessuno si sognava di chiamare dio: non per ignoranza, ma per saggezza!

Forse val la pena ricordare che, secondo Freud, l’io e il superio, il cuore apollineo e le ceneri dei Titani entrano in conflitto ad ogni nostro risveglio…



venerdì 29 settembre 2017

Guy Debord, Pinot Gallizio e una riunione di amici geniali


Una bella recensione di «Un’imprevedibile situazione», di Donatella Alfonso. Ricostruzione accurata degli inizi dell'Internazionale situazionista. Da leggere.

Francesca Romana Recchia Luciani

Guy Debord, Pinot Gallizio e una riunione di amici geniali

«È tornato a casa con i suoi quadri, il ragazzo di allora e il pittore di poi, quelle tante vite che ha vissuto; è tornato e forse anche il paese, tanti anni dopo, ha capito che sì, era veramente successo qualcosa, in quei giorni di luglio di quando la guerra era finita solo da una dozzina d’anni, e che quegli stranieri che ogni anno a luglio arrivano, e c’è chi canta e chi beve, in onore di Debord e degli altri, in piazza San Sebastiano, non sono solo dei tipi strani».

Quell'uomo non più ragazzo è Piero Simondo, coprotagonista di un piccolo, prezioso testo che racconta in presa diretta, con la scrittura semiautomatica di un film che dipana le sue sequenze al rapido ritmo cinematografico di una docufiction più che di una cronaca giornalistica, una storia semisconosciuta in cui la testimonianza fotografica e documentale riflette e rimanda quella esistenziale dei suoi interpreti. Un’imprevedibile situazione. Arte, vino, ribellione: nasce il Situazionismo è il frizzante libro, edito da Il Nuovo Melangolo (pp. 94, euro 14), che Donatella Alfonso ha dedicato al poco noto esordio, esattamente sessant’anni fa, dell’Internazionale Situazionista in quel di Cosio D’Arroscia, paesino di circa duecento abitanti arroccato sulle Alpi liguri.

    Debord e Simondo a Cosio

Era il 28 luglio 1957, in quel luogo che non poteva essere più congeniale, cioè nel retrobottega di un bar che serve il buon vino locale sin da prima mattina, e un gruppo di visionari finì per fondare un movimento che non ha solo lasciato un segno profondo nella storia del Novecento ma che ancora oggi viene apprezzato per la sua lungimiranza, tuttora capace di renderlo attuale. L’insieme, composto da Guy Debord e dalla compagna Michèle Bernstein, dall’artista danese Asger Jorn (animatore del gruppo CO.BR.A. trasferitosi ad Albissola Marina, nel savonese, ove è oggi visitabile la sua casa-museo), dallo «psicogeografo» inglese Ralph Rumney (con la moglie Pegeen Guggenheim, pittrice figlia di Peggy, in quest’occasione volontariamente defilata), da Giuseppe Pinot-Gallizio, il farmacista di Alba trasformatosi nell’inventore della «pittura industriale» (scoperto da Carla Lonzi che gli dedicò finanche un documentario per la RAI), dal geniale compositore Walter Olmo, albese anche lui, viene convocato a Cosio dall’artista Piero Simondo e dalla moglie Elena Verrone.

In questo piccolo e vivace libro viene dettagliatamente ricostruita, attraverso documenti, lettere, fotografie e soprattutto per il tramite della diretta testimonianza dello stesso Simondo, la vicenda che conduce nella sperduta Cosio questa pletora di personaggi geniali e creativi, nonché l’autore de La società dello spettacolo, quel Guy Debord cui viene fatta risalire l’intuizione situazionista.

Il volumetto rappresenta anche il tentativo riuscito di restituire spessore a tutti i protagonisti coinvolti in questa inedita situazione, uomini e donne cui la ricostruzione della vicenda esistenziale, nonché della biografia artistica e intellettuale, condotta con empatica puntualità dall’autrice che dedica ad ognuno di essi un capitolo del suo volume, restituisce lo spessore e il ruolo che meritano nel panorama umano e artistico-culturale in cui il Situazionismo s’impone.

   Michèle Bernstein a Cosio

Chi vuol conoscere la rivoluzione culturale situazionista troverà in questo testo la puntigliosa descrizione di un accadimento che, realizzatosi in un minuscolo e ossimorico paese delle Alpi Marittime a soli trenta chilometri dal Mar di Liguria, ormai appartiene alla storia culturale europea nella misura in cui «quel gruppetto di pazzi amici di Piero , lui sì amico di tutti, lui sì del paese, non erano venuti lì per una baldoria, ma per un’avventura che poteva nascere solo così, perché se sei lettrista o psicogeografico o immaginista, se hai vent’anni o anche se non li hai più, ma sai che l’idea più urgente è quella di cambiare il mondo, ecco che sei chiamato a inventare una cosa sola: l’Internazionale Situazionista».

Quel situazionismo, nato in quell’improbabile occasione dalla fusione del movimento «lettrista» con il Movimento internazionale per una Bauhaus immaginista, che rappresenta ancora oggi un’avanguardia mai tramontata in quanto tale essendo rimasto non solo un’anticipazione e un’intuizione culturale che preconizzava cambiamenti sociali e culturali come quelli che caratterizzarono il Sessantotto, ma soprattutto quasi cristallizzato nel suo emergente stato di proiezione sul futuro, di visione a venire, di prospettiva avanzata sulla realtà.


Il Manifesto – 29 settembre 2017

Lo straordinario Egitto di Amenofi II


La grande mostra al Mudec di Milano narra la storia del monarca e la scoperta della sua tomba, la più importante dopo quella di Tutankhamon.


Paolo Matthiae

Amenofi II, faraone atletico


Il fascino insuperabile della civiltà dell’Egitto faraonico rivive nella bella, sofisticata e documentatissima mostra sulla tomba reale di Amenofi II allestita a Milano al Museo delle Culture con la collaborazione del Gruppo 24 Ore Cultura. Mostra che è anche un evento, in quanto, come spesso non accade più, non solo in essa si possono ammirare capolavori artistici della fase centrale della gloriosa e splendida XVIII Dinastia del Nuovo Regno, ma, ad un tempo, vi si ricostruisce la vita di quella sfarzosa età imperiale e, soprattutto, vi si ritrovano numerose e dettagliate testimonianze della sua scoperta, rimaste a lungo inedite.

La tomba di Amenofi II, KV 35 della Valle dei Re nella Tebe occidentale, è forse la più celebre tomba faraonica tebana dopo la Tomba di Tutankhamon scoperta nel 1922 da Howard Carter, perché ebbe una sorte particolarissima qualche secolo dopo la morte del faraone avvenuta nel 1401. Essa venne, infatti, riutilizzata negli anni attorno al 1000 a.C., come nascondiglio per restituire un sereno riposo in un luogo sicuro alle salme mummificate di una quindicina di alcuni dei più famosi sovrani e di loro stretti congiunti della XVIII, XIX e XX dinastia del Nuovo Regno, il periodo di massimo splendore della civiltà egizia, i cui sepolcri originari erano stati profanati e saccheggiati nei decenni precedenti.


Quando la tomba di Amenofi II fu scoperta, nel marzo del 1898, da Victor Loret, era già avvenuto nel 1881 che in un nascondiglio ricavato nella parete rocciosa della poco distante Deir el-Bahri, erano state ritrovate da Gaston Maspero oltre cinquanta mummie di faraoni delle due maggiori dinastie del Nuovo Regno, tra le quali quelle di sovrani famosissimi, quali Thutmosi III e Ramesse II. Nella tomba di Amenofi II, che al momento della scoperta giaceva ancora nel suo sarcofago come non accadde mai per tutti gli altri re, tranne ovviamente Tutankhamon, per i saccheggi, gli sconvolgimenti e le nuove sepolture in cui incorsero tutti gli altri faraoni del Nuovo Regno, furono recuperate le mummie di altri celebri sovrani.

Tra gli altri, Amenofi III, l’autore con Ramesse II della più straordinaria monumentalizzazione dell’architettura faraonica, Hatshepsut, la regina faraone per cui il suo geniale architetto Senenmut eresse lo spettacolare tempio funerario di Deir el-Bahri, e Ramesse III, l’ultimo dei grandi faraoni guerrieri che si vantò di aver respinto, in un epico scontro alla foce del Nilo, l’attacco dei «Popoli del Mare» di cui probabilmente la mitologia greca serbava il ricordo nei ritorni interrotti degli eroi achei reduci da Troia.


Le personalità individuali dei faraoni sono, in generale, di assai disagevole individuazione per la difficoltà di discernere, nella documentazione epigrafica contemporanea delle iscrizioni ufficiali reali e delle iscrizioni delle tombe dei loro funzionari, cortigiani e sacerdoti, tra gli elementi topici della tradizione e quelli specifici dei singoli regnanti. Malgrado queste difficoltà, il caso di Amenofi II è unico forse in tutta la storia egizia, per l’emergere ripetuto di una personalità segnata da una particolare eccellenza nelle attività atletiche, che andavano dal tiro con l’arco all’equitazione, dal remeggio alla corsa. Figlio di un grande faraone conquistatore, Thutmosi III, colui che definitivamente consolidò l’impero asiatico dei faraoni del Nuovo Regno, e secondo erede designato a succedergli sul trono dopo la prematura morte del fratellastro Amenemhat morto in giovane età, fu incitato dall’illustre e impareggiabile genitore a domare destrieri di razza per divenire certo a sua volta un condottiero valoroso, sfidò i suoi stessi cortigiani a misurarsi con lui nella destrezza del maneggio dell’arco, di cui uno splendido esemplare è stato trovato nel suo stesso sepolcro, si distinse come timoniere insuperabile in battelli con decine di vogatori e non aveva rivali nella corsa, primeggiando sempre con un fisico splendidamente sviluppato e ignorando ogni “brama del corpo”, espressione che fa riferimento al rischio cui un giovane principe prestante poteva soggiacere di licenziosità e dissolutezza.

Rispetto alle molte trionfali spedizioni in Siria del padre contro l’impero rivale di Mittani, attaccato fin oltre l’Eufrate, tuttavia, Amenofi II, salito al trono diciottenne, dopo una breve coreggenza, e sul trono rimasto per ventisei anni, condusse solo agli inizi del regno tre campagne militari in Asia, di diversa portata: una spedizione punitiva nella Siria centrale nell’area di Qadesh, che avrebbe visto più tardi le incerte ma celebratissime imprese di Ramesse II, una lunga campagna nella Siria settentrionale probabilmente ancora più a nord dimostrativa della perdurante volontà dell’Egitto di mantenere il controllo dei suoi domini asiatici e una minore azione più a sud nel paese di Canaan, nella Palestina settentrionale, per mantenere il controllo del territorio straniero.



















Assai meno clamorose delle imprese militari del grande predecessore, le spedizioni asiatiche di Amenofi II, con le non insolite impiccagioni dei ribelli a Tebe e presso Napata, rispettivamente nella capitale e all’estrema periferia dell’estensione nubiana dell’impero, presso la quarta cateratta del Nilo, dovettero avere gli effetti programmati di riaffermazione della potenza militare dell’Egitto, se è veritiera la notizia, contenuta in una stele eretta a Menfi, che i re di Mittani, degli Hittitti e di Babilonia, i “Grandi Re” della successiva corrispondenza diplomatica di Amarna, si affrettarono a riconoscere il domino dei faraoni su un’ampia parte della Siria-Palestina.

L’efficacia dell’azione politica e militare di Amenofi II sembra certa, se la seconda parte del regno fu un periodo di pace, che si prolungò per decenni sotto i regni dei successori Thutmosi IV e Amenofi III, fino alle gravi turbolenze nei territori asiatici che afflissero il regno di Amenofi IV/Akhenaton, il grande protagonista dell’eresia monoteista di Amarna.

Nella sterminata produzione della statuaria faraonica, che non ha paragoni nell’antichità per la rappresentazione del potere, di Amenofi II sono conservate un centinaio di statue, che hanno la particolarità, rara, di un contesto di ritrovamento noto per quasi due terzi. La maggioranza di esse appartengono allo stile thutmoside, inaugurato dal fondatore dell’impero d’Asia, Thutmosi I, e diffuso largamente da Thitmosi III, ma una serie di quasi impercettibili varianti in quelle che devono appartenere alla fine del regno del faraone preannunciano un cambiamento nella suggestiva storia del ritratto faraonico.

I volti sereni dai caratteri fortemente ideali dei suoi illustri predecessori subiscono una singolare mutazione verso un’espressione dolce e sensibile, che in qualche modo contrasta con la corporatura atletica che gli artisti, per lo più tebani, non mancarono di conferire alle immagini del sovrano conformemente all’esaltazione delle sue doti fisiche descritte nei testi.


Se la mostra milanese, oltre ad esporre una quantità di reperti, provenienti, tra l’altro, dai Musei del Cairo, di Leida, di Vienna, oltre che dalle collezioni storiche italiane, che documentano efficacemente sia la vita del faraone che quella dei suoi cortigiani, cui appartengono tombe della necropoli tebana di particolare valore artistico, ha un significato documentario e scientifico particolarissimo, questo dipende dall’intenso impegno profuso dalla cattedra di Egittologia dell’Università Statale di Milano da parecchi anni nell’acquisire fondamentali archivi di importanti egittologi europei che contengono numerosissimi documenti inediti delle loro ricerche. 

Così, gli archivi di Alexandre Varille, giunti alla Statale nel 2002, comprendono tutte le note di scavo, mai prima pubblicate, del Loret relative, tra l’altro, alla scoperta della tomba di Amenofi II. L’edizione di questi preziosi giornali di scavo nel 2004 ad opera di Patrizia Piacentini, titolare della cattedra milanese, e di Christian Orsenigo, che sono i brillanti curatori della mostra del Museo delle Culture, è alla base di questa iniziativa espositiva, che ha avuto l’entusiastica adesione del Museo del Cairo e delle massime autorità culturali egiziane.

Una mostra frutto di un’eccellente collaborazione internazionale, corredata da ricostruzioni multimediali convincenti e illustrata da un catalogo esemplare, agile e denso al tempo stesso: semplicemente da non perdere.



Dal 13 settembre 2017 al 7 gennaio 2018
MUDEC-Museo delle Culture
Milano


Il Sole 24Ore – 10 settembre 2017

Abolire il lavoro (e peggiorare il servizio) è una strategia che rende


Furio Colombo scopre che la strategia delle aziende di ridurre il personale per aumentare i profitti peggiora la qualità dei servizi. Forse, nonostante sia un VIP, gli è successo di trovarsi in coda. Se è così, si tranquillizzi: gli italiani conoscono benissimo il problema. La grande scoperta del giornalista è pane quotidiano per la gente comune che da anni paga questa situazione con la perdita del posto di lavoro da un lato e un accelerato degrado della vita dall'altro.


Furio Colombo

Abolire il lavoro è una strategia


Se entrate nella filiale di una banca, in Italia, ai nostri giorni, troverete una stanza gremita di gente che aspetta, ciascuno con il suo numero di turno, che l’unico impiegato dell’unico sportello in servizio, sia disponibile. A suo tempo. Prima deve evadere le pratiche degli altri. E voi, intanto, contribuite al funzionamento agile e snellito della filiale bancaria con il vostro tempo, dunque con il vostro lavoro. Ognuno di noi, quando va in banca, lavora per la banca, che ha licenziato tutti gli “esuberi” (gli altri impiegati che erano disponibili subito) e in questo modo ha spostato il lavoro dall’azienda, che migliora il suo profitto, ai clienti, costretti ad offrire tempo, dunque a lavorare gratis.

La maggior parte delle stazioni ferroviarie offre lo stesso modello di funzionamento a carico di coloro che un tempo erano i clienti da servire. Non sto parlando delle biglietterie, sostituite ormai da anni dalla rete. Sto dicendo che la folla è sola, e fa tutto da sola, osservata da telecamere e rallegrata dalla pubblicità ma senza alcun servizio (salvo che non sia privato e di vendita, e dunque aperto e chiuso secondo proprie regole). Anziani, disabili, bambini, bagaglio impossibile, non fanno differenza. Una volta eliminato per buona politica aziendale, ciascun servizio umano non ritorna mai più. Il problema diventa un incubo (di più, ovviamente, la notte) in stazioni non secondarie attraversate da percorsi importanti. Vi potete trovare di fronte a strutture del tutto vuote. Sono abbastanza complesse, con molti punti di arrivo e partenza, e necessità di incrociare percorsi (cambio di treno) e vi rendete conto che nell’edificio stazione ogni porta o vetrina è chiusa, non esiste né presenza tecnica visibile né polizia, ogni cambio di binario è accessibile solo con non invitanti sottopassaggi. E la voce di un altoparlante che viene da altrove e il monitor televisivo sono l’unico legame col mondo. Non si tratta di un “fai da te” sostenuto da nuova tecnologia. Si tratta di un vuoto e basta.

E qui arriviamo a capire il senso e la logica di ciò che sta accadendo a Ryanair. La grande impresa irlandese di viaggi aerei “low cost” ha avuto un’idea radicale e grandiosa come Facebook di Zuckerberg. Ha inventato i passeggeri-dipendenti. Pagano poco e fanno tutto da soli (tranne il decollo, il volo, l’atterraggio, a condizioni che ormai sono materia di racconto e di cinema, ma anche una grande trovata). Però i passeggeri sono a disposizione della ditta, che sposta arrivi e partenze, cancella voli e mette in attesa, accatastando persone a migliaia nei vari terminal del mondo, fino a quando avrà raggiunto un punto di convenienza che autorizza a partire. In questo modo il segreto del “low cost” è svelato. Non è solo l’uso di aeroporti lontani e la scelta di orari meno costosi (dunque più scomodi), e basse paghe per gli equipaggi. È anche l’uso dei passeggeri come dipendenti. Sono a disposizione della ditta, ovvero rimborsano, con qualche problema di tempo e di luogo e qualche sacrificio, la parte di costo del biglietto che sembrava regalato.

Queste storie hanno una loro morale. Spiegano che il lavoro (il posto del lavoro) non è finito, non è abolito, non è scomparso, non è stato rubato dagli immigrati o dai robot. E accaduto un drastico cambio di scena in cui ha prevalso una visione della vita che non ha bisogno del lavoro. È prevalsa l’idea (raccomandata per decenni, nell’ultima fase della rivoluzione industriale) secondo cui pagare il lavoro è uno spreco inutile che sbilancia le imprese. Ci sono state epoche senza donne. Le donne c’erano, naturalmente, ma non contavano e non dovevano occupare altro spazio che l’ornamento. Ci sono state epoche senza bambini.

Persino la grande pittura di periodi memorabili dipingeva pochi bambini, a volte di proporzioni sbagliate, a causa dell’abitudine di non tenerne conto, dunque di non osservarli, nella vita sociale. Ci sono state epoche basate esclusivamente sulla forza e altre sulla speculazione scientifica. Da alcuni decenni l’inclinazione sempre più forte, dettata da un capitalismo selvaggio di ritorno, è stato di ridisegnare il mondo senza il lavoro.

Bisognava finirla di avere una controparte perennemente seduta dall’altra parte del tavolo. Molti economisti (e Nobel, e non tutti “liberal”) hanno messo in guardia dallo squilibrio che si sarebbe creato con l’abbandono del lavoro umano come coprotagonista del progresso. L’argomentazione non è “serve-non serve”. L’argomentazione è che non ci può essere quel necessario e continuo sviluppo alla ricerca del meglio, saltando su una gamba sola (management e macchine, senza il lavoro umano). Non ci può essere non perché mancheranno braccia, ma perché mancheranno teste. Il lavoro umano è responsabile del periodo di più vasta espansione del progresso (qualunque progresso) nel mondo. O il lavoro ritorna, come strategia manageriale, politica e intellettuale, o non ci sarà mai più alcuna crescita.


Il Fatto – 24 settembre 2017

giovedì 28 settembre 2017

Felice Rossello, Il lato B della cultura: la TV


Altare Vetro Design 2017


In cammino con l'Imperatrice


Il Parlamento dei voltagabbana. 526 cambi di partito in 4 anni


Che un Parlamento composto di nominati sarebbe stato il tempio del trasformismo era facile profezia. Senza più una base sociale di riferimento sia nella forma del collegio elettorale che del partito “comunità di pensiero”, i parlamentari si sono scrollati di dosso ogni vincolo di mandato, paralizzando di fatto il Parlamento e svuotandolo del suo fondamentale compito di controllo dell'attività dell''Esecutivo.

Dino Martirano

«Cambio partito» Il record di 526


Negli anni della Prima Repubblica — con i partiti più che granitici e con le preferenze conquistate sul territorio — i «cambi di casacca» dei parlamentari erano una rarità. Clamoroso, nel 1975, fu il voltafaccia del super ministro dc Fiorentino Sullo che, sotto il pressing interessato del conterraneo irpino Ciriaco De Mitra, se ne andò con i socialdemocratici per poi tornare indietro nel 1983. Oggi invece — con i partiti deboli e con gli eletti che non riescono a scrollarsi di dosso l’etichetta di «nominati» — serve il pallottoliere, se non una calcolatrice, per tenere il conto dei deputati e dei senatori che cambiano squadra.

E questa XVII legislatura ha già stracciato tutti i record: un puntiglioso calcolo fatto da Openpolis fissa a quota 526 i «cambi di casacca» (297 alla Camera, 229 al Senato) registrati dal febbraio del 2013 che poi fanno 10 cambi di gruppo al mese. Il doppio della scorsa legislatura.

I parlamentari interessati dalla quella che con termine agropastorale viene definita la «transumanza» sono in totale 337 (il 35,4% degli eletti). Molti di loro hanno abbandonato il partito di origine sull’onda delle scissioni ma ora c’è anche la contro-onda di ritorno. L’ultimo in ordine di tempo si chiama Gianfranco Sammarco che riappare in Forza Italia dopo una parentesi lunga 4 anni trascorsa nel partito di Angelino Alfano. Hanno seguito lo stesso percorso alla Camera Nunzia Di Girolamo e Alberto Giorgetti, i senatori Renato Schifani, Antonio D’Alì, Antonio Azzollini, Massimo Cassano.

E nel flusso di rientri nel partito di Berlusconi, al Senato ci sono anche Mario Mauro, Enrico Piccinelli e Domenico Auricchio. E c’è da domandarsi cosa faranno in questo ultimo scorcio di legislatura i transfughi di Forza Italia che hanno seguito Denis Verdini nell’avventura di Ala.

Il Pd, con la scissione dei bersaniani di Articolo 1 di febbraio scorso, ha perso 22 deputati in un solo colpo e di recente ha pure ceduto Francantonio Genovese (con tutti i suoi guai giudiziari) direttamente a Forza Italia. Ma è pure vero che il partito di Renzi ha attirato nel suo gruppo alla Camera parlamentari da destra e da sinistra con un saldo negativo di appena 8 unità. In casa dem sono finiti molti ex Sel guidati da Gennaro Migliore, gli orfani di Scelta civica di Andrea Romano e pure una pattuglia di grillini (Tommaso Currò, Sebastiano Barbanti e Gessica Rostellato).

Il Movimento Cinque Stelle — che vorrebbe introdurre un vincolo di mandato per i parlamentari, vietato dall’articolo 67 della Costituzione — è l’unico partito che ha perso 21 deputati (tutti confluiti inizialmente nel Misto) senza acquisirne nemmeno uno.

Le porte girevoli attraverso le quali sono passati molti dei transfughi sono quelle del Gruppo Misto. Alla Camera, il presidente Pino Pisicchio, che ci tiene a ricordare di aver rinunciato all’indennità per la carica, ha provato a proporre correttivi in sede di Comitato per la riforma del regolamento: minimo 30 deputati (oggi ne servono 20) per costituire un gruppo e aumento da 3 a 5 per formare una componente nel Misto. Ma il vero nodo, ancora non risolto, sono i 49 mila euro all’anno che il deputato in fuga porta in dote al nuovo gruppo.


Il Corriere della sera – 27 settembre 2017

Un mondo desacralizzato dove riaffiora di continuo la nostalgia del sacro



Nel suo ultimo libro Roberto Calasso ci parla di un mondo ormai totalmente desacralizzato, incapace di rapportarsi con il mistero profondo della vita , ma dove gli integralismi religiosi sono in crescita. Sembra un paradosso, ma non lo è se solo si riflette sulla differenza tra il concetto di sacro (astorico e atemporale) e quello attuale di religione (interamente calato in una dimensione politico-culturale storicamente data).

Giorgio Montefoschi

Ma riaffiora di continuo la nostalgia del sacro



L’invisibile è ancora una volta, e non poteva essere altrimenti, al centro de L’innominabile attuale (Adelphi), il nono capitolo di un solo libro che Roberto Calasso ha concepito svariati anni fa, e comincia con La rovina di Kasch. Un secondo tema, naturalmente legato al primo, e imprescindibile, è il tema del sacrificio — anche quello presente in alcuni capitoli di questa opera, davvero unica per l’ampiezza e l’acutezza dello sguardo, la sapienza a volte stupefacente, e l’ardore (titolo di un altro capitolo dedicato alla teologia e alla religione induista) con il quale il suo autore attraversa il tempo e racconta il passato e il presente, il pensiero e le leggende, la letteratura e la pittura, le cose che appaiono e quelle segrete.

«Il frutto del sacrificio», scrive Calasso a pagina 14 de L’innominabile attuale — che prende le mosse dall’analisi del fenomeno più opaco e terribile della inconsistenza in cui viviamo: vale a dire il terrorismo islamico —, «un tempo era invisibile. L’intera macchina rituale era concepita per stabilire un contatto e una circolazione tra il visibile e l’invisibile. Ora, invece, il frutto del sacrificio è diventato visibile, misurabile, fotografabile. Come i missili, l’attentato sacrificale punta verso il cielo, ma ricade sulla terra» (l’esatto contrario, potremmo aggiungere, di quanto accade nel finale del romanzo Papà Goriot , quando il povero vecchio è ormai sbranato dalle figlie, e Honoré de Balzac, con inusitata dolcezza, scrive che le sue lacrime «cadevano in terra per salire subito in cielo»).


Oggi, quel cielo, inteso nel suo significato profondo, non in quello magari consolatorio di uno splendido tramonto, non esiste. Il processo, «di enorme portata», della sua cancellazione dalla nostra visuale, è cominciato e si è «cristallizzato» nel corso del Novecento, e ha investito tutto ciò che «passa sotto il nome di religioso». L’oltre — il termine che racchiude in se stesso l’invisibile e il mistero, la tenebra e la luce, Dio e gli dèi, e ovviamente la Parola — è sparito.

La società contemporanea, che Calasso senza mezzi termini definisce società secolare (e con lei il suo cittadino: l’ Homo secularis ) guarda se stessa. Non oltre. Mai. Ed è soddisfatta, o piuttosto disperata, così. Con la misurazione definitiva e invalicabile dei suoi confini al di là dei quali non esiste nulla, tantomeno il divino; con l’affollarsi e la concentrazione, all’interno di questi confini, di tutte le discipline che servono a stabilire l’utile, ad annientare il dubbio e a uniformare le certezze, a garantire il controllo; con un sapere enciclopedico, sterminato, accessibile premendo un tasto, che non è affatto un sapere, poiché esclude lo sforzo della conoscenza e la dialettica della mente; infine, con le rassicurazioni del progressismo e dell’umanitarismo: quel dovere di essere innanzitutto buoni qui e subito, sacrosanto e encomiabile, senza pensare all’oltre, alla vita futura, che anche la Chiesa stessa talvolta dimentica, cercando di «assimilarsi sempre più a un ente assistenziale» globale, all’interno del quale ecclesiastici e secolaristi possano parlare la medesima lingua.



Questo è quello che, secondo Roberto Calasso, sta accadendo, e che lui denuncia in un libro tagliente, implacabile, con il quale sarà impossibile non fare i conti: «Duemila anni dopo Cristo il secolarismo avvolge il pianeta»; il pensiero si è svuotato del divino; la ritualità dei gesti che evocano il mistero è incompresa dai più, e almeno in Occidente, espulsa; le religioni sono state distrutte; l’unica religione che resiste — come religione e superstizione — è la religione secolare «che risponde della sua fedeltà non più a esseri trascendenti, ma a un ente definito come umanità».

Ma, se in un pomeriggio londinese autunnale e freddo, lasciamo i viale cosparsi di foglie ingiallite e ci infiliamo al British Museum, e, oltrepassate le sale «egizie» e «assire» entriamo nella sala in cui «colonne, rilievi e alcune statue di esseri femminili acefali» in una strana costruzione ricompongono una tomba licia del Quarto secolo avanti Cristo, proveniente da Xantos, nella Turchia meridionale, siamo colti da un improvviso stupore e da una emozione profonda. Cosa evocano quelle linee morbide, quella leggerezza adombrata che allude a un’altra leggerezza, se non il pensiero, mai morto, che si rivolge altrove, e, proprio come quella tomba silenziosa, è custodito ancora oggi dagli ultimi monaci invisibili che vivono nei conventi, dai contemplanti vedici che vagano nelle foreste?


Il Corriere della sera – 27 settembre 2017

mercoledì 27 settembre 2017

Il brigatista che rapì Moro ha collaborato con i Servizi

    Valerio Morucci e Adriana Faranda durante il processo Moro

Rivelazioni - Valerio Morucci, già responsabile militare di PotOp e poi militante brigatista, nel 1990 collaborò con il Sisde. Un'altra pagina poco chiara degli anni di piombo.

Gianni Barbacetto

Il brigatista che rapì Moro ha collaborato con i Servizi


Brigatisti rossi e 007: Valerio Morucci, capo della colonna romana delle Br, è stato un collaboratore del Sisde, il servizio segreto civile. La notizia è emersa nel corso delle audizioni, davanti alla Commissione Moro, di Adriana Faranda, brigatista e compagna di Morucci. È stato il presidente della commissione parlamentare, Giuseppe Fioroni, a riferire, nelle sue domande a Faranda, “che il Sisde, con cui Valerio Morucci collaborava a quel tempo, gli chiese che cosa pensasse del ritrovamento in via Monte Nevoso delle fotocopie del memoriale Moro, nel 1990”. Stupita la risposta di Faranda: “Valerio collaborava con il Sisde? È una cosa che detta così mi lascia sgomenta. Forse gli avranno chiesto una consulenza”.

Secondo quanto risulta al Fatto, i membri della Commissione Moro hanno effettivamente potuto prendere visione di un documento che prova la collaborazione di Morucci con il Sisde: è il rapporto, da lui stilato per il servizio nel novembre 1990, sul memoriale Moro che era appena stato ritrovato in un appartamento delle Br in via Monte Nevoso a Milano.


Chi ha potuto leggerlo lo definisce una consulenza molto tecnica, sviluppata in modo serio ed esaustivo, che non aggiunge fatti nuovi sul sequestro del presidente della Democrazia cristiana, ma sviluppa un ragionamento sulla sorte degli originali del memoriale Moro, mai trovati. Morucci aveva avuto un ruolo militare importante nell’azione di via Fani, il 16 marzo 1978, quando Moro era stato sequestrato dal commando Br: è lui che con una mitraglietta spara all’autista del presidente, l’appuntato Domenico Ricci, e al caposcorta, il maresciallo Oreste Leonardi.

Poi, durante i 55 giorni della sua prigionia, Morucci si limita a fare da “postino” delle lettere di Moro: 36, ripete più volte nel suo rapporto, mentre quelle note finora sono solo 28. Il Sisde nel 1990 era diretto dal prefetto ed ex vicecomandante operativo del Ros carabinieri, Mario Mori. In quell’anno Morucci era detenuto in carcere e già dissociato dalla lotta armata. Sarà scarcerato quattro anni dopo, nel 1994.

Il documento messo a disposizione della Commissione Moro prova che nel 1990 il Sisde ha chiesto una consulenza a Morucci e lui l’ha realizzata. Di più, da quel solo documento non è possibile ricavare: non possiamo ancora sapere se è stato un contributo unico o se faceva parte di una collaborazione continuata e organica. In questo secondo caso, non sappiamo quando la collaborazione potrebbe essere iniziata (nel 1990 o prima?), fino a quando è durata, su quali contenuti si è sviluppata e con quali forme di compenso (in denaro o in trattamento carcerario?). Secondo quanto riferito da Fioroni in Commissione Moro, “Morucci, parlando in qualità di collaboratore del Sisde, si disse non sicuro che Gallinari avesse distrutto gli originali delle lettere e dei documenti di Moro. Morucci non vedeva ragione per distruggere quelle carte”.


Il cosiddetto memoriale Moro è infatti l’insieme delle dichiarazioni e degli appunti del presidente della Dc durante i 55 giorni della sua prigionia nel “carcere” delle Brigate rosse. Una parte del memoriale, di una cinquantina di pagine trascritte a macchina dai brigatisti, fu ritrovata nell’ottobre 1978 nell’appartamento di via Monte Nevoso. Nel 1990, durante la ristrutturazione dello stesso appartamento, gli operai trovarono casualmente, dietro un pannello sotto una finestra, 229 pagine fotocopiate degli appunti manoscritti di Moro. Gli originali, invece, secondo alcuni brigatisti sarebbero stati bruciati da Prospero Gallinari in un casale di Moiano, in Umbria. Effettivamente alcuni documenti, ritenuti inutili, furono da lui distrutti, ma è improbabile che tra questi ci fossero anche i quaderni scritti a mano da Moro. Non c’era ragione alcuna, infatti, per distruggere gli originali e conservare la fotocopia.

Lo stupore mostrato da Adriana Faranda a proposito della collaborazione di Morucci sembra essere in parziale contraddizione con il fatto che la stessa Faranda abbia ammesso di essere stata contattata dal Sisde. Replicando a una domanda della Commissione, la brigatista ha infatti risposto: “Imposimato mi fece incontrare due funzionari del Sisde, ma io rifiutai di proseguire il rapporto. Uno di loro mi disse che aveva fatto perquisire casa mia”. Ferdinando Imposimato è stato dapprima magistrato (e come giudice istruttore si è occupato anche del sequestro Moro), poi dal 1987 è stato parlamentare eletto nelle liste del Pci e del Pds. In entrambi i ruoli, è perlomeno irrituale che abbia fatto da intermediario tra servizi segreti e brigatisti.


Il Fatto – 23 settembre 2017

Vita e morte di Guy Debord


E' disponibile da oggi in libreria  il nostro Guy Debord e la società spettacolare di massa (Roberto Massari Editore). Pubblichiamo la presentazione.

Vta e morte di Guy Debord

Guy Debord e la società spettacolare di massa rappresenta una novità assoluta per il mercato editoriale italiano. Si tratta infatti della prima biografia di Guy Debord, su cui finora nel nostro paese erano usciti studi (anche molto importanti, ma parziali) soprattutto sul cinema. Il libro, di 320 pagine corredate da una ricca rassegna di immagini, ricostruisce dettagliatamente la vita dell'intellettuale francese, evidenziandone le origini italiane (da parte della madre), l'infanzia difficile, gli studi liceali a Cannes nel primo dopoguerra, fino all'incontro nel 1950 con le avanguardie artistiche parigine ed in particolare con i lettristi di Isidore Isou.

La ricerca ricostruisce la fitta rete di relazioni che il giovane Debord costruisce a partire dal suo arrivo a Parigi nel 1951. In modo dettagliato si racconta dell'adesione convinta al movimento lettrista, dei primi esperimenti cinematografici (il famoso film senza immagini che tanto scandalizzò i critici, suscitando polemiche e risse, tanto che ne vennero immediatamente vietate le proiezioni), fino allo scandaloso attacco a Charlie Chaplin e alla nascita di un nuovo movimento politico/artistico: l'Internazionale Lettrista.

    1954. Lettristi (Debord è il terzo da sinistra)

E' a partire da questo momento che l'interesse di Debord si fissa sull'Italia dove ad Alba opera il Laboratorio sperimentale di Pinot Gallizio e Piero Simondo e ad Albisola il MIBI di Asger Jorn, già surrealista dissindente animatore nel dopoguerra del gruppo CoBrA. Proprio dall'incontro fortuito nel 1954 fra Debord e Jorn ha inizio il percorso che conduce in tre anni alla Conferenza di Cosio, alla fusione fra l'Internazionale lettrista e il MIBI (con l'aggiunta dell'effimero Comitato psicogeografico di Londra dell'inglese Ralph Rumney) e alla nascita dell'Internazionale situazionista.

Obiettivo di Debord non è rivoluzionare l'arte, ma la vita. Fin da subito l'IS si divide fra artisti e politici, fautori di una rapida trasformazione del movimento in una organizzazione esclusivamente politica. Decisivi saranno gli anni fra il 1957 e il 1962 contrassegnati interamente dal contrasto fra Debord e gli artisti che ad uno ad uno vengono espulsi (come Simondo e Gallizio) o costretti ad allontanarsi (come Jorn). Non estranea a questa progressiva radicalizzazione dei situazionisti è la militanza di Debord nel gruppo operaista francese Pouvoir Ouvrier emanazione della rivista Socialisme ou barbarie. Una pagina poco conosciuta che il libro ora ricostruisce nei dettagli, dagli scontri di piazza per l'Algeria indipendente alla partecipazione in Belgio ai picchetti del grande sciopero dei metallurgici del 1961. Una storia mai raccontata in Italia, dove è prevalsa una narrazione solo intellettuale dei percorsi di Debord.

    1957. Cosio d'Arroscia

Dal 1962 un'Internazionale situazionista sempre più impegnata sul tema del potere dei consigli operai (centrale il mito della grande rivolta antiburocratica ungherese del 1956) lancia campagne in tutta Europa contro i piani di guerra della NATO e subisce per questo attentati da parte dell'estrema destra, mentre entra nel mirino dei servizi di sicurezza francesi e non solo. E poi lo scandalo di Strasburgo che di fatto apre la stagione del '68, la notte delle barricate nel quartiere Latino che vedono i situazionisti protagonisti assoluti degli scontri e delle assemblee. E' il momento del trionfo, ma anche l'inizio del declino dell'IS che nel 1972 si scioglie dopo tre anni di polemiche, soprattutto per il rifiuto di Debord di un “situazionismo” di maniera diventato moda giovanile diffusa. 

L'ultima parte del volume ricostruisce sulla base di uno spoglio minuzioso della Corrispondenza il progressivo distacco di Debord dalla politica, il lento ripiegarsi su se stesso (conseguenza anche di una saluta compromessa da decenni di eccessi alcolici), la fuga da Parigi, il rifugiarsi nell'eremo di Champot in un antico casolare in pietra che, scrive Debord, «sembrava aprirsi direttamente sulla Via Lattea». Sono gli anni del silenzio, della riflessione, ma non del pentimento. “Il leopardo muore con le sue macchie” risponde sarcastico Debord al medico che lo invita a smettere di bere. Fino a quel colpo di fucile al cuore, proprio come tanti anni prima Hemingway, che la notte del 30 novembre 1994 chiude a 63 anni la vita di Guy Louis Marie Vincent Ernest Debord nato alle cinque del pomeriggio del 28 dicembre 1931 da Paulette Rossi in una casa del 19° arrondissement a Parigi.

Giorgio Amico
Guy Debord e la società spettacolare di massa
Massari Editore, 2017
Euro 19


Invecchiano solo gli altri


È ancora possibile trovare un equilibrio tra le generazioni in un mondo che ha messo al bando la vecchiaia? Marco Aime e Luca Borzani provano a rispondere con un bel libro che verrà presentato alle 17.30 di oggi, 27 settembre, nei locali della Camera di Commercio di Genova, in via Garibaldi 4.

Marco Aime

Invecchiano solo gli altri

Avrà pur avuto ragione Sant’Agostino a dire di non saper spiegare cosa sia il tempo, concetto quanto mai sfuggente, che sembra materializzarsi solo quando, noi umani, tentiamo di dargli una struttura per nostro uso e consumo. Ma al di là delle speculazioni filosofiche, il modo più evidente in cui noi percepiamo il tempo sono le trasformazioni del nostro corpo e della nostra mente. Un processo biologico diverso per ogni individuo, con scarti più o meno ampi, ma inesorabile e irreversibile. “I capelli bianchi dicono: siamo venuti per restare’” recita un proverbio africano: nonostante le innumerevoli pratiche estetiche, psicologiche e lessicali messe in atto da molti nostri contemporanei per celare questo processo, l’invecchiare rimane un dato di fatto ineludibile.

L’età, e il tempo, sono concetti culturali utili a dare forma e struttura al processo di crescita, sviluppo e invecchiamento. Entrambi iniziano a esistere nel momento in cui cerchiamo di calcolarli e strutturarli, e qualunque sia il metodo che utilizziamo si tratta di fatti che attengono alla cultura. La vita degli individui viene scandita in modo diverso a seconda della società in cui essi vivono. Lo sviluppo e l’invecchiamento biologico che il nostro corpo, come ogni altro organismo vivente, subisce, è percepito e accompagnato, nelle culture umane, da differenti processi di interpretazione. Tali modelli riflettono le modalità di rappresentazione di ogni cultura e definiscono i diversi sistemi di classificazione dell’età. 

Se lo sviluppo biologico segue un percorso lineare, cumulativo, costante e continuo, perché la natura non fa salti, quello sociale viene invece frazionato in fasi culturalmente determinate, che mettono in evidenza le raffigurazioni che la società ha dei propri componenti. I vari sistemi inventati per scandire la vita umana, non sono solamente codici comuni finalizzati a definire più o meno approssimativamente l’età di un individuo, ma sono anche modelli di attribuzione di ruoli sociali, così che l’invecchiamento fisico si intreccia, in modo più o meno evidente, con la posizione che la società ci assegna.




La riflessione degli autori parte dal fervore del dopoguerra, dalla ricostruzione e dal crescente benessere che inducevano all’ottimismo di cui il baby-boom fu uno dei volti più rilevanti. Saranno quei bambini nati tra la metà degli anni Quaranta e la metà degli anni Cinquanta che, una volta cresciuti, forti dei numeri, della nuova condizione di benessere e di un copioso flusso di idee, faranno irruzione nella società per la prima volta come “generazione” e daranno vita, sul finire degli anni Sessanta, a un movimento destinato a lasciare tracce negli anni a venire.

Poi tutto è successo rapidamente, in poco più di mezzo secolo, così rapidamente che i mutamenti non si sono sedimentati nel sentire collettivo e non hanno prodotto rappresentazioni sociali adeguate. Eppure, ed è evidente a tutti, non ci sono più gli anziani di una volta. Sono tanti e saranno sempre di più. Godono in larga maggioranza di buona salute e di possibilità economiche. Per la prima volta nella storia non rivolgono solo lo sguardo al passato ma si misurano con un futuro ancora lungo. Siamo, anche se lo rimuoviamo, nella società dell’invecchiamento progressivo della popolazione. Gli effetti a vedere le previsioni saranno, nel giro di pochi decenni, catastrofici. Ma, appunto, facciamo finta di non vedere. La generazione che si è riconosciuta come giovane, che ha riempito le piazze e occupato scuole e università in nome della rottura con la società dei padri fa ora i conti con la propria vecchiaia.

E lo fa nascondendola, non guardandola, cercando di occupare comunque la scena. Indipendentemente o meno dall’essere ormai arrivata alla pensione. Perché sono i consumi che oggi dividono tra attivi e non attivi, tra chi è vitale e chi è escluso. La grande paura è quella della non autosufficienza, del decadimento fisico e mentale. Solo quelli sono i vecchi. E, come è noto, invecchiano solo gli altri. Anche i giovani non sono più quelli di una volta. Sempre meno numerosi, discriminati, costretti a una lunga post adolescenza, a un presente che svuota passato e futuro. Il conflitto generazionale non è più politico e culturale ma innanzitutto economico e sociale. Siamo diventati un Paese di vecchi che non si riconoscono tali e di giovani che sembrano socialmente spariti, senza voce collettiva.


Questo libro segue il filo di una generazione quella del “’68”, a cui per ragioni anagrafiche gli autori non appartengono, ma della quale sono stati in qualche misura, almeno culturalmente, parte. Con la convinzione che lo spazio per i “nuovi anziani” non sia quello del rincorrere la giovinezza perduta o i consumi, ma quello di un’età tutta da vivere e da riempire con l’ investimento sociale. È la nuova e ultima scommessa possibile di una generazione che credeva di aver rotto con i padri e ha invece rotto con i figli.

E lo ha fatto con spensierato egoismo, senza responsabilità, tarpando le ali a chi veniva dopo; certa che quel futuro di cui si sentiva in possesso in gioventù non dovesse comunque scappargli di mano. Minando la speranza e il cambiamento possibile in nome, come avrebbe detto Walter Benjamin, della “monetina dell’attualità”. Eppure questa generazione che ha vissuto i più profondi e accelerati cambiamenti della modernità potrebbe ritrovare le risorse morali e intellettuali per reinventare la condizione anziana, sperimentare una nuova funzione sociale di apertura e non di chiusura verso le generazioni successive.

Insomma, provare a dare vita a una sorta di nuovo patto intergenerazionale, a lasciare “spazio” senza doversi negare una dimensione piena dell’ esistenza. Ma al di là di queste modeste utopie, la questione di fondo, l’invecchiamento progressivo della popolazione, resta. E stando ai numeri non può non spaventare. Il futuro rischia di avere i tratti arcigni di una dilagante senescenza. Stiamo rischiando tutti grosso. Forse troppo per non provare nemmeno a interrogarsi.




martedì 26 settembre 2017

Nell'atelier di Segantini tra i sentieri dell'Engadina


Il sentiero nei boschi che, costeggiando il lago di Silvaplana porta da Maloja (dove viveva il pittore) a Sils Maria (dove soggiornò Nietzsche), è di una bellezza strabiliante. Lo abbiamo fatto e lo consigliamo, assieme ad una visita alla casa-museo dell'artista. (Le foto sono nostre)

Cloe Piccoli

Nell'atelier di Segantini tra i sentieri dell'Engadina

A l culmine della carriera e delle traversie della sua vita tormentata e nomade, Giovanni Segantini si trasferisce a Maloja in Engadina. È il 1894, e il più noto e talentuoso pittore divisionista, sostenuto in Europa da un mercante come Grubicy, sceglie Maloja come luogo di ritiro e concentrazione, lo elegge per i paesaggi alpini, la luce, l'atmosfera sublime di quelle cime a quasi duemila metri d'altezza.

È qui l'atelier Segantini, una costruzione di legno cilindrica che l'artista aveva fatto costruire come modello per il Padiglione dell'Engadina dell'Expo Universale di Parigi del 1900, che non fu mai realizzato. L'atelier fu per anni il suo studio e la sua libreria, il luogo in cui ritirarsi per sviluppare concetti di una pittura sempre più simbolista.


In realtà non vi dipinse mai, a quell'epoca dipingeva solo all'aperto, in alta montagna, dove si faceva portare a dorso di mulo cavalletti, tavoli, tele, colori e pennelli, ma era qui fra libri, carte, disegni, penne, fotografie, immagini che coltivava idee e ispirazioni.

Spartano, essenziale, denso di memoria, l'atelier è il ritratto più autentico dell'artista, e l'introduzione più diretta ai dipinti esposti al Museo Segantini di St. Moritz.



Di forma circolare come l'atelier, il museo ospita alcune delle opere simboliste più toccanti di Segantini come il Trittico delle Alpi, in cui oltre alle cime e agli alpeggi dell'Engadina si intuisce l'atmosfera melanconica e meditativa di Segantini e di un più ampio contesto internazionale di fine secolo, che in Engadina aveva i suoi riverberi in diversi intellettuali che vivevano qui come Nietzsche. Nei dipinti esposti al museo si riconoscono paesaggi che si possono tuttora visitare: a fianco all'atelier, che fa parte della baita Segantini, dove tuttora vivono gli eredi dell'artista, parte un sentiero che ripercorre i luoghi del pittore.


La repubblica – 17 settembre 2017