TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


sabato 23 settembre 2017

Odino nelle terre del rimorso


Venerdì 29 settembre alle 18.00
nell"auditorium della biblioteca comunale di Orgosolo

presentazione di

Odino nelle terre del rimorso

di Vincenzo Santoro


Il volume raccoglie diversi contributi atti a ricostruire la sperimentazione artistica e politica che nei primi anni settanta investì anche le popolazioni di Orgosolo e San Sperate in una dimensione di scambio tra artisti e abitanti. Un'esperienza artistica e politica oggi più che mai attuale.

I due sogni di Barcellona


Il problema catalano, oggi su tutte le prime pagine dei giornali, ha radici antiche e attraversa tutta la storia della giovane democrazia spagnola. Siamo andati a recuperare un vecchio articolo di Repubblica del 1992 che offre utilissime indicazioni per comprendere ciò che sta succedendo a Barcellona.

Maurizio Ricci

I due sogni di Barcellona

"Ah, Barcellona. Là è Europa". Ogni volta che lascia Barcellona, Pepe Carvalho, il detective più famoso di Spagna, si sente ripetere questa frase come un ritornello, madrileni, galiziani o andalusi che siano i suoi interlocutori. A questi sfoghi d' invidia verso una Catalogna lontana e diversa, neanche iberica, l' eroe dei gialli di Manuel Vazquez Montalban non risponde mai.

Può anche darsi che si tratti di un po' di autoironia da parte del catalano oggi più popolare nel mondo, dopo Salvador Dalì e Joan Mirò. Ma passeggiate qualche giorno su e giù per la spina dorsale di Barcellona, lungo quelle che nel castigliano obbligatorio del franchismo erano le Ramblas e che oggi sono, in catalano, le Rambles, e vi convincerete che Montalban fa sul serio: Carvalho non risponde perché considera la frase un complimento scontato, ovvio.

E' vero che Barcellona è più Europa del resto della Spagna. E' vero, soprattutto, che i catalani si sentono fortissimamente, irrevocabilmente diversi dagli altri spagnoli ovvero, per dirla con Montalban, più europei. Ve lo gridano dai muri i manifesti della Generalitat, il governo autonomo della Catalogna. Ve lo confida, con qualche sussiego, il professore universitario. Ve lo mastica contro, mandando serenamente all' inferno tutti gli spocchiosi catalani con cui convive da quarant' anni, la tassista nata a Vigo, all' altro lato della penisola.

A Pasqua, mentre a Siviglia si inaugurava l' Expo, a Barcellona iniziava il conto alla rovescia degli ultimi 100 giorni che porteranno alle Olimpiadi. Pochi fenomeni, come le grandi manifestazioni internazionali, sono capaci di legare a sé l' identità nazionale. Eppure, nella Spagna ' 92 avviene un po' quello che sarebbero in Italia l' Expo a Palermo e, contemporaneamente, le Olimpiadi a Roma. Ma di spagnolo, in Spagna, assicurano in Catalogna, c' è solo lo Stato, l' Estado. Le Spagne sono 17, quante le regioni che lo compongono, con gradi di autonomia diversissimi: da quelli di Catalogna e Paese Basco - pari ad un Land tedesco - a quelli delle Asturie, poco più di una ripartizione burocratica.

La lingua spagnola è il castigliano, ma, nelle rispettive regioni, sono riconosciute come lingue ufficiali anche il catalano, il galiziano e il basco. E le nazioni su cui regna Juan Carlos di Borbone sono almeno altrettante. Ma le grandi realtà che si confrontano sono due, diverse quanto possono essere diversi gli altipiani deserti delle due Castiglie e gli oliveti che su, su, lungo la valle dell' Ebro, arrivano quasi a sfiorare la costa atlantica.


C' è un Ovest povero, burocratico e assistito, con un reddito individuale pari a tre quarti di quello di un Est - Catalogna e Paesi baschi - che è industriale e sviluppato, meno della media europea, ma più della nostra Puglia, al livello della tedesca Treviri, della bassa Normandia francese, della Cornovaglia inglese. Le differenze sono mille. Prima era agricoltura e commercio in Catalogna, pastorizia e burocrazia in Castiglia. Oggi è un tessuto storico di piccole e medie imprese intorno a Barcellona, grande impresa, spesso assistita, nel resto della Spagna.

Il capitale straniero è dovunque: ma è europeo e giapponese in Catalogna, americano nel resto della Spagna. Le differenze arrivano fino alle radici della cultura politica: democratica, repubblicana, anarchica a Barcellona, assai più che comunista e socialista. All' origine, ci sono due storie profondamente diverse. Mille anni fa, la Catalogna è una marca di frontiera dell' impero europeo di Carlo Magno, quando il resto della penisola è occupato dagli arabi o dai resti degli ultimi regni visigoti. E, mentre sugli altipiani castigliani infuriano le battaglie della Reconquista, al di là della sierra, in Catalogna, mercanti e armatori cercano, con successo, di trovare la loro strada nel Mediterraneo, fra genovesi e veneziani.

Solo la casualità dinastica, a fine ' 400, ha accomunato le due storie. Ma per altri due secoli la Catalogna avrebbe mantenuto la sua autonomia militare, economica, giuridica. E, mentre il resto della Spagna, drogato dall' oro delle Americhe - riservato in monopolio a Siviglia - coltivava sogni imperiali, i catalani dovevano rimettere insieme i cocci di un ormai inutile successo mediterraneo.

Quanto basta perché le due anime di Spagna non si incontrino più. Da una parte il culto della limpieza de sangre, della purezza razziale dei "vecchi cristiani" che lasciano le fatiche del lavoro dei campi e delle botteghe ai convertiti ex arabi o ex ebrei. "Iglesia, mar o casa real", prete, soldato o burocrate sono gli unici orizzonti possibili di un castigliano bennato. Mentre, dall' altra parte, dice il proverbio, "il catalano dalle pietre fa il pane". Fino a poco più di un secolo fa, l' etica dell' hidalgo si contrapponeva, faccia a faccia, con l' etica del lavoro. La rivoluzione industriale ha fatto esplodere questo quadro.

"La Catalogna - è la tesi di Jordi Pujol che dal 1980 presiede alle sorti della Generalitat e, un mese fa, ha vinto per la quarta volta consecutiva le elezioni - è come la Borgogna, la Provenza, la Lombardia, la Scozia. Solo che la storia ha via via inghiottito Borgogna, Provenza, Scozia, all' interno dei rispettivi Stati. Catalogna e Lombardia, invece, sono le uniche due regioni a sud di Lione che, nell' 800, hanno conosciuto la rivoluzione industriale. Questo è l' elemento che ha segnato il divorzio fra noi e il resto della Spagna. La differenza con la Lombardia è che i milanesi hanno sostanzialmente egemonizzato il resto d' Italia, mentre da noi è avvenuto il contrario".


La fine del franchismo ha ridato al nazionalismo catalano il fiato e lo spazio che cercava per esprimere la propria differenza. Secondo Eliseo Aja, professore di diritto costituzionale a Barcellona, la Spagna, che 15 anni fa era uno dei paesi più centralizzati d' Europa, oggi è uno dei più decentrati, "appena dietro federazioni tradizionali come Svizzera e Germania". Probabilmente, non c' era alternativa.

La democrazia ha mostrato che l' orizzonte politico catalano è quasi totalmente oscurato dal problema nazionale. Fin dalle prime elezioni, Convergenza e Unione, il partito dell' autonomia catalana è sempre stata oltre il 40 per cento dei voti: 46 per cento nel marzo scorso. Il partito socialista (comunque catalano, anche se collegato con i socialisti di Madrid) ha il comune di Barcellona, grazie ai voti degli immigrati della cintura operaia, ma non arriva nella regione al 30 per cento. Un altro 8 per cento dell' elettorato ha scelto l' Esquerra repubblicana di Angel Colom, apertamente indipendentista.

A stare ad un sondaggio del quotidiano El Mundo, comunque, un catalano su 5 è favorevole all' indipendenza dalla Spagna. Il 20 per cento dell' elettorato pronto a recidere ogni legame con Madrid, il terzo partito della regione che si batte per l' indipendenza sono fattori che spingono prepotentemente sul centrismo di Pujol e lo sollecitano a smentire i professori e ad affermare, la scorsa settimana, che "il recupero dell' autogoverno catalano è ancora a mezza strada". Ma la pasta del nazionalismo catalano non è la stessa di quello basco.


L' intransigenza non è la stessa e la tentazione della violenza remota: profeta di un "indipendentismo tranquillo", Angel Colom, leader dell' Esquerra, ripete ad ogni occasione che "l' indipendenza non vale mai la violenza". Il nazionalismo catalano, spiega il vicedirettore di El Pais, Miguel Angel Bastenier, è "gaseiforme", si adatta alle circostanze e si nutre di compromessi. Una scelta drammatica E la congiuntura politica dei prossimi due anni sarà dominata dal tema dell' autonomia regionale: la Spagna deve saltare il fosso e diventare ufficialmente e apertamente uno Stato federale o no? Il sasso lo ha lanciato, a metà aprile, il presidente del governo galiziano, Manuel Fraga Iribarne, ex ministro di Franco e leader della destra nel decennio successivo alla scomparsa del dittatore.

Perché tre diversi livelli di amministrazione: lo Stato centrale, la Regione, il Comune? Almeno nelle nazioni storiche - Galizia, Catalogna, Paese Basco, che già amministrano i servizi, l' economia, scuola e università, la tv regionale - l' amministrazione, secondo Fraga, dovrebbe essere unica, cioè regionale. In buona sostanza, anche polizia, magistratura e tasse dovrebbero essere sottratte a Madrid e rientrare sotto le competenze della Xunta galiziana, della Generalitat catalana o del Lehendakari basco.


Il dilemma non è nuovo. La sovranità è di Madrid e viene esercitata, in parte, dalle regioni storiche? O è delle regioni che ne cedono una parte (difesa, moneta, politica estera) al centro? Per la Spagna castigliana egemone è una scelta drammatica. E, infatti, fino a che ne ha parlato solo Fraga, figura nota e discussa, ma che ora rappresenta la piccola Galizia e fa parte del partito popolare, all' opposizione, la proposta è stata ignorata. Quando l' ha rilanciata, alla vigilia di Pasqua, nel solenne discorso di investitura al governo regionale, Jordi Pujol, è stato impossibile non accorgersene.

L' "amministrazione unica" è stata severamente criticata dall' editoriale del Pais e accolta con insofferenza dal governo. Ma Pujol rappresenta la potente Catalogna. Soprattutto è l' ancora di salvezza del potere socialista, quando, nelle elezioni del prossimo anno, la maggioranza assoluta sfuggirà - dicono - dalle mani del Psoe di Gonzalez e la soluzione, giurano tutti a Madrid, non potrà che essere un' alleanza con i deputati catalani di Convergenza e Unione. A quale prezzo? Alto probabilmente, forse vicino all' "Amministrazione unica" di Fraga. Ecco perché, José Maria Eguiagaray, ministro delle Amministrazioni pubbliche e rappresentante di Gonzalez al discorso di Pujol, a cerimonia conclusa,ha chiamato intorno a sé i giornalisti per dare sfogo ai nervi: "La Costituzione è del 1978: non si può avere la pretesa di rifondare tutti i giorni lo Stato".


La Repubblica – 28 aprile 1992

L'asino d'oro di Apuleio


Le «Metamorfosi» o «Asino d’oro» di Apuleio sono l’unico romanzo latino giunto a noi integro. Letto spesso come un racconto erotico, L'Asino d'oro è in realtà un'opera profondamente religiosa incentrata sui misteri di Iside. Franco Pezzini, da Odoya, ne ripercorre le molte «reincarnazioni», dal Medioevo a Milo Manara.

Paolo Lago

Apuleio, quanti agganci nel romanzo iniziatico


Il fascino esercitato dalle Metamorfosi (o Asino d’oro, utilizzando l’indicazione offerta da Sant’Agostino) di Apuleio (II secolo d. C.) è assai vasto: non solo perché si tratta dell’unico ‘romanzo’ latino giunto per intero fino a noi – il Satyricon di Petronio, purtroppo, ci è pervenuto in forma frammentaria – ma anche perché è un’opera letterariamente complessa e raffinata. Si tratta infatti di un romanzo ‘iniziatico’, denso di riferimenti ai misteri religiosi del culto orientale di Iside – stando soprattutto all’interpretazione di Reinhold Merkelbach – ma la sua narrazione deve molto anche a un background più ‘basso’, come le fabulae Milesiae di Aristide di Mileto (salaci novelle di carattere erotico) a cui lo stesso autore riconduce la propria opera, e a tutta una tradizione novellistica nata soprattutto per delectare, per divertire.

Si tratta, inoltre, anche e soprattutto di un romanzo di viaggio: la storia è incentrata infatti sulle peripezie del protagonista Lucio, in viaggio in Tessaglia, regione greca nota per streghe e magia (quasi una Transilvania del mondo antico), il quale, avvicinatosi incautamente agli incantesimi di una strega, si ritrova tramutato in asino. Sotto la veste asinina, poi, il personaggio viene condotto, dai più svariati padroni, da un capo all’altro della Grecia, fino a ritrovarsi a Corinto dove, durante una processione sacra a Iside, riuscirà a cibarsi delle rose necessarie per ritrasformarsi in uomo.


Sul romanzo di Apuleio è uscito recentemente un interessante volume di Franco Pezzini nella collana «I classici pop» di Odoya: L’importanza di essere Lucio Eros, magia e mistero ne L’asino d’oro di Apuleio (pp. 332, € 20,00). La collana in questione, curata dallo stesso Pezzini, si pone come «una rilettura divertente e accattivante dei classici» perché «se li chiamiamo “classici” un motivo ci sarà: letti a distanza di tanto tempo non solo mantengono freschezza, ma ci interpellano concretamente, offrono macchine per pensare e fantasia per costruire».

L’autore (che per Odoya ha pubblicato anche un denso volume su misteri e curiosità della Londra vittoriana, costituito principalmente dai suoi interventi su «Carmillaonline», riscritti per l’occasione) ci «invita a riprendere in mano l’opera originale senza sostituirsi ad essa, come un amico che racconta una storia suscitando in noi il desiderio di rileggerla». Pezzini ci guida con intelligenza e rigore attraverso le pagine di Apuleio attuando, dietro ogni angolo, cortocircuiti sorprendenti e inaspettati con l’universo moderno e contemporaneo.

Il libro di Pezzini, infatti – come lo stesso romanzo di Apuleio, caratterizzato da numerose novelle inserite che aprono diverse digressioni narrative – offre una svariata gamma di digressioni verso altri ‘orizzonti’, realizzate per mezzo di microparagrafi a tema inseriti nel testo. Questi ultimi costituiscono tante vie di ‘uscita’ dall’universo apuleiano per correre rapidamente verso suggestioni di carattere antropologico, storico, sociale relative al mondo antico in generale, nonché verso diversi ‘agganci’ con la contemporaneità, siano essi la riscrittura del romanzo sotto forma di graphic novel realizzata da Milo Manara o la rappresentazione teatrale messa in scena da Paolo Poli, oppure le peripezie sotto veste asinina di Pinocchio, le cui vicende di metamorfosi trovano nell’opera di Apuleio una sicura fonte di ispirazione.

    Milo Manara

Degni di nota, inoltre, sono i disegni ispirati al romanzo realizzati dallo stesso Pezzini che, insieme a molte altre illustrazioni, accompagnano il testo in una tensione continua verso l’immagine, grazie anche ai numerosi rimandi alle arti figurative presenti nel saggio. Sempre con un occhio di riguardo per le scintillanti invenzioni linguistiche del testo (oggetto di un recente articolo di Monica Longobardi, già autrice di una innovativa traduzione del Satyricon), l’autore pone l’accento sul carattere di metamorfosi continua che – oltre a essere presente come tema principale – investe le vicende e le figure.

Infatti, oltre a riproporre diversi personaggi che, per la loro caratterizzazione, appaiono simili ad altri già incontrati in precedenza, il testo di Apuleio, secondo Pezzini, offre un continuo ribaltamento metamorfico delle avventure, in modo da stravolgere le ‘banali’ aspettative del lettore. Lo stesso romanzo, poi, nel corso del tempo si è per così dire metamorfizzato nelle vesti di novella medievale e rinascimentale, di fiaba romantica, di traduzione, di opera teatrale, di film. E adesso infine, nelle vesti di questo intelligente ‘racconto’ critico.



il manifesto - 17 agosto 2017

Pablo Picasso tra cubismo e classicismo 1915-1925


Una mostra a Roma celebra i cento anni dalla permanenza in città di Pablo Picasso. Convinto di doversi confrontare con la classicità, il pittore aprì uno studio in via Margutta. Un'esperienza importante che segnò non poco la svolta cubista.

Edoardo Sassi

Pablo & Olga un secolo dopo Vacanze romane, anzi amore


Pablo, Olga e quel loro amore nato a Roma nel 1917, esattamente cento anni fa. Lui, il genio spagnolo che a 36 anni pareva aver già inventato tutto: prima bambino prodigio in grado di disegnare come un maestro del Rinascimento, poi inventore dei suoi periodi — il Rosa, il Blu — e infine autore della grande rivoluzione cubista. Lei, una giovane e bellissima danzatrice entrata ragazzina nella compagnia-mito del Novecento, quella dei Ballets Russes di Sergej Djagilev, e di lì a poco destinata a diventare la prima madame Picasso.

C’è dunque (anche) una motivazione sentimentale nella mostra che sta per aprire i battenti alle Scuderie del Quirinale. Un’antologica che da giovedì 21 settembre (inaugurazione con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella) celebra il primo e il più importante dei due viaggi in Italia (l’altro, toccata e fuga, fu nel 1949) del pittore andaluso. A Roma in particolare, dove Picasso alloggiò all’Hotel de Russie con l’amico Jean Cocteau, dove affittò uno studio in via Margutta e dove, soprattutto, conobbe lei: Olga Khokhlova (1891-1955), prima compagna e poi moglie (si sposeranno l’anno successivo a Parigi e il matrimonio durerà fino al 1935) ma soprattutto musa prediletta dell’artista per più di tre lustri. Di certo la figura femminile da lui più rappresentata tra fine anni Dieci e inizi anni Venti.

    Portrait d'Olga

Ed è proprio uno di questi quadri — il celebre e straordinario Portrait d’Olga dans un fauteuil del 1918 — una delle opere clou dell’imminente esposizione romana dal titolo Picasso. Tra Cubismo e Classicismo 1915-1925 , curata da Olivier Berggruen e Anunciata von Liechtenstein e con circa cento opere in arrivo da importanti musei. Prestiti concessi, tra gli altri, da Moma, Metropolitan e Guggenheim di New York, dalla Tate di Londra, dal Centre Pompidou e dal Musée Picasso di Parigi, dove s’è appena conclusa un’altra mostra — originale, bellissima — tutta incentrata proprio sul legame tra Pablo e la danzatrice figlia di un colonnello dell’Armata imperiale. Legame da cui nascerà, il 4 febbraio 1921, Paul.

Ed è proprio Paul en Arlequin (1924) un’altra delle opere iconiche dell’esposizione romana, uno dei tanti quadri che Picasso dedicò in questi anni al suo primogenito e che stilisticamente testimoniano, ancora a distanza di tempo, l’amore dell’artista per la commedia dell’arte e più in generale la sua riscoperta del classicismo e del Rinascimento, avvenute in gran parte in Italia nel 1917.

    Paul en Arlequin

«Non c’è mai stata un’epoca neoclassica in Picasso — si è spinto a scrivere Joachim Pissarro, uno dei curatori della conclusa rassegna parigina — ma solo un’epoca Olga». Tant’è: a 136 anni dalla nascita di Picasso, a più di 80 dalla fine di quell’amore e dopo che per decenni si è un po’ liquidato questo periodo come semplice Ritorno all’ordine , Picasso — il Picasso che rilegge Ingres, il Picasso pittore dell’atemporalità sospesa, del realismo monumentale ( La flûte de Pan , La course , Femme assise en chemise , tutte opere tra 1922 e 1923), l’artista dell’intimità familiare nell’appartamento borghese di rue La Boétie — ritorna protagonista; anche nel taglio di questa selezione romana dove si possono vedere o rivedere, fra gli altri, l’ Arlequin del Museu Picasso di Barcellona (1917, a volte accreditato come ritratto di Léonide Massine) o quello allo specchio del Thyssen-Bornemisza (1923).

    Sipario

Ed è un’opera arlecchinesca anche il gigantesco sipario (17 metri per 11) del balletto Parade . L’opera, utilizzata per la prima volta come sipario al Teatro Châtelet di Parigi (Marcel Proust tra gli spettatori), fu in realtà progettata a Roma, nello studio di via Margutta, e realizzata con molti aiuti tra cui quello del pittore italiano Carlo Socrate. Tutto permeato d’esprit mediterraneo-italico, anche l’immenso telone, già esposto a Napoli, sarà a Roma. Non alle Scuderie del Quirinale (dove non sarebbe entrato) bensì nel seicentesco Salone di Palazzo Barberini affrescato da Pietro da Cortona. Un ritorno in Italia per quest’opera che oggi appartiene al Centre Pompidou di Parigi, ma che in passato fu di proprietà del mercante italiano Carlo Cardazzo, il quale nel 1954 provò a venderla per pochi soldi allo Stato italiano, alla Galleria nazionale d’arte moderna, ottenendo però in cambio un clamoroso rifiuto.

La mostra è prodotta da MondoMostre Skira e Ales, e conclude, dopo le tappe a Napoli, le celebrazioni per il centenario del viaggio di Picasso in Italia.



Il Corriere della sera/La Lettura – 17 settembre 2017

venerdì 22 settembre 2017

Diffusa. Rassegna d'arte contemporanea



Il declino strategico della Sinistra

Una riflessione da leggere con attenzione.

Piero Ignazi

Il declino strategico della Sinistra


La rinuncia a presentare la legge sullo Ius soli dimostra che le dinamiche della politica italiana sono radicalmente cambiate dopo il referendum costituzionale del 4 dicembre. Fino al quel momento avevamo un Pd trionfante, sicuro e orgoglioso di sé. Un Pd che governava quasi monopolisticamente a livello centrale e che controllava ancora molte regioni e città. Pur avendo subito alcune sconfitte a livello locale era ancora il dominus della politica italiana, quello che dirigeva, decideva ed, eventualmente, sanzionava. Il segretario- capo del governo assicurava quella unità di comando e di intenti che affascinava molti. Ma finché era vincente. Caduto nella polvere, il suo appeal presso l’opinione pubblica, soprattutto quella che più l’aveva blandito, svanì d’un colpo.

Però la sconfitta non riguardava solo la leadership di Renzi. Investiva tutto il Pd. Non lo hanno capito gli inossidabili sostenitori del segretario, quasi un fan club, si direbbe, viste certe manifestazioni, e nemmeno gli oppositori interni, sfilatisi alla ricerca di una araba fenice che non volerà più, il “popolo della sinistra”.



Questo mitico popolo è allo sbando. Depresso e sfiduciato dall’esito del referendum ha poi subito i colpi di una scissione incomprensibile e di un ancor più incomprensibile arroccamento di Renzi nella sua posizione di segretario, come nulla fosse successo. Veramente impressionate che nessuno del mondo renziano, fuori e dentro il Pd, abbia fornito uno straccio di riflessione su quel 60% di voti contrari: derubricato come un incidente di percorso, una incomprensione della “grande riforma” (ancora una volta), una cattiva comunicazione, o una questione sentimentale di amore e odio come fossimo ai Baci Perugina.

Eppure, fuori da quel mondo autoreferenziale risuonavano alcune ipotesi interpretative, dall’affezione per la costituzione, unico elemento identificativo di una comunità nazionale frastagliata, una sorta di “patriottismo costituzionale”, alla insoddisfazione trapunta di vera e propria rabbia per i lunghi anni di crisi imputati a chi li ha gestiti ma non creati (cioè al centro-sinistra invece che ai governi berlusconiani), all’isolamento politico nel quale si è venuto a trovare (meglio: si è andato a cacciare) il partito.

Quel popolo di sinistra non sta trasmigrando — ancora — verso altri lidi, ed è illusorio che le micro sigle sorte o risorte in questi ultimi mesi possano rivitalizzarlo. Forse, e sottolineo forse, solo una “lista Pisapia” tutta incentrata sull’ex sindaco di Milano, senza altri orpelli né dentro né fuori, può rimobilitare porzioni di quel popolo. Altrimenti è destinato all’astensione — come accadde clamorosamente alle elezioni regionali nell’Emilia rossa, tre anni fa, quando andò a votare il 37%! Il declino degli iscritti, lo spopolamento delle, e alle, feste dell’Unità, le difficoltà organizzative evidenziano plasticamente l’affaticamento del Pd, incapace di riprendere il bandolo di politica aggregante e mobilitante.


Le prospettive della sinistra sono cupe. Il Pd rimane arroccato in una leadership che porta in sé le stigmate della sconfitta, all’opposto di quando un tempo esibiva i gonfaloni della vittoria, e vive una indeterminatezza politica-strategica logorante: continuare una cavalcata solitaria rischiando un lungo isolamento o individuare un alleato sicuro per i prossimi anni? In più, soffre di un disorientamento ideale, dalla questione migranti alle politiche del lavoro, per citarne solo due: punta ad una politica di accoglienza ed inclusione, e alla difesa dalle condizioni di sfruttamento neo-manchesteriano dei lavoratori? Poi, alla sua sinistra ribolle ancora un magma composito in attesa di una futura, problematica, solidificazione, non si sa quanto appetibile fuori da circoli nostalgici.

Di fronte a questo campo di rovine la destra rialza la testa grazie alla memoria ultracorta degli italiani che hanno dimenticato i guasti epocali prodotti dai suoi governi, e i 5Stelle mantengono vivo e vegeto il loro serbatoio di arrabbiati e sfiduciati.

Il Pd, e la sinistra nel suo complesso, non sono più il perno della politica italiana. Sono diventati co-protagonisti, al pari del M5S, ma un gradino sotto la destra, che andrà unita perché gli elettorati di Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia sono sovrapponibili, hanno valutazioni politiche molto simili. Paradossalmente, solo lo stentatissimo risultato del Pd bersaniano nel 2013 permise al Pd, per la prima volta, di guidare il governo e poi, dopo la scissione alfaniana, di “dominarlo”. Alle prossime elezioni il partito di Renzi rischia di non ripetere nemmeno quel risultato; e certamente non sarà più nelle condizioni di dirigere quasi monopolisticamante il governo come negli ultimi tempi. Al massimo potrà entrare in una coalizione. Già, ma con chi?


La Repubblica – 17 settembre 2017

Cappuccetto Rosso si fa i selfie. Fine dei riti di passaggio

           Illustrazione di Alex Raso

Per millenni i giovani sono diventati adulti attraverso riti di passaggio più o meno articolati. Oggi il mito consumistico di un'eterna giovinezza (pensiamo all'uso diffuso del termine ragazzo per ultratrentenni) allunga indefinitivamente la fase dell'adolescenza e rimanda sine die il tempo delle scelte e della assunzione delle responsabilità con conseguenze pericolose per l'equilibrio stesso dei giovani.

Carlo Bordoni

Cappuccetto Rosso si fa i selfie



Cappuccetto Rosso attraversa il bosco e incontra il lupo cattivo: la favola di Charles Perrault e dei fratelli Grimm è la metafora di un viaggio iniziatico che porta fuori dall’infanzia (il bosco) e permette di crescere e di distinguere il bene dal male. Ma i riti iniziatici di una volta non valgono più, sostituiti ormai dall’introduzione di attività/comportamenti/pratiche che una volta erano consentiti solo ai grandi. Sono diventati atti solitari, anche violenti, spesso autolesionistici, a dimostrare la difficoltà a essere riconosciuti come individualità degne di considerazione.

L’iniziazione, con la sua metafora di morte (simbolica) del ragazzo e di rinascita come adulto, è un processo a senso unico, da cui non si torna indietro. Oggi si preferisce restare sul limite, cogliendo il meglio del prima e del dopo, spostandosi avanti e indietro, rifiutando di assumere un’identità definitiva. Un pericoloso punto di non ritorno, tanto che i genitori sono portati a «frenare» sui riti di passaggio dei figli o a rallentare il loro ingresso ufficiale nell’età adulta per non dover ammettere di invecchiare.

Il declino dei riti di passaggio indica dunque la difficoltà di affrontare quella «morte» o l’esigenza di evitarla. Forever young , a cavallo di più generazioni, o comunque disponibili ad assumere ruoli diversi a seconda dei casi. La dispersione dei riti di passaggio accreditati dalla comunità di appartenenza a scandire ogni fase della vita (infanzia/adolescenza/maturità/senescenza) spiega l’introduzione di nuovi riti intergenerazionali e trasversali che riguardano età diverse: il tatuaggio, spesso ripetuto nel corso della vita per ricordare momenti salienti; il piercing o altre manipolazioni del corpo, dallo sballo all’assunzione di sostanze, fino alle più cruente ferite autoinferte, tagli o scarnificazioni. Comportamenti che finiscono per sfuggire al piano simbolico, rischiando di provocare la morte reale di chi li pratica.



Tra le tante dimostrazioni di autoaffermazione si può includere il graffitismo sui muri, una pratica, quella dei writer , che ha invaso le città ed è finita per divenire una componente dell’arredo urbano. Anche le prove estreme di coraggio (e incoscienza) hanno lo scopo di affermare la propria identità di fronte all’indifferenza del mondo e imporsi al pubblico degli amici sui social. 

Questi riti, infatti, pur essendo strettamente individualistici e consumati nella solitudine, divengono per così dire «collettivizzati» attraverso la rete, postati e gratificati di una serie di like . Il rito più demenziale registrato dalle cronache consiste nel farsi un selfie sui binari mentre sta arrivando il treno, aspettando l’ultimo istante per scattare. Qualcosa che ha a che fare col vecchio gioco del pulcino bagnato, reso popolare da un cult movie come Gioventù bruciata con James Dean (1955): una sfida alla morte correndo contromano sulle strade o attraversando senza guardare.

Restano pochi riti istituzionali socialmente condivisi, per la maggior parte legati al mondo della scuola: gli esami conclusivi di ogni ciclo di studi ma ancor di più la vacanza dopo l’esame di maturità o l’Erasmus, attualizzazione del vecchio Grand Tour, e ciò che resta di qualche goliardata per le matricole universitarie. Tra i più giovani, alla prima sigaretta fumata di nascosto, subentra il primo telefonino concesso dai genitori, simbolo di raggiunta autonomia e libertà personale, gravido di occasioni relazionali.

A Cappuccetto Rosso non serve più superare le insidie di un bosco oscuro per affrancarsi dall’infanzia: le basta possedere uno smartphone di ultima generazione.


Il Corriere dela sera/La Lettura – 17 settembre 2017

giovedì 21 settembre 2017

Castro, la città fantasma distrutta dai papi


Città perdute/ 15. Storia e miseria della «capitale» del potente feudo Farnese nella Tuscia, che ebbe alterne fortune per 112 anni e oggi è un luogo impervio, ingoiato dai dirupi del tufo. Stendhal vi ambientò uno dei suoi romanzi più belli.

Marco Bascetta

Castro, le rovine fra i licheni

Ischia di Castro, Arlena di Castro, Grotte di Castro, Montalto di Castro, chi ha avuto la fortuna di visitare l’estremo nord del Lazio, quella terra straordinaria e selvaggia che, ai confini con la Toscana, si estende dal lago di Bolsena al mar Tirreno si è certamente imbattuto in qualcuna di queste pittoresche cittadine arrampicate su rupi di tufo circondate da profonde «forre» coperte di una lussureggiante vegetazione. Ma Castro, la «capitale» dalla quale il nome di questi luoghi ricorda la dipendenza, non esiste più da secoli.

I cumuli di pietre ricoperti di edere e muschi, i capitelli, gli architravi, le lesene, le mensole e le soglie in travertino e peperino che arricchivano le facciate dei palazzi e delle chiese di quell’ammirata città giacciono sparpagliati nel fitto bosco che occupa la sommità di uno sperone di tufo «a forma di lira» che si affaccia a picco sulla profonda valle dell’Olpeta, l’emissario del piccolo e profondissimo lago di Mezzano che va a gettarsi nel fiume Fiora. Tra le macerie di scuro tufo, calcinacci e laterizi, si scorgono gli ingressi, ingombri di felci giganti e di spesse liane legnose, le scale e le volte a botte di ampie cantine. Scavati nei pavimenti di nuda pietra si allineano numerosi «pozzi», accuratamente ripuliti nel corso di decenni dai cercatori delle ceramiche medioevali e rinascimentali che vi venivano gettate.



Questo è ciò che resta di quella che fu la capitale del potente feudo dei Farnese, un vero e proprio Stato nello Stato pontificio, vissuto per 112 anni. Il luogo è solitario, silenzioso, impervio. Dall’orlo della rupe, oltre i vertiginosi strapiombi di tufo ai cui piedi scorre l’Olpeta, campi di grano e pascoli a perdita d’occhio fino ai monti che delimitano la valle del Fiora. Deturpano l’atmosfera affascinante di Castro solo i ponteggi arrugginiti, le tettoie di lamiera cadenti e le malandate recinzioni che qualche campagna di scavi didattici si è lasciata dietro, dopo aver liberato dalle macerie ed esposto alle intemperie alcune porzioni dei maggiori edifici e tratti del tracciato stradale.

Aggirandosi tra le rovine non si può sfuggire all’impressione che quelle distruzioni abbiano seguito un metodo, un disegno meticoloso, una precisa volontà. Non presentano l’irregolarità casuale di un terremoto, di un bombardamento o di un incendio, né la lenta corrosione dell’abbandono e del tempo. Castro fu demolita sistematicamente e radicalmente in modo che non potesse mai più risorgere. Il minaccioso messaggio di una fine irreversibile fu affidato a un cippo che recava la scritta «Qui fu Castro».

Una Cartagine della Tuscia, insomma, vittima però non del grandioso scontro tra due imperi e due civiltà, ma delle faide e dell’avidità delle grandi casate che si contendevano ricchezze e potere all’interno dello Stato della chiesa, vittima di cardinali, camerlenghi e pontefici devoti soprattutto agli affari di famiglia. Due brevi guerricciole senza gloria posero fine all’esistenza di Castro nel settembre del 1649.



La città, come testimoniano le necropoli che la circondano, ha origini etrusche collegate alla vicina Vulci (alcuni la identificano con Statonia) e la sua vita si protrae ininterrotta in epoca romana e medioevale. Per secoli è un modesto centro appartenente alla Camera apostolica (una «bicocca di zingari» lo definisce Annibal Caro nel 1532). Ma nel 1537, il papa Paolo III Farnese rende quelle ricche terre un ducato a favore del figlio Pier Luigi che cederà in cambio di Frascati alla Camera apostolica. La città si arricchisce di monumenti e fortezze, la sua piazza principale, piazza maggiore, dove sorge l’edificio della Zecca, è realizzata da Antonio da Sangallo il giovane.

Il ducato è ricco, produttivo, prestigioso. Batte moneta, intesse alleanze politiche in Italia e in Europa. Ma quella potenza politica che i Farnese si trasmettono nel bel mezzo dei possedimenti pontifici e non lontano da Roma inquieta il Vaticano, passato nel frattempo in mano ai Barberini. I nipoti di Urbano VIII fanno pressioni su Odoardo Farnese perché venda il ducato. Si tirano in ballo appalti disattesi e debiti non pagati, mercanti e banchieri, per piegare il duca. Nulla da fare, la parola passa alle armi.



Nel 1641 scoppia la prima guerra di Castro. Senza troppo sforzo, le truppe pontificie occupano la città e Ronciglione che saranno messe all’incanto l’anno successivo. Ma il duca Odoardo Farnese non si dà per vinto, rivendica i suoi diritti su Castro e si organizza per la guerra. Intanto le mire dei Barberini non si fermano al Lazio. Hanno messo gli occhi anche su un altro possedimento dei Farnese: Parma e Piacenza. Firenze, Venezia e Modena considerano questi appetiti una minacciosa espansione del potere pontificio in prossimità dei propri confini nonché una pericolosa alterazione di delicati equilibri e decidono di schierarsi con i Farnese.

A questo punto nella controversia entra in gioco anche la Francia. Così, grazie alla rete di alleanze i Farnese tornano in possesso di Castro e del ducato nel 1644. La pace è di breve durata, la tregua con Roma è fragile e apparente. La seconda guerra di Castro, quella definitiva, scoppia nel 1649. Il pretesto è l’assassinio, presso Monterosi, di monsignor Cristoforo Giarda barnabita novarese elevato dal papa al vescovado di Castro e sgradito al duca Ranuccio II.

    Resti della Cattedrale

Accusato dell'omicidio è Iacopo Gaufrido, primo ministro di Ranuccio sospettato di essere il mandante. In luglio le truppe di Innocenzo X marciano ben armate su Castro e la cingono d’assedio. Questa volta incontrano una seria resistenza. Il ducato si è munito di possenti fortificazioni e di truppe. Tuttavia, a corto di viveri e munizioni, Castro è costretta alla capitolazione il 2 di settembre. La città e le sue fortificazioni vengono smantellate a colpi di piccone, le facciate dei palazzi imbragate con le corde e trascinate a terra dai cavalli. Chiese e conventi subiscono la stessa sorte.

L’opera di demolizione prosegue metodica fino a quando anche l’ultimo edificio avrà perduto ogni fisionomia e l’intera città si presenterà come una distesa di macerie. Gli abitanti vengono deportati e il ministro Gaufrido processato e giustiziato. Un piccolo gioiello dell’architettura rinascimentale sarà così ridotto in briciole.

Per diversi anni ancora i Farnese rivendicheranno il possesso di quelle terre con la mediazione francese. Per restituirle lo Stato pontificio pretende il saldo di una montagna di debiti che la dissestata corte di Parma e Piacenza non riuscirà mai a onorare. Col passare del tempo la questione verrà dimenticata, così come la capitale distrutta del potente Stato dei Farnese.



Per una curiosa circostanza del ducato di Castro si tornerà a parlare durante l’occupazione napoleonica dello Stato pontificio. A volerlo resuscitare è un visionario giacobino italiano dalla vita turbolenta e dalla biografia incerta e lacunosa. Enrico Michele L’Aurora, questo il suo nome, si riteneva erede di una famiglia romana che accampava diritti sulle terre di Castro. Radicale, ammiratore di Toussaint Louverture, il condottiero della rivoluzione haitiana, fautore di un deismo popolare altamente ritualizzato, spesso in rotta con l’amministrazione napoleonica che riteneva opportunista e compromissoria, nel 1798

L’Aurora propose al Direttorio la creazione di uno stato autonomo nelle terre dell’antico ducato che avrebbe dovuto dare rifugio e protezione ai rifugiati politici e ai rivoluzionari attivi in tutta la penisola. Naturalmente non se ne fece nulla. È questa l’ultima volta in cui il ducato fu pensato come una possibile entità politica. Poi le rovine di Castro divennero, insieme alla vicina Selva del Lamone, rifugio dei briganti che, per anni, avrebbero imperversato nella selvaggia Maremma laziale.


Il Manifesto – 29 agosto 2017

Napoli, Mater Matuta feconda ancora ma ora si chiama Santa Maria Francesca

    Ex voto

Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe, a Napoli, è la chiesa dove migliaia di donne accorrono da tutto il mondo sperando nel miracolo della fertilità. Un viaggio tra oggetti appartenuti alla beata, rituali di “ostetricia miracolosa”, crocieristi e sfogliatelle. Quinta e ultima puntata di " Pagani d'Italia" di Marino Niola, racconto dei luoghi, più o meno noti, del nostro Paese dove sopravvive la memoria di leggende e culti ancestrali.


Marino Niola

Il tempio glocal della fecondazione assistita dall’alto



«Ci siamo recate con una mia amica, e l’emozione è stata tanta! super organizzati, chiesetta piccolina ma particolarmente bella. Da non perdere». Lo scrive Fede X su TripAdvisor. La chiesa in questione non è quella di Nostra Signora della Recensione. Ma quella di Santa Maria Francesca delle Cinque Piaghe, a Napoli, dove migliaia di donne accorrono da tutto il mondo per sottoporsi all’ultimo rito di fertilità dell’Occidente. Siamo nel cuore dei Quartieri Spagnoli, a pochi passi dall’affollatissima via Toledo dove impazza lo street food. D’altra parte si sa che a Napoli si viene anche per nutrirsi di stereotipi. Che siano pizza e babà, o che siano miracoli. Per questi ultimi basta chiamarsi fuori dalla pazza folla, risalire vico Tre Re a Toledo. E mescolarsi alla lunga fila di coppie che salgono la scaletta ripida che conduce al sancta sanctorum della procreazione.

La chiamano la casa della santarella. Qui Maria Francesca ha speso la sua vita tra preghiera e ricamo, ricamo e preghiera. Ora et labora H24 per una vera figlia del popolo. Che non poteva entrare in convento perché il suo lavoro di tessitrice a domicilio era troppo importante per la sopravvivenza della famiglia. Così aveva optato per l’abito terziario francescano e una clausura tra le mura domestiche. Da queste parti, quelle come lei, le chiamano monache di casa, altrove beghine.

    Santa Maria Francesca

Aveva il dono della profezia tanto da predire la Rivoluzione francese con molti anni di anticipo. Tra i tanti prodigi che le vengono attribuiti c’è anche quello di aver convinto una statua di Gesù bambino ad animarsi per farsi vestire con gli abitini che lei stessa gli aveva cucito. E quando morì, il 6 ottobre 1791, aveva al suo attivo un portfolio miracolistico di tutto rispetto. Con una vera e propria specializzazione in ostetricia soprannaturale. Cosa che, in un’epoca in cui la mortalità infantile era elevatissima e il parto un mistero doloroso, oltre che pericoloso, spiega la sua popolarità.

Che paradossalmente è in crescita. Perché è vero che oggi la gravidanza è un percorso supermonitorato e ipermedicalizzato, ma è anche vero che l’infertilità ha raggiunto cifre da capogiro. Solo in Italia affligge il trenta per cento delle coppie. Risultato, la casa santuario di Maria Francesca è diventata un tempio contemporaneo della fecondità. Dove si celebra una liturgia femminile che rimodella un fondo misteriosamente arcaico per consegnare alla santa l’eredità delle Grandi Madri, signore numinose e luminose delle nascite e dei destini.

Come le greche Demetra e Hera. O come le romane Lucina e Anna Perenna, la nutrice dell’universo, venerata dalle donne senza figli. E soprattutto Mater Matuta, patrona degli stati aurorali della vita. Il suo tempio, nel Foro Boario di Roma, era stato consacrato da Romolo in persona. Ma l’epicentro del suo culto era proprio in Campania, nell’antica Capua, la città delle prodezze di Spartaco e degli ozi di Annibale. Il santuario della dea custodiva una folla muta di madri di pietra dagli occhi d’abisso.

    Mater Matuta

Che troneggiano ancora in una sala del Museo Campano di Capua. Tengono appoggiati sulle braccia bambini in fasce come se fossero spighe di grano. Questi ciclopici blocchi di tufo erano ex voto offerti alla genitrice primigenia e grande consolatrice delle gestanti. È una vera e propria sacralizzazione del ciclo riproduttivo, che dopo il crepuscolo degli dei pagani, tracima sulle Madonne cristiane e sulle sante come Maria Francesca.

Il cui culto conserva qualcosa che ricorda i rituali propiziatori che le donne sterili compivano in onore di queste antiche dee. Dove il contatto fisico con il simulacro della divinità o con uno dei suoi oggetti o attributi, era condizione necessaria per la concessione della sospirata gravidanza. Perché si pensava che provocasse un contagio positivo, una forma d’induzione magnetica dell’energia fecondatrice.

Un’idea che si è trasferita in quelle pratiche cultuali del cristianesimo dove i devoti assorbono la potenza divina strofinando i fazzoletti sulle immagini della Vergine o dei santi taumaturghi. O, come avviene a Loreto, bevendo la polvere della Santa Casa di Maria sciolta in acqua. Alla base c’è l’idea molto semplice, e al tempo stesso poetica, di un corpo a corpo con il sacro. Che in molti casi effettivamente funziona. Forse perché colpisce dei recettori emotivi in grado a loro volta di risvegliare delle potenzialità che dormono. Il grande antropologo Claude Lévi-Strauss ha inventato il concetto di efficacia simbolica per spiegare questi fenomeni che, in forme diverse, sono presenti in tutte le culture. Prima o poi i neuroscienziati che studiano l’effetto placebo ci diranno come e perché tutto questo avviene. Per ora bisogna tenersi amico il mistero.

    Sedia della fertilità

È quel che fanno le devote di Maria Francesca che ritengono fondamentale toccare le cose appartenute alla santa e, soprattutto, accomodarsi fiduciose sulla sua sedia miracolosa. Sarebbe il caso di definirla gestatoria, visto che nell’antichità le puerpere partorivano da sedute. E le divinità specializzate in fecondazione assistita, come Lucina, come Hera, venivano raffigurate assise in trono. E così pure le Madonne. In maestà, come la Vergine di Duccio di Buoninsegna. O, nel caso di Raffaello, sulla proverbiale “seggiola” che dà il nome al celebre dipinto. Un meccanismo semplice, quasi un automatismo simbolico di sicuro effetto emotivo. E non solo.

Visto l’elevatissimo numero di fiocchi rosa e azzurri che adornano la casa della santarella. Si spiega anche così il pellegrinaggio della speranza che risale vico Tre Re in cerca di una fecondazione assistita dall’alto. Nato come devozione locale e diventato una liturgia glocal. Donne e uomini arrivano anche dall’Europa, dall’America Latina, dagli Stati Uniti.

E da qualche anno si è aggiunto il flusso dei crocieristi che approfittano dello scalo napoletano per infilarsi in un “very pittoresco” vicolo della storia, dove i riti propiziatori convivono con le sfogliatelle. E chi non può andare di persona, frequenta i siti che hanno trasferito il culto sul web. Su rosarioonline è possibile scaricare perfino una “Novena a Santa Maria Francesca per la gravidanza”. Insomma, se una santa doveva raccogliere il testimone dalle mani delle antiche divinità pagane, questa santa non poteva che nascere nella città di Filumena Marturano. Dove i figli so’ piezz’ ‘e core.



La Repubblica – 18 settembre 2017

mercoledì 20 settembre 2017

Il gatto del rabbino


Il gatto del rabbino ha mangiato un pappagallo e impara parlare. Dopo anni tra le carte del padrone, il felino si rivela colto d’ebraismo e chiede: «Sono un gatto ebreo?». Certo che lo sei, risponde il rabbino, giacché lo è il tuo padrone. «Ma non sono circonciso», replica il gatto. Non si circoncidono i gatti, risponde il rabbino. Una serie francese di album a fumetti spiega i fondamenti della religione ebraica.


Marco Ventura

La fede, affari di famiglia. Quasi



Il gatto del rabbino ha mangiato un pappagallo e sa parlare. Dopo anni tra le carte del padrone, il felino si rivela colto d’ebraismo e chiede: «Sono un gatto ebreo?». Certo che lo sei, risponde il rabbino, giacché lo è il tuo padrone. «Ma non sono circonciso», replica il gatto. Non si circoncidono i gatti, risponde il rabbino. «Non ho fatto il mio Bar-Mitzvah», osserva allora l’animale parlante. Hai sette anni, e il Bar-Mitzvah si fa a tredici anni, ribatte il rabbino. I miei sette anni valgono sette volte sette, insiste il gatto. La richiesta perentoria chiude lo scambio: «Se sono un gatto ebreo voglio il mio Bar-Mitzvah».

Comincia così nel primo album del 2002 la fortunata serie a fumetti francese Le chat du rabbin , sei album finora, alcuni tradotti in italiano, un film d’animazione di successo nel 2011. L’autore Joann Sfar risponde alle inquietudini religiose del pubblico occidentale attraverso una parabola sulla tentazione fondamentalista e le virtù della tolleranza. Al centro sta l’iniziazione alla fede, il percorso verso la maturità, l’inclusione comunitaria, la potenza rituale, la tradizione perpetuata.





















I ragazzi ebrei attendono il Bar-Mitzvah, la celebrazione del raggiungimento della maggiore età. Il tredicenne riceve e indossa per la prima volta gli astucci neri con i passaggi della Torah. In sinagoga recita la benedizione, legge il testo sacro, canta l’ Haftarah , la lettura aggiuntiva dal Libro dei Profeti; poi ascolta il discorso del rabbino della comunità, e propone egli stesso una riflessione. Sono centrali la preparazione e la parola. Come per il gatto parlante del rabbino di Sfar, la cui pretesa di celebrare il Bar-Mitzvah riassume la religione secolarizzata occidentale.

L’iniziazione alla religione è affare di scelta, di convinzione personale. Di desiderio incomprimibile. È un percorso di messa in discussione della fede bambina: perché anche i minori, ormai, hanno diritti; e perché la fede è essa stessa divenuta un diritto. Sicché chi entra nel supermercato delle religioni è un consumatore preparato. Un consumatore iniziato.

Naturalmente questa è solo una parte della realtà. Il prodotto portato alla cassa soddisfa l’individuo ma è super sociale; è pieno di dati informativi nell’imballaggio, ma lo compro per il brand. L’iniziazione religiosa secolarizzata digerisce di tutto. È tanto teologica, ma anche ricca di rito; invita sui social e riscopre la tradizione; si abbuffa al ristorante e dona agli affamati del mondo; si differenzia dai concorrenti sul mercato, è un po’ massonica tra i mormoni, per gradi nella Scientologia.


Dagli immigrati, invece, viene un’iniziazione per nulla intellettuale e autocritica; tutta famiglia e poco individuo; incisiva sul corpo in forma privata, con la circoncisione, e in forma pubblica, con il velo per le giovani dell’islam o il turbante per i ragazzi sikh.

L’iniziazione à la carte e l’iniziazione tradizionale si contrappongono tanto più quanto più coabitano le religioni del nord e del sud; eppure, coabitando, esse si influenzano, talvolta si ibridano. Le ragazze musulmane non portano il velo solo per paura degli schiaffi di papà. Dal canto loro, i sostenitori della cresima a 11 anni hanno vinto in molte diocesi cattoliche d’Italia: perché l’ultimo sacramento «della iniziazione cristiana» è meno scelta d’adulto e più docilità allo Spirito Santo. Ci si prepara di conseguenza: testate se siete pronti alla cresima cattolica attraverso un quiz online americano. Il gatto del rabbino, certamente no. Lui esige il Bar-Mitzvah perché ha scelto la fede nel dubbio.


Il Corriere della sera/La Lettura – 17 settembre 2017

L'arcano sentiero


Il creamcafé e i suoi cinque anni di vita


Paul Cézanne, Le Chant de la Terre

   La-Montagne-Sainte-Victoire-vue-des-Lauves

Una grande mostra a Martigny ripercorre, attraverso più di cento opere, l'intero corso pittorico dell'artista francese capace di andare oltre l'Impressionismo.


Fabrizio D'Amico

Come è moderno Cézanne

"Paul Cézanne. Le Chant de la Terre" è la vastissima mostra annuale della Fondazione Gianadda a Martigny (oltre cento opere, che ne coprono l'intero percorso; a cura di Daniel Marchesseau, fino al 19 novembre). Nato ad Aix-en-Provence nel 1839, alla fine degli anni Sessanta Cézanne ha trent'anni, e cerca ancora una sua verità, lungo sentieri non sempre canonici: in Tintoretto e nel Greco, nelle pieghe più nascoste della pittura del prediletto Delacroix, in Courbet e nella sua materia sovraccarica, nell'arte provenzale d'ogni secolo.

Ne escono strani dipinti, ispirati forse a una distorta religiosità, forse all'arte sacra che aveva larga fortuna nella Francia della metà del secolo, certo nelle letture di Flaubert e, forse più di tutto, nella amicizia con Zola, nata sui banchi del liceo di Aix, e rinsaldata dalle fughe con lui compiute, e dai colloqui scambiati nei boschi della montagna Sainte-Victoire. È con questi dipinti che s'apre la mostra di Martigny: ad esempio con uno dei capolavori di quel tempo, la Tentazione di sant'Antonio della collezione Bührle.

Poi, presto, è la natura ad avvincerlo. Scrive allora a Zola: "tutti i quadri fatti all'interno, in studio, non varranno mai le cose fatte en plein air. Rappresentando scene dell'esterno, il contrasto delle figure sul terreno è straordinario. Vedo cose magnifiche e bisogna che mi decida a fare solo cose en plein air". È con le Usines près du plateau du Cengle, della fine degli anni Sessanta, che ci troviamo di fronte, a Martigny, al primo autentico colpo d'ala di Cézanne paesaggista, col quale il pittore si stacca d'improvviso da una dipendenza da ogni modello — ivi compreso quello di Pissarro, pittore che sempre predilesse — e preannuncia tanto del suo futuro.

Sia che vi si scorga un paese dipinto direttamente "sur le motif", sia che vi si legga un paesaggio d'invenzione, come nel di poco successivo Le Bac à Bonnières, è una analoga asciuttezza di sguardo a riempire di poco le composizioni; uno sguardo su di un brano inameno di paese, spoglio di seduzioni e di racconto, di sogni avventurosi e fantastici, in una visione che procede dal primo piano all'orizzonte per masse giustapposte e l'una come incastrata nell'altra.


Gli anni subito successivi, che scorrono dal 1871 e 1873, e che rimarranno forse fra i suoi più sereni, videro una frequentazione assidua del tema del paesaggio.

L'accumulo grave di materia, la persistenza ricercata del senso della massa e del volume che governano i dipinti di questo tempo (ove il peso delle cose — i tetti, i muri sbrecciati delle povere abitazioni — ingaggia una lotta, che sarà alla fine vittoriosa, con il valore opposto, permeante, della luce) lo distaccano dalle ricerche coeve dei compagni di strada (di Monet, Renoir e Sisley), tese a registrare sulla superficie le mutevoli impressioni dell'occhio di fronte alla natura. "Cézanne va subito alle estreme conseguenze, cioè scarta tutto ciò che è accidentale, vede soltanto le masse e la dialettica essenziale delle luci e delle ombre, imprime quindi in ogni cosa una fermezza di eternità, e giunge immediatamente al monumentale", ha scritto — già nel 1935 — Venturi, precorrendo un'ipotesi critica in seguito largamente frequentata.

Allo scadere dell'ottavo decennio del secolo, poi, è ormai colma la stagione della prima maturità di Cézanne; e compiuta la nascita di quello che è stato chiamato il suo "tratto costruttivo", attraverso il quale il pittore assicurerà alla sua immagine quel sentimento dell'eterno che sarà il suo tesoro più prezioso di qui in avanti: da quando seppe con definiva chiarezza che avrebbe voluto "fare dell'Impressionismo qualcosa di solido e durevole come l'arte dei musei". Si distanzia adesso, Cézanne, dalla visione puramente ottica elaborata dall'impressionismo; e assicura la persistenza dell'oggetto, del suo peso, della sua ansia, del suo spessore d'esistenza, entro quella pittura di superficie che sembrava doverla contraddire.

    Madame Cézanne à l'éventail

Come nei paesaggi, il "paradosso" di Cézanne è evidente, a partire dalla fine degli anni Ottanta, nelle nature morte e nei ritratti: opere capitali come Bouteille de liqueur, o come Le paysan affiancano qui dipinti come Les bords de la Marne, e frastornano le leggi prospettiche, assicurando nel contempo a ciascuno degli oggetti raffigurati una pregnanza, un peso, una certezza d'esistenza assoluti: come fosse "sordamente illuminato da una sua internità, l'oggetto, lo scorcio di paese, il corpo del soggetto ritratto resistono ai molteplici punti di vista da cui esso è guardato, proprio mentre quella frantumazione dell'unità di tempo e luogo che Cézanne attua sembra insidiare la sua normale esistenza".

Finché vengono le opere ultime (qui, ad esempio, lo Chateau- Noir del Museo Picasso di Parigi): dove è un affondo straordinario al cuore d'una natura in subbuglio, da cui chi guarda è infine stordito, e vinto. Pittura, solo, perché ogni racconto vi è eluso, ogni fuga fantastica interdetta. Pittura in cui lo sguardo annega, privato d'ogni appiglio.

Solo sente, chi guarda l'immagine, l'ineluttabilità di questa apparizione, in bilico fra ascesa e vertigine, fra colore e massa.


La Repubblica – 3 settembre 2017

martedì 19 settembre 2017

Il sangue sparso va placato



A proposito della polemica (disgustosa) su Giuseppina Ghersi


Ce lo hanno insegnato i greci. Il nemico ucciso va placato, sacralizzandone la morte. Lo fa Achille, dopo aver fatto scempio del corpo di Ettore. Lo fa Ulisse dopo la vendetta e lo sterminio dei Proci. Il sangue sparso va giustificato perchè ogni guerra è una guerra civile. Solo così la vita può riprendere. Ce lo ricorda Cesare Pavese.

Ma ho visto i morti sconosciuti, i morti repubblichini: sono questi che mi hanno svegliato. Se un ignoto, un nemico, diventa morendo una cosa simile, se ci si arresta e si ha paura a scavalcarlo, vuol dire che anche vinto il nemico è qualcuno, che dopo averne sparso il sangue bisogna placarlo, dare una voce a questo sangue, giustificare chi l’ha sparso. Guardare certi morti è umiliante. Non sono più faccenda altrui; non ci si sente capitati sul posto per caso. Si ha l’impressione che lo stesso destino che ha messo a terra quei corpi, tenga noialtri inchiodati a vederli, a riempircene gli occhi. Non è paura, non è la solita viltà Ci si sente umiliati perché si capisce – si tocca con gli occhi – che al posto del morto potremmo essere noi: non ci sarebbe differenza, e se viviamo lo dobbiamo al cadavere imbrattato. Per questo ogni guerra è una guerra civile: ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione.


(Cesare Pavese, La casa in collina)

Nel caffè della gioventù perduta. Il giovane Debord a Parigi

    Chez Moineau

Sabato 23 settembre nei locali della Biblioteca di Carcare presentazione di Guy Debord e la società spettacolare di massa, prima biografia italiana del fondatore dell'Internazionale Situazionista. Ne proponiamo una pagina.


Nel caffè della gioventù perduta. Il giovane Debord a Parigi

Coerente con le tesi di Isou sul «sollevamento della gioventù» il movimento lettrista recluta dalla fine degli anni '40 dei giovani ribelli che rifiutano le convenzioni della vita borghese. Una gioventù marginale composta da artisti e intellettuali, ma anche da sottoproletari, immigrati nordafricani, minorenni scappate di casa, piccoli delinquenti e tossici. É questo l'ambiente in cui Debord si inserisce a Parigi e che, quasi alla fine della sua vita, rievocherà con nostalgia:

«Nel quartiere di perdizione dove giunse la mia giovinezza, come per completare la sua istruzione, si sarebbe detto che si erano dati convegno i segni precursori di un prossimo crollo dell'intero edificio della civiltà. Vi si incontravano in permanenza della gente che non poteva essere definita se non negativamente, per la buona ragione che non aveva alcun mestiere, non attendeva ad alcuno studio, e non esercitava alcuna arte. […] Questo ambiente di imprenditori di demolizioni, più nettamente di quanto avessero fatto i loro predecessori delle ultime due o tre generazioni, si era allora mischiato assai strettamente alle classi pericolose. Vivendo con loro, si fa in larga misura la loro vita. Ne restano evidentemente delle tracce durevoli. Più di metà di coloro che, nel corso degli anni ho conosciuto aveva soggiornato, una o varie volte, nelle prigioni di diversi Paesi; molti, certo, per ragioni politiche, la maggior parte tuttavia per reati o crimini di diritto comune. Ho quindi conosciuto soprattutto i ribelli e i poveri. Ho visto attorno a me, in gran quantità, gente che moriva giovane, e non sempre di suicidio, comunque frequente».

Installatosi a Parigi Debord scopre Saint-Germain-des-Prés, il luogo di ritrovo dei giovani lettristi che si riuniscono in alcuni piccoli locali equivoci del quartiere, evitando con cura le zone alla moda frequentate dagli intellettuali e dagli esistenzialisti attorno ai famosi caffè Flore e Deux Magots:

« Per noi il quartiere finiva grosso modo davanti alla statua di Diderot. Lì davanti c'era un bistrot che si chiamava il Saint-Claude... Un poco avanti la rue de Rennes. Si imboccava la rue des Ciseaux, all'angolo fra la rue des Ciseaux e la rue du Four c'era un bistrot chiamato le Bouquet, un poco più lontano, rue du Four, c'era Moineau. Sul marciapiede in faccia, all'angolo della rue Bonaparte se non mi sbaglio, c'era un bistrot che vendeva patatine fritte e salsicce, la Chope gauloise; rue des Canettes, non la si frequentava allora ancora molto, ospitava già Chez Georges, un bistrot molto conosciuto. Dopo si ritornava per la rue du Four, c'era la Pergola, giusto in faccia, e l'Old Navy, un poco più lontano sul marciapiede, a centocinquanta metri dal Mabillon».

    Guy Debord e Michèle Bernstein

«Il mio quartiere è un'isola che nuota sulla Senna» aveva scritto Gabriel Pomerand, niente potrebbe rendere meglio di questo verso l'orgoglioso isolamento dei giovani lettristi e il loro totale rifiuto di un mondo che andava abbandonato:

«Parigi allora, entro i limiti dei suoi venti arrondissement non dormiva mai tutta, e consentiva alla dissolutezza di cambiare tre volte quartiere ogni notte. Non se ne erano ancora scacciati e dispersi gli abitanti. Vi restava un popolo che aveva fatto le barricate dieci volte e messo in fuga dei re. […] Era il labirinto migliore per trattenere i viaggiatori. Coloro che vi si fermarono due giorni non ne ripartirono più, o per lo meno finchè esistette; ma i più vi sono morti giovani prima di andarsene. Nessuno lasciava le poche strade e i pochi tavoli in cui era stato scoperto il punto culminante del tempo».

Se la vita di questi primi anni del movimento non può essere dissociata dal clima che regnava a Saint-German-des-Prés, il quartier generale dei giovani lettristi è un piccolo bistrot, Chez Moineau, situato al numero 22 di rue du Four, che può contenere al massimo una cinquantina di persone. É un locale dimesso, frequentato da nordafricani e da piccoli malavitosi, dove si può sostare per giornate intere senza obbligo di consumazione, consumare dei cibi mediocri e del pessimo vino con pochi franchi e soprattutto restare al caldo nelle fredde giornate invernali.

Moineau era un locale frequentato da magrebini, erano loro che nella Francia dei primi anni Cinquanta avevano importato l'uso di fumare l'hascish. Una frequentazione che non era solo mera trasgressione, ma anche precisa scelta politica: «Partecipare alla vita dei magrebini era un modo chiarissimo di prendere posizione contro la borghesia, contro i coglioni, contro i francesi». Luogo di incontri, di discussioni e di amori, dove l'ebbrezza alcolica equivale a una rivoluzione permanente, per Debord Chez Moineau diventerà negli anni del ricordo il «caffè della gioventù perduta».