TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


domenica 16 luglio 2017

Questi posti davanti al mare del Nord


La magia delle spiagge e dei porti settentrionali il viaggio lento e lo sguardo con tutto il corpo di Gabriele Basilico in Bretagna e Normandia.

Marco Belpoliti
Fotografie di Gabriele Basilico

Questi posti davanti al mare del Nord


Ogni volta che doveva spiegare il punto di svolta del suo lavoro di fotografo, Gabriele Basilico tornava a parlare dell'incarico che aveva ricevuto dalla "Mission Photographique de la DATAR", tra il 1984-85, dei due mesi che aveva trascorso lungo la costa, partendo da Dunkerque, confine tra Francia e Belgio, per arrivare a Mont-Saint Michel, tra Bretagna e Normandia, prima con una piccola macchina fotografica, scattando quasi 4mila immagini, poi rifacendo il medesimo percorso da capo con una camera grande e il cavalletto, strumento che non abbandonerà più. Lì era cambiato il suo modo di fotografare. Era passato dalla luce zenitale, cruda e dura delle periferie milanesi di Ritratti di fabbrica, a una luce soffusa e delicata, quasi fosse un pittore fiammingo di secoli prima.

L'ha notato Ferdinando Scianna, che ha parlato a proposito di quella campagna fotografica d'immagini carezzevoli, emozionali, persino sentimentali. Ha ragione. Per la prima volta Basilico non aveva fotografato con l'occhio, ma con tutto il corpo. L'aveva anche detto presentando la mostra in una riedizione milanese: ho capito con quel lavoro che cosa fosse il rapporto di sensibilità con i luoghi, con il paesaggio. Sottolineava come avesse scattato con lentezza le fotografie finali, lavorando non solo con l'oculare, non più alla ricerca dell'"istante decisivo" alla Cartier -Bresson, bensì con le gambe, con il tronco, con le braccia, camminando, sentendo il calore del sole, capendo dov'era e cos'era il paesaggio disteso dinanzi a lui. Sembra paradossale, anche perché qualcosa di quella sensibilità c'era già nelle immagini delle periferie industriali milanesi, e persino nelle foto dell'Iran e del Marocco di qualche anno prima: l'elemento sensibile era presente, connotava il suo modo di fotografare. Per Basilico la sensibilità è un vedere con tutto il corpo, è un porsi dentro il paesaggio fotografato, non certo fuori.


Un atto mentale, prima ancora che fisico, perché come appare evidente da queste immagini del viaggio lungo le coste del mare del Nord, il fotografo milanese è ben conscio che vedere è comunque un fatto illusorio: «Avere l'illusione di capire dove sei», come ha detto una volta riguardo agli scatti di Bord de mer. Rivendicava per questa "missione fotografica", in cui era stato coinvolto come unico italiano, il piacere della lentezza. Solo così si riesce a cogliere il lontano, l'orizzonte.

Quello che l'aveva colpito nel contemplare questi paesaggi era proprio l'apertura spaziale che chi è nato e vissuto a Milano, o nella Pianura Padana, non può avere. La linea dell'orizzonte nelle foto di Bord de mer evoca il lontano leopardiano, uno spazio che è insieme reale e immaginario: un desiderio. La parola che Basilico usava parlando di quelle visioni era "magia". Alcuni dei paesaggi che ha colto con la sua camera a cavalletto possiedono proprio questa malia: magia del guardabile, che è lì e insieme irraggiungibile.


Sempre Scianna ha parlato di uno sguardo infantile a proposito di Gabriele Basilico. Credo abbia ragione. In questi scatti c'è tutta lo stupore del bambino che può guardare lontano e fantasticare. C'è l'Oh! che ci coglie davanti ai quadri di fiamminghi, che Gabriele evocava riguardo le proprie immagini. Ci si perde nel lontano, sia che il soggetto sia una casa o un golfo, un porto o una spiaggia. Poesia del chiaroscuro, dei mezzi toni, dello sfumato, che tiene insieme i profili delle nuvole vaporose sullo sfondo e il cangiante degli arenili, il nero delle gru e il bianco delle case. Lo stupore è la porta d'ingresso nel mondo del possibile.

Da quel momento Gabriele Basilico ha cominciato a essere quel grande fotografo che abbiamo conosciuto, e giocare con le sue città: metropoli orientali e capitali europee, slum e grappoli di grattacieli. Nessuna città gli ha più negato il suo segreto, tutte l'hanno svelato all'occhio sorpreso e sensuale del fotografo che piazzava ogni volta la sua macchina-per-vedere tra la terra e il cielo.


La repubblica – 29 giugno 2017