TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 12 dicembre 2017

12 dicembre 1969: la strage è di Stato



Il 12 dicembre 1969 ci cambiò la vita. Come ha scritto qualcuno “perdemmo l'innocenza”. Capimmo che per fermare le lotte operaie e studentesche il sistema  non si sarebbe fermato davanti a niente utilizzando ogni mezzo, compresi gli apparati dello Stato “democratico”. Da quel giorno tutto sarebbe stato diverso, perché erano cambiati i nostri occhi. Come scrisse Pasolini “noi sapevamo”. E non abbiamo dimenticato.

Luciano Lanza

La strage? Di Stato

La situazione che si è creata a partire dal 1968 preoccupa larghe fasce di imprenditori e ceti medi. La contestazione studentesca prima e le agitazioni operaie poi hanno aumentato la psicosi del «pericolo rosso». I sindacati tradizionali da molti mesi non riescono a mantenere nell’ambito del consueto rivendicazionismo le lotte dei loro iscritti. Tanto che il 3 luglio 1969 lo sciopero generale per chiedere il blocco degli affitti vede gli operai della FIAT Mirafiori di Torino scandire uno slogan ironico, ma che suona minaccioso per la classe dirigente: «Che cosa vogliamo? Tutto». E quello slogan ha una fortuna immediata. Presto nei cortei operai risuonerà con sempre maggiore insistenza. E infatti il 1969 conta 300 mila ore di sciopero contro una media, in quegli anni, di 116 mila. Il costo del lavoro cresce del 15,8% (19,8% nell’industria), per cui la quota dei salari sul prodotto interno lordo sale dal 56,7% al 59%. È iniziata una sensibile redistribuzione dei redditi. Una minaccia per le classi sociali privilegiate e per quelle che solo pochi anni prima sono state beneficiate dal «miracolo economico».

Insomma una situazione apparentemente pre-rivoluzionaria. Anche se la rivoluzione sperata e sognata dalla maggioranza degli studenti e da una frangia di operai non solo è lontana: è praticamente impossibile. Ma che importa? Molti credono sinceramente che sia alle porte, e molti, molti di più, temono che sia vero.

Anche se i portatori di un progetto di trasformazione radicale della società sono un’infima minoranza rispetto alla popolazione complessiva, l’asse politico del Paese si sta spostando a sinistra. Il Partito comunista, pur criticato aspramente dalle frange estremiste, si prepara a conquistare nuovi spazi. Colti impreparati dalle manifestazioni studentesche dell’inizio 1968, i dirigenti di via Botteghe oscure cercano rapidamente di recuperare il terreno perduto. Soprattutto nel luogo della politica istituzionale: il parlamento. Tanto che il 28 aprile 1969 dovrebbe iniziare la discussione per il disarmo della polizia. L’agente italiano come un «bobby» inglese. Ci pensano le bombe a Milano del 25 aprile a mandare nella soffitta delle utopie quel progetto. È cominciata la strategia della tensione. Questa fase è il perfezionamento e la sintesi di quanto dalla metà degli anni Sessanta andavano teorizzando e praticando gli esponenti dell’estrema destra collegati a larghi settori delle forze armate. Nazisti e fascisti italiani vogliono estirpare alla radice il «morbo comunista», assecondati, seguiti e, in definitiva, diretti dai servizi segreti italiani e americani. In Italia la CIA (Central Intelligence Agency) opera con successo dal dopoguerra.(...)


La CIA ha un grande nemico: il comunismo. Così come il KGB combatte con ogni mezzo il capitalismo. Ma se nel Terzo mondo i due organismi si combattono quasi ad armi pari, con prevalenza del KGB, nell’area occidentale la CIA non tollera intrusioni. Tanto che nel 1967 risolve brillantemente la crisi in Grecia installando al potere, con un colpo di Stato, un suo uomo: Georgios Papadopoulos. E da quel momento il «partito del golpe» anche in Europa è egemone all’Agency. E lo sarà fino alla metà degli anni Settanta.

Dopo la Grecia, è la volta dell’Italia. E nel SID, americano-dipendente, ovviamente prevale il partito golpista. Dal 1966 (cioè dall’anno dell’entrata in funzione) alla guida del SID c’è l’ammiraglio Eugenio Henke, mentre l’ufficio D viene diretto da quel Federico Gasca Queirazza che, nel 1969, riceve le informative dell’agente Guido Giannettini su quanto stanno preparando i nazisti veneti Franco Freda, Giovanni Ventura e Delfo Zorzi. Gasca Queirazza comunica quanto sa al suo superiore Henke, che riferisce al ministro dell’Interno, Franco Restivo. E Restivo non dice nulla al suo compagno di partito e presidente del consiglio, Mariano Rumor? Difficile crederlo. Anche perché le continue e incredibili amnesie di cui soffrirà Rumor al primo processo di Catanzaro suscitano ilarità, nonostante il contesto sia drammatico.

Quando nel 1970 Vito Miceli prende il posto di Henke, il partito golpista non è più solo coordinatore degli attentati fatti dall’estrema destra; scende in campo come diretto organizzatore. Il tentativo di Junio Valerio Borghese si inserisce in questa nuova dinamica. Miceli verrà anche processato per questo, ma come al solito senza alcun risultato. Quando agiscono durante la notte del 7 dicembre, gli uomini di Borghese non sono pensionati nostalgici. Hanno coperture e aiuti consistenti. Il ministro della Difesa, Tanassi, viene informato direttamente da Miceli di quanto sta accadendo. Stessa procedura con il capo di stato maggiore Enzo Marchesi. E Restivo sa tutto ancora prima che i congiurati occupino per alcune ore una parte del suo ministero. Restivo, interrogato in parlamento il 18 marzo 1971, cioè quando la notizia è ormai trapelata, nega tutto. Ovvio. La storia del golpe in Italia è una storia infinita. Come quella di piazza Fontana. Una storia che si ripete nell’aprile del 1973 con la Rosa dei venti. Che vede il coinvolgimento di personaggi ancora più seri e preparati di Borghese: cioè gente come il colonnello Amos Spiazzi (peraltro già presente anche il 7 dicembre 1970). Anche lui assolto.

Chi sovrintende a questo moltiplicarsi di attentati e di preparativi di golpe è un distinto ingegnere, Hung Fendwich, che ha la sua base a Roma in via Tiburtina. Ma non è un luogo segreto come molti potrebbero pensare. No, è l’ufficio dove lavora, cioè la Selenia, società del gruppo STET (IRI). Fendwich, che lascia l’Italia dopo il golpe Borghese, è la tipica eminenza grigia: studia, perfeziona piani, elabora analisi sulle situazioni socio-economico-politiche. Il lavoro operativo, quello che in gergo si chiama «lavoro sporco», lo compiono personaggi di levatura più modesta. Agenti di stanza alla base FTASE (il comando NATO di Verona dal 1969 al 1974). Oppure il capitano Theodore Richard della base di Vicenza. Sono questi gli uomini a cui fa capo Sergio Minetto, capostruttura degli informatori italiani della CIA. Cioè l’uomo a cui risponde Carlo Digilio, infiltrato nel gruppo di Ordine nuovo di Venezia. Un infiltrato operativo: prepara gli esplosivi e addestra Delfo Zorzi e Giovanni Ventura. Dove? Nella santabarbara del gruppo: il casolare in località Paese, vicino a Treviso.



Gli attentati che costellano l’Italia dal 1969 fino alla metà degli anni Settanta (ma continueranno ancora) sono considerati propedeutici al colpo di Stato. E se questo non viene attuato, ma sempre ventilato, ha comunque una funzione precisa: mandare segnali forti, minacciosi alle forze di opposizione, cioè al Partito comunista. Un segnale che viene recepito. Non è un caso che, dopo il golpe in Cile nel settembre 1973 (che porta a 47 i regimi militari nel mondo), il segretario del PCI, Enrico Berlinguer, lanci dalle colonne della rivista «Rinascita» la proposta del «compromesso storico», cioè un accordo governativo tra DC, PCI e PSI. Ma ci vorranno ventitré anni prima che il PDS, erede del PCI, vada al governo con una coalizione di centrosinistra.

Le bombe quindi cristallizzano la situazione politica istituzionale, ma come reazione a sinistra generano il fenomeno della lotta armata. Sono i continui attentati e il pericolo del golpe che, tra l’altro, fanno scendere in clandestinità molti militanti extraparlamentari, ma anche personaggi come l’editore Giangiacomo Feltrinelli. Tutto creerà un circuito perverso che, in una certa misura, giustificherà, a posteriori, la teoria degli «opposti estremismi», da cui ci si può salvare solo dando fiducia a chi detiene in quel momento il potere. Cioè gli uomini che avallano e coprono quanto stanno facendo l’ufficio affari riservati del ministero dell’Interno e il SID, sotto la direzione della CIA.

I ministri danno le direttive. I servizi segreti eseguono. E ci mettono in più un po’ di loro iniziativa. Quindi non è un caso che nel 1974, quando gli uomini del SID portano a Giulio Andreotti, ministro della Difesa (nel quinto governo Rumor), le registrazioni fatte dal capitano Antonio Labruna con l’industriale Remo Orlandini, coinvolto nel golpe Borghese, Andreotti consigli di «sfrondare il malloppo». Traduzione: depurare i nastri dai nomi più importanti, cioè i vertici delle forze armate inseriti a vario titolo nel mancato golpe.

È un comportamento analogo a quello tenuto dal suo predecessore Mario Tanassi (alla Difesa nel quarto governo Rumor). Nell’estate 1974 il giudice Giovanni Tamburino chiede informazioni al SID sull’attività filogolpista del generale Ugo Ricci: lo ritiene uno dei responsabili della Rosa dei venti. Il SID, che sa perfettamente cosa fa Ricci, risponde: il generale è uomo di sicura fede democratica. Ma prima di mandare questa lettera, il capo del SID invia la richiesta del giudice a Tanassi che la restituisce con l’annotazione: «Dire sempre il meno possibile».



La pratica del silenzio e della menzogna si tramanda negli anni. È il 13 ottobre 1985 quando il settimanale «Panorama» pubblica stralci di un documento di Bettino Craxi, presidente del consiglio, che invita gli uomini dei servizi segreti a «mantenere una linea di mancata collaborazione» con i giudici che li interrogano. Craxi non negherà mai l’autenticità del rapporto. E come potrebbe? Ma farà pressioni sui giudici affinché lo ignorino. Dunque i politici sapevano tutto delle trame dei servizi segreti. Spesso ne erano gli ispiratori. Sapevano che venivano utilizzati i fascisti per creare la strategia della tensione. Erano corresponsabili o direttamente promotori come Restivo.

Un affare di Stato sta, dunque, dietro le bombe del 12 dicembre. Un affare di personaggi che scelgono il terrorismo per perpetuarsi nella gestione del potere.

«Il 12 dicembre 1969 segna una frattura, nella storia della repubblica [...] perché effettivamente, allora, insieme a sedici persone comuni, morì un pezzo significativo della prima repubblica: una parte consistente dell’apparato statale passò consapevolmente nell’illegalità. Si pose come potere criminale continuando a occupare istituzioni vitali ed essendone tollerato (sono migliaia i ‘servitori dello Stato’, poliziotti, giudici, agenti segreti, politici, cancellieri, ministri, passacarte e uomini di mano che hanno cooperato per realizzare e poi coprire, depistare, insabbiare, rendere impunibile quel delitto). È da allora che l’Italia ha cessato di essere una democrazia costituzionale in senso pieno», scrive il politologo Marco Revelli nel suo libro Le due destre.

L’analisi politica è confortata e documentata dalle indagini del giudice Guido Salvini: «La protezione dei componenti della cellula veneta [...] era un’attività assolutamente necessaria in quanto il cedimento anche di uno solo degli imputati avrebbe portato gli inquirenti, livello dopo livello, a risalire fino alle più alte responsabilità che avevano reso possibile l’operazione del 12 dicembre e le ripercussioni che ne sarebbero derivate sarebbero state forse addirittura incompatibili
con il mantenimento dello statu quo politico del Paese».


Un coinvolgimento così esteso alimenta anche un dubbio. Quanto sapeva della strage di piazza Fontana il principale partito d’opposizione: il PCI, oggi DS? Molto, certamente. Ma quanto? E fino a che punto la paura delle bombe e del colpo di Stato hanno ammorbidito le posizioni del PCI? Fino
a che punto questa paura ha portato a proporre il compromesso storico e ad accettare poi il consociativismo? La risposta è solo negli archivi dell’ex PCI, impenetrabili come quelli del Vaticano.

Una risposta è però possibile. Una risposta che, viste le responsabilità a tutti i più alti livelli, può essere una sola: piazza Fontana è una strage di Stato. Di più: la madre di tutte le stragi.


(Da: Luciano Lanza, Bombe e segreti, Eleuthera,2005, pp. 127-133)

12 dicembre. Ricordo di Giuseppe Pinelli, vittima innocente di una strage di Stato


Il 12 dicembre 1969 a Milano una bomba neofascista faceva 17 morti, era l'inizio della strategia del terrore mirante a destabilizzare l'Italia per stabilizzare il potere DC. Il 15 dicembre Giuseppe Pinelli, ferroviere anarchico, moriva nei locali della Questura di Milano dove era detenuto illegalmente da tre giorni. Oggi, anniversario di quella strage, che ci cambiò la vita, proponiamo il libro più bello scritto sulla stagione più intensa, nel bene e nel male, vissuta dall'Italia repubblicana.

Gianfranco Bettin

La notte che l’Italia


Che cosa pensi che sia successo, quella notte, al quarto piano della Questura?, chiede infine l’immaginaria ragazza di vent’anni alla quale Adriano Sofri si rivolge per raccontare la vicenda di Pino Pinelli. Non lo so, risponde Sofri, chiudendo il libro.

Sembra una chiusa desolante, impotente. Ma, opposta e speculare, è invece una risposta della stessa natura di quella data da Pier Paolo Pasolini sulle responsabilità dei crimini che hanno resa buia la storia dell’Italia repubblicana: “Io so. Io so i nomi… ma non ho le prove”.

“La notte che Pinelli” (Sellerio) è forse il libro più bello scritto sugli anni delle trame e delle stragi nere e di stato. Sofri racconta immaginando di parlare, appunto, a una ragazza d’oggi, e ci mette di fronte agli indizi, alle prove, alle ipotesi, alle suggestioni che, in realtà, possono condurci a un giudizio chiaro sia sullo specifico episodio – Pinelli che cade dalla finestra della Questura milanese – sia sulla trama generale incentrata sulla strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969. 

Giuseppe Pinelli, ferroviere anarchico di 41 anni, fermato lo stesso pomeriggio della strage perché sospettato di saperne qualcosa, ma del tutto innocente, dopo giorni di interrogatori precipiterà alla mezzanotte tra il 15 e il 16 dicembre. Dalla Questura si dirà subito che il suo è stato un suicidio, commesso perché si era convinto che a mettere le bombe del 12 dicembre fossero stati i suoi compagni, in particolare Pietro Valpreda. È tutta una montatura, naturalmente, che verrà poi smascherata, anche se sul piano giudiziario nessuno verrà mai condannato per aver provocato o comunque agevolato la morte di Pinelli (e neanche per la strage di piazza Fontana).

Il mistero intorno a cui ruota il libro è tutto qui: perché Pinelli è volato giù da quella finestra? è, però, un mistero che sta dentro un mistero più grande: perché ci sono state le stragi in Italia, perché piazza Fontana e perché le altre? Chi ne è responsabile? E perché, mistero più misterioso ancora, nessuno ha pagato? Sul piano giudiziario, a quasi tutte queste  domande si può rispondere come Sofri: “Non lo so”. 

    La targa degli antifascisti

Sul piano politico, e morale, e anche sul piano letterario – che non significa affatto “astratto”, o “velleitario”, “inconsistente” – si può dire invece “Io so”. Si può dirlo con Pasolini ma anche con l’Adriano Sofri di questo libro bellissimo e tragico, la cui chiusa “in negativo” contiene lo stesso pathos conoscitivo e la stessa intuizione poetico-politica della sicura affermazione pasoliniana.

Oltre al nitore della scrittura, che rende agevole seguirne l’ostico percorso tra atti giudiziari e chiacchiere depistanti, tra resoconti e verbali e perizie, oltre al rigore della ricostruzione storica, del libro si può apprezzare in particolare la sincerità, la volontà di riconoscere senza pregiudizi ragioni e torti, motivazioni e argomenti di ognuno dei protagonisti.

Non, ovviamente, restando “super partes”. Non è certo possibile in una vicenda del genere, tanto meno a uno come Sofri che in quegli anni c’era, eccome, e che dentro questa vicenda è stato poi riscaraventato molti anni dopo dall’“affaire Marino” e dall’incredibile vicenda giudiziaria del “caso Calabresi” (vissuta tuttavia con una libertà intellettuale e morale inversamente proporzionale alle concrete restrizioni inflittegli). Sulla sua vicenda personale, che è in realtà una vicenda corale, Sofri ribadisce qui la radicale critica di parole e gesti di quegli anni, a cominciare da ciò di cui si sente più diretto responsabile (“La campagna condotta da ‘Lotta Continua’ contro Calabresi tra il 1970 e il 1972 fu un linciaggio moralmente responsabile, benché nient’affatto penalmente, della morte di Calabresi”). 

Allo stesso modo rivendica orgogliosamente le cose giuste di allora e non rinuncia a scavare nei torti del potere, a contrastarne l’oblio (così “inattuale”, questo libro è proprio perciò, senza che ci sia stata giustizia per Pinelli, il più attuale dei libri), a  combatterne la minimizzazione (come nel tentativo di ridurre la strage di piazza Fontana a un errore commesso nel tentativo di compiere solo un attentato dimostrativo: Sofri controbatte a questa tesi, condividendo gli argomenti di studiosi come Giorgio Boatti, autore del fondamentale “Piazza Fontana. 12 dicembre 1969: il giorno dell’innocenza perduta”, Einaudi, da leggere almeno insieme al libro di Luciano Lanza, “Bombe e segreti. Piazza Fontana: una strage senza colpevoli”, che contiene una lunga intervista al pm Guido Salvini, edizioni elèuthera).


Il libro di Sofri è anche un omaggio a Pino Pinelli (e a Licia, la moglie, che ne ha difeso con dignità e coraggio la memoria), la cui figura risalta qui ingrandita non tanto dal tempo, che invece minaccia di cancellarne perfino il ricordo, bensì dalla viva restituzione del suo ritratto, della sua vita quotidiana, tra lavoro e militanza e famiglia, e delle sue parole, a rammentarci che abbiamo anche il dovere di non lasciare all’oblio o, peggio, alla diffamazione la storia delle persone giuste (e Pinelli lo era).

Tra l’altro, Sofri ne pubblica una lettera, scritta proprio nel pomeriggio del 12 dicembre, ancora ignaro della strage e poco prima del suo fermo. La scrive a un giovane anarchico in carcere a San Vittore perché ingiustamente accusato di essere coinvolto in alcuni attentati (commessi sempre dai medesimi registi ed esecutori della trama che porterà a piazza Fontana). è un bel documento della tempra morale, della personalità limpida di Pinelli, che afferma tra l’altro che “l’anarchismo non è violenza, la rigettiamo”, l’anarchia è “ragionamento e responsabilità”.

Infine, questo è un libro sull’Italia, e non solo di quegli anni. “Forse l’Italia non sarà mai un paese normale. Forse è il paese in cui tutto diventa normale. Si telefonava al centralino della Camera dei Deputati e si diceva: ‘Le Stragi, per favore’, e quello rispondeva: ‘Resti in linea, prego’, e ti passava la Commissione Stragi”: l’incipit chiarisce già il quadro in cui si pone “La notte che Pinelli”.

    La targa del Comune di Milano. 

È la notte che l’Italia, in effetti. L’intrigo, l’arroganza, la meschinità, la sciatteria, il crimine, l’orrore perfino in cui si perde – si nasconde, e si rivela – la verità su Pinelli e sulle stragi è davvero tipica di una certa Italia, del potere, del sottopotere, delle subculture, delle antropologie e delle psicologie, che vi regnano o vi prosperano da tempo immemorabile. 

Sofri ne dà conto, a volte in rapidi schizzi, in ritratti illuminanti, e in molte pagine che convincono e indignano, che rendono desolati e furibondi, che a volte fanno ridere e altre volte venir voglia di andarsene. Si pensa al povero Pinelli e ci si dispera per lui, e con lui, chiuso in quelle stanze affumicate, da sottoposti di quel potere che appaiono insieme volgarmente kafkiani e beceramente machiavellici. Si pensa, scorati, che, in quelle mani e alla mercè di quelle teste, non poteva che andare così. Senza verità e senza giustizia. E che a ogni domanda non si può che rispondere “Non lo so”, appunto. Non possiamo, non si potrà sapere. 

Siccome, però, possiamo invece dire anche noi “Io so” e portare questa speciale conoscenza in quella storia buia, portarla come una chiaroveggenza, un sesto senso (prodotto, tuttavia, dalla tensione alla verità di tutti gli altri cinque: Pasolini diceva di poter dire “Io so” perché si reputava “un intellettuale, uno scrittore, che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero”), per questo, non possiamo non vedere, grazie anche a pagine come queste di Sofri, che la verità è sotto i nostri occhi. Non c’è solo oscurità, nella notte italiana.


http://lostraniero.net/la-notte-che-litalia/

lunedì 11 dicembre 2017

Svelato il Grassopensiero: uguali si, ma qui comando io e soprattutto siamo amaranto e non rossi.



Una volta a sinistra prevaleva il “noi”, il sentirsi parte di una collettività. Oggi anche lì prevale l'io in un affollarsi di improbabili salvatori della patria. Ultimo, il signor Grasso che ci tiene a distinguere “amaranto” da “rosso” e a far sapere che lui è sempre stato un capo e che dunque a sinistra comanderà lui. Insomma, va bene “liberi e uguali”, ma non allarghiamoci troppo: qualcuno è più “uguale” degli altri. Tra Grillo, Renzi, Berlusconi, Salvini e Grasso più che una campagna elettorale sembra una gara fra comici a chi riesce a far più ridere gli italiani.



Liberi e uguali il leader mostra il simbolo
Grasso: non chiuderò al Pd dopo il voto. D’Alema? Sarò io a guidare, lo faccio da una vita


Il nuovo simbolo, con il suo nome. L’auspicio che la presidente della Camera Laura Boldrini si unisca a Liberi e uguali. E un’apertura per un accordo con il Pd dopo il voto. Pietro Grasso si presenta in tv, da Fabio Fazio, per la prima volta come leader della neonata formazione di sinistra. Il presidente del Senato spiega le ragioni del suo debutto in politica e risponde alle domande in diretta di Fazio.

L’addio al Pd è stato causato, dice, «dal cambiamento delle politiche su scuola, lavoro e sanità. Questo mi ha creato un problema interiore e l’impossibilità di restare». Poi sono arrivati «tre ragazzi quarantenni che mi hanno proposto un percorso politico». Li cita in ordine alfabetico: Civati, Fratoianni e Speranza. Dopo un periodo di riflessione, spiega Grasso, «ho pensato al disagio sociale di tanti, ai 18 milioni di persone a rischio povertà. È stata una scelta di vita, come quando ho accettato il maxiprocesso contro la mafia. La mia aspettativa era fare il nonno, ma ho pensato anche ai nipoti degli altri».

Grasso è appena passato dal grafico e mostra il simbolo. Rosso, naturalmente, anche se preferisce dire «amaranto»: «Colore che per gli antichi romani significava protezione». Le parole Liberi e uguali, «unite da tre foglioline, che danno un’idea dell’ambiente», ma sono anche la declinazione di Liberi al femminile.

Grasso respinge l’insinuazione che a comandare sarà D’Alema: «È una vita che guido e coordino. Ascolterò, ma quando sarà il momento, eserciterò il potere. Se ne accorgeranno». Dopo il fallimento di Pisapia, Grasso non riproverà a ricucire: «Se non ci è riuscito lui, non vedo perché dovrei tentare io. Dopo il voto si potrà vedere. C’è il sistema proporzionale, ognuno prende i suoi voti. Noi proveremo a prenderne qualcuno in uscita dal Pd e costruiremo un tesoretto che magari sarà utile». Il neo leader spiega: «Non voglio guidare una ridotta, penso di allargarmi ben oltre la sinistra».

Il nome del generale Gallitelli, fatto da Silvio Berlusconi, non lo spaventa: «Si vede che ha capito che bisogna avere fiducia nelle istituzioni». E alla battuta di Renzi sulla brutta fine fatta dai suoi predecessori Pivetti e Fini, risponde così: «Io manterrò uno stile e non faremo attacchi scriteriati. Ma se mi provoca dico che io guardo al futuro. Forse la sua fase zen è finita e ha una prospettiva non molto rosea, per questo dà stilettate».

Intanto il ministro Andrea Orlando, intervistato da Giovanni Minoli su La7, attacca Renzi: «Il Pd non diventi il suo partito». E Gianni Cuperlo fa sapere di non avere intenzione di fare «una campagna fratricida contro la sinistra».

Il Corriere della sera – 11 dicembre 2017

domenica 10 dicembre 2017

Il fascino di Plutarco


Continua il nostro viaggio nel mondo classico. Oggi parliamo di Plutarco, grande scrittore (le sue Vite parallele sono più che storia pagine di grande letteratura e di analisi psicologica dei personaggi), ma anche sacerdote del culto di Iside.

Carlo Franco

Plutarco, perché questo erudito moderato ci attrae


Si racconta che Arnaldo Momigliano fosse preoccupato di dover scrivere per la «Treccani» la voce su Plutarco, senza averne potuto leggere per intero l’opera. Il testo comparve nel volume XXVII pubblicato nel 1935, e contiene oltre all’informazione di base meditati giudizi, che meritano ancora interesse (però chi cerca oggi la voce fidando nella rete, e non nella carta, trova come autore Attilio Momigliano, l’italianista. Errore non isolato nei materiali Treccani on-line…).

Momigliano per altro aveva ragione. Conoscere per intero l’opera di Plutarco pervenuta sino a noi è impegno non da poco: le quasi cinquanta biografie delle Vite parallele sono più note, assai meno lo sono i saggi riuniti sotto il titolo di Opere morali (Moralia). Dei circa ottanta trattati, talora di poche pagine, talora più ampi, non tutti erano finora disponibili e reperibili in traduzione italiana annotata.

Di qui l’iniziativa coordinata da Emanuele Lelli e Giuliano Pisani, che ha condotto studiosi di varia età ed esperienza a mettere insieme in un volume piuttosto corposo tutte le Operette, con testo greco a fronte e note, insieme alle opere non autentiche e ai frammenti (Plutarco, Tutti i Moralia, Bompiani «Il pensiero occidentale», pp. 3192, € 70,00).



L’epoca di Jacques Amyot

Come d’uso nella collana, si sottolinea orgogliosamente come si tratti della «prima traduzione italiana completa» che in età moderna abbia riunito il materiale in un solo volume (il concetto è ribadito nell’introduzione dove si fa la storia delle traduzioni moderne della cospicua raccolta). Certo, non è più l’epoca di Jacques Amyot (1513-’93) che da solo tradusse le Vite e poi le Opere.

Né quella di Marcello Adriani (1553-1604) che donò eleganza toscana alle moralità di Plutarco così che i suoi scritti «acquistarono quell’uniformità e quella leggerezza di stile che troppo spesso non ebbero dal loro autore», come scrive l’Ambrosoli, tardivo editore di quella traduzione, integrata con qualche aggiunta (Milano, 1825). Il volume Bompiani è redatto a più mani, come è inevitabile e forse giusto, vaste essendo le competenze richieste.

Gli scritti di Plutarco coprono molti ambiti diversi della cultura, dall’etica alla filosofia, dalla critica letteraria alla politica, dalla scienza alla retorica, dalla religione all’erudizione, dalla zoologia alla cultura popolare. Non disturba che le traduzioni, le annotazioni e il commento presentino talora un passo differente, tanto più che nel volume sono ripresi e rifusi anche materiali già pubblicati per altre edizioni parziali. Opportuna è la selezione dei materiali adibiti al commento, dove la completezza sarebbe impossibile e renderebbe il tutto poco utilizzabile: l’introduzione generale alle Opere morali premessa a una celebre collezione francese conta oltre duecento pagine.

Lo scrupolo dei commentatori emerge dalla imponente bibliografia scrutinata, esito dall’intenso lavoro svolto sull’autore negli ultimi decenni. C’è stato infatti un «ritorno a Plutarco»: ne scriveva Carlo Diano nel 1965, e giustamente lo ricorda Pisani. Fino al principio dell’Ottocento era durata una ammirazione altissima per il Plutarco biografo, ispiratore di «egregie cose», e scrittore di temi morali. Invece nell’Ottocento storici e studiosi del positivismo mostrarono una forte delusione, irritati dagli elementi compilativi dell’opera di Plutarco, giudicata poco utile come fonte storica e anche poco originale (ma dire che questo fu esito di una «ottusa filologia», come qui si legge, è eccessivo).

Oggi si è tornati a leggere lo scrittore antico con migliore consonanza, accettandolo come è, cercando di trattarlo anche unitariamente, con le Vite a illuminare le Opere morali, e viceversa. Eppure la nostra epoca è molto lontana dal modello degli uomini grandi, è molto allergica alle esigenze di una estesa minuziosa cultura, e molto indifferente al «bello stile». Che cosa dunque attrae verso Plutarco?

Non certo la prosa lenta e talora sovraccarica, spesso migliorata dalle traduzioni che attenuano certe ridondanze (basta guardare il testo greco a fronte, derivato da edizioni critiche correnti, per notarlo). A interessare invece è la varietà dei temi che Plutarco seppe affrontare, la sua pacata argomentazione, l’efficace gradevolezza del suo ragionamento. I suoi scritti, soprattutto morali, sono abilmente disseminati di efficaci aneddoti, dotte citazioni, pensose massime. Questo è il frutto non di una mente originale e speculativa, ma di un grande ingegno, capace di decantare con mano sapientissima una lunghissima tradizione culturale.


Scoprire pagine inattese

Tra le tante pagine di questo erudito, moralista, filosofo, teologo e letterato, ciascun lettore può costruire la propria antologia. In effetti, il volume che riunisce tutti i suoi scritti invita a scoprire pagine inattese: una discussione su come leggere la poesia, una riflessione sugli usi alimentari, un dibattito sulla crisi degli oracoli, la descrizione di un rito esotico, un’indagine antiquaria su strani usi romani, i consigli a un assennato uomo politico, una polemica su Erodoto e i Beoti, una declamazione su Alessandro Magno, un saggio di critica letteraria, attacchi contro scuole filosofiche rivali, e altro ancora. Difficile non trovare qualcosa che non attragga, fosse solo per curiosità.
Moderato in ogni atteggiamento

Plutarco è per noi uno dei «frutti più maturi della civiltà ellenica», e il testimone di un ellenismo in versione greco-romana: egli per certi aspetti profittava della pace imperiale, per altri si volgeva al passato, come se il presente non esistesse. Ecco allora, proprio nelle Opere morali, un blandissimo messaggio politico: accettare la supremazia romana, ma non identificarsi con l’impero, che greco non era. Ecco anche lo sguardo al passato: la coscienza di una grande eredità culturale, e il piacere di una erudizione antiquaria.

Il panorama culturale di Plutarco è politicamente sicuro, del tutto alieno da tendenze ribellistiche. Moderato egli appare in ogni suo atteggiamento: profondamente pio ma avverso alla superstizione; dotto filosofo ma opportunamente vòlto alla filosofia pratica verificata nei comportamenti di ogni giorno; preoccupato della salute dell’anima ma anche di quella del corpo; teorico della politica ma soprattutto amico dei romani potenti; custode d’identità greca ma, ripeto, intento a discutere soprattutto la Grecia del passato. Plutarco è capace di scrivere discussioni ispirate sulla «democrazia», riferite a Clistene, Solone o Pericle, ossia a situazioni remote di mezzo millennio, e di farlo in un tempo in cui le città greche erano rette dalla élite dei notabili, e l’impero era guidato dal governo di uno solo.

Non è divisivo Plutarco, non suscita conflitti: come certi saggisti che portano grisaglie di buona fattura, senza tempo, persone che esibiscono un eloquio forbito e buone letture di tradizione. Perciò li si legge o li si ascolta con piacere: hanno un rassicurante sapore di cultura, che con buona volontà si può anche trovare attuale. Sono gradevoli perché non impegnativi: non ambiscono aprire nuovi mondi, ma insegnano a abitare con stile e dignità d’altri tempi nei mondi che già ci sono.

Le priorità di Plutarco non sono sempre le nostre: nelle simpatiche Questioni conviviali si leggono temi talora bislacchi (l’innesto nei pini, la maniera di dividere le porzioni a tavola, la posizione dell’alfa nella sequenza delle lettere, e così via). C’è un saggio sul problema della scarsa produzione di oracoli in versi da parte della Pizia: tema marginale già al tempo dell’autore.

Il quale fu personalmente molto devoto, e ebbe grande interesse per il divino, in ogni forma. Dedicò la sua dotta attenzione ai culti di Iside e Osiride, ellenizzandoli e platonizzandoli secondo la sua maniera, e seppe qualcosa anche sul «dio dei Giudei»; ma non pare aver registrato la comparsa del cristianesimo, a differenza dai più accorti intellettuali del suo tempo.

Certo, in compenso Plutarco sapeva stendere pagine ricche di common sense sui rischi derivanti dalla cerimoniosità che impedisce di dire di no; poteva disquisire sul controllo dell’ira senza esibire le nervose agudezas di un Seneca; aveva meditato bene il suo amatissimo Platone; poteva comporre ampie dossografie sulle dottrine più importanti delle scuole filosofiche greche (utili oggi, dopo la perdita degli originali); aveva certe sue idee sulla ‘buona’ politica, e arrivava persino a scrivere frasi forti come questa: «il regime politico che sistematicamente scarica i vecchi, finisce inevitabilmente per riempirsi di giovani assetati di fama e di potere, ma digiuni d’intelligenza politica: e dove l’acquisiranno del resto, se non potranno farsi discepoli o spettatori d’un vecchio che governa?». Tranquilli. Parlava in astratto. Non alludeva ai Renzi-boys.

Il Manifesto – Alias -19 novembre 2017


Dal suono al silenzio (e ritorno). Sull'arte del saper leggere


Gli antichi declamavano ogni cosa.Poi venne l’uomo che McLuhan definì “tipografico”: e lo studio diventò un fatto interiore. Oggi la tecnologia ci riporta alle origini. Perché leggere, in fondo, è anche un po’ pregare. Una bella riflessione sull'arte del saper leggere.

Franco Cardini

Dal suono al silenzio (e ritorno)


Gli utenti abituali delle ferrovie sono per la massima parte gente che viaggia in “seconda”: specie i funzionari statali, per pochi dei quali è previsto il rimborso della “ prima”. Càpita però che il modesto viaggiatore debba comunque prendere il treno in una giornata di speciale affollamento: e debba quindi farsi per forza il biglietto di “prima”. Il top di tale esperienza è il viaggiare nella “ zona silenzio”: ma chi si sente giunto in un’isola felice, può andar incontro a imbarazzanti sorprese.

Anzitutto non si può telefonare, neppure a voce bassissima; quanto alla conversazione poi, c’è sempre qualcuno che protesta. Sembra che il giudicare sul “tono di voce” sia una delle cose più arbitrarie al mondo. E allora, se il malcapitato ch’è stato più volte redarguito chiede al capotreno: “Ma insomma, cosa posso fare senza che qualcuno si lamenti?”, la risposta arriva naturale: “Leggere, ovviamente”.

Si potrebbe obiettare che no, che non è ovvio per nulla. E ricordare l’ormai classica lezione impartitaci da Marshall McLuhan nel suo celebre Galassia Gutenberg, laddove si contrappone “l’uomo tipografico” alla cultura orale tradizionale e si conclude con l’attribuire buona parte della schizofrenia che ormai da ogni parte ci minaccia all’abbandono di un metodo di lettura che, a voce alta, metteva in gioco almeno due dei cinque sensi — la vista e l’udito — a vantaggio di uno che utilizza soltanto la vista.

Peraltro la lettura dei giorni nostri, che spesso si confronta non già con qualcosa di scritto con l’inchiostro su un supporto cartaceo bensì con labili segni che compaiono su un display, fino ai suoni che oggi ci rimandano gli audiolibri, ci ha disabituato a un mondo nel quale avevano il loro bravo ruolo anche il tatto e l’olfatto, e perfino l’udito era stuzzicato dal fruscio delle pagine.

Chi ha avuto la fortuna di vivere nelle biblioteche d’una volta non dimenticherà l’odore, anzi il profumo delle vecchie carte e la gioia quasi sensuale che si provava accarezzando il duro cartone e il buon vecchio cuoio delle copertine. Quanto al gusto, le metafore sono quanto mai eloquenti: “assaporare le parole”, “gustare una pagina”, “divorare un libro”…

Ma tutto ciò, non si può fare anche leggendo in silenzio, con i soli occhi? Chiunque s’intenda sul serio un pochino di lettura vi risponderà in termini perplessi. Per esempio, il vecchio Alessandro Manzoni consigliava di “leggere con la penna”, e aveva ragione: non c’è nulla di meglio di un passo copiato, cioè trascritto, oppure anche semplicemente riassunto, per penetrare sul serio negli anfratti e nei misteri di un testo. Certo, bisogna metterci attenzione e concentrazione: copiare con l’anima, non solo con gli occhi e le mani. Ma anche quando si legge in silenzio ci accorgeremo che, magari impercettibilmente, stiamo ripetendo quanto leggiamo. Non riusciamo a restar perfettamente muti.


La parola letta con attenzione s’insinua sottile dagli occhi alle corde vocali e sale fino alle labbra, un po’ come succede quando ascoltiamo la musica. E, in fondo, proprio di musica si tratta. Peraltro, non è necessario pensare alla lettura monastica o a quella coranica nelle madrase, o a quella degli scolaretti cinesi che si addestrano a leggere in un idioma nel quale il tono e l’accento sono fondamentali. Chi ha udito leggere in coro dei bambini che stanno affrontando i primi rudimenti della lettura conosce la musicalità dei segni tradotti in emissioni vocali. D’altronde, leggere solo mentalmente fa risparmiare un sacco di tempo.

Qualcuno di voi ricorderà le sensazioni che — era appena arrivato il fatale Sessantotto — ci vennero comunicate dal manuale di Lecture rapide propostoci nel 1969 da François Richaudeau e da Françoise e Michel Gauquelin: e il disprezzo, che sapeva un po’ di futurismo, per tutto quel che procedeva lentamente, che faceva perder tempo. Il “buon lettore” doveva arrivare a leggere quindicimila parole l’ora: i metodi di “lettura rapida” prospettati, ancor avveniristicamente, nella Physiologie de la lecture et de l’écriture di Émile Javal, che è del 1905, sembravano divenuti necessari e obbligatori.

Eppure, fra noi, c’era pur qualche reazionario che ricordava ancora la lezione del Louis Lambert di Honoré de Balzac: il prodigioso lettore veloce, alla lunga, diventa matto. A parte il fatto che a leggere in silenzio e troppo in fretta si rischia spesso di non capirci o di non ricordare nulla: e di dover ricominciare da capo. Leggere lentamente, quindi; tornare a una lettura assaporata. Ciò rimetterà in circolo i metodi di lettura “a voce alta”? Non è detto.

Esiste anche una lettura muta che, proprio in quanto tale, è più intima, più profonda, più preziosamente meditata. Quella domenica 17 giugno del 385 il trentenne rètore Aurelio Agostino di Tagaste, nella basilica che poi sarebbe stata detta “ ambrosiana”, s’incontrava proprio con lui, col grande terribile Ambrogio: e, come ha narrato nelle sue Confessioni (VI, 3), si stupiva nel coglierlo immerso in una lettura silenziosa, una lettura che somigliava alla preghiera del cuore.


Perché leggere e pregare — il termine lectio, appunto, ce lo ricorda — sono operazioni profondamente affini: specie nelle religioni che conoscono una Scrittura Sacra e dove quindi il saper leggere (o l’ascoltar chi legge) è la necessaria porta d’accesso alla parola di Dio. Parola scritta, parola pronunziata; segno veduto, segno ascoltato.

Proprio partendo da ciò si andò sviluppando, nella tarda antichità e nel medioevo, una letteratura “da leggere” alla quale se ne accompagnava — e non necessariamente come ripiego dinanzi all’analfabetismo — una “da ascoltare”.

Sul piano dei generi letterari, per esempio, “ da leggere” intimamente, in silenzio, erano soprattutto i romanzi: specie le scene d’amore; mentre “ da ascoltare” — e quindi, per chi leggeva, da declamare — erano le “canzoni di gesta”, i poemi epici. Scandite, e magari gridate, se fate la guerra; tacete, o sussurrate, se vi apprestate a fare l’amore.

Ma sussurri e grida, lo sapevamo anche prima di Ingmar Bergman, più che opposti sono complementari: e il rumore assordante della cascata può produrre silenzio. Ricordate Paolo e Francesca, che leggevano un giorno “ per diletto”, “ di Lancillotto, e come amor lo spinse”. Era lui che leggeva a lei sempre più piano, sempre più vicino; o lei che leggeva a lui sempre più intima, sempre più commossa? O tacevano entrambi, seguendo lo stesso rigo col cuore in gola, con gli occhi e con le dita che si sfioravano? Non lo sapremo mai. ?


La Repubblica – 3 dicembre 2017

sabato 9 dicembre 2017

Edgar Allan Poe. Lettere di un "adorabile bugiardo"


"Ho preso finalmente la decisione: lascio la vostra casa per trovare un posto in questo grande mondo". Edgar Allan Poe ha solo 17 anni quando inizia il suo viaggio nella scrittura. Racolte in volume le lettere dello scrittore americano considerato il padre della letteratura noir. Una bella recensione che svela aspetti poco conosciuti della personalità dell'artista. Da leggere nonostante il titolo delirante.

Nadia Fusini

Alle sorgenti del Poe

Grazie alla sua cura sapiente, Barbara Lanati, americanista di rango, ci introduce da perfetta ospite al volume delle Lettere di Edgar Allan Poe, che traduce insieme con Nicoletta Lucchetti e Laura Traversi per i tipi del Saggiatore. Non sono tutte le lettere di quell'"adorabile bugiardo" (così Lanati definisce Poe), ma sono abbastanza (più di 700 le pagine) per entrare in una vita travagliata quant'altre mai, perseguitata da un guignon feroce, che intorno al volto del protagonista disegna l'aureola che ispirerà il fraterno e incondizionato amore di Baudelaire.

Figlio di due poveri attori senza arte né parte, che muoiono uno dopo l'altro a distanza di un anno, il neonato orfano trova casa temporanea presso John e Frances Allan, ma anche da questo nido sarà "deietto". E nell'atto dell'espulsione si dovrà avvertire la forza di chi vi riconosce il segno del destino.

Non a caso, se non la prima, la quinta delle lettere del volume contiene la dichiarazione categorica da parte del figliol prodigo al patrigno: "Ho preso finalmente una decisione — lascio la vostra casa e tento di trovare un posto in questo grande mondo". "La mia decisione è irrevocabile" insiste il figlio tradito, che accusa: "per capriccio avete infranto le mie speranze".



Non voleva far altro che studiare; tutti i suoi pensieri erano rivolti all'impiego delle proprie energie per eccellere nel mondo, ma il patrigno, dimostrando di non provare "alcun affetto" per lui, l'ha esposto all'arbitrio e al capriccio della sua autorità, e gli ha tolto ogni possibilità — perché l'affermazione che Poe cercava "non si può conseguire senza una buona Istruzione". In tale volontà il padre non l'ha sostenuto, l'ha lasciato cadere e l'ha esposto così ai casi e agli accidenti della fortuna. Eppure il giovane Edgar, che all'epoca in cui scrive la lettera ha 17 anni, era bravo a scuola, in particolare in latino e in francese.

E aveva l'intenzione di migliorare vieppiù e di farsi onore. Invece, si ripete l'esperienza traumatica dell'abbandono. "Se decidete di abbandonarmi" ripete, incapace com'è di separarsi da chi lo respinge, "allora vi dico addio". "Non avevo idea di che cosa fosse l'angoscia" ripete desolato a questo padre non padre, che però chiama "papà" e da cui continua a pretendere soldi, per sopravvivere.

I debiti e la fame e la solitudine assillano il figlio reietto. Anche perché i soldi che ottiene li dissipa, raccontando però come gli vengano rubati, o svaniscano in incidenti sordidi di cui è vittima. E noi non capiamo se dice o no la verità. E pian piano si insinua nella lettura dell'epistolario un sospetto: è un bugiardo che mente, o un fantasista? Racconta, o inventa? E qual è il discrimine?

Quando dice al "caro papà" che il generale Benedict Arnold era suo nonno, ci crede davvero o se lo inventa? È tanto più difficile rispondere perché noi conosciamo Poe come lo scrittore che diventerà, e sappiamo quanto ami la dissimulazione, la fantasia disinibita e l'immaginazione folle. E ci viene da pensare che più della verità adori la finzione, gli piaccia fare colpo, camuffarsi. In fondo, è figlio di attori; forse ce l'ha nel sangue quell'istinto al gioco; quell'impulso, cioè, a non essere chi è, a mascherarsi.

Siamo abituati a queste "finte" nei racconti, e ora scopriamo anche nelle lettere le mille maschere dietro cui si cela. Per ingenua disposizione d'animo ci aspetteremmo che chi dice "io" per lettera non menta, ma si riveli nell'intimità di una relazione autentica che sceglie di intrattenere con gli altri. Ci aspettiamo, nella scrittura epistolare, un tono di verità. Un timbro confessionale. Sempre ammesso che si riesca, o si voglia distinguere tra verità e menzogna. E non piuttosto intrattenersi, come accade a Poe, nel gioco di ombre che conduce la danza spettrale di parole che inventa ad effetto per esprimere i suoi affetti e le frustrazioni e paure e contraddizioni.

    Baudelaire

Forse Poe vorrebbe dire la verità, ma una certa mitopoiesi pare spontaneamente intralciare l'intenzione e proiettare la sua mente in più ardite costruzioni fantastiche. Fino a confondere la verità con la bramosia dell'illusione, il pio desiderio con la realtà. Già, la realtà! Come può abitare nella realtà chi si sente sempre esposto alla contraddizione dell'indolenza congenita che tramuta in frenesia creativa? È la tortura di Poe: Poe è crocefisso al paradosso di chi vive fantasticando, e al tempo stesso è un assoluto materialista.

È inetto e frenetico al tempo stesso; un eremita, ma non a Walden, a New York; un parassita che vorrebbe abbandonarsi alla tendenza all'indugio (uno dei suoi tanti difetti, spiega), epperò in quell'abbandono, crea. Non ha altra smania che andare a zonzo, perdersi nei boschi; però sta lì confitto nella sua miseria a New York. Malato, depresso, pazzo. "Aiutatemi" chiede agli amici, "ora, subito, perché proprio adesso sono in pericolo".

Ma non c'è al tempo chi lo ascolti. Se non Baudelaire, un poeta come lui, che oltreoceano sa cogliere nella sua Nervenkunst l'arte moderna — che non può che essere nevrile, e nevrotica. Il genio folle e maledetto, il vagabondo, il farabutto, il bugiardo, l'ambizioso malinconico, solitario, angosciato, divorato dal suo demone, è tutto qui nelle lettere: un essere sensibile per costituzione, e di natura straordinariamente nervosa, che cerca le parole per mettere il cuore a nudo, nella sua verità di muscolo che cerca l'amore.


La Repubblica/Robinson – 3 dicembre 2017

Poeti della rivoluzione russa. Blok, Achmatova, Mandel'stam, Cvetaeva



Poeti della rivoluzione russa
Blok, Achmatova, Mandel'stam, Cvetaeva


Giovedì 14 dicembre
alle ore 19:30
presso
La Casa della Poesia
Via Formentini 10
Milano

Secondo appuntamento del ciclo di incontri con la poesia della rivoluzione russa, a cura di Milo De Angelis, organizzati dalla Casa della Poesia di Milano.

Per i cento anni della Rivoluzione Russa vengono letti i versi dei poeti piú rappresentativi di questo tragico e vitale momento storico.

Nella voce dell'attrice Viviana Nicodemo risuoneranno la nostalgia e il lirismo di Aleksander Blok, l'aristocratica forza di Anna Achmatova, la parola definitiva di Osip Mandel'stam e l'impetuosa passionalità di Marina Cvetaeva.

Il tutto dialogherà con la musica in un rapporto di confronto e risonanza con melodie classiche e contemporanee dell'epoca, oltre a incursioni originali della musicista Bianca Brecce (pianoforte, l'ama musicale e strumenti elettronici).

La via verso gli Dei. Riti misterici nell'antica Grecia


Seconda puntata del nostro viaggio di ritorno là dove l'Occidente ha cominciato il suo cammino. Il tema di oggi sono i Misteri, vero cuore della religiosità greca.

Guido Araldo

La via verso gli Dei

Educare non significa trasmettere nozioni e discorsi, secondo l’abitudine di sedicenti professori contemporanei; ma tentare di destare la piena consapevolezza di sé stessi: il nosce te ipsum scritto sul frontone di un tempio a Delfi, non a caso in quello di Apollo.

Vale la pena evidenziare l’allegoria della caverna di Platone, all’inizio del settimo libro de “La Repubblica”, dov’è descritta l’essenza dell’educazione: distogliere l'attenzione ipnotica da fantasmi inconsistenti; oggi, in tempi televisivi, una necessità inderogabile.

I riti iniziatici, noti come mysteria, servivano per uscire dalla caverna in cui l’uomo comune, il profano, consuma la sua esistenza fino alla morte, senza rendersi conto della “vera realtà” che lo circonda, vivendoci all’interno come un bruto, senza cercare di pervenire a virtute e conoscenza. La stessa Divina Commedia di Dante è un percorso orfico – eleusino per uscire dalla selva oscura – caverna e andare verso la luce dell’Empireo. In un simile contesto è prioritario l’abbandono della selva oscura del mondo, dove imperano la lonza il leone e la lupa, ovvero concupiscenza vanità e cupidigia: i tre grandi “peccati” dell’umanità dei quali è difficile esserne immuni. Un viaggio dalla lordura rettiliana a riveder le stelle, verso la luce.

Nell’antica cultura greca questo viaggio iniziatico era noto come la “via verso gli Dei”, parallela alla religione popolare, di cui ne costituiva un superamento.


Il passaggio centrale di questo viaggio sta nella “Teogonia” di Esiodo, essenza dei riti orfici: il giovane Dioniso muore divorato dai Titani, la bestialità umana, ma rinasce per opera di Rea, moglie di Crono e madre di Zeus, la Mater Tellus dei Romani, che ricompone il corpo del giovane dio con le ceneri dei Titani fulminati da Zeus per il barbarico sacrilegio che hanno commesso. In quel corpo di cenere Apollo pone quanto di divino Rea ha trovato tra le ceneri: il cuore ancora palpitante divino. Quale atavico riferimento al Sacro Cuore di Gesù! La prima rappresentazione storica del corpo e dell’anima, con l’ineluttabile contrapposizione che ne deriva: un cuore divino in un corpo bestiale.

Il riferimento a Apollo è determinante: nel corpo dell’uomo bestia, in balia dei suoi sensi, dei suoi istinti, è occultata una goccia apollinea cristallina: una luce nascosta che l’iniziato deve alimentare continuamente, per impedire che si spenga. Anzi, la deve ravvivare, rendendola sempre più luminosa. Si si vuole… Pinocchio che da burattino diventa uomo, mentre Lucignolo, nome non casuale, si riduce a ciuco.

“La via verso gli dei” ha un’unica ambizione: identificare e alimentare la tenue goccia apollinea nascosta nell’umanità, la più preziosa delle perle. “La via verso gli Dei” comincia della consapevolezza di trovarsi nella caverna di Platone colma di apparenze, nella quale si è intrappolati come in un’inestricabile tela di ragno. Questa la condizione di gran parte dell’umanità dalla quale occorre emergere, come Dante dalla selva oscura.

Ma gli antichi “mysteria” non erano soltanto un processo di maturazione e metamorfosi individuale, come un bruco che diventa farfalla; erano anche il modo per trasmettere segrete conoscenze a iniziati accuratamente selezionati: il sapere esoterico dell’antica civiltà egizia, minoica e greca. Conoscenze che dovevano ovviamente essere integrate dalla disciplina morale, in sintonia con un elevato livello intellettuale. Impresa che la storia dimostrò quanto fosse difficile. L’eterna illusione di Pitagora e Platone?


I riti misterici erano il mezzo per cercare di formare una valida classe dirigente della città, la polis. Missione da trecento anni interpretata dalla Massoneria nel mondo anglosassone, memore dell'Atene classica, allo scopo di preparare un élite dirigente attraverso la riproposizione aggiornata di riti antichissimi. Un percorso che all’apparenza potrebbe sembrare stravagante, come lo erano Pitagora e Socrate, quando invece è un metodo serio e efficace, formativo per le simbologie che lo arricchissimo e i rituali che lo permeano.

Passaggio centrale in questo percorso è la morte, ovviamente allegorica, e la successiva rinascita. Nella religione tradizionale, olimpica, i morti erano soltanto spettri, ombre, «teste senza forza» come amava raffigurarli Omero. Nella rappresentazione misterica la morte è il superamento della selva oscura del mondo e dei propri istinti bestiali, attraverso un viaggio individuale solitamente notturno e sotterraneo, in un oltretomba simbolico come per i misteri eleusini e orfici. Simile a quello di Dante nell’Inferno e nel Purgatorio. Per infine rinascere e incontrare la luce mattutina.

Nei moderni rituali il percorso sotterraneo di Eleusi descritto da Plutarco è sostituito dalla bara d’acacia, dove Iside depose Osiride ucciso da Seth, per farlo rivivere: il più antico “mistero di rinascita” di tutti i tempi. Un percorso che non può essere compiuto in solitudine, improvvisando, ma con uno o più maestri: nei misteri eleusini il daduchos, che guidava la processione sotterranea, poi il “mistagogo” che prendeva per mano il profano velato o bendato; per Dante Virgilio, Beatrice e san Bernardo di Chiaravalle, il fondatore dei Templari e dei Cistercensi cui dettò le rispettive regole.

La morte simbolica allude all’abbandono del precedente stato di subcoscienza e ignoranza, per rinascere in una nuova visione di sé stessi e del mondo. Ancora una volta il nosce te ipsum, con la consapevolezza della flebile fiammella apollinea che sta in noi e che mai sarà lecito lasciar spegnere. Tutto questo dovrebbe comportare, similmente al cristiano, un rinnovato stile di vita.
Chi c’era nei misteri eleusini ad accogliere il “maestro risorto” di fronte alla luce dell’alba? Demetra e Dioniso! La prima, Mater Tellus romana, con in mano una spiga di grano o del pane, l’altro con un grappolo d’uva o, più ancora, con un calice di vino.

È mia personale convinzione che il rito eleusino non sia tramontato, che non sia mai morto, poiché c’è ancora chi lo celebra, seppure profondamente mutato dal momento in cui da esoterico divenne essoterico. In origine occorreva essere ben consapevoli del “passo iniziatico” che s’intendeva effettuare. Allora la cenere dei Titani veniva lavata con l’acqua e cominciava un percorso che si concludeva con l’unzione tramite olio santo, per partecipare finalmente al rito misterico del pane e del vino, diventando partecipi di un nuovo gregge.

    Lamina orfica

La via verso gli Dei porta alla consapevolezza d’essere partecipi del grande divenire dell’universo, dove l’immenso ciclo di nascita e morte continuamente si rinnova. Un’antichissima iscrizione su un'orfica lamina d’oro ricorda: «O felice, o beato, sarai un dio anziché un mortale.»

Ma l’uomo è uomo, e non è Dio! Nella chiave di volta dell’Apocalisse sta scritto (ultimo versetto del 13° capitolo): “Hic sapientia est! Qui habet intellectum, computet numerum bestiae. Numerus enim hominis est et numerus eius sescenti sexaginta sex”. “Qui sta la sapienza! Chi ha intelletto, computi il numero della bestia. In verità, è il numero dell’uomo e il suo numero è seicento sessanta sei”. Si può soltanto agognare d’accostarsi agli Dei: illusoria e blasfema la presunzione di diventare come loro o di somigliare a loro!

Essenziale la purificazione dello spirito dalle ceneri dei Titani, quasi una “respirazione bocca a bocca” per ravvivare il cuore apollineo che sta in noi. È un arcano processo di metamorfosi spirituale che da Esiodo e Pitagora attraversa gran parte della visione del mondo classico, per arrivare al pensiero stoico greco e romano, e rinnovarsi nel cristianesimo antico che era esoterico e non essoterico, infine nella massoneria (non italiana, ma universale).

Nel rito orfico era chiaro un messaggio: la morte, quella vera, non può essere ingannata e, tanto meno, sconfitta. La morte, il grande enigma dell’umanità, origine di tutte le religioni, è ineluttabile nel processo universale di vita morte rinascita. Orfeo è l’unico mortale cui è concesso scendere e tornare dagli Inferi, ma fallisce nella missione di recuperare l’amata moglie Euridice. Per quale motivo? Non licet! Le leggi universali di Temis sono inviolabili, inalterabili, assolute; anche se molte cose non riusciamo neppure a intuire.

È possibile reperire dolci allusioni della “via verso gli Dei” in favole famose: la morte e la rinascita del grillo parlante, il maestro, in Pinocchio; Obi-wan Kenobi in Guerre Stellari, Gandalf che muore in un percorso sotterraneo ed eccolo ricomparire non più grigio ma bianco a guidare la riscossa. E perché no? Anche il bacio del principe a Biancaneve, che le infonde il soffio apollineo rigeneratore, destandola di un lungo sonno simile a morte apparente…


venerdì 8 dicembre 2017

Paul Klee. La dimensione astratta

    Fiori dal cielo sopra la casa gialla

La Fondazione Beyeler di Basilea ospita, dal 1 ottobre 2017 al 21 gennaio 2018, la mostra "Paul Klee - La dimensione astratta". Una grande retrospettiva delle opere di uno dei più significativi autori del Novecento. "L'arte non riproduce il visibile; rende visibile ciò che non lo è", in questa frase di Klee è racchiuso il senso della mostra.

Fabrizio D'Amico

Paul Klee. La dimensione astratta


"Il colore mi possiede, per sempre. Io e il colore siamo tutt'uno. Sono pittore". Con questa certezza Paul Klee tornò dalla Tunisia, dove era andato nel 1914 con l'amico August Macke, che morirà quell'anno stesso in guerra. Tunisi, Hammamet, Kairouan — le loro luci colme, i loro colori gioiosi — gli donano d'improvviso la maturità: giunta dunque tardi, a trentacinque anni. Klee, che era nato nel 1879 nelle vicinanze di Berna da genitori musicisti, aveva diviso fino ad allora il suo lavoro fra musica, disegno e scrittura.

Era giunto quasi inatteso, nel '12, l'invito di Kandinsky alla seconda mostra del Cavaliere azzurro a Monaco di Baviera; quell'anno stesso era anche tornato a Parigi, conoscendovi tra gli altri Robert Delaunay. Ma è solo al ritorno dal viaggio in Tunisia che inizia la sua stagione più felice, con mostre che si susseguono di anno in anno, spesso accompagnate da un convinto successo di pubblico e critica; finché nel ‘20 è chiamato da Walter Gropius ad insegnare al Bauhaus.

    Staedtische Komposition mit gelben Fenstern

È una sorta di incoronazione: da allora, Klee entra a far parte della ristretta cerchia di artisti che, un po' ovunque in Europa, cercano, percorrendo strade diverse, la verità della pittura oltre la mimesi della realtà. Ora la Fondazione Beyeler di Basilea dedica una mostra a La dimensione astratta di Klee (a cura di Anna Szech; fino al 21 gennaio 2018), ponendo l'accento su uno dei due poli della sua pittura, quello che ne fece uno degli interpreti più consapevoli e teoreticamente agguerriti dell'arte non figurativa.

All'altro capo dei suoi propositi, l'opposto: disse, al tempo della guerra: «quanto più spaventoso è questo mondo (come oggi), tanto più è astratta l'arte»; e ancora: «Astrazione. Il freddo romanticismo di questo stile senza pathos è inaudito». Vennero allora case, giardini, architetture d'ogni tipo; e spesso i suoi dipinti, le sue carte all'acquarello prendevano titoli che rafforzavano il sospetto di una suggestione provata di fronte alla natura. Eppure, quei suoi dipinti hanno, tutti, quel malessere inaudito — quella separatezza dalla realtà che li fa, infine, ad essa radicalmente estranei.

Non c'è profondità in lui; senza una collocazione prospettica, le cose si snodano sulla superficie senza ordine, senza gerarchia. Vagano in un'atmosfera senza aria, irrespirabile.

Sono sogni? Nemmeno; solo segni disposti sul piano, invasi da un colore eccitato negli anni Dieci, poi più sobrio e talvolta scuro, infine (dal quarto decennio, fino alla morte venuta nel 1940) nuovamente vario e imprevisto, solcato da un segno che s'è nel frattempo inturgidito, e che ora delinea forme più salde.

    Segni in giallo

"L'arte non riproduce il visibile; rende visibile ciò che non lo è"; Klee persegue dunque non una "forma come valore", come entità data una volta per sempre, chiusa in sé, immota, ma il "modo del suo prodursi", ha scritto Argan. È per questo che Klee accede indifferentemente ad una elementare e quasi ingenua figurazione, e all'opposto ad una concentrata astrazione geometrizzante, e persino ad una indagine pre-surrealista che posa lo sguardo sulle regioni misteriose dell'abisso, nelle terre "dei morti e dei non nati"; o che guarda, per trarne ispirazione — anticipando in ciò tante avanguardie, fino a Dubuffet — , il disegno infantile, e l'arte prodotta dagli alienati e dai folli.

Una serie di contraddizioni e antinomie toccano allora la sua opera: divisa sempre fra emozione e controllo del pensiero; fra un misterioso tremore e una solare, dimostrabile evidenza; fra cecità e lucida consapevolezza; tra flagranza e sogno; fra giocosa incostanza della creazione e umilissima sistematicità dell'impegno fabbrile; fra tutto quanto è regola, insomma, e tutto quanto, lì a fianco, è sua trasgressione.

Così i suoi "paesaggi" sono non più che implausibili topografie inerpicate su una verticale primordiale, pre-rinascimentale; paesaggi che irridono il canone prospettico e mettono assieme, in uno spazio tenuto precariamente in bilico sul nulla, casette e triangoli, cerchi ed aloni, ellissi e punti esclamativi, lettere e occhi, alberi e stelle: in un'antologia di un mondo creato non dalla memoria, né dallo sguardo, ma dal paziente lavoro di un ricercatore in traccia di una possibile realtà che tutto il già visto sappia dimenticare. Per questo Klee — più del "didascalico" Mondrian, o del "romantico" Kandinsky, che l'avevano preceduto sulla via dell'astratto — è stato maestro di tanti; ed è tuttora il pittore forse più amato, e interrogato, dell'intero secolo scorso.

La Repubblica - 26 novembre 2017



Viaggio a Delfi. Quanto è dionisiaco questo Apollo


E' davvero destino dell'uomo occidentale ritornare periodicamente là dove tutto è cominciato. Riprendiamo oggi un bel saggio di Pietro Citati sulla Grecia di Pausania. Continueremo domani con un intervento di Guido Araldo.


Pietro Citati

Quanto è dionisiaco questo Apollo


In questi giorni viene pubblicato il decimo e ultimo libro della Guida della Grecia di Pausania, benissimo curato da Umberto Bultrighini e Mario Torelli (Fondazione Lorenzo Valla-Mondadori, pagg. 560, euro 35). Esso è dedicato alla Focide, e specialmente a Delfi, cuore della religione e della civiltà greca.

Pausania nacque nella parte occidentale dell’Asia Minore, e visse nella seconda parte del Secondo secolo dopo Cristo. Per lui, erano tempi tristi. La vera Grecia era un ricordo. I luoghi famosi spopolati: molte città abbandonate: le regge carbonizzate, le tombe sconvolte, le colonne dei templi a metà abbattute; Delfi priva, o quasi, di oggetti preziosi, sebbene gli edifici fossero gli stessi di un millennio prima.

Tra il 118 e il 125 dopo Cristo, l’imperatore Adriano era stato arconte delfico, cercando di riportare quella terra spopolata all’antico splendore. Tutto esisteva sotto il segno di Roma: Pausania pensava che Roma rispettasse o addirittura venerasse la Grecia, che aveva così influenzato la sua storia e i suoi pensieri. Amo molto Pausania. Senza leggerlo, non possiamo conoscere la Grecia: dobbiamo portarlo con noi, nei nostri viaggi ad Atene e nel Peloponneso. Era documentatissimo: aveva viaggiato molto, in Siria, Palestina, Egitto, Roma, Campania, con fonti e informatori eccellenti. Narra benissimo, con in mente il grande modello di Erodoto. Quando abbandona la sua abituale concentrazione, scrive con piacevolezza ed incanto. Percorre le strade principali della Grecia, quelle secondarie e minime, a volte scegliendo tradizioni e itinerari sconosciuti. Verso il mito, il suo atteggiamento è molteplice.


Talora è assolutamente certo: venera Omero senza discussioni ; come dicono le Peliadi, «Zeus c’era, c’è, ci sarà». Coltiva tutto ciò che è oracolare: i misteri eleusini «più di tutti i misteri di pietà religiosa»; i riti, gli eventi singolari, i prodigi, i fatti dietro i quali sospetta la presenza degli dei. Ma, a volte, rivela un profondo scetticismo: cerca di essere scrupoloso, preciso, minuzioso (assai più di Plinio il vecchio). Ama la verità (o ciò che crede essere la verità): ma non racconta tutto, perché vuole scegliere o è pieno di dubbi.

Alla fine sembra incerto, inquieto, perplesso: questo non è l’ultimo motivo del fascino che esercita su di noi. Come Erodoto, ama la storia totale. Non gli basta narrare i fatti storici e religiosi della Grecia, perché all’improvviso racconta di Cartagine o della Corsica. Coltiva il piccolo, il minimo, ma anche le grandiose cosmogonie, convinto che l’onfalo di Delfi si trovi al centro dell’universo. Descrive con competenza i fatti tecnici: specialmente le scoperte che, ai suoi tempi, si erano perdute.

Invece di parlare ancora una volta di cose conosciute, insegue quelle poco note o in apparenza insignificanti, persuaso che il mondo sia, nella sua essenza, incomprensibile e irraggiungibile.
Ma non si perde mai nei dettagli: vuole che la sua opera, dal primo al decimo libro, sia una totalità.
Sullo sfondo, per lui come per ogni greco, stanno il destino e gli dei, i quali si identificano con il destino – più, forse che nell’Iliade: «Il destino che assegna in egual misura la buona e la cattiva sorte».

Ma biasima coloro che credono di vedere dovunque gli dei, sia pure in sogno: ciò spetta, semmai, ai sacerdoti. Gli dei non si rivelano volentieri. Pausania indugia su molti temi: Eracle, Achille, Neottolemo, Dioniso, Iside, le Muse, Ulisse, Olimpia, la fonte Castalia, la fonte Cassiopide, Edipo, il quale, forse, lo affascina più di ogni altra figura.

    Delfi. Teatro

Pausania non ha vere antipatie o veri odi per nessuno – tranne, forse, per Sparta: pensa che la guerra del Peloponneso sia stata esiziale per la Grecia. Parla di Sifni e dei suoi meravigliosi tesori delfici: «L’isola dei Sifnii aveva molte miniere d’oro, e il dio insegnò loro di riservare a Delfi la maggior parte delle entrate; essi allora costruirono il tesoro e cominciarono a versare la decima.
Ma quando per la loro insaziabilità tralasciarono di versarla, il mare allagò e fece sparire le miniere».

Siamo a Delfi, dove la figura principale è Apollo. Ecco il dio atasthalos, temerario, sfrenato, empio, accecato: egli non conosce nessuna delle verità che proprio da lui vennero chiamate apollinee; la serenità, il rispetto per la legge, l’armonia, la moderazione. Il dio che avrebbe presieduto alla misura della Grecia pecca di dismisura. Forse era necessario un dio violento, sfrenato, peccatore, assassino, per diffondere sulla terra l’equilibrio nella morale, il rispetto del limite, la quiete dello spirito, il gesto che pacifica e contiene. A Delfi Apollo incontra la Dracena: «Un mostro vorace, grande, selvaggio», figlio della Terra, che ne condivide il santuario oracolare, divorando uomini e animali.

Con una freccia Apollo colpisce la Dracena, che cade a terra ansando e contorcendosi, e gettando un urlo soprannaturale, finché muore con un soffio sanguinoso. Il corpo imputridisce, dando il nome al luogo, Pito, e al dio, Apollo pitico.

    Delfi. Tempio di Apollo

Apollo aveva obbedito a un ordine di Zeus, che voleva costruire a Delfi il suo santuario. Eppure commette una colpa: anche gli dei commettono colpe: ha paura; in un luogo che dal suo nome, è chiamato Phobos, terrore, vien assalito dall’angoscia di sentirsi impuro e dalla follia; contamina e diffonde attorno a sé la contaminazione, come all’inizio dell’Iliade. Fugge. Si rifugia nella valle di Tempe, oppure espia presso gli Iperborei, una popolazione ai confini del mondo.
Poi torna a Delfi, incoronato di alloro, tenendo nella mano un ramo di alloro. Come dice Eraclito, Apollo non parla in modo diretto, o in epifanie, ma attraverso segni, o i versi della Pizia, “l’ape delfica”.

Pausania ama le digressioni. La più vasta e drammatica è dedicata all’invasione in Grecia dei Celti (Galati) nel 279-277 prima di Cristo. L’oracolo rispose ai Delfi, terrorizzati, che egli si sarebbe preso cura di sé stesso e di loro.

Nella prima invasione i Celti si arrestano perché sono pochi. Nella seconda invasione Brenno e i Celti attaccano i Greci con una rabbia e un furore non accompagnati dalla ragione.

    Delfi. Particolare del Tempio di Apollo

Pausania li esecra, specialmente perché non danno sepoltura ai morti in battaglia. Mai si erano sentite atrocità simili o simili furori; i Celti bevevano il sangue delle donne e dei bambini. Ma nessuno di loro tornò salvo in patria. Il decimo volume della Guida della Grecia finisce quasi all’improvviso, con la storia del santuario Asclepio a Naupatto.

Non sappiamo con certezza se l’opera sia o no incompiuta. Ma, probabilmente, Pausania finisce così, con una conclusione in minore. Vuole imitare Erodoto. Gli piace moltissimo questa conclusione che conclude e non conclude, lasciando l’opera aperta all’infinito: come, forse, sono tutti i grandi libri. Noi torniamo a leggere e risaliamo al principio, provando una specie di nostalgia. Contempliamo di nuovo il più bel paesaggio della Grecia che abbiamo mai conosciuto.


La Repubblica – 1 dicembre 2017