TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


mercoledì 18 ottobre 2017

Donne in fuga. Vite ribelli nel Medioevo


Un sintetico, ma approfondito saggio sulla condizione femminile nel medioevo. In copertine miniatura medievale raffigurante un marito che picchia la moglie (Zurigo, Zentralbibliothek)

Benedetta Craveri

La fuga senza fine delle donne nell’eterno Medioevo


«Io t’amaçerò se tu non stai cheta e ferma, e lascimi usare techo a qualunque modo io voglio», ripeteva, tra una percossa e l’altra, un maestro muratore lombardo alla moglie Leonarda, colpevole di non lasciarsi sodomizzare. La frase figura negli atti del processo tenutosi nel 1477 a Firenze, città natale della malcapitata che, dopo tre mesi di matrimonio, aveva cercato rifugio nella casa paterna, sporgendo denunzia contro il marito. Il suo coraggio fu premiato, e i giudici le concessero lo scioglimento del matrimonio: sebbene, sul piano giuridico, l’autorità del marito fosse legge, la sodomia era condannata dalla Chiesa ed era inconciliabile con la procreazione, fine primario dei coniugi. Ma se quella di Leonarda può sembrarci una storia a lieto fine, rimane pur sempre un’eccezione, come ci ricorda Maria Serena Mazzi nelle sue Donne in fuga. Vite ribelli nel Medioevo (Il Mulino, pagg. 180, euro 14).

Dopo avere contribuito con Prostitute e lenoni nella Firenze del Quattrocento (Il Saggiatore, 1991) allo sviluppo di quegli studi sulla condizione femminile di cui la Storia delle donne in Occidente (Laterza 1990), diretta da Georges Duby e Michel Perrot, costituisce in Europa una consacrazione, Mazzi riprende in mano una tematica che le è cara proponendocene una sintesi eloquente. Per fare uscire dal loro lungo silenzio le donne vissute, tra il XII e il XVI secolo, in una società dove i soli ad avere diritto alla parola erano gli uomini, la studiosa ha infatti raccolto un campionario di storie esemplari che non lascia dubbi sulla durezza della loro condizione subalterna.


Sono storie di ribellione, di fuga, di sconfitte, di punizioni atroci, suddivise in base all’appartenenza sociale – aristocratica, borghese, popolare – e alla diversità dei ruoli – figlie, mogli, madri, religiose. In parte la studiosa ripercorre storie già note, come quella di Cristina di Markyate, figlia di un ricco mercante inglese del XII secolo, che si sottrae a un matrimonio imposto, consacrandosi a Dio, o della sua contemporanea, la belga Juette, che vedova di un marito ripugnante, pur di non risposarsi si fa murare viva. Oppure quella della francese Dhuoda, secondo Gerda Lerner ( The Creation of Feminist Consciusness, Oxford University Press, 1993) la prima scrittrice in Europa a prendere la penna in mano per parlare di sé.

Andata sposa nell’824 a Bernardino di Settimania, un grande signore della Linguadoca, e relegata nel castello di Uzès mentre il marito era ciambellano alla corte imperiale, Dhuoda si vide portar via i due figli ancora bambini e scrisse per il primogenito, che non avrebbe mai più rivisto, un manuale di comportamento. «Quest’opera quando ti sarà giunta inviata dalla mia mano – ella gli scrive, forte della sua autorità materna – io voglio che tu la stringa con amore».

Altre, invece, sono testimonianze riemerse di recente dal fondo degli archivi e che, riportando alla luce brevi frammenti di esistenze dimenticate, vengono così ad arricchire l’appassionante casistica di Donne in fuga. Unendo all’autorità della studiosa uno stile elegante e scorrevole, Maria Serena Mazzi sa infatti evocare con efficacia un lungo passato di servaggio femminile di cui solo di recente abbiamo recuperato la consapevolezza, ma ci costringe ugualmente a ricordare che per molte donne il Medioevo non accenna a finire e la fuga continua.


la Repubblica - 9 ottobre 2017




martedì 17 ottobre 2017

"Stare al mondo". Rassegna di filosofia ad Imperia



"Stare al mondo" è il titolo che quest'anno abbiamo voluto dare alla nostra settima rassegna  di filosofia. Un titolo generico, se volete, perché "al mondo" ci si può stare in tanti modi, ma ad un tempo significativo per coloro che non vogliono solo guardare come "si sta" al mondo, ma soprattutto come ci si "potrebbe" e "dovrebbe" stare. Questo spiega anche il carattere multidisciplinare della rassegna,  che incrocia filosofia, antropologia, psicologia, società, come potrete vedere dal programma. In questa prospettiva abbiamo voluto inserire due "eventi" solo in apparenza estranei: la presentazione del libro di Angelo D'Orsi su Gramsci, una biografia che da tempo mancava sulla figura di un pensatore che in questi ultimi anni conosce in tutto il mondo una rinnovata stagione di studi; e la rievocazione, nel 60° anniversario della sua nascita, del "Situazionismo", un movimento politico-artistico le cui analisi critiche sugli aspetti alienanti della società contemporanea sono sopravvissute alla sua breve vita.  



Associazione Culturale Michele De Tommaso


SCUOLA DI ALTA FORMAZIONE RICONOSCIUTA DALL’ISTITUTO ITALIANO PER GLI STUDI FILOSOFICI

STARE AL MONDO
FILOSOFIA E SCIENZE UMANE NEL TEMPO PRESENTE

SETTIMO CICLO DI INCONTRI
IMPERIA, OTTOBRE 2017-MAGGIO 2018

BIBLIOTECA CIVICA “L. LAGORIO” (ore 16.30)

Venerdì 27 ottobre: “Stranieri a noi stessi”: l’identità tra alterità e singolarità
(Pasquale Indulgenza, Associazione Culturale “M. De Tommaso”)

Venerdì 10 novembre: Le radici che non gelano: cultura e controcultura tra antropologia e filosofia
(Francesco Spagna, Università degli Studi di Padova)
con la collaborazione dei Dipartimenti di Filosofia e Storia e di Scienze Umane dell'I.I.S. Amoretti e Artistico

Venerdì 24 novembre: “La linea di polvere”: l’antropologia visuale tra villaggio e metropoli nel contesto della rivoluzione digitale
(Massimo Canevacci, Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, Instituto de Estudos Avançados di São Paulo, Brasile)
con la collaborazione dei Dipartimenti di Filosofia e Storia e di Scienze Umane dell'I.I.S. Amoretti e Artistico

Sabato 2 dicembre: Filosofia e psichiatria in dialogo
(Francesca Brencio, Universidad de Zaragoza)

Sabato 16 dicembre: La figura ed il pensiero di Antonio Gramsci a ottant’anni dalla morte
(Angelo D’Orsi, Università degli Studi di Torino)
EVENTO SPECIALE in collaborazione con l’Istituto Storico della Resistenza e l’Età contemporanea

Venerdì 12 gennaio: Sfere e Atmosfere: spazi, luoghi e modi del vivere collettivo
(Claudio Badano, Associazione Culturale “M. De Tommaso”)

Venerdì 26 gennaio: L’arte della vita: la “cura di sé” tra Socrate e Foucault
(Silvio Zaghi, Associazione Culturale “M. De Tommaso”)

Sabato 9 febbraio: L’umano come corpo incarnato: una traiettoria post-fenomenologica
(Maria Sepe, Associazione Culturale “M. De Tommaso”)

Venerdì 16 febbraio: “L’anti-Narciso”: soggetto e oggetto nell’antropologia post-strutturale
(Roberto Beneduce, Università degli Studi di Torino)
con la collaborazione dei Dipartimenti di Filosofia e Storia e di Scienze Umane dell'I.I.S. Amoretti e Artistico

LIBRERIA “MONDADORI” (ore 17,30)

Sabato 3 marzo: La comunità possibile: la problematica del con-vivere e del vivere-con
(Claudio Badano, Associazione Culturale “M. De Tommaso”)

Sabato 17 marzo: Essere nel mondo: paura, fragilità, fiducia
(Silvio Zaghi, Associazione Culturale “M. De Tommaso”)

Sabato 14 aprile: “Sole nero”: sofferenza contemporanea e possibilità di trasformazione
(Pasquale Indulgenza, Associazione Culturale “M. De Tommaso”)

CIRCOLO ARCI “GUERNICA” (ore 16.30)

Venerdì 4 maggio: Debord e il Situazionismo
(Giorgio Amico, “Vento largo”)
EVENTO SPECIALE in occasione del 60° anniversario della nascita dell’Internazionale Situazionista

TEATRO “L’ATTRITO” (ore 16.30)

Venerdì 18 maggio: Il corpo come luogo dell’identità di genere e dell’identità sessuale: soggettività vulnerabili alla ricerca di un approdo sicuro
(Maria Sepe, Associazione Culturale “M. De Tommaso”)

Le date degli appuntamenti in programma potranno subire variazioni, comunque interne al calendario proposto, per ragioni di forza maggiore.
In caso di indisponibilità della Biblioteca, gli incontri ivi programmati si terranno presso la sala convegni del Palazzo Municipale in Piazza Dante (“Cremlino”)



Le "Passioni visive" di Marino Marini


A Pistoia, Palazzo Fabroni, la mostra di Marino Marini, a cura di Barbara Cinelli e Flavio Fergonzi. Vengono smontati gli stereotipi dell’arte di Marino Marini: non primitivismo, ma aperto campo sperimentale.


Giuseppe Frangi

Marino Marini: superficie, scontrosità


Per Pistoia, capitale della cultura 2017, l’appuntamento con Marino Marini, il grande scultore che qui era nato nel 1901, era un po’ un appuntamento obbligato: situazione rischiosa, che in genere si traduce in mostre tanto roboanti quanto inutili. Pistoia il rischio lo ha scansato grazie a due fattori: innanzitutto la scelta di due curatori di ben sperimentata acribia come Barbara Cinelli e Flavio Fergonzi; poi, grazie a una sede, bella ma sanamente costrittiva, come Palazzo Fabroni. Qui sino ad agosto erano state ospitate una dozzina di sculture di Giovanni Pisano, per un bellissimo e discreto omaggio, a cura di Roberto Bartalini, al genio che proprio lì di fronte, nella chiesa di Sant’Andrea, ha lasciato il suo pulpito più bello, capolavoro annodato di corpi.

Un passaggio di consegne impegnativo, che obbligava a scelte irrituali. Così è stato: negli spazi, a tratti spigolosi, di Palazzo Fabroni incontriamo un Marino insolito, ispido a volte; o, secondo un aggettivo che Fergonzi usa più volte, «urticante». Un Marino dalla natura sorprendentemente sperimentale, anche nei momenti in cui i rapporti con il grande passato, egizio, etrusco, cinese o rinascimentale, si fanno stringenti: Marino Marini. Passioni visive, sino al 7 gennaio; catalogo Silvana.


Nel percorso della mostra c’è una sala in cui questa cifra si rivela in tutta evidenza: è quella ribattezzata Allungamenti gotici. Uno spazio abbastanza angusto in cui tutti gli stereotipi mariniani si dissolvono in modo quasi sconcertante. La sala è imperniata su un grande Cristo crocifisso ligneo, monco di braccia, databile tra fine XII secolo e inizio XIII, unica opera antica che lo scultore teneva nella sua collezione (oggi è nelle raccolte della Fondazione Marino Marini di Pistoia) e che Pier Maria Bardi nel 1960 aveva visto appesa nella sua casa di Milano. Gli spin off che Marino produce dalla matrice del Cristo crocifisso sono abbastanza impressionanti. Dal punto di vista iconografico non stabilisce nessuna relazione (si tratta infatti di due Giocolieri, rispettivamente del 1939 e del 1946, e di un Icaro del 1933, uscito per la prima volta dalla collezione in cui da sempre è custodito). Il suo è piuttosto un apparentamento genetico, con figure che sembrano quasi dei relitti dissepolti, appese nude ai muri, né più né meno del Cristo crocifisso. Sembrano dei calchi di uomini inghiottiti da qualche ignota catastrofe: al punto che la mente inevitabilmente corre alle immagini della grande installazione di Roberto Cuoghi per il Padiglione Italia della Biennale di quest’anno (il titolo potrebbe funzionare benissimo anche per la sala di Palazzo Fabroni: Imitazione di Cristo).

Entrare in questo spazio è un po’ come scoprire il lato proibito di uno scultore che aveva conquistato l’America, in quanto visto come ultimo interprete della grande tradizione italiana; uno scultore che i grandi registi di Hollywood cercavano per dare un tocco di classe agli interni dei loro film (anche se in realtà in una celebre sequenza di Sabrina Billy Wilder aveva capito benissimo il portato aggressivo del Cavaliere di Marino, usato addirittura con allusione fallica a fronte di una memorabile Audrey Hepburn). Non gli è mancato mai il successo, non gli sono mancate le importanti committenze pubbliche, soprattutto a partire dal 1948, anno in cui entrò in rapporto con Curt Valentin, il grande gallerista tedesco emigrato a New York nel 1937. Eppure se Marino non è diventato un grande replicante di se stesso è proprio in forza di questa scontrosità espressiva che sta al fondo del suo lavoro. O meglio che sta sulla superficie delle sue sculture.



È un aspetto che era stato intuito molto precocemente da Gianfranco Contini, che aveva conosciuto Marino durante la guerra quando ambedue erano sfuggiti al fascismo rifugiandosi in Svizzera. Nel 1944 Contini aveva pubblicato un libretto in francese, a Lugano, dedicato a Vingt sculptures de Marino Marini. Come ricostruisce Barbara Cinelli nel saggio in catalogo, Contini definisce lo scultore «un poéte de surfaces: tout le reste est inessentiel». Contini «è capace di riconoscere nel pennello che animerà cromaticamente le superfici e nel chiodo che le inciderà, i segni del desiderato incontro tra la forma e l’atmosfera, e la tensione verso una scultura “totale”».

Questo intervento sulla superficie delle sculture è una costante che il percorso della mostra mette giustamente in rilievo. Nella intensissima sezione dei ritratti, davanti a una varietà incalzante di soluzioni tecniche ed espressive la costante è questo lavoro sulle superfici, che può andare dai tocchi «sporchi» di verde-rosso sul gesso reso rugoso del Ritratto di Madame Grandjean (1945), al bronzo tormentato da patinature violentemente irregolari e da incisioni a secco dello straordinario ritratto di Igor Stravinskj (1951); «grumo di intelligenza sul viso… nervoso come un pugno» (Marco Valsecchi). Anche la superficie del bellissimo ritratto in cera di Fausto Melotti (1937) è tracciata di segni che simili a suture forzano il volume della scultura, come a voler cavare una più spregiudicata energia espressiva.



Dobbiamo quindi immaginare un Marino che, quando il lavoro sembrava concluso e la forma acquisita nella sua pienezza, invece si proiettava sull’oggetto scolpito per tormentarlo e restituirlo a un’imperfezione vitale. «C’è proprio la gioia di rompere questa specie di superficie così dura e così tenuta», raccontava nelle confessioni alla sorella gemella Egle, nel 1959. «La gioia di cesellare e dare vita a delle forme che effettivamente, quando escono dalla fusione, possono essere morte; invece, riprendendole, le ravvivi, diventano un pezzo di bronzo che vive. Generalmente quando escono dalla fusione sembrano sempre delle cose ingolfate, mi sembra che ci sia qualcosa che non mi appartiene più; allora lo riagguanti, lo rompi, prendi un martello, lo spezzi, lo tormenti e diventa vivo, e più lo tocchi e più è vivo».

È un atteggiamento che non risparmia nessuna delle sue opere e che a volte si spinge sino alla mutilazione, come accade nel Popolo (1929), una delle opere più celebri della stagione «etrusca», che in mostra è stata infatti affiancata a un coperchio cinerario del IV secolo a. C.. Marino spacca la scultura al centro quasi a creare dei vuoti ansiosi nei volumi e a sottrarla a una lettura troppo archeologica. Anche le Pomone, forse troppo inflazionate, non sfuggono alla regola. La loro superficie graffiata viene resa accentuatamente ruvida proprio sulle rotondità ed è ad esempio molto distante da quella patinata di un artista che pur era stato riferimento per lui, come Aristide Maillol (ma a Maillol Marino si era permesso di dire: «Quello che lei crede fare, Maestro, non è la Grecia, è la natica della Cesarina…»).



Il dispositivo della mostra funziona proprio perché procede a ritmo serrato, quasi a voler evitare il già saputo su Marino, e mette in luce il lato scontroso della sua scultura. Come accade anche nella sala dei cavalieri dove il bellissimo esemplare in gesso policromo del 1947, messo al centro della sala, si presenta mostrando il didietro, proprio come lo scultore lo aveva voluto fotografare. Quanto alle opere proposte a paragone sono scelte dettate non da suggestioni ma da ragioni filologiche, spulciando la biblioteca di Marino, dove ad esempio è stato trovato un raro volumetto su Daumier scultore: un plasticatore irridente che non ti aspetti nella cosmogonia mariniana.

La mostra è tradita solo dalla pessima qualità delle fotografie in catalogo: un paradosso, data la centralità che nella ricerca è stata data proprio al modo in cui Marini fotografava le sue opere.


Il Manifesto/Alias – 8 ottobre 2017

La Rafanhauda


E' disponibile il n. 9 de La Rafanhauda, rivista dell'Associazione Renaissença Occitana di Chiomonte. Il numero è introdotto da una riflessione di Alessandro Strano sul progressivo diradarsi dei legami di comunità nella realtà chiomontina. Un fenomeno purtroppo che va oltre la Valle Susa e che ben conosciamo anche noi che pure viviamo in una realtà diversa come quella della Liguria. Il numero è come sempre di grande interesse, ne proponiamo l'indice:

Alessandro Strano
Deraunt prepaus

Valerio Coletto
La costruzione delle porte di Chaumont nel giugno dell'anno 1690

Marco Jallin
Morou, il mulo che capiva il chiomontino. La memoria delle vicende di un soldato e di un mulo nelle trincee del primo conflitto mondiale.

Alessandro Strano
I comandi verbali per muli e cavalli nell'occitano-alpino di Chaumont

Angelo Bonnet
Il distaccamento Franco Dusi. Partigiani a Savoulx, Beaulard e Chateau.


Per informazioni o richiesta di copie: larafanhauda@gmail.com

domenica 15 ottobre 2017

Genius loci



Una riflessione sul rapporto tra archetipi e culture popolari Terzo capitolo di “Mesi, Miti, Mysteria” di Guido Araldo.

Guido Araldo

Genius loci



Il “gioco dell’archetipo” è complesso, profondo, insondabile. Sussiste “un archetipo collettivo” dei popoli?

La Germania è sostanzialmente ripartita in due “anime”: quella renana - bavarese che sperimentò la civiltà romana, e quella sassone - prussiana che ne fu estranea. Una dicotomia che in Germania persiste tuttora e si manifesta addirittura nel carattere della gente: estroversa e festaiola la “Germania romana”; introversa e severa quella “sassone - prussiana”. Ovviamente l’Austria rientra pienamente nell’area renana - bavarese. L’una terra del vino associato alla birra, l’altra soltanto della birra. Di qua il Carnevale, gaudente e bizzarro; di là Halloween macabro e terrificante. C’è anche un distinguo importante tra il carnevale svevo-danubiano e quello renano; nel primo non è lecito scegliere il costume che più aggrada, ma è d’obbligo il costume del luogo che contraddistingue città, borghi, villaggi.

Una divisione, tra Carnevale e Halloween che ha pesato enormemente nella Storia europea. Forse non fu un caso se alla fine della devastante guerra dei Trent’anni, all’inizio del XVII secolo, la Germania si trovò cattolica lungo il Reno e il Danubio, e riformata (protestante) in Sassonia e Prussia, dove il cristianesimo romano era stato introdotto sulla punta delle spade dai Franchi di Carlo Magno e dei suoi successori. Un confine che incredibilmente ricalca quello tra impero romano e il mondo oscuro delle selve germaniche.

Gli esempi a questo punto si sprecano. La Sicilia, da sempre divisa dal fiume Salso, come stabilirono politicamente e sommariamente gli Aragonesi: al di qua la Sicilia greca, al di là quella punica; al di qua la Sicilia bizantina, al di là quella araba...

Più ancora l’Italia, tra il Sud greco, bizantino, normanno, svevo, angioino … e il Centro - Nord etrusco, celtico, longobardo che sperimentò i liberi comuni e la stagione delle opulente signorie e repubbliche rinascimentali: due “anime” unite forzatamente da un delirio nazionalistico ottocentesco; la cui dicotomia purtroppo persiste. La Francia d’Oil atlantica e la mediterranea Francia d’Oc, dove la devastante crociata contro gli Albigesi del XIII secolo impedì l’affermarsi di un’identità nazionale Occitana - Aragonese.

Così in Spagna, dove l’identità castigliana - gaelica convive non senza difficoltà con quella catalana - aragonese. Più ancora le Isole Britanniche, ripartite tra cultura celtica e cultura anglosassone – normanna, quest’ultima ormai dominante non soltanto la Grande Bretagna e le sue innumerevoli colonie, ma il mondo intero. Ci sono poi “identità” alle quali non è stato consentito d’acquisire precisi connotati, ma latenti nell’anima di chi ci vive da secoli; come il caso della sponda sinistra del Reno, un tempo Lotaringia: il baricentro dell’Europa negli ultimi dodici secoli, dai Grigioni alle Fiandre; anzi, dalla Liguria alle Fiandre. Uno stato “cuscinetto” che avrebbe potuto contenere i deliri nazionalistici di Francia e Germania.



Come negare che ancora oggi permane nitida la divisione tra Impero Romano d’Occidente (l’Europa latina - germanica) e Impero Romano d’Oriente (l’Europa greca - slava)? Un confine invisibile eppure reale. Una “cortina di ferro” millenaria, mai abbattuta. La secolare “questione balcanica” è insita in questo confine. Le contrade dove passava l’antica demarcazione tra i due Imperi permangono terre “di frontiera”, a cominciare dalla Bosnia dalle molte anime lacerate, scenario di ricorrenti devastazioni che hanno origini molto lontane, risalenti agli eretici Bogomili. Un popolo in fuga dalla Tracia e dalle Rumelia (Bulgaria) in cerca di rifugi tra le pieghe più aspre delle Alpi Dinariche sul confine dei due “mondi”, Roma e Bisanzio, prima di convertirsi in massa all’Islam sotto la protezione dell’Impero Ottomano, tra l’incudine dei Serbi ortodossi e il martello dei Croati cattolici.

A Oriente, sulle assolate coste mediterranee dell’Asia e dell’Africa, sugli orizzonti antichi della Persia, del Chorasan, della Transoxiana qualcosa sembra sia andato irrimediabilmente perduto, quasi anime antichissime strappate in nome di una divinità assoluta e implacabile. Un dettaglio che potrebbe sembrare trascurabile, ma che rende le genti “dei deserti” inchiodate nella Storia: senza divenire, come se il mondo si fosse cristallizzato ai tempi dell’Egira. Niente passato, niente futuro!

Qui da noi, in Europa, e in tutto il mondo occidentale il prezioso barlume dell’eredità greca, etrusca, romana, celtica, germanica (“barlume” che genera i premi Nobel) non è andato perduto, nonostante il tentativo di farne “tabula rasa” che caratterizzò i secoli IV e V fino al Rinascimento.

“Archetipi patrimoniali” antichissimi che, purtroppo, si vanno squagliando al vento nuovo della Storia, dove l’Europa si va delineando come “quartiere di lusso multirazziale” nel caotico villaggio planetario. Resta una speranza: secondo Servio Mario Onorato, autore latino del IV secolo, nullus locus sine Genio nessun luogo è senza il suo genius loci. (Commento all’Eneide: 5, 95). E i loci sine Genio saranno soltanto cloache.


Abbardente


Gli eventi più significativi giungono sempre inaspettati. Ieri l'incontro con una figura di donna che è stato per noi riscoperta di quanto di più prezioso ci portiamo dentro. Con una storia antica ricca di significati, che più che raccontata ci è parsa cantata. Una scrittura dalla musicalità mediterranea, capace di evocare echi profondi. Perchè, come scrive l'autrice, Pinuccia Corrias, “non c'è gesto d'amore che vada perduto; in silenzio germoglia nel campo come chicco di grano”. Ancora una bella iniziativa di Eredibibliotecadonne e dell'Associazione Il Labirinto.

Abbardente

Romanzo/ballata di Pinuccia Corrias

Nella Barbagia del XV secolo, a Oràne, una giovane donna sogna una luna di pane; “abbardente”, è la parola che sente il soldato del Rey, mentre immagina di fare l'amore. Grixenda viene trovata sola nel paese abbandonato dagli abitanti che fuggono gli spagnoli invasori e va incontro alla sua sorte: nei secoli ancora, fra storia e leggenda, ci si chiede il perché.

Abbardente, acqua di fuoco, è una storia/ballata: di donne, soldados e servipastori, di streghe e forestiere, di sogni e incontri, tributi e ribellioni, di amori e impiccagioni in terra di Sardegna al tempo della dominazione spagnola, sotto il comando del Rey d’Aragona.

Una giovane donna e un soldato fanno sogni premonitori. Come questi si avvereranno lo sa solo Arrega Loj, la strega che arrota odio contro i dominatori, mentre Toriccu, servo-pastore, li combatte al comando di Eleonora d'Arborea. Una mal'annata spinge la gente a nascondersi nel Supramonte per non pagare il tributo, così gli spagnoli impiccano una donna, trovata sola in paese.

Secoli dopo, il maestro Antìne Nivola la scolpisce nel marmo e una cantadora ne svela in questo libro il mistero, che affiora da un ordine simbolico tutto femminile. Lacerti di vita reale, impastati con la storia collettiva e individuale, mischiata alla memoria e alla leggenda, diventano un attítu, un canto funebre, in una lingua sincopata, intrisa di metafore, cadenzata e poetica, che una particolare punteggiatura trasforma in una partitura.


Pinuccia Corrias
Abbardente
Neos edizioni



sabato 14 ottobre 2017

13. Karl Korsch in esilio (1934-1938)

      Scuola di Francoforte

XII capitolo del nostro “Il «rinnegato» Korsch. Storia di un'eresia comunista". Dal 1934 Korsch vive in esilio, prima in Danimarca, poi in Inghilterra ed infine negli Stati uniti dove resterà per il resto della sua vita. Pur tra mille difficoltà materiali Korsch continua la sua ricerca, tra il 1934 e il 1938 lavora al suo importante studio su Karl Marx.

Giorgio Amico

I primi anni dell'esilio (1934-1938)



Costretto ad espatriare, Korsch si reca prima in Danimarca e poi in Inghilterra dove può ancora contare su amicizie risalenti al periodo pre-bellico. Qui si trova coinvolto nella vicenda, mai del tutto chiarita, del suicidio di un’amica, ex-dirigente della SPD, anch’essa espatriata per motivi politici. Il tragico fatto, che coinvolge anche un’altra donna, offre l’occasione agli stalinisti per montare una campagna di calunnie contro Korsch, accusato di essere un agente provocatore e una spia al soldo di Hitler. Pur scagionato da ogni sospetto, Korsch viene espulso dall’Inghilterra e costretto a un penoso girovagare fra Svezia, Olanda e Francia, fino a quando alla fine del 1936 riesce ad ottenere un visto per gli Stati Uniti dove la moglie risiede già da qualche tempo. Scrive a questo proposito Hedda:

“Dapprima andò in Danimarca, poi in Inghilterra, dove aveva ancora dei contatti. Shuster 1 era morto, ma sua moglie era ancora viva; e lui conosceva diversi giovani inglesi, come Spender e Isherwood, che si erano recati in Germania durante la Repubblica di Weimar perché sembrava essere un focolaio di libertà e di sperimentazione, e che ci avevano fatto visita a Berlino. Karl cercò di trovare un lavoro in Inghilterra, ma la cosa era estremamente difficile perché i comunisti locali incominciarono a denunciarlo all’ Home Office. 2

Sostenevano che era un elemento sospetto e probabilmente un agente nazista poiché, non essendo ebreo, non aveva alcun motivo di comportarsi in modo strano e di lasciare la Germania nella maniera in cui l’aveva fatto. Una conseguenza positiva del suo soggiorno in Inghilterra fu che gli venne chiesto di scrivere il suo libro su Karl Marx, che gli fu commissionato dalla London School of Economics”. 3

    London School of Economics

Marxismo e lotta di classe proletaria

Dunque, nonostante il travaglio di quegli anni drammatici, Korsch continua la sua ricerca teorica. Con la critica del kautskismo e del leninismo, sintetizzata negli scritti del periodo 1929-1931, il suo lavoro di ricerca sul marxismo potrebbe anche ritenersi concluso. Egli ha raggiunto risultati significativi e offerto una stimolante chiave di interpretazione del fenomeno staliniano. Ma Korsch è troppo inquieto per considerarsi soddisfatto del lavoro svolto. Ancora una volta egli parte dai risultati acquisiti per iniziare una nuova fase di ricerca diretta questa volta allo stesso corpus originario della teoria marxista. Questo percorso, iniziato con gli scritti del 1931 su Hegel e la rivoluzione e su La crisi del marxismo, ha un suo primo sbocco nel 1932 con la pubblicazione di un’edizione critica de Il Capitale per conto della casa editrice dei sindacati tedeschi. Questa ricerca lo porta a modificare radicalmente le sue posizioni e ad iniziare una critica dei presupposti stessi della teoria marxista che sfocerà, infine, nella grande opera su Marx a cui lavora dal 1934 al 1938. Una efficace sintesi di questo percorso è offerta da una lettera del novembre 1935 all’amico e collaboratore Partos in cui viene esposta con grande determinazione la convinzione che

“la teoria (e prassi) marxiana rappresenta una teoria (e prassi ) della rivoluzione proletaria, ma non come movimento autonomo di sviluppo bensì come prosecuzione della rivoluzione borghese, (…) la teoria marxiana è, sotto ogni rispetto, gravata ancora, teoricamente come praticamente, dall’eredità della forma, storicamente obsoleta, della rivoluzione borghese”. 4

Korsch dedica larga parte della sua lettera a descrivere all’amico il percorso teorico attraverso cui egli è giunto a tale conclusione. È un documento di grandissimo interesse di cui riportiamo ampi stralci:

“Come tu sai – scrive Korsch – nel mio periodo «ortodosso» ho sempre sostenuto che il vero nocciolo rivoluzionario della teoria economica di Marx sta nella sua «critica», cioè nella sua dissoluzione critica dell’ «economia politica», che è nella sua essenza borghese. Alla fondazione, sempre più articolata, di questa tesi ho dedicato diversi anni di lezioni e qualcosa di questo mio lavoro teorico-critico è emerso anche nei miei primi lavori a stampa. Nel mio ultimo ciclo di lezioni (inverno 1932-33) ho poi un po’ mutato il mio punto di vista , mostrando quanto sia limitato, a guardar bene, il contributo critico rispetto al contenuto economico fondamentale del Capitale e quanto poco sviluppato sia l’approccio critico e come una vera critica anche dell’economia classica sia propriamente rintracciabile solo nel primo volume – da Marx stesso revisionato – del Capitale, mentre nei manoscritti marxiani rielaborati e curati da Engels e Kautsky (vol. II e III del Capitale, Teorie sul plusvalore) Marx si confronti criticamente solo con l’economia volgare, presentandosi invece come obbediente scolaro dell’economia classica e suo prosecutore in particolare per ciò che concerne la teoria del denaro, della rendita, ecc. Tanto per cambiare presi allora come punto di partenza della mia separazione di ciò che è vivo da ciò che è morto del marxismo, la posizione teorica e pratica di Marx nei confronti della «politica». Da tutto ciò scaturì l’esistenza di un nesso tra il carattere borghese della politica marxiana e la mancata realizzazione della sua dissoluzione critica dell’economia borghese in una scienza direttamente sociale e – corrispondentemente – in una prassi direttamente social-rivoluzionaria.
Venne anche alla luce che Marx si è maggiormente avvicinato ad una teoria della rivoluzione direttamente proletaria allorchè nel 1844 in Francia, attraverso il contatto con gli operai comunisti francesi e il primo confronto positivo con Proudhon, si allontanò dai suoi amici rivoluzionari-borghesi della sinistra hegeliana arrivando invece, all’approssimarsi della pratica rivoluzione del 1848, a sostituire alla rivoluzione economicamente sociale ancora una rivoluzione «totale», cioè – per lui - «politica» e, in questo modo, a prender parte alla rivoluzione tedesca, fino alla sua sconfitta nel 1849, da democratico borghese, restio ad accogliere gli obiettivi e l’organizzazione autonoma degli operai”. 5

Korsch sviluppa qui le idee esposte per la prima volta nel 1931 nelle tre sintetiche tesi su Hegel e la rivoluzione in cui ipotizzava che, contrariamente a quanto sostenuto da generazioni di marxisti a partire da Engels, 6 la dialettica hegeliana non era stata rimessa “sui piedi” da Marx, ma semplicemente trasferita dalla teoria borghese di rivoluzione a quella proletaria. Il marxismo sarebbe dunque segnato fin dai suoi inizi dal peccato originale del giacobinisno:

“Il «salvataggio», fatto da Marx ed Engels e rifatto da Lenin, della dialettica cosciente dalla filosofia idealistica tedesca nella concezione materialistica della natura e della storia, dalla teoria borghese della rivoluzione in quella proletaria, ha – storicamente e teoricamente – solo il carattere di un trasferimento. Quella che è stata creata con ciò è una teoria della rivoluzione proletaria non come si è sviluppata sui suoi propri fondamenti, bensì come è emersa dalla rivoluzione borghese; una teoria dunque che in ogni rapporto nel contenuto e nel metodo porta i segni originari del giacobinismo, della teoria borghese della rivoluzione”. 7

In altri termini, per Korsch non si può affermare che il marxismo sia diventato coscienza teorica dell’azione proletaria. Al contrario, la concezione corrente della rivoluzione proletaria dipende ancora strettamente dalle teorie ereditate dalle rivoluzioni borghesi. Il che si manifesta a livello teorico nella sovraesposizione rispetto all’autonoma azione operaia della funzione del partito e dello Stato. Un giacobinismo riveduto e corretto alla luce dei conflitti di classe del XX secolo, che rende il marxismo particolarmente adatto a fungere da teoria rivoluzionaria per i paesi arretrati. In questo senso si può affermare, e nel secondo dopoguerra le rivoluzioni cinese, cubana, vietnamita lo dimostreranno abbondantemente, che, contrariamente alle aspettative iniziali sull’apertura di una nuova fase della storia umana, la rivoluzione russa ha solo aperto la strada ad una nuova forma di giacobinismo dai connotati sempre più accentuatamente nazional-popolari. 8



Karl Marx

Nel 1934, mentre si trova in Inghilterra, viene invitato a occuparsi della stesura di un volume su Marx per la serie di monografie «Modern Sociologists», edita da Morris Ginsberg e Alexander Farquharson. In un abbozzo di schema inviato a J. Rumney, direttore della collana, Korsch propone di stendere un’ampia esposizione critica del marxismo nel suo sviluppo storico. Un ideale ritorno a quel metodo critico riassunto nella formula «ciò che è vivo e ciò che è morto nel marxismo» che, come abbiamo visto, dalla fine degli anni Venti rappresenta l’asse portante del suo lavoro di ricerca. In una lettera a Paul Mattick dell’agosto 1935 egli chiarisce meglio questo progetto: è sua intenzione, chiarisce all’amico

“esporre senza molte polemiche, in circa 40 paragrafi abbastanza concatenati l’uno con l’altro, ciò che di più valido mi sembra oggi esserci nel marxismo”. 9

Considerato il carattere non politico dell’iniziativa, rivolta ad un “colto pubblico borghese”, 10 egli tralascia ogni elemeno che possa sembrare di critica esplicita alla teoria marxiana per concentrarsi invece su di un’efficace sintesi dei suoi elementi centrali: l’analisi della società civile, dell’economia politica e della storia. Il Karl Marx diventa così occasione per una organica ricomposizione unitaria di spunti vecchi e nuovi del suo pensiero, talvolta in passato non sufficientemente sviluppati. L’opera ha comunque un iter travagliato: praticamente pronta nel 1936, vedrà la luce solo nel 1938 a causa di problemi intercorsi nella traduzione del testo dal tedesco all’inglese.

Volendo schematicamente sintetizzare il contenuto di quest’opera assai complessa e articolata, possiamo dire che a Korsch interessa principalmente mettere in risalto il carattere scientifico del marxismo, il rapporto dialettico che lega il pensiero di Marx a quello di Hegel ed infine la sostanziale organicità dell’intera opera marxiana dai Manoscritti giovanili al Capitale. Ma se il marxismo è scienza, occorre ben chiarire che esso nulla ha a che vedere con le cosiddette scienze borghesi. Mentre queste si presentano come pura rappresentazione di una realtà statica, data come immodificabile, la teoria critica materialistica concepisce

“tutti i rapporti sociali esistenti puramente nel flusso del loro mutamento e scioglie tutte le rappresentazioni statiche delle cose in processi dinamici e in una lotta politica di classe”. 11

Su questo punto Korsch è categorico:

“La teoria materialistica della lotta sociale di classe è essa stessa lotta sociale di classe. La teoria materialistica della rivoluzione sociale della classe proletaria è espressione e leva della rivoluzione sociale della classe proletaria”. 12

Il marxismo è dunque da considerarsi totalmente estraneo alla sociologia moderna, le sue radici vanno semmai cercate nella filosofia hegeliana, vera sintesi rivoluzionaria del pensiero borghese del XVIII secolo. Ne consegue che

“La classe operaia guidata dalla teoria marxiana è per questo non solo, come ha detto Friedrich Engels, «l’erede della filosofia classica tedesca», ma anche l’erede dell’economia classica e della ricerca sociale borghese. Essa ha portato avanti, in quanto tale la teoria ereditata dai classici borghesi corrispondentemente alle mutate condizioni storiche”. 13

Il marxismo rappresenta però anche il passaggio dalla filosofia alla scienza. Infatti

“Mentre fondava la sua penetrante critica materialistica dell’idealismo statuale hegeliano sugli elementi realistici intorno alla natura della società civile rinvenibili già presso Hegel, ma inaspettati per un filosofo idealista, Marx ebbe accesso, attraverso Hegel, a quei grandi enuirers into the social nature of man, 14 che per primi nei secoli passati avevano avanzato in lotta con l’invecchiato ordine economico e statuale feudale, il nuovo concetto della società civile come soluzione rivoluzionaria e nella nuova scienza dell’ economia politica, avevano già analizzato la base materiale, per così dire l’ossatura, di questa nuova forma borghese di società”. 15

In Marx, di conseguenza, la filosofia hegeliana viene abolita proprio perché realizzata concretamente nella critica della società. Tale teoria critica è al contempo una teoria pratica in quanto espressione generale del reale movimento proletario. Il marxismo è dunque “la genunina scienza sociale del nostro tempo” fondata sul “principio della specificazione storica di tutti i rapporti sociali”. Ne consegue che

“La teoria marxiana (…) è una nuova scienza della società civile borghese. Questa nuova scienza compare in un’epoca in cui contro la classe borghese dominante, nella società civile, nel suo Stato, nella sua scienza, si è levato il movimento autonomo di una nuova classe sociale. Essa rappresenta, in contrapposto ai principi borghesi, le nuove concezioni ed esigenze di questa classe oppressa nella società civile borghese. Essa è pertanto scienza critica non positiva. Essa specifica la società civile borghese e ricerca le tendenze visibili del suo presente sviluppo e la via per il suo imminente rovesciamento pratico. Essa pertanto, in quanto teoria della società civile borghese, è contemporaneamente una teoria della rivoluzione proletaria”. 16

Contrariamente alla critica frequentemente rivolta a Korsch di teorizzare l’esistenza di una frattura fra il Marx giovane e il Marx maturo de Il Capitale, egli ribadisce come i Manoscritti economico-filosofici del 1844 anticipino nel contenuto quasi tutte le acquisizioni critico-rivoluzionari presenti ne Il Capitale, rappresentandole però ancora in una forma essenzialmente filosofica. Ma già a partire dagli anni ’50 Marx elabora in forma pienamente sviluppata la sua teoria materialista.

“Essa è insieme economia politica e critica dell’economia politica. (…) inteso in questo senso, il Capitale di Marx non è soltanto l’ultima grande opera dell’economia classica (borghese), ma è anche, allo stesso tempo e in quanto tramite fra la teoria economica borghese sviluppata fino in fondo e la critica rivoluzionaria proletaria dell’economia borghese, la prima grande opera della scienza sociale rivoluzionaria proletaria”. 17

Una scienza che non può in alcun modo essere assimilata alle scienze positive della natura. Per Marx non esistono leggi della società e dell’economia “nel senso di leggi naturali inviolabili e definitive, ma solo leggi transitoriamente valide per un’epoca storica determinata”, 18 né la storia delle società umane può essere vista in modo evoluzionistico:

“Come il mutamento delle specie nella biologia moderna non più evoluzionistica, così anche i mutamenti sociali del modo materiale di produzione non sono determinati e determinabili in anticipo, Come la mutazione è un «salto di natura» (malgrado Aristotele), anche la rivoluzione sociale, con ogni determinazione materialistica dei suoi presupposti e forme, resta, nella sua esecuzione, un «salto», certo non da un regno assoluto della necessità a un regno assoluto della libertà, ma tuttavia da un sistema di determinatezze da lungo tempo irrigidite e diventate catene a un sistema che si forma nel processo stesso della rivoluzione e si articola in forme più plastiche di vita sociale, che danno spazio a un ulteriore sviluppo delle forze produttive e liberano nuove forme di attività umana”. 19

Ancora una volta, dalle pagine di Korsch balza fuori con forza l’immagine di un Marx libertario, ribelle a ogni schematismo a ricordare con rinnovato vigore, mentre sul proletariato d’Europa si stende il tallone di ferro dei lager nazisti e del gulag staliniano dove «il lavoro rende liberi», che

“nel suo fine e lungo tutta la sua strada il socialismo è una battaglia per la realizzazione della libertà”. 20

     Paul Mattick

In America

Nel 1936 Korsch emigra negli Stati Uniti, dove vivrà fin alla morte sopravvenuta nel 1961. In questo periodo egli continua i suoi studi, sempre più isolato. Perseguitato dagli stalinisti del PCUSA che continuano anche in America la campagna calunniosa iniziata in Inghilterra, guardato con sospetto dalle autorità in quanto ex-comunista, ignorato dall’ establishment universitario, egli non riuscirà mai realmente ad inserirsi nella società d’oltreoceano né a conseguire la cittadinanza americana. Ricorda la moglie Hedda

“Nel 1936 si recò in America, e quando vi giunse non aveva preconcetti circa i possibili sviluppi quaggiù. Ma questo non durò a lungo perché si rese conto ben presto della piega che le cose stavano prendendo. D’altro canto scoprì che le forze che agivano nel quadro del capitalismo USA erano talmente diverse e forti da rendere impossibile prevedere con grande esattezza il loro orientamento. Riteneva che potessero prodursi dei rivolgimenti, ma la situazione era talmente pessima che le cose avrebbero potuto cambiare soltanto in peggio. Negli USA non si impegnò in nessuna attività politica importante, sebbene venisse occasionalmente invidato a dare delle conferenze a piccoli gruppi politici (…). La sua attività principale negli USA consistette nello scrivere”. 21

Eppure il primo impatto non era stato negativo, se ancora nel 1939 in una lettera a Partos Korsch esprimeva un certo ingenuo stupore per il gigantismo degli spazi e il dinamismo della società statunitense, ma anche un forte senso di estraneità:

“(…) questa America è veramente diversa dall’Europa, certamente dalla «vecchia» Europa nella quale tutti noi abbiamo vissuto e lavorato e condotto le nostre lotte. (…) tutto appare troppo grande, troppo vasto, troppo impenetrabile, troppo poco connesso perché si possa avere una posizione analoga a quella in Europa. Il singolo qui si sente piccolo, impotente, ignorante di fronte alla vastità, alla molteplicità, alla mutevolezza dell’esistente e dell’accadere generale. L’individuo – e il singolo gruppo, tendenza, iniziativa – si trova entro uno spazio, in cui muoversi e orientarsi, assai meno determinato e differenziato. Qui non esiste, nel senso europeo, né uno Stato né una storia, né una determinata articolazione della società secondo interessi, classi, o idee dominanti. «Possibilità illimitate» circondano il reale casuale nel passato, nel presente, nel futuro. Per tutti e per nessuno esiste un’astratta infinità e libertà. È difficile ancor oggi, volendo descrivere la struttura peculiare di questo spazio americano, non fare ricorso alle categorie dell’ «età dei pionieri»”. 22

Korsch conta di inserirsi nell’ambiente accademico al pari di molti altri esuli tedeschi che lo hanno preceduto. Resterà presto amaramente deluso. Egli è troppo connotato politicamente per essere accettato. Il suo pensiero risulta troppo radicale per i buoni borghesi intellettuali USA. Anche gli appoggi su cui aveva contato, si rivelano in breve poco affidabili. Lo delude in particolare il comportamento dei vecchi “compagni” dell’Istituto per le ricerche sociali, che dopo il 1932 si erano trasferiti prima a Ginevra e poi a New York. Nonostante lo scopo dei membri fondatori della Scuola di Francoforte fosse stato quello di costituire una comunità di studiosi la cui solidarietà avrebbe dovuto prefigurare la futura società socialista e che l’Istituto concretamente cercasse di aiutare gli intellettuali tedeschi antinazisti emigrati in America, 23 Kark Korsch non risulta fra i beneficiati. Il che in parte almeno spiega l’asprezza con cui egli giudica i principali esponenti della Scuola: Horckheimer, Adorno, Marcuse.

“Eccomi dunque – scrive nell’ottobre 1938 da New York dove ha sede l’Istituto all’amico Mattick – al terzo giorno del mio triste viaggio alla ricerca di eventuali possibilità di lavoro e di collaborazione con l’IFS. 24 (…) Se qui vengo trattato con un rispetto quasi esagerato, ciò avviene solo in virtù della mia «elevata» posizione di classe e delle mie –corrispondentemente – maggiori pretese. Se però questo «rispetto» formale non dovesse tradursi in qualche cosa di concreto (finanziario) sono deciso ad uscire da questa partnership (anonima, per quanto mi riguarda) che tutti sembrano giudicare così positivamente”. 25

Ed effettivamente il giudizio di Korsch è spietato: nonostante le arie rivoluzionarie ostentate in privato, in pubblico i rappresentanti dell’Istituto si guardano bene dall’assumere posizioni in qualche modo in contrasto con gli interessi dei loro ricchi finanziatori. Un gruppo di personaggi vili, egoisti, limitati, così egli li descrive a Mattick che, va ricordato, nonostante l’estremo rigore teorico dei suoi scritti, non è un intellettuale, ma un operaio impiegato come attrezzista meccanico in una fabbrica di Chicago. Nessuno si salva da questo giudizio critico feroce che assume a tratti i toni dell’invettiva. Non Pollock, totalmente “assorbito dagli affari capitalistici privati dello Institut”, né Horkheimer che “non è minimamente disposto a difendere anche all’esterno le sue idee”, tantomeno Adorno”una delle teste più capaci della filosofia”, ma politicamente “acora stalinista”. Quanto a Marcuse, egli dimostra “un po’ più di carattere e di fermezza degli altri, (…) ma dal punto di vista umano non è particolarmente simpatico”. Quanto a Löwenthal e a Neumann, essi sono “men che mediocremente dotati, (…) l’uno nel campo della letteratura, l’altro in quello della giurisprudenza”. 26

Quanto all’Istituto il quadro complessivo è ancora più fosco:

“L’intero Institut fu sempre e completamente costruito sulla base di una partita doppia, sia nella politica che nella teoria rivoluzionaria. (…) La gente dello IFS si sente chi sa come rivoluzionaria e militante (dentro di sé), solo per il fatto di essere semplicemente vile, egoista, limitata, invece che apertamente controrivoluzionaria. (…) Ecco più o meno quello che c’è. Di lavoro se ne fa poco e di chiacchere molte: questo è il loro «lavoro collettivo». Dopo qualche discorso ognuno dà ragione agli altri sulla base di una determinata gerarchia: e questa è la loro comunità”. 27



1 Sir Ernest Shuster, professore universitario di diritto con cui Korsch collabora strettamente nel suo primo periodo inglese (1912-1914). Cfr. a questo proposito H. KORSCH, Ricordi su Korsch, cit., p. 8.
2 Il Ministero degli Interni britannico.
3 H. KORSCH, cit., p. 14.
4 K. KORSCH, Lettera a Partos del 25/11/1935, in La crisi del marxismo, Altre edizioni, Todi 1978, p. 3.
5 Ivi, pp. 3-4.
6 Cfr. F. ENGELS, Ludovico Feuerbach e il punto di approdo della filosofia classica tedesca, cit., p. 41.
7 K. KORSCH, Hegel e la rivoluzione, in Dialettica e scienza nel marxismo, cit., pp. 168-169.
8 Sarebbe interessante, ma esula dagli ambiti di questo lavoro, investigare gli elementi di “socialismo” presenti nel regime mussoliniano che riteniamo almeno in parte riconducibile a questo processo.
9 K. KORSCH, Lettera a Paul Mattick del 29.8.1935, citata in G. LANGKAU, Nota filologica, in Karl Marx, Laterza, Bari 1968, p. XXXII.
10 K. KORSCH, Lettera a Paul Mattick del 10.5.1935, in Marxiana 1, Bari 1976, p. 145.
11 K. KORSCH, Karl Marx, cit., p. 70.
12 Ivi, p. 69.
13 Ivi, p. 9.
14 Ricercatori intorno alla natura sociale dell’uomo. (In inglese nel testo)
15 Ivi, p. 7.
16 Ivi, p. 71.
17 Ivi, pp. 101-102.
18 Ivi, p. 167.
19 Ivi, pp. 228-229.
20 K. KORSCH, Lo stato attuale…, cit., p. 38.
21 H. KORSCH, cit., pp, 14-15.
22 K. KORSCH, La scienza americana, in Dialettica e scienza nel marxismo, cit., p. 105-106.
23 Circa duecento emigrati furono a vario titolo sostenuti finanziariamente dall’Istituto. Dal 1934 al 1944 furono distribuiti sotto forma di borse di studio oltre 200. 000 dollari di aiuti. Cfr. M. JAY, cit., p. 179.
24 Institut Für Sozialforschung (Istituto per le ricerche sociali) denominazione ufficiale della Scuola di Francoforte.
25 K. KORSCH, Lettera a Paul Mattick del 20.10.1938, in Marxiana 1, cit., pp. 165-166.
26 vi, pp. 167-168.

27 Ivi.

Luci e ombre di Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio

    Ottavio Leoni, Caravaggio

Nonostante le numerose biografie pubblicate, la figura di Caravaggio continua a rimanere un enigma, fatto di luci e di oscurità come è appunto la sua pittura, e forse è questo uno dei motivi perché ne siamo così affascinati.


Massimo Ammaniti

L’infanzia del pittore uccisa dalla peste



Chi è quel giovane uomo seduto a un tavolo di una taverna con aria cupa, occhi e capelli neri, sulle spalle un mantello scuro e una spada legata alla vita? Questa è la domanda che si poteva fare un avventore che entrava nella taverna che si trovava nelle vicinanze di via della Scrofa, in una zona di Roma fra piazza del Popolo e piazza Navona, a fine Cinquecento. Si trattava probabilmente di Caravaggio, non ancora artista famoso, come sarebbe stato successivamente ritratto dal pittore romano Ottavio Leoni che dipinse (le opere sono conservate a Firenze) una serie di artisti. Ma forse la testimonianza più appropriata è quella del suo barbiere Luca, che lo aveva osservato da vicino: «Un giovane tarchiato, barba nera non troppo folta, sopracciglia spesse… tutto vestito di nero» (Sandro Corradini, Maurizio Marini, The earliest account of Caravaggio in Rome , «Burlington Magazine», volume 140, pagine 25-28, 1998).

Su Caravaggio sono state scritte innumerevoli biografie, negli anni successivi alla sua morte, come ad esempio quella di Giulio Mancini, un medico senese che incontrò e conobbe bene il pittore negli anni romani fra il 1595 e il 1600. Una seconda biografia fu pubblicata nel 1642 da Giovanni Baglione, un pittore rivale con cui c’era stato un rapporto tempestoso e che addirittura accusò Caravaggio di aver pagato dei sicari per ucciderlo (Sandro Corradini, Materiali per un processo, documento 110,2-4. Novembre, 1606 , Roma 1993 op. cit. in Caravaggio di Andrew Graham-Dixon, prima edizione Londra 2010). Forse nonostante alcune informazioni rilevanti nella sua biografia, Baglione era troppo coinvolto per fornire una storia attendibile del pittore lombardo.


Dopo qualche decennio fu pubblicata una nuova biografia di un antiquario e storico dell’arte, Giovanni Pietro Bellori, che non aveva mai conosciuto Caravaggio, ma che fu sedotto dalla novità tecniche della sua pittura, ma allo stesso tempo atterrito dalle sue immagini crude che ritraevano la povertà quotidiana e la violenza, come si coglie ad esempio nei quadri dei martiri cristiani. A queste biografie se ne è aggiunta una, scoperta recentemente, di Gaspare Celio, pubblicata pochi anni dopo la morte del pittore, che spiegherebbe il motivo, sempre sospettato, per il quale si era trasferito a Roma da Milano, ossia l’uccisione di un suo compagno.

Nonostante tutte queste biografie, la figura di Caravaggio continua a rimanere un enigma, fatto di luci e di oscurità come è appunto la sua pittura, e forse è questo uno dei motivi perché ne siamo così affascinati.

Il suo genio è sicuramente intrecciato ai suoi comportamenti sregolati: ribaldo, suscettibile fino all’esasperazione, pronto sempre a sguainare la spada quando si sentiva oltraggiato, ma anche fondamentalmente legato a un forte senso religioso, come dimostra l’episodio avvenuto in Sicilia quando in una chiesa non accettò di prendere l’acqua santa perché — disse lui stesso — i suoi peccati erano mortali.

    Cattura di Cristo

In tutte le biografie si fa sempre riferimento al suo carattere irascibile e incontrollabile e addirittura si è fatto ricorso a diagnosi psichiatriche come la psicopatia o la schizofrenia paranoide, ammesso che sia possibile etichettare i suoi comportamenti riferiti a un contesto sociale e culturale molto lontano da noi. Valga un esempio: Caravaggio si ostinava a portare con sé la spada e per questo motivo veniva fermato a Roma dai gendarmi e portato in carcere. In realtà Caravaggio non voleva rinunciare a questo privilegio riconosciuto ai nobili, ai gentiluomini e ai cavalieri, a cui lui riteneva di appartenere perché la famiglia della madre era imparentata con una piccola aristocrazia lombarda.

Ma per spiegare il suo carattere sarebbe meglio scavare nella sua infanzia, infatti Michelangelo, questo era il suo nome, perse il padre all’età di 6 anni e nel giro di poco tempo anche il nonno, la nonna e lo zio, tutti colpiti dalla peste che aveva piagato la città di Milano. È la peste di San Carlo, come la chiama Alessandro Manzoni nei Promessi sposi , che «aveva desolato una buona parte d’Italia, e in specie il milanese» cinquantatré anni prima di quella successiva raccontata nel romanzo, di cui serbiamo un ricordo indelebile che risale alla scuola media.

 Si viveva in un clima da incubo in cui il contagio si diffondeva nella popolazione e la peste mieteva ogni giorno vittime e vittime, non una malattia ma una punizione divina, che imponeva, secondo la severa volontà dell’arcivescovo di Milano, Carlo Borromeo, pratiche di espiazione e di sacrificio. Con la morte del padre la famiglia Merisi si trovò in ristrettezze economiche con debiti e cause legali per cercare di difendere la magra eredità e probabilmente il piccolo Michelangelo subì ripetuti traumi che lasciarono segni profondi nel suo carattere. Questi traumi, come la morte del padre e dei parenti durante l’epidemia della peste, probabilmente rappresentarono momenti di cesura che travolsero la continuità e il senso di sé della sua vita di bambino.

    Martirio di S. Orsola

Forse queste esperienze dell’infanzia riemergono trasfigurate nei suoi quadri; prendiamo ad esempio la drammatica Cattura di Cristo in cui si vede il volto attonito e atterrito di Cristo nel momento del suo arresto oppure Il martirio di Sant’Orsola , nel quale viene rappresentato e fissato il trauma violento che irrompe travolgendo la vita dei protagonisti. Forse la presenza in entrambi i quadri della figura dello stesso Caravaggio conferma ulteriormente il suo stretto legame emotivo con la scena a cui lui stesso assiste.

    Vocazione di S. Matteo

Ma il trauma non è solo disorientamento e terrore, può anche sollecitare un’esperienza trasformativa che fa scoprire prospettive profondamente diverse, come si può vedere nel quadro che si trova nella chiesa di San Luigi dei Francesi La vocazione di San Matteo , nel quale la luce di Cristo, ossia la grazia, irrompe nella taverna illuminando la figura di Matteo che si converte. Forse la stessa pittura, a cui Michelangelo si dedicò fin dai primi anni dell’adolescenza, rappresentò per lui un’illuminazione con cui cercò di curare le proprie ferite infantili.


Il Corriere della sera/La Lettura – 8 settembre 2017

venerdì 13 ottobre 2017

12. Karl Korsch di fronte al fascismo (1931-1933)

    
Undicesimo capitolo del nostro “Il «rinnegato» Korsch. Storia di un'eresia comunista". All'inizio degli anni Trenta la repubblica di Weimar crolla. Hitler conquista il potere. Inizia un'epoca tragica per la Germania e il mondo. Anche la vita di Korsch ne è sconvolta.

Giorgio Amico

Di fronte al fascismo (1931-1933)


Sempre più distaccato dalla vita politica attiva, dal 1930 al 1933 Korsch si dedica ad un’intensa attività di ricerca, allacciando nuovi rapporti anche con realtà non marxiste. I suoi nuovi interessi lo portano a viaggiare molto in Francia, Belgio, Olanda e Spagna dove stabilisce stretti contatti con la Federazione Anarchica Iberica (FAI) e con i sindacalisti libertari della CNT. 1

Comunista senza partito, continua intanto a tenere conferenze e seminari, anche se l’inasprirsi della guerra civile strisciante fra nazionalsocialisti e organizzazioni operaie rende sempre più pericoloso l’agire pubblicamente per chi non possa appoggiarsi su di un’organizzazione in grado di garantire l’autodifesa. Spirito inquieto, curioso di ogni novità intellettuale, egli approfitta del ridursi degli impegni pratici per dedicarsi a nuovi campi di studio: la statistica, la matematica, la sociologia. Così come segue con interesse le teorie del «circolo viennese» e di Wittgenstein. 2

Come abbiamo visto nel capitolo precedente, per Korsch la teoria marxista è l’espressione del movimento rivoluzionario realmente esistente. In un periodo controrivoluzionario questa teoria non può che svilupparsi che come pura scienza separata dal suo contenuto reale e di conseguenza trasformarsi in ideologia. È appunto ciò che è accaduto in Germania e che ha dato origine in parallelo al «revisionismo» bernsteiano e all’«ortodossia» kautskiana. Agli inizi degli anni Trenta egli non crede più che la teoria possa essere restaurata nella sua integrità rivoluzionaria mediante una semplice operazione filologica.

Il ritorno a Marx può solo consistere nel recupero del legame spezzato fra teoria e prassi. Ma questo non può avvenire in astratto, né per opera della semplice volontà politica. Proprio in ciò consisteva l’illusione generosa, ma sterile di Lenin. Il ristabilimento reale di questo legame necessita dell’esistenza pratica di un movimento rivoluzionario del proletariato. Solo così il marxismo può depurarsi degli elementi ideologici borghesi che ha in qualche modo assimilato. Ora, nell’Europa degli anni Trenta l’unico movimento che risponda a queste caratteristiche è il movimento anarchico spagnolo e così, pur restando marxista, Korsch si volge verso la Spagna. 3



A fianco della Spagna

Nel giugno del 1931 egli si reca a Madrid, per presenziare al congresso della CNT. Korsch viaggia in compagnia dell’anarcosindacalista berlinese Augustin Souchy che rappresenta il suo contatto con l’ambiente libertario. Souchy, che durante la guerra civile dirigerà l'ufficio propaganda estera della CNT/FAI, lo mette in comunicazione con i principali esponenti dell’anarchismo iberico. Korsch rimanr profondamente colpito da questi contatti, ma ciò che lo impressiona di più è la spontanea carica rivoluzionaria manifestata dai proletari spagnoli. Da questo momento dedicherà grande attenzione a seguire l’evolvere della situazione spagnola e del movimento anarchico.

“Chiunque si intrattenesse in queste settimane – annota in un articolo su La rivoluzione spagnola– con gli operai rivoluzionari e non osservasse tanto i programmi teorici quanto la loro attività pratica e gli atteggiamenti effettivi verso la nuova situazione creatasi con la rivoluzione di aprile, ha ricevuto senza dubbio una impressione profonda”. 4

Ciò che maggiormente lo colpisce in “questa grande massa operaia con alle spalle più di sessant’anni di azione diretta” è la quasi fanatica fedeltà agli ideali rivoluzionari, l’indipendenza, la capacità di sopportare anche i più duri sacrifici in nome della causa della libertà. Di contro, egli sottolinea poi come non esista in Spagna un Partito comunista, né vi siano segni che se ne possa formare uno in un prossimo futuro:

“Ci sono tre sette comuniste, più in ostilità tra loro e verso le autentiche organizzazioni rivoluzionarie di massa del proletariato spagnolo che verso i nemici di classe. Una setta segue le direttive di Stalin, la seconda quelle dei seguaci di Trotsky, mentre solo la terza, il gruppo dei comunisti federalisti di Catalogna, sotto la guida di Maurin, può essere considerata un prodotto in certa misura atoctono del movimento spagnolo. Nessuno di questi tre gruppi ha una qualche influenza pratica all’interno del movimento operaio spagnolo”. 5

Le uniche organizzazioni operaie a base di massa sono quelle della CNT, egemonizzate dagli anarchici, in cui il proletariato si riconosce e in cui si sta alacremente organizzando. Korsch coglie con estrema lucidità le contraddizioni della situazione spagnola: la debolezza strutturale della Repubblica, l’incertezza politica di una borghesia priva di una vera rappresentanza politica, la questione nazionale irrisolta in Catalogna e nel Paese basco, le trame reazionarie della Chiesa cattolica e dei monarchici. Una situazione rivoluzionaria che vede fronteggiarsi lo schieramento rivoluzionario e quello della reazione sullo sfondo della realtà esplosiva delle campagne che può fungere da detonatore:

“L’unica forma in cui ci si può attendere lo scatenamento di queste nuove forze sociali nell’attuale situazione rivoluzionaria, e con buone probabilità visti i recenti terremoti rivoluzionari in Andalusia, è il confronto sulla questione agraria che si impone con storica necessità. Occorrerebbe una relazione a parte per dare un quadro solo approssimativo della situazione miserrima e oppressa dei braccianti spagnoli, dei piccoli proprietari cosiddetti «indipendenti» simili di fatto nella loro miseria senza speranza ai lavoratori senza proprietà, dell’immensa distanza e contrasto tra i giganteschi latifondi dei grandi proprietari terrieri e l’esistenza da schiavi dei braceros segnata da costanti periodi di lunga disoccupazione, le loro disperate rivolte sempre ogni volta divampanti e ogni volta soffocate nel sangue, tutto lo spreco e il blocco di sviluppo delle forze produttive che ne consegue”. 6

Korsch si sente a suo agio fra i proletari spagnoli che veramente null’altro hanno da perdere se non le loro catene. In Spagna gli pare di verificare quella saldatura fra teoria rivoluzionaria e pratica dell’azione di massa che in Germania era mancata e che per un breve periodo aveva illuminato le città e le campagne russe. Poco importa che il movimento sia egemonizzato dagli anarchici, ciò che conta che il processo rivoluzionario avviato vada avanti e investa direttamente lo Stato. Superata per sempre l’ubriacatura “leninista”, Korsch non crede più in obiettivi di partito separati da quelli del movimento reale. Egli pensa che sia finalmente giunto il momento di andare oltre le barriere che storicamente dividono il campo proletario tra marxisti e anarchici in nome di quello che resta l’obiettivo finale vero della lotta del proletariato: la realizzazione di una società senza classi. Per le sue potenzialità libertarie la rivoluzione spagnola può concretamente andare oltre i limiti storicamente evidenziate dalle due grandi insorgenze proletarie della Comune di Parigi del 1871 e della rivoluzione d’Ottobre del 1917. La rivoluzione, sconfitta in Germania e in Russia, può ripartire dalla Spagna. 7

“È tempo di rendersi conto molto chiaramente dei due elementi fondamentali della vera teoria rivoluzionaria proletaria che rischiano d’essere accantonati a causa del loro temporaneo adattamento a certe esigenze pratiche di fasi di lotta, come quella della rivolta della Comune di Parigi del 1871 e della rivoluzione russa d’Ottobre del 1917. L’obiettivo finale vero e proprio della lotta di classe proletaria non è uno Stato sia pure «democratico», «comunale» oppure «basato sui consigli», bensì la società comunista senza classi e senza Stato, il cui elemento costitutivo non è più un qualche potere politico, bensì quella «associazione in cui il libero sviluppo di ogni individuo è il presupposto per lo sviluppo libero di tutti» (Manifesto comunista)”. 8


La critica del fascismo

Tornato in Germania, Korsch si trova a doversi confrontare con la minaccia crescente rappresentata dalle milizie naziste. Anche all’Università per i professori “rossi” la situazione diventa sempre più insostenibile: quotidianamente gli studenti nazionalsocialisti e monarchici esigono a gran voce l’espulsione dei “traditori” e dei “bolscevichi”. L’attività accademica di Korsch è nel mirino della destra estrema, sempre più spesso le sue lezioni vengono interrotte e gli studenti che vi partecipano minacciati. Questo clima così teso non distoglie Korsch dal suo lavoro di ricerca. Come già nelle trincee di Francia o nell’abortito tentativo insurrezionale del 1923, anche in questi frangenti così tragici egli si dimostra un uomo coraggioso. Continua così a portare avanti le attività del suo «Circolo di studio critico del marxismo» che per il periodo a cavallo fra il 1932 e il 1933 si incentrano sulla ricerca di ciò che è vivo e ciò che è morto nel marxismo. Nel 1932, un anno prima dell’avvento al potere di Hitler, redige una serie di Tesi per la critica del concetto fascista di Stato per controbattere le posizioni di chi vede nel fascismo un ritorno al passato. Lo Stato fascista, scrive nella prima tesi, “è uno Stato moderno.Il fascismo non significa ritorno a strutture preborghesi”. 9

Per comprendere a fondo il senso di questa affermazione che oggi a molti può apparire scontata, occorre tener presente che per tutti gli anni Venti Karl Kautsky aveva recisamente negato la possibilità che in Germania un movimento fascista potesse andare al potere come era accaduto nel 1922 con Mussolini in Italia. Per Kautsky la democrazia aveva messo troppo salde radici sul suolo tedesco ed il capitalismo era troppo sviluppato perché si potesse assistere ad una ripetizione degli avvenimenti italiani.

“Oggi i fascisti – scrive questi nel 1927 – sono diventati i carnefici pagati della libertà popolare. Sono certamente pericolosi, ma per fortuna solo in determinate condizioni che non possono essere evocate dai signori capitalisti secondo il loro volere. Per esercitare un effetto politico, i fascisti devono raggiungere un numero consistente (in Italia su 39 milioni di abitanti circa mezzo milione). In Germania dovrebbero essere forti di un milione, per raggiungere questo rapporto. In un paese industriale non è possibile mettere insieme un numero così grosso di giovani vagabondi quali arnesi capitalistici. In Italia le condizioni erano particolarmente favorevoli”. 10

Incapace di cogliere la realta dei conflitti di classe della sua epoca, Kautsky legge il fenomeno fascista alla luce esclusiva dell’arretratezza economica. Come commenta Salvadori egli

“vedeva nel fascismo solo la guerra civile, il disordine introdotto nella fase della presa del potere; non coglieva la dinamica organica della dittatura controrivoluzionaria e del legame fra reazione politica e riorganizzazione complessiva del grande capitale. Vedeva insomma la schiuma politica e piccolo-borghese, il terrorismo, vedeva nel fascismo solo la longa manus della lotta antiproletaria, non un nuovo regime in grado di diventare stabile e introdurre il suo ordine”. 11

Contro questa pericolosa illusione Korsch evidenzia nella seconda tesi come il fascista sia in piena rottura con gli ideali politici della “prima borghesia”. Lungi dall’essere espressione di forze sociali arretrate, che pure utilizza per i suoi fini, il fascismo rappresenta una concezione moderna di Stato che per usare le parole di Engels si può definire lo “Stato dei capitalisti, il capitalista collettivo ideale”. 12

“Il concetto fascista di Stato – chiarisce Korsch – si basa sulla negazione dell’idea di Stato della prima borghesia. Significa disincanto di fronte agli ideali politici del liberalismo e del socialismo di tutte le versioni. Si appropria della critica della restaurazione, del marxismo e del sindacalismo (Proudhon-Sorel) alle istituzioni e agli ideali politici della prima epoca borghese”. 13

Un “disincanto”, descritto con grande forza evocativa da Tarmo Kunnas nel suo bel libro sul fascismo, 14 che Korsch coglie con grandissima lucidità e pone coerentemente alla base dell’ideologia fascista stessa. Un’ideologia capace di fondere al suo interno elementi contrastanti e di usarli come materiali per la creazione di un nuovo mito dello Stato. È quello che afferma Korsch nella terza tesi:

“A questo [la negazione della vecchia idea di Stato] non contraddice anzi risponde la consapevole creazione di un nuovo mito dello Stato. Il fascismo collega nel senso di Pareto una prassi statale diretta, sobria, disillusa, funzionale allo scopo (esercitata tramite élite) con una mitologia statale assolutamente irrazionale (rappresentata dal popolo, dalla razza e dalla massa)”. 15

In quest’opera di rifondazione dello Stato, espressione della “monopolizzazione del potere statale da parte della grande borghesia capitalistica”, il fascismo entra in diretta concorrenza con le vecchie forze rappresentative della borghesia, come la Chiesa. Korsch riprende per chiarire il concetto un passo di Marx in cui si ricorda come “se il monopolio produce la concorrenza, la concorrenza produce il monopolio”. 16 Il fascismo rappresenta, dunque, sotto questo aspetto una forma di totalitarismo imperfetto, un processo che si sviluppa dialetticamente a partire dalle sue contraddizioni, piuttosto che il mostruoso Behemot delineato da Franz Neumann che egli criticherà vivacemente nel suo scritto su Struttura e pratica del totalitarismo del 1942. 17 Incapace di liberare nuove forze produttive, qui sta per Korsch la differenza principale fra fascismo e bolscevismo, il fascismo rappresenta la forma più avanzata di “Stato classista”:

“1. La ristrutturazione fascista non significa rivoluzione economica, rottura radicale dei vecchi rapporti di produzione e liberazione di nuove forze produttive. Questa è la differenza principale fra fascismo e bolscevismo – a parte le differenze di possibilità materiali e ordine di grandezza.
2. Lo Stato fascista significa la coesione del potere economico e politico della borghesia contro il proletariato, quindi non il superamento dello Stato classista, ma la costituzione dello Stato classista nella forma dello Stato classista”. 18

Questa nuova forma di Stato, ferocemente antiproletario, richiede ai proletari di individuare forme nuove di azione:

“La nuova forma del collegamento del potere di classe economico e politico della borghesia nello «Stato totale» fascista esige nuove forme del collegamento dell’azione economica e politica del proletariato”. 19

Per altre vie, analizzando la “modernità” fascista, Korsch perviene ancora una volta alla conclusione che la crisi del marxismo significa sul piano pratico incapacità dei marxisti di dare espressione teorica adeguata ai bisogni della lotta di classe proletaria. Di fronte al fascismo la classe operaia è muta. Korsch è categorico nel denunciare in un altro scritto dello stesso periodo che

“Nessuna delle correnti marxiste odierne appare come espressione teorica adeguata ai bisogni pratici della lotta di classe proletaria –rivoluzionaria nei suoi mezzi e fini – bisogni persistenti nonostante le pesanti temporanee sconfitte”. 20

Nella sua introduzione alla raccolta degli scritti politici korschiani, Gian Enrico Rusconi minimizza la portata della reazione di Korsch di fronte all’avvento al potere del nazismo. Ancora una volta emerge una visione riduttiva e svalutante del suo concreto operare:

“La visione politica di Korsch agli inizi degli anni Trenta è talmente priva di prospettive realistiche che l’avvento di Hitler al potere e il rapido consolidarsi della dittatura nazista non sembrano rappresentare per lui quel trauma che fu per molti marxisti tedeschi. È come se tutto fosse già scontato – compresa la persecuzione cui ora è sottoposto”. 21

Ci piacerebbe sapere dove risiedano per Rusconi le “prospettive realistiche” a cui pensa, se nel trionfalismo degli stalinisti che vedono nell’andata al potere dei nazisti l’anticamera della vittoria definitiva del proletariato, o nelle illusioni democratiche di Kautsky e della socialdemocrazia, oppure nel sogno di Trotsky di una nuova Internazionale, o, per concludere, nel silenzio ormai totale di Bordiga. Comunque sia, almeno per quanto riguarda Korsch le cose stanno in altro modo. Riprendiamo ancora una volta la testimonianza di Hedda che ricostruisce con vivezza l’atteggiamento di Karl in quei mesi:

“Ricordo l’ultima conferenza che diede, nella serata del 28 febbraio 1933. Alla fine ci trovavamo tutti in un caffè quando giunse la notizia che il Reichstag stava bruciando. Parecchi dei partecipanti non rientrarono a casa quella notte. Altri rincasarono e vennero arrestati. La legge sull’affidabilità politica degli impiegati statali fu approvata in aprile, e fu così che io e Korsch venimmo privati dei nostri stipendi. Io fui licenziata il primo maggio, e il nostro conto in banca venne messo sotto sequestro. Ci ritrovammo quindi senza un soldo, e io mi trasferii in Svezia per lavorare. All’inizio lui rimase a Berlino, senza dormire in casa e cercando di organizzare delle attività anti-hitleriane clandestine. Molta gente pensava ancora che la cosa non potesse durare, e nell’estate lui e un mio ex-allievo organzzarono una riunione piuttosto numerosa in una foresta fuori Berlino, alla quale presero parte rappresentanti di gruppi molto diversi, compresi i cristiani, i sindacati, i comunisti, i socialdemocratici e altri raggruppamenti sparsi come la Gesellschaft für aesthetische Kultur. 22 Tennero una grande conferenza, una delle più numerose mai organizzate senza essere scoperte sotto il regime di Hitler. Cercarono di elaborare delle modalità per lottare dall’interno della Germania, ma la maggior parte di loro fu ben presto catturata e imprigionata o uccisa. Korsch non venne preso e rimase in Germania fino al tardo autunno del 1933, quando diventò impossibile dormire persino sotto il riparo dei quartieri operai. A quel punto lui era diventato un peso per i suoi amici. Brecht lo aveva invitato in Danimarca, così egli vi si recò e soggiornò presso di lui”. 23



1 Federación Anarquista Iberica (Federazione Anarchica Iberica). Fondata nel 1927, durante la dittatura di Primo de Rivera, la FAI continua l’opera della vecchia Federazione bakuninista nata a Barcellona nel giugno 1870. Confederación Nacional del Trabajo (Confederazione Nazionale del Lavoro). Fondata nel 1910, rappresenta fino all’avvento del franchismo la maggior organizzazione sindacale spagnola. Per una sintetica storia dell’anarchismo spagnolo cfr. G. WOODCOCK, L’anarchia, Feltrinelli, Milano 1966. Per quanto riguarda la CNT cfr. l’edizione italiana in 4 volumi di J. PEIRATS, La C.N.T. nella rivoluzione spagnola, Edizioni Antistato, Milano 1977.
2 Costituitosi nel 1929 intorno al matematico Hans Hahn, al sociologo Otto Neurath e al filosofo Rudolf Carnap il circolo di Vienna sviluppa un particolare interesse per le scienze formali (la logica e la matematica) con particolare riguardo all’analisi del linguaggio scientifico. Risente fortemente dell’influenza del giovane Wittgenstein. Per una prima conoscenza della materia possono risultare ancora di grande utilità i vecchi “classici” testi E. GARIN, Filosofia e scienze nel Novecento, Laterza, Bari 1978 e E. PACI, La filosofia contemporanea, Garzanti, Milano 1974.
Cfr. A.R. GILES-PETERS, Karl Korsch: a marxist friend of anarchism, Red and Black, 5, April 1973. Ora scaricabile dal sito
4 K. KORSCH, La rivoluzione spagnola, in Scritti politici, 2, cit., p. 273.
5 Ivi, pp. 270-271.
6 Ivi, p. 279.
7 Una visione per molti aspetti simile della rivoluzione spagnola si può trovare in D. RENZI, Rivoluzione e socialismo: lezioni dalla Spagna ’36, in Dialoghi sul socialismo, I, Prospettiva Edizioni, Roma 1998. Il testo è la trascrizione della conferenza conclusiva dello Stage estivo del 1996 dell’organizzazione Socialismo Rivoluzionario.
8 K. KORSCH, La Comune rivoluzionaria (II), in Scritti politici, 2, cit., p. 265.
9 K. KORSCH, Tesi per la critica del concetto fascista di Stato, in Scritti politici, 2, cit., p. 307.
10 Citato in M.L. SALVADORI, Kautsky e la rivoluzione socialista 1880/1938, Feltrinelli, Milano 1976, pp. 317-318.
11 Ivi, p. 318.
12 F. ENGELS, L’evoluzione del socialismo dall’utopia alla scienza, Editori Riuniti, Roma 1971, p. 110. Vale la pena di citare per esteso questo passo, fondamentale per la comprensione della natura dello Stato moderno democratico e totalitario (nella versione sia fascista che staliniana). Scrive Engels: “Tutte le funzioni sociali del capitalista sono oggi compiute da impiegati salariati. Il capitalista non ha più nessuna attività sociale che non sia l’intascar rendite, il tagliar cedole e il giocare in borsa, dove i vari capitalisti si spogliano a vicenda dei loro capitali. Se il modo di produzione capitalistico ha cominciato col soppiantare gli operai, oggi esso soppianta i capitalisti e li relega, precisamente come gli operai, tra la popolazione superflua, anche se in un primo tempo non li relega tra l’esercito industriale di riserva. Ma né la trasformazione in società per azioni e trust, né la trasformazione in proprietà statale, sopprime il carattere di capitale delle forze produttive. Nelle società per azioni e nel trust questo carattere è evidente.E a sua volta lo Stato moderno non è altro che l’organizzazione che la società borghese si dà per mantenere le condizioni esterne generali del modo di produzione capitalistico di fronte agli attacchi sia degli operai che dei singoli capitalisti. Lo Stato moderno, qualunque ne sia la forma, è una macchina essenzialmente capitalistica, uno Stato dei capitalisti, il capitalista collettivo ideale. Quanto più si appropria le forze produttive, tanto più diventa un capitalista collettivo, tanto maggiore è il numero dei cittadini che esso sfrutta. Gli operai rimangono dei salariati, dei proletari. Il rapporto capitalistico non viene soppresso, viene invece spinto al suo apice.La proprietà statale delle forze produttive non è la soluzione del conflitto, ma racchiude in sé il mezzo formale, la chiave della soluzione”(Le sottolineature sono nostre).
13 K. KORSCH, Tesi per la critica…, cit., p. 307.
14 T. KUNNAS, La tentazione fascista, Akropolis, Napoli 1981.
15 K. KORSCH, Tesi per la critica…, cit., pp. 307-308.
16 Ivi, p. 308.
17 Cfr. F. NEUMANN, Behemot. Struttura e pratica del nazionalsocialismo, Feltrinelli, Milano 1977. La critica di Korsch è contenuta in Scritti politici, 2, cit., pp. 349-358. Per una impostazione marxista della questione cfr. D. GUÉRIN, Fascismo e gran capitale, Schwarz, Milano 1956 e N. POULANTZAS, Fascismo e dittatura, Jaca Book, Milano 1971. Per una interpretazione storica cfr. H. ARENDT, Le origini del totalitarismo, Edizioni di Comunità, Milano 1996. Per un riesame recente dell’intera questione cfr. E. TRAVERSO, La violenza nazista, il Mulino, Bologna 2002. Siamo comunque convinti che fondamentale per comprendere dall’interno le origini del fascismo resti lo studio di W. REICH, Psicologia di massa del fascismo, Mondadori, Milano 1974.
18 K. KORSCH, Tesi per la critica…, cit., pp. 308-309.
19 Ivi, p. 309.
20 K. KORSCH, Crisi del marxismo, cit., p. 138.
21 G.E. RUSCONI, Autonomia operaia…, cit., p. XXIV.
22 Associazione per la Cultura estetica; in tedesco nel testo.
23 H. KORSCH, cit., p. 14.