TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


sabato 30 novembre 2013

Walter Benjamin, Frammenti. Il tempo eretico della logica senza sistema



Una raccolta che restituisce gli anni giovanili, caotici, precari e densi di promesse, del pensatore tedesco. Testi brevi, talora brevissimi, scritti tra il 1916 e gli anni Venti

Massimiliano Palma

Il tempo eretico della logica senza sistema


Sono lacerti di scrittura che accompagnano la maturazione del Benjamin studente prima, dottorando poi, infine traduttore e saggista estraneo all'accademia. In un autore spesso messo all'indice per la sua «frammentarietà» - come se non fosse anche l'effetto di un destino di precarietà -, questi abbozzi di teoria gnoseologica e linguistica rivelano piuttosto l'ansia sistematica di una mente capace di pensieri abissali e di abbaglianti ipotesi teoriche: oltre l'oziosa dicotomia «frammento e sistema», vi si individua invece un percorso di ricerca unitario.

Il pregio del volume, oltre a quello, notevole, dell'inedita traduzione di brani che aspettano da troppi anni il volume promesso delle Opere complete einaudiane, è nella ricostruzione accurata, per opera di Tagliacozzo, della cornice dottrinaria in cui il tentativo benjaminiano si sviluppa: ove pesano con pari rilievo «l'influsso del pensiero di Kant e di Husserl, della logica matematica, della dottrina logica e messianica di Hermann Cohen e insieme della dottrina teologica ebraica che Benjamin recepisce da Scholem».

Paul Klee, Angelus Novus (1920)























Il saggio decisivo Sulla lingua in generale e sulla lingua dell'uomo risulta criptico senza tener conto di questo sfondo, in cui il neokantismo - destino d'ogni studente tedesco dell'epoca, ma non da intendersi quale orizzonte omogeneo - si mescolava all'ebraismo attinto alle fonti più eretiche cui il giovanissimo Scholem stava attirando Benjamin. È nel peregrinare tra Berlino, Friburgo, Monaco e Berna, tra maestri come Rickert e Cohen, il meno noto Ernst Levy, che in Benjamin concresce un interesse teoretico indomito, stimolato dalle discussioni con Scholem e col sodale Noeggerath sui temi della fenomenologia più eterodossa (Tagliacozzo sottolinea i nomi di Paul Linke e di Geiger) fino agli studi di Frege e Russell su senso e significato. Come sottolinea Fabrizio Desideri nella densa prefazione, in gioco in questi frammenti è la definizione del «carattere sistemico» della verità e l'intrico di percezione e linguaggio nell'esperienza e quindi nella conoscenza, senza che la verità possa esser in qualche modo «intenzionata» («la verità è morte dell' intentio », recita il celebre fr. 27).

La mediazione tra verità e conoscenza resta solo simbolica - è un'esibizione del non comunicabile che ha fondamento nell'oggetto stesso e nel suggerimento di affinità che questo comanda, attraverso il nome, all'intenzione stessa. Anti-husserliana, contraria a ogni riduzionismo coscienziale che assorba nell'io trascendentale l'empirico, quella benjaminiana è un'attitudine che preserva le differenze, che le vuole salvare come tali , proprio attraverso il ribaltamento del rapporto concetto-linguaggio, che reca in primo piano la parola e ne fa schema di un'esperienza assoluta che è filosofia (fr. 19). La filosofia dev'essere esperienza capace di mostrare nel nome - punto-cardine genuinamente ebraico della dottrina benjaminiana della Sprache , come sottolinea Tagliacozzo - il margine di incomunicabile, di riottoso rispetto alla presa del concetto.



Ne emerge, giova ripetere la felice espressione di Desideri, l'«espressivismo» benjaminiano, una traccia di «esoterico relativismo» che assegna all'«ora della conoscibilità», detto in un nome (fr. 25), la pertinenza - e la responsabilità etica - di mostrare l'inespresso nel fenomeno che è oggetto di un interesse critico. Di qui, la curvatura di Kant nel senso di un'esperienza assoluta, che coincida paradossalmente con la dottrina stessa. Mediata dal linguaggio e quindi dalla percezione, quest'esperienza-dottrina si identifica col «compito infinito», ripreso e traslato da Cohen. Sarà l'applicazione di questa teoria, in cui vibra più di una traccia messianica, al fenomeno storico, nella chiave materialista qui soltanto in nuce (e solo teorica), a far sorgere il concetto di attualità ( Jetztzeit ) e con esso, una dopo l'altra, le tesi Sul concetto di storia .

Come denota la splendida citazione di Frege sui segni quali vele da sfruttare per navigare controvento, di cui Tagliacozzo ben rileva l'affinità con un brano assai più tardo del lavoro sui Passages , il pensiero di Benjamin mostra una singolare coerenza, un firmamento di costellazioni concettuali sempre arricchite, negli anni, ma sempre riconoscibili. Questa raccolta di frammenti, munita di un apparato dettagliato e esplicativo, ci restituisce l'officina degli anni di apprendistato di Benjamin, caotici, precari, carichi di promesse.

il manifesto | 30 Novembre 2013



Walter Benjamin
«Frammenti II. Conoscenza e linguaggio»
Mimesis, 2013
Euro 16