TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 12 novembre 2013

Quando il realismo paralizza l'azione politica. Emanuele Macaluso rilegge Togliatti



Un libro interessante che in poche pagine delinea una lettura della storia del PCI nel dopoguerra incentrata sul filo conduttore della strategia togliattiana vista come alternativa concreta al massimalismo (malattia endemica) della sinistra italiana. Una ipotesi almeno in parte condivisibile se non fosse per un realismo di fondo esasperato e paralizzante,incapace di vedere nel presente le potenzialità di un futuro possibile. Insomma, di fronte al pessimismo della ragione cosa resta dell'ottimismo della volontà?

Mario Pirani

Ancora una volta ascoltando Togliatti  

La storia del Pci e del suo principale leader, Palmiro Togliatti, ha dato spunto a numerosissime pubblicazioni, saggi, studi di varia dimensione e natura. Tra tutte una collocazione particolare spetta alle memorie che seguitano ad uscire dei pochi superstiti ancora in vita della generazione dei “vecchi compagni”, di quanti gettarono le basi del movimento di resistenza, di coloro che vissero la militanza antifascista, la lotta contro la dittatura o la tragedia dello stalinismo. Poche tra loro si assomigliano, soprattutto quando i fatti sono soverchiati dal confronto non di rado segnato dal sangue che per decenni accese e stravolse il dibattito ideologico, simile a un fiume carsico destinato a tornare e ritornare. Molti hanno voluto raccontare la storia del “proprio Pci”, quasi come una testimonianza di verità, la cui versione, peraltro, raramente collima con quella del compagno di vicissitudini, parte intrinseca del più drammatico certame politico del secolo scorso, intriso di verità che si contraddicono, di menzogne che si smentiscono, di interpretazioni che sorprendono. Di qui l’interesse per il saggio, appena pubblicato da Feltrinelli, Comunisti e riformisti. Togliatti e la via italiana al socialismo dato alle stampe da Emanuele Macaluso, figura di primo piano dell’apparato comunista, da annoverarsi, almeno in quest’ultimo scorcio biografico, tra gli esponenti della stagione amendoliana.

Naturalmente né voglio né posso riassumere uno scritto così ricco di spunti e di interrogativi di cui mi limiterò a citare i più pregnanti. Partiamo da un quesito di fondo: il Pci era un partito antisistema o del sistema? Nel porci questo tema cruciale – sul fattore K – ancora ci chiediamo se esso fu strumentale, cioè utile a tenere il Pci fuori dell’area di governo (conventio ad escludendum), oppure ebbe un duplice fondamento, visto che il legame con l’Urss non si risolse in una irreversibile rottura. In definitiva la Dc e i suoi alleati intendevano espellere inmodo definitivo i comunisti dalla dialettica democratica? E la direzione del Pci voleva in ultima istanza districarsi così da non trovarsi imbrigliata in un coinvolgimento pieno con il blocco catto-centrista che ne avrebbe sterilizzato l’autonomia politica e di classe?

Tra i molteplici snodi che Macaluso ripercorre si ritrova con insistenza quello della “doppiezza” il cui significato e valore sono comprovati dal suo reiterato riproporsi sotto qualsiasi direzione: non solo di Togliatti ma anche di Longo, Natta, Occhetto e Berlinguer. Molti sono gli esempi offerti. Nelle Memorie di Pietro Secchia, diffuse dopo la sua condanna politica, si ricorda il suo giudizio sugli scioperi e il ruolo della Cgil: “Se volgo lo sguardo ai miei atteggiamenti in seno alla direzione del partito sono senza dubbio molte le occasioni in cui, di fronte a certi avvenimenti, io ho proposto lotte più forti, scioperi più vasti, generali, e molte sono state le occasioni in cui Di Vittorio ed altri erano decisamente contrari a lotte più impegnative…”. Non si contestava, afferma Macaluso, la via democratica, ma nei fatti quale era lo sbocco di quella strategia? Al che Secchia risponde: “Anche se in avvenire dovessimo essere impegnati in una lotta diversa da quella legalitaria, in una lotta violenta contro i gruppi reazionari, essa dovrà essere condotta con ampie azioni di massa unitarie, con la più ampia alleanza delle forze democratiche”.

Una formulazione equivoca, controbatte Macaluso, perché non si capisce se la lotta diversa da quella legalitaria era di carattere difensivo o tale da provocare reazioni del nemico e imporre una nostra difesa. Può sembrare un discorso lontano ma, finora, l’attualità è alimentata dal permanente ricorrere alle categorie della “doppiezza”. Di qui la tesi alla base del libro sul contrasto destinato a riprodursi non tra estremisti e moderati di sinistra ma tra riformisti e massimalisti. Avversari di ieri, oggi e domani.

(Da: La Repubblica del 16 ottobre 2013)

Emanuele Macaluso
Comunisti e riformisti. Togliatti e la via italiana al socialismo
Feltrinelli, 2013
14 euro