TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


venerdì 22 novembre 2013

Pancho Villa di lotta e governo



Ultimo articolo della serie Banditi, ribelli, guerriglieri

Massimo De Giuseppe

Pancho Villa di lotta e governo

Agli inizi del 1914, al culmine della lotta tra i diversi fronti rivoluzionari messicani e le truppe del generale Victoriano Huerta, salito al potere dopo il golpe costato la vita al presidente Francisco Madero, lo stato maggiore di Pancho Villa firmò un primo contratto con la Mutual, una compagnia cinematografica statunitense che era intenzionata a ricostruire la vita del general revolucionario. Villa era al culmine del suo potere: alla testa di un’organizzatissima macchina da guerra, la División del Norte, era in grado di controllare un’ampia fascia di frontiera, con dogane ed empori, poteva sfruttare imponenti allevamenti di bestiame del Chihuahua e la produzione cotoniera della zona Lagunera.

Egli sembrava il più affidabile interlocutore degli Stati Uniti ed era già inseguito dal reporter John Reed. Pur senza aver perseguito una coerente politica di riforme agrarie (come Zapata nel Morelos o l’ala riformista dei costituzionalisti), grazie anche a collaboratori quali il giornalista Silvestre Terrazas e il generale Felipe Ángeles, Villa tendeva allora ad accreditarsi non solo come il Centauro del Norte, ma come il caudillo popolare, il rappresentante dei ceti disagiati.



Eppure il mito del bandito antisociale che Villa portava sulle sue spalle non si era dissolto e una serie di azioni (dall’uccisione del cittadino britannico William Benton alle violenze commesse a Città del Messico nei giorni del famoso incontro con Zapata nel Palacio Nacional) continuavano ad alimentarlo. La storia di Villa è segnata in profondità da questa dicotomia, che ha affascinato storici esperti (da Guzmán a Katz) e letterati navigati (da Muñoz a Taibo II). Essa pervade le vicende di un uomo che si mosse tra un orizzonte locale ed uno (incompiuto) nazionale, tra il fascino per i proclami di riforma e un machismo politico esibito, con un amore spassionato per gli Usa poi ribaltatosi in odio viscerale, tra la capacità di guidare 400 guerriglieri nascosti nella Sierra Madre o un esercito di 50 mila soldati in battaglia. Villa restò sospeso tutta la sua vita tra l’alleanza con l’esercito contadino di Zapata e il rapporto con bandoleros come Tomás Urbina o il killer professionista Rodolfo Fierro.

Soprattutto, però, su di lui avrebbe pesato un dato politico, alimentato dalla distanza con il primer jefe costituzionalista Venustiano Carranza, che, dopo un periodo di latenza, aprì la strada a una stagione di guerra civile, che avrebbe devastato il Messico centrale tra il 1915 e il 1916. Una distanza che avrebbe a lungo escluso Villa dalla gran familia revolucionaria, celebrata nella muralistica di Rivera, Orozco e Siqueiros. Qui risiede la contraddizione profonda di José Doroteo Arango Arámbula, nato nel 1878 presso il rancho La Coyotada, a San Juan del Río, Durango, e poi divenuto Pancho Villa, icona internazionale (più che nazionale) del Messico rivoluzionario, passata attraverso una vita rocambolesca intessuta di assalti, tradimenti, massacri, saccheggi e distribuzioni di cibo ai poveri, scoppi d’ira e di pianto, una fucilazione mancata, una fuga dal carcere nella notte di Natale, l’inseguimento da parte dei marines della colonna Pershing, vittorie eclatanti e sconfitte disastrose.



Villa è una figura tutt’altro che semplice da inquadrare (tra l’altro era astemio e non fumava), ma rappresentò un elemento importante di una rivoluzione che unì l’antico al moderno e fu la prima grande guerra civile del Novecento. Egli riuscì a trasformare uno strano conglomerato di piccoli gruppi armati (rancheros, allevatori, minatori colpiti dalla crisi, contadini, maestri, veri e propri banditi), mossi soprattutto da rivendicazioni localistiche, in un esercito moderno e ben disciplinato.

Quando venne ucciso, il 20 luglio del 1923, si stava però già costruendo un’altra storia e il nuovo presidente Obregón incarnava in fondo ciò che era mancato a Villa: una visione del Paese profondamente nazionale, per tenere insieme la composita dimensione regionale, etnica, perfino di genere, emersa nel processo rivoluzionario.

http://lettura.corriere.it/banditi-briganti-ribelli-e-guerriglieri/