TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


venerdì 8 novembre 2013

Olivetti, fine del mito. Si moriva di amianto



I miti sono una cosa seria e nascono dall'inconscio collettivo. Qui più banalmente a crollare è la favoletta del capitale dal volto umano. Chi non ha del tutto perso la memoria ricorderà l'inchiesta sull'Olivetti dei Quaderni rossi nei primi anni '60. Ma Panzieri e Alquati erano degli estremisti e Adriano Olivetti un santo laico.

Adriana Comaschi

Era come le altre. Olivetti, fine del mito Si moriva di amianto


È l’ultimo schiaffo, e si rivela mortale. Il rimpianto per la dispersione di una grande storia industriale diventa choc ora che la Procura di Ivrea mette sotto accusa la Olivetti per una ventina di casi di tumori, contratti da ex dipendenti a contatto con l’amianto in alcuni dei suoi stabilimenti piemontesi. Tra i 24 indagati ci sarebbero anche nomi prestigiosi come Carlo De Benedetti che subito si dice «totalmente estraneo ai fatti» e l’ex ministro Corrado Passera, in qualità di Ad e di coamministratore delegato. Per tutti gli indagati l’accusa è di omicidio colposo e lesioni colpose plurime.

Un’indagine complessa, avviata un anno e mezzo fa sulla scia delle segnalazioni dell’Ausl di Torino 4, quando ha cominciato a registrare diversi casi di mesotelioma pleurico. Due parole che valgono una condanna a morte, ormai associate in modo inequivocabile all’esposizione ad amianto come la terribile vicenda dell’Eternit di Casale Monferrato ha insegnato. Passando al setaccio la vita lavorativa di chi ormai era in pensione da anni che la Procura si è imbattuta nell’Olivetti: gli ammalati erano impiegati a Scarmagno, Agliè, S.Bernardo, in diversi reparti, tra la fine degli anni 70 e i 90. Qui hanno respirato polveri fatali, qui hanno maneggiato materiale contaminato. Senza alcuna protezione, «nessun sistema di aspirazione delle polveri, niente maschere e guanti, nessuna informazione» certifica l’avvocato Laura D’Amico che segue due dei casi di questa prima inchiesta collettiva.

E così si riaffaccia l’incubo Eternit: morire di lavoro, a distanza anche di decenni, quando ormai magari si è appesa la tuta blu a un chiodo. Morire per il solo fatto di avere un’occupazione, inconsapevoli dei rischi corsi fino all’ultimo. Questo sarebbe successo anche ai dipendenti della “fabbrica modello”, che tale è rimasta nell’immaginario collettivo ben oltre la morte di Adriano Olivetti, nel 1960.

«Questa inchiesta ci riporta con i piedi per terra riassume amaro il segretario Fiom di Torino Federico Bellono -: l’Olivetti era una fabbrica, che mirava a fare profitto e in cui sono forse accadute anche vicende di morte, dovute magari a mancati controlli». Una fabbrica come tante, troppe altre insomma. Un sospetto che prende piede già anni fa, quando davanti ai giudici compare Lucia Delaurenti. Malata di mesotelioma, prima di morire nel 2005 testimonia sulle condizioni di lavoro nello stabilimento di Agliè, dove come «allenatrice» contribuiva al montaggio di parti in gomma nelle macchine da scrivere.



LE TESTIMONIANZE DELLA PRIMA SENTENZA

Racconta di quella polvere utilizzata per rendere più scorrevole il montaggio, di cui «erano piene le scatole da cui venivano tolti i pezzi ricorda D’Amico -, tanto che questi erano come “infarinati”». Quella polvere conteneva tremolite, tipo di amianto cancerogeno. Nel 2010 il tribunale di Ivrea riconosce colpevole di «non avere tutelato l’integrità dei lavoratori» l’ad di Olivetti negli anni (tra il 72 e il 76) in cui la donna è stata più esposta all’amianto, ovvero Ottorino Beltrami. Condanna confermata in Appello a Torino a fine 2012. Colpisce un passaggio della sentenza di primo grado: la responsabile del laboratorio di analisi chimiche della ditta riferisce di avere analizzato la polvere in questione, di avere trovato l’amianto e «di avere suggerito di non usarlo più». Uno dei periti citati spiega poi che la sua pericolosità era già nota all’epoca e che «vi era la possibilità di usare un talco non contaminato». Beltrami ricorre in Cassazione, ma nel frattempo muore.

Si apre un secondo dibattimento per una dipendente deceduta nel 2007. Ma le segnalazioni crescono e la Procura di Ivrea apre il fascicolo di cui si parla oggi. Tra gli indagati anche gli amministratori che si sono succeduti nel tempo, tra cui appunto l’ex banchiere Passera (coamministratore tra il 92 e il 96) e il presidente del gruppo l’Espresso, a capo della società dal ‘78 al ‘96: «Nel rispetto degli operai e delle loro famiglie precisa una nota di De Benedetti attendo fiducioso l’esito delle indagini, nella certezza della mia totale estraneità ai fatti contestati. La realizzazione delle strutture oggetto di indagine precede infatti di diversi anni l’inizio della mia gestione. Nel periodo della mia permanenza in azienda inoltre l’Olivetti ha sempre prestato attenzione a salute e sicurezza dei lavoratori, con misure adeguate alle norme e conoscenze scientifiche dell’epoca».

L’inchiesta si dovrebbe concludere entro l’anno. E rischia di ampliarsi. Il sindacato si muove, consapevole che questa storia «potrebbe essere solo all’inizio». «Stiamo cercando di ricostruire quando e dove si sono svolte le lavorazioni a rischio, della tremonite a quei tempi non si sapeva nulla spiega Giuseppe Capella della Fiom di Ivrea -. Dal 12 novembre poi attiviamo nella nostra sede Cgil uno sportello di informazioni e assistenza legale a ex dipendenti Olivetti».

(Da: l'Unità 8 novembre 2013)