TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


giovedì 21 novembre 2013

L’albero magico e la madre “lussuriosa”. Il grande incantesimo di Segantini



Giovanni Segantini, un artista quasi dimenticato, ma di grande suggestione.

Melania Mazzucco

L’albero magico e la madre “lussuriosa”

Il grande incantesimo di Segantini



I libri mediocri generano film magnifici, i capolavori della letteratura film mediocri. È un luogo comune del cinema, e neanche sempre vero. Però anche in pittura testi modestissimi hanno ispirato opere importanti. È il caso de Le cattive madri (o Il nirvana delle lussuriose) di Segantini. Rappresenta il culmine della fase simbolista della sua arte. Nei primi dodici anni di attività, Segantini aveva infatti aderito al naturalismo, nel solco verista della tradizione lombarda, e aveva dipinto paesaggi urbani, stamberghe visitate dalla fame e dalla difterite, coltivatori di bachi da seta, contadini, zampognari, pastori, vacche, vitelli, pollame, cavalli e soprattutto pecore. Nella seconda fase, seguendo una traiettoria simile a quella di Giovanni Pascoli, poeta coetaneo e fratello d’anima, abbandonò l’epopea umile della vita rurale e si orientò sulla lirica cosmica.

Persa nell’abbacinante vastità di una landa alpina, una donna, bella come una statua di marmo, è impigliata coi capelli ai rami di un albero. Il candore della neve la imbozzola in una gelida solitudine. L’albero è secco, tutto è immobile, cristallizzato. Nessun soccorso in vista: la foresta di alberi scheletriti prosegue sullo sfondo e una chiostra di monti sigilla l’orizzonte. È un mondo rarefatto e spettrale, come sotto un incantesimo maligno. Dal ramo però fiorisce una testa di bimbo.

È un albero magico — che racchiude un essere vivente, come il cespuglio di Polidoro o quello che parla a Dante con la voce di Pier delle Vigne. L’albero non è morto come sembra: lo abita un neonato. Con le labbra succhia il seno della donna. Lei si contorce. Il suo corpo ripete la forma altrettanto contorta dell’albero, generando un movimento contrario, un’onda gravida che s’incurva verso sinistra.

Le cattive madri













Segantini aveva vissuto l’infanzia diseredata di un orfano dickensiano — nutrito dall’assistenza pubblica, poi affidato alla sorellastra operaia, vagabondo nei bassifondi di Milano e infine rinchiuso in riformatorio a imparare il mestiere del ciabattino. Ignorava grammatica e sintassi. Ciò non gli impedì di formarsi, col tempo, una cultura letteraria ed estetica e di appassionarsi a Nietzsche e Schopenhauer: la sua massima aspirazione divenne quella di farsi filosofo, profeta e martire (in un autoritratto si dipinse nei panni del Cristo Morto di Mantegna). Ma il vangelo che voleva predicare come messia era quello di un’arte spiritualista, capace di soppiantare la funzione sacra della religione.

I letterati apprezzarono la metamorfosi. Nella scrittrice Neera trovò l’interlocutrice ideale, e fu lei a consigliargli di scrivere la sua autobiografia — che dopo la sua morte alimentò la sua leggenda. Segantini, che aveva abbandonato Milano e la corruzione della metropoli per ritirarsi nella purezza delle montagne svizzere (prima in un villaggio dei Grigioni, poi in Engadina), leggeva molto. Rimase folgorato dal poema Pangiavahli, o Nirvana: lo tradusse in due quadri, e poi lo ripropose anche in forma di graffito.

Autoritratto























Nel 1889 Nirvana fu spacciato come traduzione dell’antica saga vedica di Maironpanda. Ma Segantini lo sapeva frutto dell’inquieto talento di Luigi Illica, più noto come librettista di Mascagni, Giordano e Puccini. Era dedicato alle “male madri”. Ora il tema della maternità incalzava da anni Segantini, che aveva saputo trasfigurare la nostalgia della madre dell’orfano in un’ossessione artistica. Uno dei suoi dipinti più celebri, Le due madri, del 1889, stabilisce un sintetico parallelismo fra la madre donna e la madre vacca (una accompagnata dal neonato, l’altra dal vitellino), a significare che quella di dare la vita e prendersi cura della prole è la missione che la natura ha assegnato alla femmina, al di là della specie.

Nel Nirvana, invece, si era imbattuto nella sua antagonista: la donna che rifiuta la maternità. Perché infanticida, abortista, o solo malthusiana — come all’epoca si denigrava la donna che usava precauzioni contraccettive per non restare incinta, separando così l’atto sessuale dalla procreazione. Segantini, padre felice di quattro bambini, trovava questa figura perturbante. Il poema narrava nei 24 versi finali la punizione delle “lussuriose”, condannate a vagare nella tormenta del silenzio, «in vallea livida per ghiacci eterni / dove non ramo inverda o fiore sbocci».

Le due madri














Il Castigo delle lussuriose, che raffigura questi versi, dipinto nel 1891, fu mostrato all’Esposizione Internazionale di Berlino. Benché il trentino Segantini fosse già apprezzato in Germania e nel Nord Europa, il quadro non piacque: gli si rimproverò di dipingere il fantastico con realismo. Ma il fiasco accrebbe l’interesse di Segantini per il poema, la cui lettura lo in uno stato di intima inquietudine: attrazione e repulsione si alternavano, confondendolo. Nel 1894 creò il secondo ‘pannello’ del dittico — questo. In Italia fu stroncato come «astruseria simbolica», ma a Vienna trovò un ammiratore appassionato nell’imperatore Francesco Giuseppe (e poi negli artisti della Secessione).

L’inferno delle lussuriose può infatti trasformarsi in un purgatorio qualora la donna ascolti il richiamo del suo grembo e accetti il ruolo ch’è suo dovere e destino. Ed è questo l’istante che Segantini dipinge: il ramo prende vita, il bimbo succhia il latte, la donna acconsente, la spinta impressa dal corpo libera dall’albero la madre perdonata e redenta. Il poema è detestabile, i versi brutti, la morale reazionaria e per ogni donna crudele. Eppure Le cattive madri è il capolavoro di Segantini. Forse solo la morte precoce a 41 anni gli impedì di crearne un altro, ma tant’è.

L’immagine semplificata è di una rara potenza; la pennellata a lunghi filamenti di colore diviso ordisce un tessuto di materia serica come la neve; la costellazione simbolica (la natura, la madre, la luce, l’albero) riscatta la rozzezza della fonte e acquista risonanze universali; l’equilibrio delle proporzioni e degli elementi (la figura, il paesaggio) è perfetto. Inoltre la composizione bilanciata anticipa le sinuosità del liberty: molta art nouveau del ‘900 è già in embrione su questa tela. L’immagine alimenta l’ambiguità che la parola ignora (la donna subisce la maternità o la accetta volentieri?): tace il giudizio e affida il senso all’occhio dello spettatore. Le cattive madri è un quadro da guardare senza sonoro — come un film muto.


(Da: La Repubblica del 17 novembre 2013)