TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


martedì 12 novembre 2013

La strage impunita. Brescia 28 maggio 1974



Un libro di Benedetta Tobagi racconta l’attentato di Piazza della Loggia, le storie delle vittime, i depistaggi infiniti

Gad Lerner

La strage impunita. Brescia 28 maggio 1974, “Qui non è successo niente”


Benedetta e zio Manlio. Benedetta e quella data fatidica, il 28 maggio. Forse ora ho capito da dove abbia tratto Benedetta Tobagi — proprio lei, figlia di una vittima del terrorismo — la forza di salire sul palco di piazza Duomo gremita di milanesi alla fine della campagna elettorale del 2011 per difendere il candidato Giuliano Pisapia dalla calunnia del sindaco uscente, Letizia Moratti, che lo aveva accusato di complicità con i brigatisti. In una città ancora lacerata dai rancori e dai misteri ereditati dagli anni di piombo, si levava una voce addolorata, giovane ma matura, che invocava rigore storico contro le strumentalizzazioni propagandistiche.

Non le bastava riscuotere pubblica compassione. Aveva già dedicato al feroce delitto politico che il 28 maggio 1980 le aveva strappato il padre, un libro struggente eppure magistrale nella documentazione: Come mi batte forte il cuore. Ma ora capisco che di quel bisogno di capire, elaborato intorno a una ferita non rimarginabile, Benedetta ha fatto una scelta di vita. Raccogliendo del giornalista Walter Tobagi non solo l’impegno civile ma anche l’inesausto spirito di ricerca: perché mai la vicenda della nostra Repubblica è così tragicamente intrisa di violenza politica?

Non potevo saperlo, ma quando Benedetta parlò in piazza Duomo già si era rinsaldata una relazione profonda fra lei e lo zio acquisito, così ama chiamarlo, zio Manlio. Nel nuovo libro di Benedetta Tobagi, Una stella incoronata di buio. Storia di una strage impunita (Einaudi, pagg. 470, euro 20), è lui che figura come straordinario protagonista: Manlio Milani, l’operaio bresciano che in un altro cupo 28 maggio dell’anno 1974 aveva perduto la moglie Livia. Uccisa dalla bomba scoppiata in piazza della Loggia lo stesso giorno, sei anni prima, dell’omicidio Tobagi.



Benedetta e Manlio si sono conosciuti nel maggio 2007 a una trasmissione dell’Infedele e da allora non si sono lasciati più. Lei ha cominciato a frequentare la sede della Casa della memoria di Brescia della quale Manlio è l’anima, nella sua veste di instancabile presidente dell’Associazione familiari delle vittime. Così, da un intenso rapporto di identificazione e da un passaggio generazionale condiviso nella «luce segreta della perseveranza», è nato il libro: il ritratto di Livia e degli altri amici rimasti vittime dell’attentato si allarga pagina dopo pagina nel contesto della città percorsa da tensioni sociali e scontri ideologici, fino a dare vita a un affresco d’insieme della penisola degli anni Settanta e della strategia della tensione che l’ha insanguinata. Di nuovo, come solo Benedetta Tobagi sa fare, le umane passioni, le speranze, gli amori, i miti culturali, si ricompongono in un impianto storiografico finalmente decifrabile.

Per i molti che, quarant’anni dopo, hanno il diritto di non saperlo, stiamo parlando di otto morti e centodue feriti fra i lavoratori in sciopero convenuti in piazza della Loggia per manifestare contro la recrudescenza degli atti di violenza fascista nella città di Brescia. Una bomba vigliacca, nascosta in un cestino porta rifiuti, viene fatta esplodere durante il comizio del sindacalista Franco Castrezzati. C’è un filmato che fa male al cuore ogni volta che lo si rivede. L’eloquio stentoreo di Castrezzati, il botto che lo sovrasta, la nuvola di fumo bianco che si solleva, le urla della folla, di nuovo il sindacalista che invita i compagni a mantenere la calma…

Negli anni precedenti vi erano stati diversi attentati sanguinosi sui treni, oltre che la strage di piazza Fontana. Ma quella di Brescia fu la prima volta che una bomba seminò la morte nel mezzo di uno sciopero unitario dei sindacati. Passerà meno di un mese e anche le Brigate Rosse cominceranno a uccidere: due missini in una sede di Padova. Allo stragismo di destra risponde l’omicidio politico di sinistra. La fotografia di Manlio Milani nel mentre sorregge il capo di Livia che spira, e con l’altro braccio levato pare rivolgersi alla folla, ha la tragicità pittorica di una passione. Ripercorriamo la loro vicenda sentimentale fra la sezione comunista, il circolo culturale, il consultorio dell’Aied dove, vincendo la timidezza, Livia insegna l’uso dei contraccettivi a tante donne bresciane (Adele Faccio dorme a casa loro quando passa da quelle parti). Un amore che minimizza le differenze diclasse: Livia, insegnante, è la prima in famiglia a frequentare l’università; Manlio, operaio, l’ha conosciuta sul treno dei pendolari mentre tornava dalla Casa della Cultura di Milano. Se lui non ha avuto la possibilità di studiare, lei proprio per questo vuole che condividano perfino la stesura della tesi di laurea sul Gattopardo.



Attraverso di loro conosciamo Brescia nella sua età del ferro, o meglio del tondino. Una città che nel 1971 vede impegnato nell’industria addirittura il 58 per cento della popolazione. Un padronato di nuovi ricchi compiaciuti della propria grevità, simboleggiato dal self made man Luigi Lucchini, istintivamente ostile alla sinistra e al sindacato. Ma Brescia è anche la città in cui gli operai cattolici gareggiano con quelli della Fiom in coerenza militante antifascista. E dove l’assessore democristiano Luigi Bazoli, la cui moglie Giulietta rimane anch’essa uccisa dalla bomba, decide di accompagnarla al cimitero con la bandiera rossa perché era quella la fede politica di lei. E poi la stessa bandiera rossa verrà esposta da Bazoli nel suo ufficio al Comune. Fra i morti tre donne; cinque insegnanti, tutti impegnati nel sindacato; due operai; un ex partigiano. Solo il servizio d’ordine sindacale potrà garantire, nei giorni seguenti, che la rabbia popolare non vada oltre i fischi e non travolga le autorità (dal capo dello Stato, Giovanni Leone, al premier Mariano Rumor) convenute per i funerali.

Se questa è la Brescia di Manlio Milani, che oggi tutti conoscono e rispettano in città, ce n’è un’altra opaca che Benedetta Tobagi va a rintracciare, aggirandosi con pazienza certosina nel labirinto dei depistaggi e delle testimonianze fasulle imbeccate da un capitano dei carabinieri che avrebbe fatto carriera fino a diventare generale: Francesco Delfino.

I ritratti degli uomini della destra eversiva — dal bellissimo ventunenne Silvio Ferrari morto pochi giorni prima della strage mentre trasportava in scooter dell’esplosivo, all’ex partigiano Carlo Fumagalli, amico di Edgardo Sogno e come lui divenuto anticomunista fino al punto di reclutare i nemici di un tempo — sono un libro nel libro. Vediamo muoversi alle loro spalle la struttura che fa capo ai fascisti di Ordine Nuovo, fuorilegge da un anno ma dotati di una struttura clandestina la cui finalità è dichiaratamente seminare il terrore, preparare un colpo di Stato, debellare il pericolo comunista. Dando per scontato, come teorizza Pino Rauti, che tanto «la terza guerra mondiale è già cominciata».

Questo anticomunismo paranoico è il tessuto connettivo che riunisce segretamente, nella loggia massonica P2 e in altre strutture parallele, i funzionari dei servizi segreti, alti ufficiali dei carabinieri e delle Forze armate, toghe con l’ermellino, ai capi della destra eversiva che traffica con gli esplosivi. Toccante è il racconto dell’inutile viaggio fino in Giappone di Manlio Milani, nel vano tentativo di convincere a tornare in Italia per raccontare la sua verità Delfo Zorzi, dirigente di Ordine Nuovo, divenuto facoltoso imprenditore.

Lo sciame di attentati e di sussulti golpisti che precedono la strage di Brescia impressiona chi oggi lo rilegge in sequenza. Ma perfino una lettera firmata Partito nazionale fascista, e indirizzata al Giornale di Brescia sei giorni prima dell’attentato, preannunciava l’intenzione di commetterlo. Perché non le fu dato il giusto peso dai responsabili della pubblica sicurezza? La latitanza e la connivenza di uomini dello Stato smettono di essere un’insinuazione generica, grazie alla ricerca di Benedetta Tobagi: sono esposte inequivocabilmente nero su bianco. Fino alla penosa sequenza dei processi, funestati da omicidi di pentiti in carcere e dalle morti sospette di potenziali testimoni scomodi. Fino all’umiliante esito delle assoluzioni per insufficienza di prove: Maggi Carlo Maria, Zorzi Delfo, Tramonte Maurizio, Rauti Giuseppe Umberto, Delfino Francesco… La magistratura, oltre trent’anni dopo, getta la spugna.

In piazza della Loggia viene conservato sotto vetro, dal giorno della strage, il manifesto del comitato antifascista con le sigle dei partiti e dei sindacati che convocava la manifestazione. Dopo la sentenza ci hanno appiccicato su un cartello: «In questo luogo il 28 maggio 1974 non è successo niente».

(Da: La Repubblica del 12 novembre 2013)






Benedetta Tobagi
Una stella incoronata di buio
Einaudi, 2013
euro 20