TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


domenica 24 novembre 2013

Guido Araldo, Presenze catare nel Piemonte altomedievale. I Catari di Monforte



E' ormai attestata una presenza catara nel Piemonte altomedievale. Guido Araldo ci racconta delle testimonianze lasciate nel cuneese da questi antichi eretici.

Guido Araldo

Presenze catare nel Piemonte altomedievale

1. I Catari di Monforte


Un filo sotterraneo corre nella Storia e collega gli Esseni, gruppo gnostico-giudaico, ai primi cristiani, poi s’intreccia ai Bogomili dell’Impero Bizantino; in seguito, verso l’anno Mille, fluttuò dai Bogomili ai Catari: un filo che si andò spostando verso Occidente lentamente e che, a un certo punto, si spezzò, bruciato sui roghi.

I Catari apparvero per la prima volta nella Storia, come fiore repentino sbocciato sulle colline delle Langhe, nell’anno 1028: in pieno Medioevo.

Ma si trattava davvero delle Langhe? All’epoca molti erano i Montes Fortes nell’Alta Valle Padana e all’epoca, va ricordato, la marchesa di Susa non aveva poteri sulle Langhe, pertinenza dei Marchesi del Vasto (in seguito Del Carretto) o del vescovo di Alba.

Come quegli eretici fossero arrivati al Monte Forte, probabilmente resterà per sempre un mistero! Ma già allora i Catari mettevano paura per la loro dottrina rivoluzionaria e per il favore che riscuotevano presso il popolo poiché moralmente migliori dei sacerdoti cattolici.

Notizie preoccupanti giunsero all’orecchio dell’arcivescovo di Milano, Ariberto d’Intimiano, massima autorità ecclesiastica della Lombardia, [all’epoca la Lombardia includeva il Piemonte e l’Emilia] quando arrivò in visita a Torino con buona schiera di chierici.



Questi i fatti riferiti da Landolfo Seniore, cronista milanese dell’epoca:

“In quel tempo l’arcivescovo Ariberto giunse a Torino accompagnato da una schiera di buoni chierici e da una truppa di valorosissimi guerrieri; sentì parlare di una non ancora udita eresia, che da alcun tempo si era manifestata nel castello sopra la località detta Mons Fortis. Avendo udito ciò, ordinò subito che da quel castello gli venisse condotto un uomo di quell’eresia, per meglio conoscere la questione”.

Il “vescovo” dei Catari era un certo Gerardo che si presentò al cospetto dell’arcivescovo, come gli era stato ordinato. Durante l’interrogatorio Gerbardo si affannò a spiegare la corretta ortodossia della religione da lui professata e illustrò la struttura della comunità religiosa che dirigeva, costituita da “buonomini” guidati da “maiores”, che nei successivi verbali provenzali e occitani avrebbero preso il nome di “perfetti”. Ma a riguardo dei sacramenti impartiti nella sua comunità, Gerardo si rifiutò di farne cenno. Le risposte non tranquillizzarono l’alto prelato che ulteriormente s’inquietò e si recò presso la marchesa di Susa per invocare l’intervento dal braccio secolare onde perseguire quegli eretici. Non si sa con quale spirito la contessa assecondò la richiesta dell’arcivescovo; ma una schiera dei suoi armigeri andò al Monte Forte e trasse in arresto molti uomini e donne accusate di praticare l’eresia bogomila. Della contessa che diede loro ospitalità, nota come “la dama nera”, è ignota la sorte; ma pare che non figurasse tra i prigionieri, tra cui molte donne, condotti in catene nella città di Milano.

In seguito, durante il processo, fu concessa facoltà agli eretici di ravvedersi e di tornare all’ovile di santa Romana Chiesa, ma pochi acconsentirono e rinunciarono alle loro convinzioni religiose. Pare addirittura che molti di loro corressero volentieri verso i roghi, desiderosi del supplizio come i primi martiri cristiani durante le persecuzioni pagane. Un comportamento che fece scalpore e da allora il quartiere milanese dove i Catari arsero fu chiamato “Borgo Monforte”.

Monforte























Le credenze religiose dei Catari restarono in gran parte ignote, poiché gli inquisitori che li perseguirono si preoccuparono di fare tabula rasa. Gli unici documenti disponibili riguardano sporadici interrogatori durante la terribile inquisizione, che implacabile li cancellò dalla faccia della terra, andandoli a scovare in castelli a nido d’aquila su alte rocce o nelle più appartate e selvagge valli pirenaiche. Famoso restò il lungo assedio al Montségur, castello ritenuto inespugnabile.

Dopo i fatti del Monte Forte, infatti, seguì un lungo silenzio finché, trascorsi centocinquant’anni, una flebile luce aprì uno squarcio nel buio della storia: erano gli anni tra il 1166 e il 1169:.

Un notaio d’Avignone indirizzò un certo Marcus, forse di origine lombarda (all’epoca il Piemonte era noto come la Lombardia Superiore o Occidentale), da lui stesso convertito alla “dottrina dei puri”, a recarsi “ad Rocavien et est locus apud Cuneum, ubi stabant cathari, qui venerant de Francia et habitandum ibi” “a Roccavione e questa località è presso Cuneo, dove stavano i Catari che provenivano dalla Francia e ci abitano”. (A Dondaine: La hiérarchie cathare en Italie, II, dal “tractatus de ereticis” d’Anselme d’Alexandrie, scritto tra il 1267 e il 1270, custodito presso l’Archivium Fratrum Predicatorum, XX (1950), p. 308.)


Credo che sia la più antica citazione di Cuneo.

(continua)