TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


mercoledì 27 novembre 2013

Guido Araldo, La crociata contro gli Albigesi



Guido Araldo

Presenze catare nel Piemonte altomedievale

2. La crociata contro gli Albigesi



A quell’epoca i catari erano straordinariamente presenti nella civilissima Linguadoca: la regione più evoluta in Europa. Ma si trattò di una stagione di breve durata. Quegli eretici facevano paura alle autorità ecclesiastiche e papa Innocenzo III, percependo la minaccia gravissima costituita di quegli, inaugurò la terribile stagione della crociata cismarina contro l’eresia dei Catari della Linguadoca.

I Catari riscuotevano un notevole successo tra la gente, più di parroci e frati panciuti, ingordi, ignoranti e lussuriosi; ma diffondevano una “verità” scomoda per la Chiesa. I Catari non si prodigavano in attività di proselitismo; ma il loro esempio valeva più di molte parole, e molti uomini lasciavano l’ortodossia ufficiale per accedere nelle loro fila. I Catari consideravano le stesse chiese, magnifiche cattedrali di pietra, delle tombe dello spirito e reputavano che non fosse lecito peccare, confessarsi e peccare nuovamente. Lo stesso papa era considerato l’Anticristo, degno compagno di Maometto, la Bestia! Secondo loro il clero ordinario era al servizio dell’Anticristo, del demonio: nessuna possibilità di dialogo, pertanto, con preti, vescovi cardinali, molti dei quali erano notoriamente simoniaci e nicolaiti.

La religiosità catara attecchì copiosamente in una terra generosa, dall’intensa vitalità culturale: la patria della poesia cortese, caratterizzata da una stagione di benessere e da una libertà inimmaginabile altrove, con conti e visconti particolarmente tolleranti. Come non ricordare che storicamente le regioni più evolute d’Europa sono sempre state “ribelli” al dogmatismo di Roma papale? Ne saranno un palese esempio le guerre di religione che insanguinarono copiosamente l’Europa tra i secoli XVI e XVII, devastando soprattutto la Germania che perse più di un terzo dei suoi abitanti. A quei tempi, nei secoli XI, XII e XIII le terre meridionali della Francia svilupparono la più grande civiltà provenzale – occitana: quella dei cavalieri cortesi, dei trovadori, delle dame gentili e acculturate; terre dove maggiormente si era sedimentata la civiltà greco e romana. Purtroppo da quell’humus che stava foraggiando la Nuova Europa, fu fatta tabula rasa, un deserto, dalla violenta crociata dei Francesi del Nord!

I Catari della Linguadoca divennero famosi come gli Albigesi, per la città di Albi, loro culla, dove sembra che costituissero la maggioranza della popolazione. Disponevano di un’indipendente struttura ecclesiastica, dove le donne vantavano identica dignità degli uomini. Numerose, infatti, erano le “perfette”, corrispondenti alle “vescove”, in gran parte di nobile lignaggio come la bella Esclarmonde, sorella di Raimondo Ruggero, conte del Foix, che fu l’anima della resistenza nel castello di Montségur. Una situazione intollerabile per la chiesa di Roma!



Quando la grande crociata cismarina venne bandita, i possenti cavalieri del Nord scesero come sciame di cavallette devastatrici nelle felici campagne della Linguadoca, avidi di saccheggi e stupri.

La prima città ad esserne travolta fu Béziers: bruciata da cima fondo mentre tutti gli abitanti venivano passati a fil di spada. Come non ricordare la famosa frase del legato pontificio Arnald d’Amaury a capo della crociata? “Uccideteli tutti! Dio li discernerà!” All’epoca Béziers aveva tra i 20.000 e i 30.000 abitanti. Era il giorno della Maddalena, forse non un caso: il 22 luglio 1209.

Una guerra di conquista e sterminio da parte dei rapaci cavalieri Franchi e Normanni, inarrestabili su tutti gli orizzonti: dall’Irlanda alla Sicilia, dall’Aquitania a Gerusalemme. Accadde così che una delle più belle e prospere della civiltà europea all’epoca: la civiltà d’Oc dei cavalieri cortesi, delle belle dame, dei raffinati trovadori, dei ricchi mercanti e dei poetici menestrelli fu distrutta per sempre; spazzata via da una furia inquisitoria senza precedenti.

Dopo la sconfitta di Muret, il 12 settembre 1213, subita da Pietro II, re cattolicissimo d’Aragona, accorso a difendere l’Occitania, non ci fu più speranza per le terre civili della Grande Contea di Tolosa e dei Viscontadi di Carcassonne e Narbona! Sembrò che un sole nero fosse calato sulla dolce terra d’Occitania. La grande città di Tolosa, che all’epoca superava Parigi, Firenze, Venezia e la stessa Roma per ricchezza, abitanti, splendore e vivacità culturale, non si sarebbe più ripresa! -

Fu allora che i “boni homines”, come amavano definirsi i Catari, inserirono nelle loro preghiere la maledizione ripresa da Dante Alighieri, che probabilmente era cataro nel cuore: “Pape satàn, Pape satàn aleppe!”. Una frase difficile da decifrare, che tradotta dalla lingua trovadorica potrebbe significare: “Papa satanico, papa satanico scappa, vattene!” Ai Catari “albigesi” il papa di Roma doveva sembrare davvero il diavolo.

In vent’anni di sporadici scontri, persistenti saccheggi e stupri, la grande Contea di Tolosa fu selvaggiamente saccheggiata e vilipesa, con tutte le terre meridionali tra il Rodano, i Pirenei e la Garonna, per essere in seguito annessa al Regno di Francia. Poco importava se il conte di Tolosa, il prode Raimondo, poco più di cent’anni prima fosse stato il primo a entrare in Gerusalemme liberata!

La battaglia di Muret fu uno scontro fatale, per certi versi simile alla battaglia di Waterloo per le conseguenze storiche. Il progetto caro a Pietro d’Aragona, di unire in un unico reame le sette sorelle: Aragona, Catalogna, Rossiglione, Linguadoca, Guascogna, Provenza e Lombardia, fu spazzato via per sempre dalla carica dei cavalieri franchi e normanni in quella pianura con le mura lontane di Tolosa, nella direzione dove si alza il sole.



Lo stesso re Pietro, già vincitore l’anno prima degli Arabi nella travolgente battaglia di Las Nevas che avrebbe segnato per sempre il destino degli Arabi in Spagna, fu disarcionato e ucciso, e tutta la sua maynade, la più bella cavalleria al mondo, fu travolta e sterminata. Quanti pianti nelle case di Saragozza per i figli, gli sposi, i padri che non sarebbero più tornati! Il suo sogno di unificare le terre dall’Ebro al Rodano e al Ticino, da Valencia a Lione e a Genova sotto i suoi stendardi dalle quattro bande rosse orizzontali su campo d’oro, all’insegna della tolleranza, fu spazzato via da Simon di Montfort e dai suoi truci cavalieri giunti dal Nord.

Probabilmente fu il più grande disastro del Medioevo, poiché negò per sempre la nascita di una nuova nazione, con immani conseguenze per la geografia politica dell’Europa. Quel giorno, in un colpo solo, un embrione di nazione fu cancellato per sempre e l’Occitania fu la prima “nazione negata” d’Europa.

Duecentosettant’anni dopo sarebbe toccato alla Lotaringia, con una battaglia dal nome simile: Morat, il 26 giugno del 1476, dove Carlo Temerario vide dissolversi il suo grande sogno di uno stato tra Francia e Germania, esteso dai monti della Svizzera alle fertili campagne delle Fiandre e dell’Olanda. I picchieri svizzeri, chiusi in grandi quadrati di fanteria, gliel’avevano impedito! E non è un caso se ancora oggi le guardie del papa sono svizzere, con le alabarde dell’epoca!


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