TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


mercoledì 13 novembre 2013

Franco Cardini: Barbarossa, il corsaro di Allah



Banditi, briganti, ribelli, guerriglieri. Sotto questo titolo tempo fa il Corriere ha pubblicato una serie di articoli dedicati agli “irregolari” della storia, personaggi a cavallo fra criminalità e grande politica. Un argomento di attualità, anche se i "pirati" in doppiopetto di oggi non hanno la tragica grandezza di questi loro antenati. 

Franco Cardini

Barbarossa, il corsaro di Allah


Quando, tempo fa, Muhammar Gheddafi minacciò l'Italia di farla tremare «come ai tempi del Barbarossa», tutti pensarono a Federico I di Svevia e alla battaglia di Legnano: che non c'entravano nulla. Se gli italiani avessero maggiore familiarità con la storia del Mediterraneo, si sarebbe capito subito che il rais stava alludendo a un personaggio di mezzo millennio fa, il dey di Algeri e di Tlemcen, vale a dire governatore di una regione del Maghreb per conto di Solimano «il Magnifico», sultano d'Istanbul.

Si tratta di Khair ad-Din, lo Hariadenus delle nostre cronache, detto popolarmente «il Barbarossa»: forse un «rinnegato» d'origine greca, albanese, calabrese o addirittura provenzale, ma più probabilmente il figlio di un comandante militare ottomano — un agha — e di una greca di nome Catalina.

Nato nel 1466 circa a Mitilene, nell'isola di Lesbo, gli fu imposto il nome di Hizir; fin da giovanissimo esercitò con i fratelli Elias e 'Aruj la «guerra di corsa» nel nome del sultano nelle isole greche dell'Egeo. Più tardi, conquistata Algeri, ne fece la base per una serie di incursioni contro le coste andaluse e italo-tirreniche. Nel 1526, nelle acque davanti a Piombino, fu battuto dall'ammiraglio genovese Andrea Doria: ma da allora cominciò la loro ambigua amicizia, fondata su molteplici rapporti di collaborazione e d'interessi. Essi furono spesso tramite anche delle relazioni tra il sultano Solimano e l'imperatore Carlo V.

Quasi settantenne, colui che ormai era conosciuto col nome onorifico di Khair ad-Din era divenuto ricchissimo e potente: dal 1533 era stato nominato kapudan pascià, cioè comandante generale della marina ottomana, e come tale nel 1534 compì, con una flotta di 82 galee, una tremenda incursione che si abbatté sulle coste tirreniche. Fu in ritorsione a quel raid che Carlo V organizzò, nell'anno successivo, la poderosa spedizione culminata nella conquista di Tunisi e di Biserta. Dopo quell'episodio, circolò la notizia che il Barbarossa fosse stato ucciso. Ma egli provò subito che era in grande forma: piombò sulle Baleari ancora in festa per la vittoria cristiana e le mise a ferro e fuoco, riportandone un favoloso bottino. Fece quindi rotta verso Istanbul, dove offrì al sultano una cospicua parte delle ricchezze razziate, ricevendone in cambio molti onori e un bellissimo palazzo.



Era instancabile. Approfittando dell'appoggio del re di Francia Francesco I, in lotta con Carlo V, organizzò per il 1537 una nuova campagna navale, diretta stavolta a colpire il basso Adriatico e quindi sia il regno spagnolo di Napoli, sia le isole soggette alla Repubblica di Venezia: devastò le coste pugliesi, traendone migliaia di prigionieri, quindi osò attaccare la munitissima piazzaforte veneziana di Corfù; solo il maltempo e le efficaci artiglierie veneziane gli impedirono di averne ragione. La controffensiva veneto-pontificio-imperiale, guidata da Andrea Doria, non bastò a fermarlo: anzi il Barbarossa inflisse al suo eterno avversario genovese una cocente sconfitta nelle acque albanesi.

Era quasi ottantenne quando, in coincidenza con la ripresa delle ostilità tra Carlo V e Francesco I, fu inviato con la sua flotta nel 1544 a colpire le coste liguri-provenzali in appoggio al re di Francia. In tale occasione si situa anche l'episodio del suo assedio a Reggio Calabria, che pare evitasse il saccheggio solo perché il Khair ad-Din si era invaghito della non ancora ventenne figlia del governatore spagnolo della città. Sembra invece che le sue responsabilità nell'attacco a Nizza, il porto del duca di Savoia alleato con l'imperatore, siano state meno gravi di quanto la tradizione narri. Pesante invece, sulla via del ritorno, il raid contro l'isola d'Elba.

Il Barbarossa morì nel 1546, sembra per un attacco di «febbre gialla». Fu sepolto a Besiktas, a nord di Istanbul, in un mausoleo costruito per lui dal celebre architetto Sinan. La sua figura divenne leggendaria nel folklore mediterraneo.

http://lettura.corriere.it/banditi-briganti-ribelli-e-guerriglieri/