TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


giovedì 7 novembre 2013

Edvard Munch. Il teatro dell’anima all’incrocio dei secoli

Madonna























Strindberg e Ibsen, Kierkegaard e Nietzsche: così sì è formato un grande artista.

Franco Marcoaldi

Il teatro dell’anima all’incrocio dei secoli

Come una mela tagliata a metà, la vita di Edvard Munch si divide tra gli ultimi quarant’anni dell’Ottocento e i primi quaranta del Novecento (1863-1944). Dei due secoli in cui vive, l’artista condensa in sé lo spirito in modo esemplare: nasce naturalista, salvo incrociare ben presto il simbolismo; segue le tracce impressioniste, per farsi poiantesignano del modernismo espressionista.
Certo, le tragiche vicende familiari offrono un timbro indelebile alla sua arte: a cinque anni Edvard perde la madre e a dodici la sorella maggiore Sophie (variamente raffigurata in celebri quadri), mentre un’altra sorella (Lara) è affetta da una grave depressione. Lui stesso, del resto, grande consumatore di alcol e soggetto a reiterati stati di allucinazione, conosce la malattia mentale e la paranoia, al punto che nel 1908 è costretto a una degenza di otto mesi nella clinica psichiatrica del dottor Jacobsen, a Copenaghen.

Eppure, il cliché dell’artista maledetto non gli si attaglia. Munch, tanto per dirne una, è quanto mai accorto nel rapporto con i mercanti e gestisce con oculatezza il suo patrimonio artistico. Così, se è vero che la sua vita può sembrare quella di un uomo braccato, affetto da misoginia e capace di collere inaudite che lo spingono a rotture improvvise e a successivi, lunghi periodi di isolamento, è altrettanto vero che Edvard viaggerà molto e conoscerà molte persone. Forse, allora, bisognerebbe provare a rovesciare la prospettiva: riconoscendo che se la cifra principale della sua arte resta quella dell’inquietudine, dell’angoscia, del fantasmatico, essa risulta tanto più efficace perché il “teatro dell’anima” a cui dà vita nasce sì da un’esperienza soggettiva e incarnata, ma si incrocia in modo quanto mai fertile con la temperie culturale circostante.

Autoritratto con sigaretta



















Il poeta danese Emanuel Goldstein apprezza la sua opera e lo introduce al simbolismo, mentre Edvard familiarizza con il pensiero di Swedenborg e Schopenahuer. L’amico Hans Jaeger gli fa conoscere l’opera di Kierkegaard; e sempre per restare in ambito filosofico, nel 1905 dipingerà un famoso ritratto di Nietzsche, al cui pensiero è fortemente interessato quel Frederick Delius,compositore inglese, che il pittore norvegese aveva frequentato con profitto nel soggiorno parigino del 1896. «Si è detto che bisognerebbe comporre musica sulla pittura di Munch per interpretarla adeguatamente», riconosce Strindberg in un breve e fulminante scritto pubblicato in occasione della mostra tenuta alla galleria Art Noveau di Parigi.

E giusto a proposito di Strindberg, come dimenticare la fertilissima collaborazione di Munch con la grande drammaturgia nordica? Con il nuovo teatro da camera di Max Reinhardt, fondatore del Berliner Kammerspiele? Non si tratta soltanto di pur importanti scenografie, a partire da quella per gli Spettri di Ibsen. Il riflesso pittorico di un’idea teatrale volta a favorire l’intimità con lo spettatore è immediatamente riscontrabile in altrettante tele raccolte in spazi chiusi ritmati da una precisa drammaturgia (basti, per tutti, il celebre La morte nella camera della malata). Senza contare, via via che passano gli anni, l’uso deformante del grandangolo fotografico e l’avvicinamento al cinema, nella convinzione di dover imprimere alla propria pittura un ulteriore cambio di passo, in direzione di un dinamismo talmente irruente da spingere il soggetto fuori dalla tela. A contatto diretto con l’osservatore.

Se si mettono assieme tutti questi elementi, e si aggiunge poi la pratica del quadro “non finito”, il ritorno ossessivo sullo stesso soggetto, il confronto con i nuovi media (radio, cinema, riviste illustrate, cartoline postali), si finisce per riconoscere nella lunga battaglia interiore di Munch, nello sfiancante corpo a corpo intrapreso con la propria anima, un’eco quanto mai significativa del più generale tragitto artistico, letterario e filosofico otto- novecentesco.

(Da: La Repubblica del 6 novembre 2013)