TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


domenica 24 novembre 2013

Afghanistan: quanti altri morti ancora? L'intervento italiano durerà almeno fino al 2020.


Nel silenzio generale e nell'indifferenza di un parlamento paralizzato e privo di credibilità, i vertici militari e politici programmano una guerra di lunga durata in Afghanistan. Altissimi i costi economici, come quelli umani. Al di là della propaganda sulle "missioni di pace", si tratta di una guerra e feroce, vista la determinazione con cui fin dall'arrivo degli inglesi nel XIX secolo gli afghani si sono opposti ad ogni occupazione straniera della loro terra. Sicuramente conteremo i morti, nostri e loro.

Umberto de Giovannangeli

I soldati italiani a Kabul anche dopo il 2014


Altro che «exit strategy». L’avventura militare dell’Italia in Afghanistan si protrarrà ben oltre il 2014. E con finalità che, al di là dei formalismi, potrebbero essere più impegnative, e rischiose, di quelle di «consiglieri militari». Fino a quindicimila soldati stranieri potranno rimanere in Afghanistan anche dopo la fine del 2014, dopo cioè che sarà stato completato il ritiro del contingente della Nato, in caso di approvazione della bozza di intesa bilaterale con gli Stati Uniti in materia di sicurezza da parte della Loya Jirga: ad affermarlo è il presidente afghano, Hamid Karzai, intervenendo in apertura dei lavori della «Grande Assemblea» tradizionale che da l’altro ieri e almeno fino a domani vede riuniti sotto un’enorme tenda a Kabul circa 2.500 tra capi tribù, anziani e dignitari politici per discutere il testo. «Se il patto sarà sottoscritto», ha spiegato Karzai «da diecimila a quindicimila dei loro militari rimarranno nel Paese. Quando dico “loro” ha precisato non mi riferisco soltanto agli americani».

Tra quei «loro» ci saremo anche «noi». Da gennaio 2015, conclusa la missione Isaf nell’ambito della nuova missione Nato Resolute Support rimarranno in Afghanistan 1.800 militari italiani, destinati a ridursi progressivamente a meno della metà, circa 800, e ci rimarranno almeno fino al 2017 (ma fonti bene informate proiettano questa presenza almeno fino al 2020). Nel luglio scorso, il ministro della Difesa, Mario Mauro, aveva confermato questa disponibilità, puntualizzando, però, che i nostri militari avrebbero avuto solo compiti di addestramento dei militari afghani.

Ma in un Afghanistan tutt’altro che pacificato, la distinzione tra funzioni di addestramento e impegno sul campo è molto labile, quasi inesistente. Il rischio, concordano analisti di strategia militare, è che anche dopo il 2014, i nostri militari possano essere coinvolti in operazioni sul campo. L’Italia e la Germania hanno accettato di mantenere il comando dei «centri di coordinamento» (attuali comandi regionali) nel Nord e nell’Ovest.

Per fare un confronto con altri partner europei si tratta di un impegno ben maggiore di quello assunto da Francia e Gran Bretagna e inferiore solo a quello degli Stati uniti che manterranno i comandi nel Sud e nell’Est e lasceranno in Afghanistan se la Loya Jirga darà il suo assenso, circa 10 mila militari -. Per questo impegno, il numero uno del Pentagono, Chuck Hagel ha pubblicamente ringraziato Roma e Berlino.

«Apprezziamo gli impegni che altre nazioni stanno assumendo ha dichiarato inclusi gli annunci fatti dalla Germania e dall’Italia secondo i quali assumeranno il compito di nazioni-guida per le aree settentrionali e occidentali».


Formalmente, i nostri soldati sarebbero «consiglieri militari». Ma è poco plausibile che sul campo l’Italia schieri 1800 «consiglieri militari». Potranno forse essere poche decine i consiglieri militari, ma la loro presenza nella basi di Herat (esercito) e Shindand (aeronautica) richiederà la presenza di altre centinaia di uomini per curare la logistica, la sicurezza e garantire una forza di reazione rapida con truppe d’assalto, elicotteri e forse droni in grado di intervenire in caso di necessità. Insomma, una presenza a tutto campo. Un campo di battaglia.

La questione è di quelle che meriterebbero una discussione molto approfondita nelle sedi deputate: prima fra tutte, il Parlamento. Il 10 ottobre scorso, il Consiglio dei ministri ha licenziato il decreto legge sul rifinanziamento delle missioni all’estero; decreto ancora in discussione alla Camera.

In quel decreto, per l’impegno militare in Afghanistan, prolungamento della missione Isaf, è stato deciso un rifinanziamento di circa 125 milioni (tre volte tanto rispetto ai 40 milioni per quella che viene considerata la «missione modello»: Unifil2, nel Sud Libano). In prospettiva futura, resta la domanda: in Afghanistan, ma per fare cosa? La risposta ufficiale non convince.

A rendere ancor più problematica la situazione, è lo scontro fra Usa e Afghanistan sui tempi per l’eventuale firma del patto per la sicurezza che dovrà permettere la permanenza nel Paese di soldati americano oltre il 2014. Giovedì, aprendo i lavori della Loya Jirga, Karzai, a sorpresa, ha precisato che l’accordo bilaterale potrà essere sottoscritto soltanto dopo lo svolgimento «corretto e dignitoso» delle elezioni presidenziali del 5 aprile.

La Casa Bianca non ha gradito e ha fatto sapere che il presidente Obama vuole che l'intesa sia approvata entro la fine di quest’anno, quindi almeno quattro mesi prima del voto. Ma ieri il governo di Kabul ha riaffermato le sue intenzioni: «Come detto chiaramente da Karzai nel suo discorso», ha spiegato un portavoce del presidente, «firmeremo l’accordo una volta che avremo garantito la pace e la sicurezza e avremo celebrato elezioni trasparenti».

l’Unità 23 novembre 2013