TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


lunedì 4 novembre 2013

4 novembre. Il giorno della vergogna



Per noi il 4 novembre è (con le fucilazioni di massa dopo Caporetto) questa canzone, nata nelle trincee e che ancora oggi fa scandalo, tanto che nella quasi totalità delle versioni viene censurata l'ultima strofa, prima del ritornello finale, quella più significativa.


O Gorizia tu sei maledetta



La mattina del cinque d'agosto
si muovevan le truppe italiane
per Gorizia, le terre lontane
e dolente ognun si partì

Sotto l'acqua che cadeva a rovesci
grandinavan le palle nemiche
su quei monti, colline e gran valli
si moriva dicendo così:

O Gorizia tu sei maledetta
per ogni cuore che sente coscienza
dolorosa ci fu la partenza
e il ritorno per molti non fu

O vigliacchi che voi ve ne state
con le mogli sui letto di lana
schernitori di noi carne umana
questa guerra ci insegna a punir

Voi chiamate il campo d'onore
questa terra di là dei confini
Qui si muore gridando assassini
maledetti sarete un dì

Cara moglie che tu non mi senti
raccomando ai compagni vicini
di tenermi da conto i bambini
che io muoio col suo nome nel cuor

Traditori signori ufficiali
Che la guerra l'avete voluta
Scannatori di carne venduta
E rovina della gioventù

O Gorizia tu sei maledetta
per ogni cuore che sente coscienza
dolorosa ci fu la partenza
e il ritorno per molti non fu.







Da Addio alle armi di Ernest Hemingway

Prima di giorno giungemmo sulla riva del Tagliamento e seguimmo il fiume in piena fino al ponte dove tutto il traffico stava passando. « Dovrebbero poter resistere a questo fiume » disse Piani. Nel buio la piena pareva alta. L’acqua turbinava ed era vasta. Il ponte di legno era lungo quasi un chilometro e il fiume, che di solito correva in canaletti nel vasto letto petroso, arrivava quasi alle assi di legno. Proseguimmo lungo la riva e ci facemmo strada nella folla che stava attraversando il ponte. Attraversando lentamente nella pioggia col fiume a pochi centimetri dai piedi, schiacciati dalla folla e un cassone d’artiglieria davanti, mi sporsi dal parapetto a guardare il fiume. Ora che non si poteva camminare sul proprio passo mi sentivo stanchissimo.

« Piani » dissi. « Eccomi, tenente. » Era un po’ più avanti nella calca. Nessuno parlava. Cercavano tutti di attraversare più presto che potevano: pensavano solo a questo. Eravamo quasi passati. All’estremità del ponte c’erano ufficiali e carabinieri in piedi accanto ai due parapetti con le lampade tascabili. Li vidi profilati contro la linea del cielo. Quando ci avvicinammo vidi un ufficiale indicare un uomo nella colonna. Un carabiniere lo seguì e venne fuori tenendo l’uomo per il braccio. Giungemmo quasi di fronte a loro. Gli ufficiali esaminavano a uno a uno gli uomini della colonna, a volte parlando fra loro, sporgendosi per accendere una lampadina in faccia a qualcuno. Un momento prima che arrivassimo davanti a loro ne tirarono fuori un altro.

(…)

Avevano elmetti d’acciaio. Soltanto due di noi avevano l’elmetto. Qualche carabiniere l’aveva. Gli altri carabinieri avevano il cappello grande, la lucerna. Li chiamavamo aeroplani. Eravamo in piedi nella pioggia e ci prendevano uno per uno per interrogarci e fucilarci. Finora avevano fucilato tutti quelli che avevano interrogato. Quelli che interrogavano avevano quel bel disinteresse e quella devozione a una rigida giustizia caratteristica degli uomini che si trovano a contatto con la morte senza correre rischi.