TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


venerdì 23 giugno 2017

Dove andare. Nella città di pietra tra miracoli e fantasmi


Scavata nel Medioevo in una montagna del Vibonese dai monaci basiliani in fuga dall’Oriente, è la testimonianza di un’irripetibile civiltà rupestre.


Mimmo Gangemi

La Città di pietra

Impattarono in un alto costone. Un unico e compatto blocco di arenaria, di un tenue marrone, digradava, ripido e tra strapiombi da vertigini, dagli altopiani delle Serre vibonesi, scendeva frettoloso, con tratti a picco, fino al fondo di un fosso dove scorreva un torrente. Vi si quietava prima di affrontare il versante opposto, altrettanto ripido, vestito di ulivi e di macchia mediterranea. Lì, in un tempo imprecisato tra il XII e il XIII secolo, la sorte aveva condotto i passi dei monaci basiliani, partiti dall’Oriente per scampare alle persecuzioni dell’iconoclastia.

Approdati in una spiaggia del Golfo di Sant’Eufemia, avevano puntato le alture in cerca d’un nuovo inizio, risalendo il corso della fiumara Malopera – quella del fosso – d’estate un’acqua timida che ergeva appena un fruscio dal silenzio della natura, d’inverno, con le piogge, una dannazione che urlava prepotente la rabbia e portava rovine. Quando furono ai piedi della rupe, lo decisero il luogo dove fermare i giorni, per la terra fertile e generosa di sorgive, la posizione difendibile o di facile fuga, la piena visuale sul mare ostile la cui linea di confine con il cielo tenere sempre d’occhio per avvistare le predatrici navi saracene già al primo loro sorgere dall’orizzonte acquoso.



E il blocco di arenaria non pareva troppo complicato da domare per piegarlo alle modeste esigenze della vita monacale. E infatti si arrese, lasciandosi sventrare, penetrare gli intestini. Ne vennero antri a uno o più livelli, a pianta rettangolare, quadrata, circolare, con tetti a cupola e prese d’aria. Nelle pareti, incassi e nicchie, per i letti, le icone, le suppellettili. Finché le grotte furono ambienti da vivere, con il grosso spessore dei muri che rendeva minime le escursioni termiche, frescura in estate e un clima temperato in inverno. Oltre alle celle dei monaci, aree per il culto, magazzini per il grano e le derrate, cisterne, palmenti, una calcara per realizzare il grassello di calce. Anche i percorsi interni, scalinate per lo più, e gli ingegnosi sistemi di canalizzazione dell’acqua piovana e di sorgiva li sagomarono nell’arenaria.  

I monaci si offrirono agli ’indigeni’ arricchendo le conoscenze in campo agricolo, artigianale, urbanistico persino. 

Quel villaggio strappato alla montagna, una testimonianza unica nel suo genere, è a ridosso di Zungri, un paesino del vibonese il cui nome è la storpiatura di un termine greco traducibile con ’pietra’. Ed è noto come la ’Città di pietra’. O ’insediamento rupestre degli Sbariati”, dal soprannome degli ultimi proprietari del sito, dove il dialettale ’Sbariati’, più che ’sbandati’, è da intendere ’sfollati’, in connessione con i monaci in fuga, sfollati, appunto, dalle terre d’Oriente. 


Pure scavate nell’arenaria, le neviere, vasche sotterrate dove i nevari conservavano la neve, proteggendola con paglia perché durasse fino in estate, quando serviva anche a fare la scirubetta, l’antenata della granita, assieme quella neve ghiacciata e vino cotto. 

Alle neviere è riconducibile la venerazione per la Madonna della Neve – il nome Maria Neve è frequente a Zungri. Nell’altare dell’omonimo Santuario è esposto il quadro della Sacra Famiglia – con la Madonna, il Bambino, Sant’Elisabetta e San Giovanni – di pregevole fattura, realizzato nella prima metà del Cinquecento da un artista di bottega o di scuola raffaellesca, forse Giulio Romano, forse Santi Di Tito. Leggenda vuole che sia stato rinvenuto accanto a quelle fosse, dietro un cespuglio innevato. In più, il dipinto mostra una finestra aperta su un monte sfumato che sembra l’Esquilino. E questo riporta all’evento miracoloso della nevicata di Roma nella notte tra il 4 e il 5 agosto del 358, quando la Madonna apparve in sogno a due patrizi e al Papa Liberio I e volle che fosse edificata la chiesa che poi prese il nome di Basilica di Santa Maria Maggiore.  


Non è dato sapere se l’immagine conceda miracoli. Certo è che, quando nella seconda guerra mondiale la ’Città di pietra’ fu utilizzata come riparo dai temuti bombardamenti degli Alleati sul vicino accampamento dei soldati tedeschi, il cielo, dacché era di un azzurro che pareva avessero impiegato tutta la notte per lustrarlo, a che si coprì per intero di nuvole basse che impedirono dagli aerei la vista giù e di sganciare la morte. In quei giorni in una delle grotte nacque una bambina. 

La ’Città di pietra’ la riscoprirono negli anni ’70 i turisti stranieri che affollavano la vicina Tropea. Era sepolta sotto una foresta di spine e se ne stava perdendo la memoria. Decenni che nessuno dei locali vi si avventurava: incuteva timore per la credenza che in quegli antri vagassero gli spiriti degli antichi monaci e che fossero lamenti di anime restie a separarsi del mondo i lugubri ululati del vento che s’incuneava impetuoso nella vallata, impattava nel costone e ne penetrava le cavità. 

Oggi che i visitatori la percorrono a migliaia è il segno importante di un passaggio, l’intatta rappresentazione di un’irripetibile civiltà rupestre. 


La stampa – 19 giugno 2017

Quaranta finestre 14. Praga


14. Praga

Tutti i vicini pensano
che noi siamo
strani.
E noi pensiamo
lo stesso di loro.
E facciamo
tutti
centro…

Charles Bukowski  

giovedì 22 giugno 2017

Niccolò Cusano, un cardinale libero pensatore



Esce una nuova edizione delle opere principali di Niccolò Cusano, da consigliare ai teorici del pensiero unico (oggi moltitudine) convinti che non sia possibile andare oltre i confini concettuali del proprio tempo. Tollerante verso l'Islam, contrario alle crociate, consapevole dei limiti della Chiesa, aperto ai nuovi fermenti generati da una borghesia nascente, Cusano è ancora oggi un esempio di come si possa vivere nel mondo aprendosi senza timori al nuovo.

Maria Bettetini

Niccolò Cusano. Un filosofo extraterrestre


Pur tra guerre, corruzione, miseria, il Quattrocento europeo continua a stupire con grandi menti, che sono anche uomini d’azione, condottieri, pensatori o artisti. Ecco Nicola da Kues, della diocesi di Trier, nato dal comandante di battello Iohan Krebs, commerciante sulla Mosella, e da Katharina Roemer nel 1401. Niccolò e Cusano sono nomi acquisiti dopo, negli anni romani. Nicola non nasconderà mai le origini borghesi, sia per dimostrare di essere diventato vescovo e cardinale con le proprie forze, sia nei numerosi casi in cui si è scontrato con le famiglie nobili, cercando di limitare le prevaricazioni contro i diritti e i possedimenti ecclesiastici.

La sua forza è nello studio, sempre intenso, mai interrotto, e nella affannosa ricerca di testi antichi che gli permettano di superare le ormai fruste e rigide posizioni dell’aristotelismo scolastico. Platone, Plotino, Proclo e lo Pseudo-Dionigi stanno tornando nelle terre europee, le prime traduzioni dal greco al latino ne permettono comprensione e circolazione, un “nuovo” neoplatonismo fa respirare gli intellettuali del Rinascimento.

I tramiti si chiamano, tra gli altri, Marsilio Ficino, Pietro Balbi, Niccolò Cusano. Ora per la prima volta un unico volume racchiude il testo latino, la traduzione, il commento delle opere di Cusano: le filosofiche, le teologiche e le tre più importanti tra le matematiche, sulla quadratura del cerchio, sui complementi matematici e sulla perfezione matematica, ossia sulla possibilità di arrivare alla perfezione attraverso la famosa coincidenza degli opposti, lasciandosi così condurre dalle realtà matematiche «penitus all’assoluto divino ed eterno», quasi all’assoluto.


Il volume, che supera le tremila pagine, è curato con grande perizia da Enrico Peroli. Molti sono i documenti che permettono una buona ricostruzione dell’ambiente e della vita del cardinale di Kues, che se pur ebbe amici famosi, come Enea Silvio Piccolomini, fu spesso avversato per l’intransigenza, e dovette addirittura fuggire dalla diocesi di Bressanone di cui pur era vescovo. Molto giovane lasciò la casa dei genitori per studiare prima a Heidelberg, poi a Padova, dove si laureò in giurisprudenza (divenne doctor decretorum).

Durante un breve soggiorno a Roma ascolta, e non per la prima volta, Bernardino da Siena che invita ad abbandonare i fasti mondani e probabilmente ha grande influenza sul futuro moralizzatore e riformatore della Chiesa, perseverante fino all’ultimo nonostante l’evidente fallimento di tutte le sue campagne. Il ritorno in Germania coincide con le prime letture platoniche, tra queste il Liber de causis, e la fascinazione per le opere di Raimondo Lullo.

Sono gli anni della battaglia tra conciliaristi e papisti, e qui accade qualcosa che sarà fondamentale per la vita di Nicola: inizialmente segue i suoi maestri tra le file conciliariste, sostenendo dunque che l’ultima parola spetta alla maggioranza dei vescovi. Poi però, dopo grandi litigi, aderisce alla minoranza e da quel momento sostiene la posizione del Papa e del suo primato. Una via al successo? Una scelta dottrinale? Uno sgarbo diventato poi presa di posizione? Non lo sappiamo. Sappiamo però che subito Eugenio IV lo manda a Costantinopoli a trattare per la riunificazione delle chiese orientale e occidentale. L’immersione nel mondo culturale greco, il possesso di tanti nuovi manoscritti filosofici, fanno dimenticare il politico che voleva controllare il potere del Papa e che dichiarava un falso la donazione di Costantino (così nella Concordanza cattolica), e promuovono invece il pensatore della coincidenza degli opposti.

Tra il 1438 e il 1440 Cusano compone la sua opera più nota, La dotta ignoranza, e incomincia quella sulle Congetture. Sa di proporre una novità, di agire con «audacia», promette al lettore «cose mai prima udite». Il mondo non è più ordinato tra finito e infinito, vero e falso, sensi e intelletto. La ragione non lo comprende e domina secondo la logica. Nulla è ovvio. Dio è oltre il principio di non contraddizione, in lui gli opposti si annullano e uniscono; l’universo è un grande organismo vivo, ma non è altro rispetto all’infinito divino, ne costituisce semmai un aspetto, una sua contrattura, un suo “modo”, diranno poi altri.


Anche l’intelligenza umana dunque, per quanto può, deve disporsi a seguire questa apertura all’infinito, che più che di concetti e differenze si serve di congetture e somiglianze. Cusano si spingerà anche a parlare di vita sugli altri pianeti (se l’universo è vivo…), a rifiutare il geocentrismo, perché solo Dio è centro e circonferenza del mondo intero. E pensare che queste idee un po’, come dire, hyppies, erano di un uomo criticato per la sua fedeltà al Papa.

Dopo il fallimento di Costantinopoli (che sarebbe caduta in mano musulmana nel 1453), Nicola viene infatti inviato a riformare la Chiesa in Germania e a ricondurla all’obbedienza. Accusato di panteismo dai tomisti, sbeffeggiato come «Ercole papista contro i tedeschi», fallisce anche in questa impresa, i principi e i nobili tengono ben stretti molti beni della Chiesa, la gestione del clero e dei monasteri è a dir poco corrotta e fondata su ricchezza e piacere invece che su sante vite, ma nulla cambia.

E nulla cambierà fino alla Riforma e alle guerre immediatamente successive, con la soppressione, di fatto, di clero e monasteri. Continua questo doppio binario, per Nicola da Cusa: la fermezza della riforma, tentata anche da cardinale e vescovo a Bressanone, e insieme l’afflato mistico di opere come i Dialoghi dell’idiota, del sempliciotto che a confronto del retore appare ignorante ma capace di comprendere, dotato appunto di «dotta ignoranza».

Gli ultimi anni trascorrono a Roma, dove l’amico Enea Silvio è diventato papa col nome di Pio II. L’accordo è grande tra i due, sul valore degli studi e dei manoscritti. Il disaccordo anche, sul tema dell’ultima crociata, che il Papa chiedeva contro l’Islam.

Da parte sua Nicola ha scritto un’interpretazione “buonista” del Corano, è soprattutto convinto dell’inutilità e della cattiveria delle guerre di religione, molto ha scritto a favore della pace. Muore a Todi nel 1464, quando obbediente sta per raggiungere Pio II alle navi in partenza per la crociata, ad Ancona. Pochi giorni dopo muore però anche il Papa, la crociata non si farà: quel sognatore di Niccolò Cusano ha infine vinto una partita per la pace.

Il Sole 24Ore – 4 giugno 2017

Niccolò Cusano
Opere filosofiche, teologiche e matematiche
Bompiani, 2017
€ 75  

La rivoluzione russa e il socialismo


Conseguenza diretta (come per altri versi il il fascismo) della prima guerra mondiale, il comunismo sovietico operò come una religione messianica, rilanciando un movimento operaio in crisi di identità. Le riflessioni di Marcello Flores sul mito sovietico in un saggio edito da Feltrinelli.


Sergio Romano

Cent’anni dalla rivoluzione d’Ottobre: il vangelo secondo Lenin


Secondo una interpretazione largamente condivisa dalla opinione corrente, il XX secolo, fra il 1917 e la disintegrazione della Unione Sovietica, fu teatro di un lunga guerra fredda tra il comunismo e la democrazia liberale. Dopo la lettura del libro di Marcello Flores sulla rivoluzione russa La forza del mito, edito da Feltrinelli, molti arriveranno alla conclusione che uno dei maggiori conflitti del Novecento fu quello combattuto dai comunisti contro i socialisti europei nelle loro diverse incarnazioni nazionali.

Tutta la politica di Lenin, dall’agosto del 1914, fu ispirata da un obiettivo: eliminare la concorrenza socialista, impedire che la causa rivoluzionaria finisse nelle mani dei socialdemocratici o, peggio, di altre forze politiche che, come gli anarchici, avevano creato attese e acceso l’immaginazione popolare. Sciolse l’Assemblea Costituente, eletta dopo gli avvenimenti dell’ottobre 1917, per sbarazzarsi di una istituzione in cui gli «esery» (i socialisti rivoluzionari) e i menscevichi avrebbero avuto un peso determinante. Creò una sorta di Inquisizione (la Ceka, per metà polizia, per metà tribunale rivoluzionario) a cui affidò il compito di eliminare fisicamente tutti coloro, anche a sinistra, che avrebbero cercato di ostacolare il suo disegno. Fondò la Terza Internazionale per imporre regole che avrebbero prescritto ai nuovi partiti comunisti di rompere i loro legami con i socialisti e di obbedire alle direttive di Mosca.

La linea di Lenin fu adottata da Stalin in Spagna, nei rapporti con i socialisti e gli anarchici durante la guerra civile, e nei Paesi occupati dall’Armata rossa alla fine della Seconda guerra mondiale. Qui, in particolare, molti socialisti non ebbero sorte diversa da quella di coloro che rappresentavano la borghesia e il mondo contadino. Vi furono temporanee eccezioni quando Stalin si accorse che un «fronte popolare» con i socialisti, in alcuni Paesi, poteva ostacolare l’avanzata dei movimenti fascisti e schiudere ai comunisti la strada del potere.

Ma Flores ricorda che la migliore definizione della socialdemocrazia, per l’Urss di Stalin, fu quella di Grigorij Zinoviev, presidente della Terza Internazionale: «Una variante di sinistra del fascismo». Per godere dell’approvazione di Mosca non bastava combattere contro fascismo e nazismo. Occorreva che all’Urss fosse riconosciuto l’esclusivo diritto di guidare la lotta o addirittura, come accadde nell’agosto 1939, di rovesciare la propria politica firmando con Berlino un trattato d’amicizia e un protocollo segreto per la spartizione della Europa centro-orientale.

Fra i comunisti, come ricorda Flores, vi furono delusioni e ripensamenti, come quelli di André Gide, Arthur Koestler e Ignazio Silone. Ma questo non impedì che la rivoluzione d’Ottobre e la nascita dell’Unione Sovietica conquistassero gli animi e le menti di un numero incalcolabile di persone, seducessero altri grandi intellettuali, persuadessero milioni di elettori a votare per partiti che trasmettevano ai loro connazionali una immagine ingannevole della «grande patria socialista».

Secondo il libro di Flores il mito sovietico deve la sua esistenza agli aspetti più crudi del capitalismo e della rivoluzione industriale, alla grande depressione del 1929, allo straordinario coraggio del popolo russo durante la Seconda guerra mondiale, alla convinzione che gli aspetti peggiori del regime servissero alla costruzione di un sistema nuovo in cui gli errori sarebbero stati corretti e la grande promessa della rivoluzione d’Ottobre sarebbe stata mantenuta. Ma la risposta non può essere soltanto politica o economica. Flores ricorda anche che in un libro del 1920, scritto dopo un viaggio in Russia, un filosofo inglese, Bertrand Russell, vide nel bolscevismo una duplice caratteristica: l’eredità della rivoluzione francese, a cui Lenin e i suoi fedeli facevano continuo riferimento, e un fenomeno simile all’ascesa dell’Islam dopo la profezia e l’insegnamento di Maometto.

Nella sua versione leninista, quindi, il comunismo non è soltanto una teoria politico-economica nata dalle tesi di Marx, Engels e altri intellettuali fra l’Ottocento e il Novecento. È anche una fede che ha, come ogni religione, un profeta (Lenin), un ristretto gruppo di apostoli (i compagni della prima ora), il costruttore della Chiesa (Stalin) e una legione di monaci combattenti, pronti al martirio.

Come in ogni religione anche nel comunismo il fedele deve accettare pazientemente gli insuccessi, i sacrifici, il martirio e gli errori di percorso. Tutti verranno generosamente ripagati dal compimento delle speranze e dall’avvento di una vita nuova in cui il credente sarà finalmente felice. Se questa lettura del bolscevismo è giusta, dovremo concluderne che il comunismo non fu una ideologia laica e che non furono laici i suoi maggiori esponenti, in Russia e altrove.


Il Corriere della sera – 3 giugno 2017

martedì 20 giugno 2017

Saba, un Ulisse incompreso a Trieste


Una nuova biografia di Umberto Saba ricostruisce il rapporto difficile che il poeta ebbe con la sua città. Una fatica del vivere che Saba cercò di contenere grazie alla psicoanalisi e al rifugio nel mito. 

Paolo Di Stefano

Saba, un Ulisse incompreso a Trieste

A sessant’anni dalla morte, Umberto Saba rimane un poeta per tanti aspetti misterioso e incompreso, per non dire sottovalutato. Come se il suo progetto di una «poesia onesta», piana, autobiografica e domestica, per di più proveniente da una zona di frontiera («arretrata») com’è Trieste, lo avesse penalizzato. Tanto più rimane in ombra il suo valore di scrittore in prosa, nelle forme variegate del saggista, del narratore autocritico, dello scrittore d’invenzione o sapienziale.

Ora, la nuova monografia su Umberto Saba, scritta da Stefano Carrai ( Saba , Salerno Editrice ), studioso di letteratura medievale e rinascimentale oltre che di Novecento (Montale, Sereni, Fortini, Raboni…), si sofferma su diversi luoghi ancora oscuri della sua biografia, della sua opera e della relazione tra la «calda vita» con i suoi traumi, il contesto storico e l’opera. Su questa via, Carrai si avvale delle acquisizioni filologiche, dei materiali epistolari, di puntuali analisi metrico-stilistiche.

«L’infanzia per i poeti — dice Carrai — è quasi sempre un affioramento che provoca dolore, ma nel caso di Saba equivale a una serie di nodi irrisolti che diventano un vero e proprio groviglio esistenziale. I contrasti in mezzo ai quali la sua infanzia e la sua adolescenza si dipanarono rimasero fino all’ultimo vivi e cocenti anche nell’adulto, come traumi e ferite insanabili. Il ragazzo infatti apparteneva a una famiglia dimidiata perché il padre l’aveva abbandonata ancor prima che lui nascesse. L’acrimonia e le recriminazioni della madre nei confronti dell’assente furono una costante angosciosa. Inoltre Umberto si sentiva estraneo alla cultura chiusa e ottusa del ghetto ebraico in cui crebbe. Questi elementi di disagio sarebbero bastati a far maturare in lui la sensazione di essere un diverso e un originale».



E poi si aggiunge il complicato rapporto con l’amata Peppa, la contadina slovena che gli fece da nutrice e che scatenò la gelosia della madre

«La presenza della balia ha contribuito a complicare ulteriormente il quadro psicologico: un rapporto in parte letteraturizzato per l’influenza di una poesia dedicata alla nutrice da d’Annunzio, ma fondato su un affetto vero e profondo, perdurato fino all’età matura, in contrapposizione alla anaffettività della madre naturale. E naturalmente va messa in conto anche la scoperta del sesso, l’esperienza dell’omosessualità o della bisessualità descritta in Ernesto , che sottintende una incertezza nella definizione della propria identità anche sessuale appunto. Sono tutti temi che tornano, spesso come sofferenza, in ogni stagione della poesia di Saba».

In che forma si presenta l’«ulissismo» di Saba?

«Ulisse è un eroe molto caro all’inquietudine novecentesca. Nella poetica di Saba il suo mito serve a trasfigurare la sensazione di non essere di casa in nessun luogo, con l’eccezione certo dell’amata Trieste, che ha costituito sempre un rifugio, specie dopo l’acquisizione della sua libreria antiquaria. Però anche qui l’umoralità e la suscettibilità esasperate di Saba facevano sì che fosse spesso ferito e urtato dagli altri, persino dai suoi amici più cari, come se anche negli affetti fosse costretto ad una peregrinazione continua. Dai circoli letterari fiorentini e romani nei quali ambiva a essere accolto, poi, non si è mai sentito accettato. Ecco, anche questo è stato vissuto da Saba come una sindrome di Ulisse».

Si ha continuamente l’impressione di un pendolarismo intimo tra marginalità (Trieste) e centro (il rapporto difficile con Firenze, e poi Milano, Parigi). Saba sembra un uomo profondamente solo ma circondato da tantissimi amici sempre pronti ad aiutarlo (non soltanto Montale).

«Sì, anche per il suo narcisismo estremo Saba ha sofferto di non essere adeguatamente considerato e riconosciuto come poeta, specie agli inizi, quando Slataper, con un vero e proprio equivoco critico, pensò di fare di lui un semplice emulo di Gozzano. Poi con gli anni Venti, grazie soprattutto a Debenedetti, Solmi, Montale, le cose cambiarono e tra le due guerre la sua fama si consolidò. Certo però rimaneva sempre un poeta appartato nella sua Trieste, dove era al centro di un cenacolo artistico numeroso e dove molti giovani andavano per conoscerlo, ma pur sempre un poeta che solo ogni tanto si faceva vedere negli ambienti che contavano. Tuttavia quanto fosse stimato e amato si vide dopo le leggi razziali e soprattutto dopo l’otto settembre del ’43, quando sarebbe certo finito in una camera a gas se non avesse potuto contare sull’aiuto di amici come Montale, Vittorini e altri».



Nonostante la depressione che lo coglie in tarda età, e nonostante i messaggi ultimativi (minacce di suicidio e minaccia di smettere precocemente di scrivere), Saba lavora fino all’ultimo o quasi. Da cosa nasce l’idea di tornare sul «Canzoniere» e di commentarlo?

«Storia e cronistoria del Canzoniere è uno straordinario esempio di autocommento, nato dalla convinzione di essere incompreso dalla critica del Dopoguerra e dagli alfieri dell’ermetismo. Si potrebbe perfino dire che un’opera straordinaria come questa, che più che spiegare il senso delle poesie costruisce un autoritratto dell’autore fra versi e prosa, sia nata inizialmente per impulso del complesso di persecuzione di Saba. E poi fino all’ultimo Saba ha scritto anche poesie: da “Mediterranee” a “ Sei poesie della vecchiaia” le appendici al Canzoniere vero e proprio regalano al lettore gli estremi gioielli della poetica sabiana».

L’opera di scarnificazione e di semplificazione è solo reazione alla retorica fascista?

«L’avversione al fascismo (dopo un’iniziale, momentanea simpatia) fu costante in Saba, anche se nel 1938 fu costretto al gesto umiliante di supplicare Mussolini perché risparmiasse lui e la sua famiglia, per meriti poetici, dall’applicazione delle leggi razziali. Una vera ossessione, da comunicare solo agli amici più stretti, fu la roboante propaganda del regime, odiatissima per l’invadenza ma anche per la tronfia retorica. E penso di sì, che non sia un caso se proprio negli anni Trenta la sua poesia prende la strada di una concisione linguistica, che tuttavia risentiva dichiaratamente del fascino esercitato da modelli come Ungaretti e Montale, in parte anche il giovane Penna».

Saba fu il primo poeta a confrontarsi con l’inconscio: quali conseguenze ebbe la «scoperta» della psicoanalisi?

«La psicoanalisi fu per Saba una scoperta totalizzante, cui si abbandonò con un’adesione quasi fideistica, al punto da interpretare ogni fatto della vita alla luce delle teorie di Freud. Dopo la cura intrapresa, tra il ’29 e il ’30, con lo psicanalista triestino Edoardo Weiss, che era stato allievo di Freud a Vienna, Saba accordò ancor più importanza ai traumi infantili che fin dalla prima giovinezza aveva ritenuto responsabili della propria inguaribile infelicità. Le poesie dei primi anni Trenta, raccolte nella sezione “Il piccolo Berto” del Canzoniere , sono incentrate proprio sulla scoperta dell’inconscio e del ritorno del rimosso, perciò pongono al centro la drammatica rappresentazione di uno strappo: la madre naturale che per gelosia lo sottrae con violenza, all’età di tre anni, all’amore di una madre più vera, cioè della balia, che il ragazzo tornerà a cercare nell’adolescenza. Ecco, la psicoanalisi ebbe, in fondo, l’effetto di convincerlo definitivamente che a causa delle ferite subite nella prima infanzia era destinato a scontare un’infelicità senza rimedio».


Come mai il romanzo, quel tipo di romanzo che è «Ernesto», arriva solo alla fine?

« Ernesto non è soltanto la struggente confessione di una iniziazione sessuale anomala, ma è anche la rievocazione di una stagione della vita e di un’epoca tramontata, inimitabile, all’alba del Novecento. Saba non poteva arrivare a scriverlo che con la libertà e col disincanto della senilità: è un piccolo capolavoro e c’è da rammaricarsi del fatto che oltre che anziano egli fosse allora troppo provato dalla malattia nervosa e minato nel fisico dall’eccesso di farmaci per riuscire a condurlo a termine».

Come si colloca la «funzione Saba» all’interno della poesia novecentesca? E con quali peculiarità?

«È vero, c’è nella poesia del Novecento una funzione Saba che si tende forse a sottovalutare. Un certo sabismo è evidente in poeti come Penna, Caproni, Bertolucci, Giudici, ma anche in Sereni è forte. Direi che se mettiamo insieme cantabilità del verso e fuga dall’enfasi del poetichese abbiamo già una tonalità in qualche misura sabiana».

Quando si pensa al meglio della poesia novecentesca, purtroppo pochi pensano a Saba. Nonostante la sua «leggibilità» e il notevole successo critico, qualcosa gli ha impedito (e ancora gli impedisce) di ottenere quel che meriterebbe. Come si spiega?

«Questa è la domanda più difficile di tutte. D’istinto direi che Saba non è mai stato, a differenza di altri poeti, un buon manager di se stesso. Una vera consacrazione l’ha ottenuta solo col premio Viareggio nel 1946 (peraltro ex aequo con un narratore viareggino come Silvio Micheli che oggi nessuno ricorda più), cioè quando aveva già sessantatré anni. Gli undici anni che gli restavano da vivere furono segnati dalla dipendenza dalla morfina e dai ripetuti ricoveri per crisi depressive. Quando ero ragazzo Saba era considerato uno dei classici della poesia del Novecento al pari di Ungaretti e Montale. Poi, è vero, la sua fortuna editoriale è un po’ calata, la sua fortuna critica è scesa ancora di più. Spero che il mio libro contribuisca a rendere giustizia a uno tra i massimi poeti italiani della modernità».



Il Corriere della sera – 20 giugno 2017

Gramsci il rivoluzionario ridotto a pedagogo

Come si sa le biografie dei grandi personaggi mutano con i tempi. Dopo il Gramsci stalinista di Togliatti e quello libertario e para-trotskista della Nuova Sinistra anni '70, ora è il turno di un Gramsci politicamente amorfo adatto a una sinistra salottiera e inconcludente.

Giorgio Fabre

Gramsci il rivoluzionario ridotto a pedagogo



L’ultima «fatica» di Angelo d’Orsi s’intitola Gramsci Una nuova biografia (Feltrinelli «Storie», pp. 387, euro 22,00). Il «nuova» del titolo si riferisce al fatto che ne esiste una «vecchia», quella gloriosa e godibilissima di Giuseppe Fiori, che risale a cinquant’anni fa; rispetto a quella, questa ha rinnovato la bibliografia (con qualche lacuna). Mentre non contiene documenti o dati nuovi.

Non ci si sofferma qui sulla recensione impietosa del libro fatta da Nunzio Dell’Erba e pubblicata nel suo blog sull’Avanti! l’8 maggio scorso con il titolo Gli studi e gli scritti su Gramsci, tra fanatismo e pregiudizi storici. Dell’Erba ha rilevato diversi svarioni contenuti nelle sole prime pagine del libro: notizie presentate per nuove che invece non sono tali (clamoroso che a p. 24 d’Orsi scriva che «solo in tempi recenti» si sia arrivati alla conclusione che Gramsci era affetto dal morbo di Pott, diagnosticato dal professor Arcangeli nel 1933 – come segnala peraltro lo stesso d’Orsi a p. 345), errori nei riferimenti bibliografici, fonti a stampa usate ma non citate e così via. La recensione è perfino troppo impietosa, ma le osservazioni valgono un po’ per tutto il libro.

Questa «nuova» biografia non è neppure leggibilissima ed è tirata via, forse al fine di cogliere la scadenza dell’anniversario della morte. Inoltre, si sofferma a lungo su dettagli pruriginosi ma non certo fondamentali e perfino problematici come le vicende à trois o addirittura à quatre del grande sardo con le sorelle Schucht (chissà se è tutto vero). O dedica pagine e pagine che ribadiscono la ragione «pedagogica» (addirittura «ossessione pedagogica», a p. 315) che avrebbe sospinto fin da giovane il leader comunista.

Comunque sia, la vita di Gramsci continua a essere rilevantissima e poi, richiede ancora di essere esplorata. Magari anche attraverso questo libro. Interessante è ad esempio che d’Orsi discuta come «filo-mussoliniano» un controverso articolo di Gramsci del 1914; ma occorre ancora lavorarci.

Segnalo poi in particolare un punto non secondario: quanto Gramsci fu effettivamente un concreto rivoluzionario e un capo rivoluzionario? Per d’Orsi fu soprattutto uno studioso di lingue e un filosofo. Sottolinea ad esempio che a Torino nel 1920-’21, nel momento più delicato della sollevazione operaia, «mancava un Lenin» (p. 118).


È un punto ancora in gran parte da chiarire. La storiografia del Pci del dopoguerra, tutta proiettata a costruire l’immagine di un partito «di governo», ha avuto difficoltà a fare i conti con quella fase rivoluzionaria – e militarizzata – della propria storia. E invece le officine torinesi nel 1920 ma anche parecchi anni dopo, erano armate fino ai denti. Si veda in proposito il bel saggio di Roberto Gremmo La militarizzazione degli operai torinesi, uscito su «Storia ribelle» nell’autunno 2005 (Gremmo ha in uscita, per settembre-ottobre, un intero volume di documenti). E il partito era anche militarizzato.

Su questo occorre rimeditare con attenzione i testi gramsciani, come quello anonimo, ma attribuito a Gramsci da Renzo Martinelli (con il quale concordo): intitolato I nostri compiti militari, uscì alla macchia nel giugno 1925 e parla senza mezzi termini di «azione armata e violenta». Se non si analizza Gramsci a 360 gradi si finisce per trasformarlo in un «capo» verboso o, appunto, «pedagogo», mentre fu un autentico capo rivoluzionario, anche duro e spregiudicato: si pensi a come fece fuori Bordiga da segretario del partito, questione qui praticamente ignorata. Questa durezza di Gramsci, insieme alla sua lucidità e acuta intelligenza, sono aspetti che stanno emergendo ancora meglio dall’Edizione nazionale delle sue opere pubblicata dall’Enciclopedia Italiana. Segnalo ad esempio l’ultimo volume degli Scritti, con i testi gramsciani del 1917. Forse, prima di riscrivere una biografia di Gramsci sarebbe meglio aspettare che quell’Edizione giunga quanto meno a buon punto, mentre al suo completamento mancano ancora molti volumi.

L’impressione è che d’Orsi sia rimasto ancorato a una vecchia idea tutta «intellettuale» del capo comunista. Idea che invece, ormai da diversi anni, è stata messa in discussione, per far emergere un Gramsci non solo molto più concreto, ma anche fornito di uno sguardo sul mondo internazionale più solido e perfino più vasto e articolato di quanto si potesse immaginare. Anche su questo il libro è carente. Penso per esempio alle interessanti pagine dei Quaderni sul Mein Kampf e naturalmente al suo rapporto con l’Unione sovietica, temi ultimamente sviluppati da vari studiosi e con i quali d’Orsi ha poca dimestichezza.

    Amadeo Bordiga

D’Orsi ignora del tutto il fondamentale saggio di Silvio Pons su «Studi storici» del 2004, da cui sono emersi documenti centrali sul rapporto di Gramsci con l’Urss, un paese (il paese di Stalin) su cui si appoggiò seriamente durante la prigionia, ma anche prima, con buona pace della vulgata antisovietica che si è voluta imporre nel dopoguerra. E poco spazio, su questo punto, d’Orsi lascia persino al libro di Giuseppe Vacca, Vita e pensieri di Antonio Gramsci e alle pagine, talvolta discutibili ma rilevanti che esso contiene sui rapporti tra Gramsci e Mosca.

Talvolta viene il sospetto che le questioni sovietiche non gli interessino. Succede così anche, forse non a caso, che (p. 262) Anatolij Lunacarskij, il celebre ministro della Pubblica istruzione amico di Lenin e uno dei veri «motori» della rivoluzione, divenga «ambasciatore russo a Roma», il che Lunacarskij non è mai stato. D’Orsi deve aver forse ricavato la notizia da un’infelice voce della Treccani online (http://www.treccani.it/enciclopedia/anatolij-vasilevic-lunacarskij/).

Altro esempio. D’Orsi si sofferma a lungo sulla famosa lettera del 14 ottobre 1926, quella che Togliatti fermò a Mosca perché Gramsci vi aveva espresso dei dubbi sul conflitto in corso tra Stalin e Trotzki. Ma poi ignora completamente la lettera che proprio Pons ha trovato nell’archivio di Stalin, scritta dall’ambasciatore Keržencev (era lui l’ambasciatore a Roma, non Lunacarskij) al capo sovietico. Era del 6 ottobre e annunciava quella del 14, come Gramsci gli aveva chiesto di riferire. Il segretario del Pcd’I aveva indicato all’ambasciatore «tutto il danno» causato dai trotzkisti all’estero, anche al partito italiano.

Il vero Gramsci era un politico che conosceva benissimo i rapporti di potere, anche in Unione Sovietica e colloquiava direttamente con Stalin. Negli ultimi anni Gramsci si è rivelato figura ancora più grande di quella forgiata nel dopoguerra da Togliatti. Mentre qui siamo rimasti a una sua immagine solo nazionale, ideologica e filosofica.


il manifesto – 18 giugno 2017

domenica 18 giugno 2017

Dioniso. Il dio dimenticato


Dioniso, forza arcana della natura.

Guido Araldo

Il dio dimenticato

Dioniso è il grande dio dimenticato! Anzitutto perché una tradizione becera l’ha ridotto a Bacco, quando baccus era uno dei suoi molti attribuiti e neppure il più importante, una delle sue molteplici manifestazioni, poiché dio del vino, della coltura della vite presso i Greci (per Etruschi e Quiriti invece era Giano) e dell’ebbrezza che dal vino ne deriva: la droga dell’antichità. L’uomo mediocre ha sempre avuto necessità di droghe per affrontare il quotidiano anzi, per estraniarsi dalla vita quotidiana.

Dioniso, non a caso, era il dio non gradito sull’Olimpo e si aggirava tra gli umani sul suo carro trainato da tigri feroci, in un corteo interminabile di donne in calore, le Baccanti, e ninfe isteriche, le Menadi antesignane di tutte le masche, tanto belle quanto invasate. E Dioniso aveva per compagna Arianna: la coscienza che Teseo aveva abbandonato sull’isola di Nasso dopo aver ucciso la bestialità umana in un labirinto. Arianna, cretese, costituisce l’allegoria perfetta della fine storica del matriarcalismo minoico e dell’avvento del patrialcalismo miceneo: matriarcalismo peraltro recuperato da Dioniso tramite le Baccanti e la Menadi e mai dissoltosi nella civiltà occidentale, a differenza dell’Islamismo.

Dioniso, in realtà, è tutto! La forza arcana che induce il germoglio a germogliare, la gemma a sbocciare e l’intima essenza maschile a inturgidirsi. La linfa vitale che scorre sotterranea in Mater Tellus, dea Natura, che rigenera il mondo a ogni primavera e rinnova l’umanità di generazione in generazione. È l’arcano del pianeta Terra!

Dioniso è l’inconscio di Jung che si contrappone all’Io di Freud, ma non allude soltanto alla contrapposizione tra istinto e razionalità, bensì la loro sintesi e il loro equilibro. È il simbolo della divinità arcaica presente nell’irrazionale umano, la nostra essenza più profonda, primitiva e divina al tempo stesso, dove tutto si compenetra e ribolle. La rappresentazione più pura e genuina dell’essere umano che dopo Copernico non è più al centro del mondo, dell’universo, e dopo Darwin non è neppure più figlio di Dio, fatto a sua immagine e somiglianza, immerso totalmente nel mondo e nel suo divenire.



Ma Dioniso è molto di più: è il segreto degli antichi riti orfici, la goccia apollinea in un cervello che per i tre quarti è lo stesso dello scarafaggio, del coccodrillo, della vipera, del toro come ha dimostrato la scienza. Da questa contrapposizione, che tale non è, trasse origine il concetto di anima.  

Nella Teogonia di Esiodo, il libro probabilmente più antico della nostra civiltà, antecedente all’Iliade di Omero e incommensurabilmente superiore, Dioniso è uno dei tanti peccatucci pornografici di Zeus che per la gestazione lo nasconde addirittura in una sua coscia per occultarlo a Giunone, moglie gelosa e abbondantemente cornificata. È il dio bambino che nessuno vuole alla mensa degli Dei sull’Olimpo perché troppo vivace, dispettoso, selvaggio e birichino.  Quando deflagra la ribellione dei Titani, alimentata da Gea, la Grande Madre, la Terra (estrema reazione del matriarcalismo di fronte al trionfo del patriarcalismo) tutti gli Dei scappano vigliacchi per nascondersi dove possono, inseguiti dal terribile Tifone, ma Dionisio bambino si attarda.

A questo punto mi sia concessa una parentesi: dove si nasconde Afrodite, dea della bellezza, con il figlio Eros, dio dell’amore tra le braccia? Nei canneti dell’Eufrate, in prossimità della foce, dove un tempo vivevano i Sumeri, il cuore della nostra civiltà oggi ridotto a luogo tristissimo. Afrodite con il suo bambino in braccio esattamente come l’egiziana Iside con il figlio Hors, Cibele con il nipotino Attis, la Madonna con Gesù Bambino. Cibele era nera, originariamente un meteorite come alla Mecca, e anche Iside a volte era nera come la fertilissima terra dell’Egitto e tuttora molte sono le Madonne nere. L’inconscio collettivo di Jung è una realtà, eccome se è una realtà!

Quel giorno Afrodite con Horus tra le braccia stava per essere raggiunta dal terrificante Tifone dall’olfatto sensibilissimo, quando fu salvata da due pesci, forse una coppia di delfini, inviatale provvidenzialmente da mamma Gea: gli stessi pesci che, assurti a costellazione in cielo, chiudono la stagione invernale e preannunciano il ritorno sulla terra di Persefone, la primavera, simbolo di ciclicità cosmica. Afrodite era figlia di Urano e Gea, nata dallo sperma di Urano che stillava in mare dopo essere stato evirato da Crono… per questo, non dimentichiamolo, era la dea più antica sull’Olimpo, zia di tutti gli altri dei. Un dettaglio non trascurabile in merito al matriarcalismo originario.  


Ma torniamo a Dioniso che si distrae nella più sconvolgente guerra di tutti i tempi. Per quale motivo si distrae? Nel fuggi fuggi generale Giunone gli dona uno specchietto in cui ammirarsi vanitoso e un sonaglio per trastullarsi, nella speranza che i Titani lo raggiungano. Il modo migliore per disfarsi di quella sgradita presenza, frutto di uno dei tanti tradimenti del marito montone fedifrago. E così accade! I Titani arrivano e lo sbranano letteralmente, mangiandoselo in un sol boccone dopo esserselo diviso sanguinante. Ma proprio in quel momento ha inizio la riscossa di Zeus - Giove spalleggiato dalla figlia Atena - Minerva: la sapienza contrapposta alla brutalità dei Titani o, se si preferisce, al recinto dei maiali di Circe grande quanto l’intero pianeta: “Fatti non foste a viver come bruti ma per perseguir virtute e canoscenza!” (Dante, Inferno). Per favore, cercate sulla moneta da un Dollaro la civetta simbolo di Atena, quasi invisibile, ma vi assicuro che c’è! Fuoco fuochino in alto a destra al numero 1 vicino, in alto a sinistra sul bordo. La civetta cara agli Ateniesi che l’esponevano fieri sulle loro monete, trasformata in messaggera di morte dalle ombre peggiori del Medioevo tendenti ad occultare la luce antica. La civetta onnipresente nei quadri di Hieronymus Bosch, a volte palese altre volte nascosta.

Per la verità il mito è sottile: a vincere i terrificanti Titani non furono tanto le saette di Zeus quanto le urla ancor più terrificanti di Pan: il dio al quale s’ispireranno i preti del Medioevo per raffigurare Satana, più caprino che umano. Un dio nato dell’amore adulterino di Penelope, moglie di Ulisse, quella della tela, con il dio Hermes, dopo essere stata cacciata di casa da Ulisse tornato alla pietrosa Itaca.  Penelope, nel mito più antico, precedente a Omero, fu complice dei Proci, grandissima meretrice opportunista.  Per questo motivo Ulisse non visse felice e contento, ma riprende sconsolato il mare per fare la fine descritta da Dante.

Occorre tornare a Dioniso e alla sua storia. Le urla altissime di Pan attestano che anche nella bestialità c’è un limite: est modus in rebus, sempre! I Titani, subito dopo essersi gustati quel dio bambino, spaventati e distratti dalle tremende urla di Pan, sono inceneriti dai fulmini di Zeus mentre Atena, l’intelligenza, subito accorre per cercare qualcosa del fratellino tra quelle ceneri ancora fumanti. Ne trova soltanto il cuore palpitante.

Meditate gente, meditate! Il cuore sanguinante di Gesù? E, visto che ci siamo, a cosa rimanda il rito più sacro del cristianesimo: l’eucaristia? Al grano e all’uva, al pane e al vino: a Mater Tellus ovvero Demetra e a Dioniso, l’essenza dei misteriosi e antichissimi riti eleusini. Al termine del viaggio negli Inferi eccoli sulla porta del cielo, a riveder le stelle, nel gesto di offrire pane e vino all’iniziato, che non è più profano. Dante li trasformerà, dopo il viaggio nel fuoco dell’Inferno e nella terra del Purgatorio, e dopo la purificazione di Matelda con le acque nel Paradiso Terrestre, XIV carta dei Tarocchi, non a caso dopo la Morte, in Beatrice e san Bernardo nel viaggio attraverso l’aria, in direzione dell’Empireo. San Bernardo, colui che forgiò l’Ordine dei Templari con “l’elogio alla nuova cavalleria” …

     Dioniso e Demetra

Ma la storia di Dioniso non è finita: ora viene il bello! Ecco arrivare la bisnonna Gea, responsabile di tutto quel casino e già pentita, come poco prima con Afrodite e Horus tra i canneti. Gea, ovvero Madre Terra, prontamente ricompone Dioniso utilizzando le ceneri ancora fumanti dei Titani inserendoci quanto è rimasto del dio: il suo cuore palpitante. Ed ecco la perfetta rappresentazione dell’essere umano: la perfida cenere dei Titani con un cuore divino, goccia apollinea che tende a spegnersi se non costantemente ravvivata, come Lucignolo (la luce che si spegne) che diventa ciuco nella favola di Pinocchio.

C’è qualche differenza con il primo uomo della Genesi, forgiato dal fango peggiore per essere ravviato dall’alito di Dio? L’immagine di Dioniso descritta nei riti orfici: ceneri di Titani e pulsante cuore divino, è la più antica raffigurazione dell’anima contrapposta al corpo, alla quale attinse in seguito Platone. Il cuore di Dioniso partecipe dell’anima mundi: quell’alito divino, pneuma, che nella Grecia antica nessuno si sognava di chiamare dio: non per ignoranza, ma per saggezza!


Forse val la pena ricordare che, secondo Freud, l’io e il superio, il cuore apollineo e le ceneri dei Titani entrano in conflitto ad ogni nostro risveglio…