TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


venerdì 24 novembre 2017

Dalla parte sbagliata della storia. Intellettuali e fascismo

    Ezra Pound

Il fascismo è stato un fenomeno complesso. In alcune sue correnti si presentò come reazione ad una modernità capitalistica vista come massificazione e banalizzazione dell'esistente. La prima guerra mondiale e il crollo delle illusioni positiviste fu il brodo di cultura in tutta Europa di un'ideologia attivistica capace di affascinare anche una parte del mondo intellettuale. Andrea Colombo racconta la storia di sedici intellettuali, da Céline a Pound, in modi diversi sostenitori del fascismo visto come un movimento capace di rigenerare una Europa in decadenza.

Claudio Gallo

I maledetti del Novecento catturati dal vortice fascista


Come l’Angelus novus di Klee, che Benjamin vedeva con lo sguardo rivolto all’indietro, l’inizio del XXI secolo resta ossessionato dagli orrori e dalle passioni del secolo precedente. In questo filone di febbrile rilettura si colloca I maledetti, dalla parte sbagliata della storia di Andrea Colombo (Lindau, pp. 262, € 21) le vicende di sedici grandi e meno grandi intellettuali contaminati dall’ombra demoniaca del ’900. La scelta dell’autore è subito chiara, niente taglio saggistico, niente note: il lettore è affidato al potere delle storie individuali attraverso una scrittura giornalistica che mentre spiega vuole intrigare.

Che cosa accomuna questi personaggi così diversi tra loro (Hamsun, Céline, Benn, Heidegger, Gentile, Lorenz, Riefenstahl, Cioran, Eliade, Sironi, Marinetti, Pound, Wyndham Lewis, Evola, Brasillach, Eliot) è suggerito da Colombo nell’introduzione: «la consapevolezza che l’800, il secolo dei buoni sentimenti, del liberalismo, delle democrazie, della speranza ottimistica in un progresso illimitato, era definitivamente tramontato. Dalle macerie della Prima guerra mondiale doveva sorgere un nuovo mondo completamente trasfigurato».


Illustrano bene quello spirito che aleggiò a più riprese sull’Europa, dall’inizio del ’900 agli Anni 40, le parole di George Valois, passato dall’anarco-sindacalismo al Faisceau, il fascismo francese, e morto anti-nazista nel lager di Bergen-Belsen. Le cita Zeev Sternhell nel classico Né destra, né sinistra: «Fascismo e Bolscevismo sono una stessa reazione contro lo spirito borghese e plutocratico. Al finanziere, al petroliere, all’allevatore di maiali che credono di essere i padroni del mondo e vogliono organizzarlo secondo la legge del denaro, secondo i bisogni dell’automobile, secondo la filosofia dei maiali, e piegare i popoli alla politica del dividendo, il bolscevico e il fascista rispondono levando la spada». Nonostante nel secondo dopoguerra i due movimenti politici siano stati talvolta collocati nella medesima categoria di totalitarismo, l’accostamento tra fascismo e comunismo sembra ancora oggi arduo, ma proprio per questo testimonia bene lo spirito insofferente dell’epoca.

L’irrazionalismo fascista e il culto della razza sfociano nell’antisemitismo che l’autore ritrova in quasi tutti i suoi protagonisti. Non si tratta di un antisemitismo granitico: ci sono sfumature e differenze importanti come faceva notare negli Anni 70 il finlandese Tarmo Kunnas nel suo La tentazione fascista. Non giustificano un’assoluzione, ma rivelano una realtà non facilmente riconducibile e categorie generali troppo nette: apparentemente, il razzismo non fa parte, ad esempio, dell’orizzonte di Ernst Jünger o di Gottfried Benn, mentre è radicato nell’irrazionalismo di Céline (una parola definitiva sul tema l’hanno detta Pierre-André Taguieff e Annick Duraffour in Céline, la race, le juif pubblicato in Francia da Fayard all’inizio dell’anno).

D’altra parte il fascismo, come reazione alla ragione positivista e all’ipocrisia borghese, si appella alla volontà, all’inconscio, a tutto un armamentario irrazionale nemico di ogni misura. Il risultato non cambia, ma talvolta leggendo Céline o Drieu La Rochelle ci si chiede se certe conclusioni aberranti non siano più imposte dal demone dello stile che dal pensiero.

    Céline

Ripercorrendo le vite dei proscritti di Colombo, si riflette anche sulla consistenza dell’individualità: tutt’altro che definita, nei sedici ritratti sembra un serraglio di personaggi che in ciascuna testa si alternano più o meno imprevedibilmente sul palco della coscienza. Grandezza e meschinità, angeli e demoni. Come poteva Ezra Pound, geniale architetto dei Cantos, lodare dal manicomio criminale le idee desolanti di John Kaspers, impresentabile suprematista bianco?

Eppure, sia Against Usura sia gli apprezzamenti della retorica razzista stile Ku Klux Klan escono dallo stesso cervello, anche se, probabilmente, non dalla stessa persona. Ma tutto questo al giudice non importa, per la giustizia e per la morale ognuno di noi è un individuo e quello soltanto. Dimenticarlo sarebbe come minacciare l’esistenza del nostro mondo.


La Stampa – 22 novembre 2017

Pietro Ingrao, Memoria



In libreria le memorie di Ingrao. Le leggeremo con l'attenzione che meritano i ricordi di uno dei protagonisti della storia della sinistra. Francamente non ci attendiamo molto. Uomo di molte parole, ma di poca sostanza politica, Ingrao fu più che altro un grande equilibrista, impegnato a dare costantemente una veste “di sinistra” al proprio adattamento a tutte le svolte della politica del PCI. Tanto bastò a dargli fama di eretico presso una sinistra intellettuale salottiera e inconcludente, alla costante ricerca di un padre protettore. E comunque, visti gli attuali candidati al ruolo (i Grasso, Pisapia, Boldrini, Falcone, Montanari di cui son piene le pagine dei giornali) anche Ingrao (che come si è capito, non amiamo particolarmente) assume ai nostri occhi figura di gigante.


Paolo Franchi

Le tante guerre di Pietro Ingrao Il comunista che sapeva ascoltare


Rinvenuto da Nino Cardillo tra le carte di Pietro Ingrao, spunta un inedito datato 1998, Memoria , domani in libreria, con una bella postfazione del curatore Alberto Olivetti, per i tipi della Ediesse, la casa editrice della Cgil. Dentro ci sono gli ultimi settant’anni del Novecento letti da un comunista tanto atipico quanto cocciuto. E soprattutto riflessioni, giudizi, ricordi, vividi flash, utilissimi per capirne meglio il profilo politico e intellettuale. Che emerge già dal titolo con cui Ingrao aveva inizialmente archiviato questo testo, Memorie di guerra , in chiaro riferimento alla «imperiosa inclinazione militare» assunta nel secolo scorso dallo scontro politico e sociale, e alla «lettura armata» di questo, diffusa non soltanto tra i comunisti, ma tra i comunisti, cresciuti nel mito della rivoluzione d’Ottobre, particolarmente radicata. È sulla possibilità di emanciparsene senza rinunciare a una prospettiva, o meglio a un processo di liberazione che Ingrao, contro lo spirito del tempo, testardamente si interroga.

Memoria, memorie di guerra. È sull’onda della guerra civile spagnola che il ventenne o poco più Pietro Ingrao, studente universitario annoiato ma appassionato neoiscritto al Centro sperimentale di cinematografia, incontra i comunisti, ai suoi occhi interpreti della «lotta al fascismo che rifiutava l’attesa»: sin lì, è stato fascista, «non solo ebbi la tessera, partecipai». Certo, ai Littoriali ha scoperto l’esistenza del dissenso; certo, ha visto e letto, amandoli, film e libri che con la retorica fascista non c’entrano proprio. Magari il dubbio si è già insinuato in qualche modo nella sua testa. Ma è solo di fronte all’ alzamiento di Francisco Franco, uno shock, che il cammino trova il suo sbocco: comincia il tempo della cospirazione. C’è il tempo dei «passaggi ibridati» e delle «vie tortuose e persino ambigue». E c’è il tempo delle scelte di vita.

Memoria, memorie di guerra. La Resistenza, la clandestinità, la fame. E infine la pace, la corsa all’alba per vedere i carri armati americani per le strade di Roma, l’arruolamento volontario come sergente nell’Esercito di liberazione, la miseria e le speranze di un’Italia allo stremo, «l’emozione grande di quando vedemmo ritornare dagli Usa Misha Kamenetzky, e scrivere con il nome di Ugo Stille sul “Corriere della Sera”». Ma soprattutto il Partito («allora lo scrivevamo con la maiuscola»), e «l’Unità», dove Palmiro Togliatti spedisce tanti giovani di belle speranze come lui, da Alfredo Reichlin a Luciano Barca, da Luigi Pintor a Luca Pavolini, ad inventarsi magari controvoglia giornalisti, «caricati dall’obbligo di orientare la sinistra, giorno dopo giorno, in un Paese sortito da una sconfitta storica e avviato verso un domani abbastanza ignoto».

La Seconda guerra mondiale è appena terminata, se ne apre una nuova, fredda ma sempre sul punto di riscaldarsi. Per il Pci il contraccolpo è durissimo, stretto com’è «nell’angolo dal conflitto tra i due blocchi e l’adesione fatale allo stalinismo». Come tutti i partiti «fratelli», ricorre a un linguaggio e a una cultura «militari», invoca (Togliatti) una «ferrea disciplina», teorizza (Ingrao) la necessità imperiosa di stare «da una parte della barricata». Ma, a differenza di altri, resiste. Perché — questa è la tesi di Ingrao — con tutta la sua struttura gerarchica promuove una straordinaria «dilatazione della politica», che investe la quotidianità, chiamando al rapporto con gli altri anche i militanti più settari, e diventa così «l’interprete di estesi bisogni civili e, assieme, l’allusione a un rivolgimento sociale». Quando non riuscirà più a farlo, inizierà un inesorabile declino.


Memoria, memorie di guerra. Conta, eccome, il condizionamento internazionale. Quanto, lo prova l’«indimenticabile 1956», per Ingrao «il primo lampo del lento tornado che poi travolgerà» il comunismo mondiale. Prende corpo l’inimmaginabile, a cominciare dallo scontro mortale tra Mosca e Pechino. Nel 1962, in una Cuba che non gli piace neanche un po’, un emozionato Ingrao chiede al Che cosa pensi del movimento operaio europeo: «La risposta che diede mi ghiacciò: mi disse che… era perduto, stava nell’altro campo».

Poi le speranze si appuntano, invano, sul Vietnam. Prima della fine i rapporti si diplomatizzano, in un dialogo tra sordi. Nel 1980 Ingrao è in Corea del Nord, per incontrare Kim il Sung: «Mi domandavo, uscendo, quale vento aveva portato a incontrarsi in quei siti imperiali un intellettuale comunista della penisola italiana e quel vecchio rivoltoso contadino di un estremo angolo dell’Asia. Ambedue in qualche modo accomunati da una storia che avevamo chiamato comunismo».

Memoria, memorie di guerra. Lo stragismo, Aldo Moro, le Brigate rosse. Ingrao è presidente della Camera. Chi sono i brigatisti? «Ricordo l’ostinata saggezza con cui mia moglie mi diceva: sei sciocco; ti fa comodo cavartela dall’impiccio in questo modo, dicendo che non è roba nostra… In qualche modo erano “nostri”, o almeno assai prossimi». Nel 1978 milita autorevolmente nel partito della fermezza. Vent’anni dopo annota: «A guardare oggi, con la calma della distanza, quelle vicende tragiche, non vedo come escludere l’ipotesi che si potesse trattare per la vita di Moro e sconfiggere i brigatisti». Domande, risposte, domande. Forse sono proprio questa capacità di ascolto e questo impenitente interrogarsi il principale lascito (smarrito) di Pietro Ingrao.

Il Corriere della sera – 22 novembre 2017

giovedì 23 novembre 2017

Com'è profondo il mare. Il '77 di Lucio Dalla



Riedizione a quarant'anni di distanza di «Com'è profondo il mare», lo storico album dell'artista bolognese. Otto pezzi con stratificazioni sonore e vocali.

Fabio Francione

Il settantasette di Lucio Dalla


Musicalmente questo 2017 si sta trasformando in una splendida corsa del gambero, il cui viaggio a ritroso si ferma inevitabilmente a quarant’anni fa, con sporadiche eccezioni risalenti al 1967. Ma il riferimento è a quel 1977 che produsse tra le tante cose anche molta musica. Non dimenticando che essenzialmente il ‘77 fu spartiacque, di una generazione faticosamente tesa ad uscire dagli anni di piombo e votata a reinventare con altri mezzi quella fantasia che, per pochi anni, aveva acceso le intelligenze di tanti. Ed infine che, curiosamente, quarant’anni dopo si trova a dover lasciare il testimone ad un anniversario che lo soppianterà per mole di celebrazioni: il cinquantennale del ’68.

Dunque questo è il 2017 e in musica il 2018 già si preannuncia pieno di novità: il prossimo 4 marzo Lucio Dalla avrebbe compiuto 75 anni e anche qui giù altre sorprese, la prima delle quali è stata presentata all’Auditorium Sony di Milano con l’uscita della Legacy Edition di Com’è profondo il mare (doppio cd con 7 tracce di versioni live inedite e in vinile) e l’anteprima della prima delle sette puntate di 33 giri – Italian Masters dedicata per l’appunto al disco del ’77 del cantante bolognese (stasera ore 21.15 su Sky Arte). La pubblicazione celebrativa del disco e la coincidenza degli anniversari che scivoleranno via nei prossimi mesi hanno suggerito come i due poli contrassegnati dal ’68 e dal ’77 siano stati, non a caso, i due punti di svolta della carriera di Lucio Dalla.

Il primo consegnò con l’uscita del film I sovversivi dei fratelli Taviani, un artista impegnato e lontano dalle apparizioni sanremesi, mentre il ’77 lo consacrerà tra i nostri maggiori cantautori. Infatti reduce dalla trilogia progettata e realizzata con il poeta Roberto Roversi e chiusasi con Automobili e con non pochi strascichi polemici – ben presto spente dallo stesso poeta che riconobbe, così si dice, la grandezza dei testi di Com’è profondo il mare – Dalla avvertì l’esigenza di voltare pagina e si rifugiò a scrivere alle Tremiti, le isole dell’Adriatico dove costruì il suo buen retiro.

Non erano stati anni facili, spesso il successo non arrivava e in concerto erano più lanci di ortaggi ad occupare la scena che a ricevere applausi. Oggi sono solo osanna, allora erano fischi. Ron ricorda con trasporto lo stato di grazia in cui Dalla scrisse quelle otto canzoni che andarono a comporre il disco e come questo incantesimo produsse i due lavori successivi.

Nessuna delle quali fu un riempitivo. Tutte erano pronte per stare lì al loro posto. Titoli come Quale allegria o Disperato erotico stomp divennero elegie per un pubblico sempre più smaliziato. Lo stesso cantante pavese prestò chitarra e pianoforte a quasi tutti i brani: «Allora ascoltavo molto Neil Young, soprattutto ero affascinato da Harvest, la chitarra di Com’è profondo il mare arriva proprio dal modo di suonare di Young». Il sound ipnotico di quella chitarra si eleverà anche al di sopra delle tastiere e sulle stratificazioni sonore e vocali che diventeranno il marchio di fabbrica di Dalla e di un album, a cui sta stretta la definizione di capolavoro.


Il Manifesto – 22 novembre 2017

"Vedrai mirabilia". Un libro di magia del Quattrocento


«Vedrai mirabilia», un antico manuale anonimo del Quattrocento per operazioni di magia bianca e nera, è occasione di una riconsiderazione del ruolo della magia rituale negli ambienti intellettuali dell'Italia prerinascimentale.

Marina Montesano

Un manuale per negromanti

Nei primi secoli dell’età medievale, la tradizione della magia colta, tipica del mondo ellenistico e strettamente collegata con la gnosi, era nota soltanto attraverso gli scritti di Tertulliano e di Agostino, ripresi nel VII secolo dall’«enciclopedia» di Isidoro di Siviglia, ma a lungo essa era sembrata una realtà lontana, relegata al passato. La cosiddetta «rinascita» del secolo XII mutò radicalmente questo panorama, comportando anche la crescente diffusione di testi magici, specialmente di stampo astrologico, ricondotti dall’antichità e ravvivati dai testi ebraici e musulmani.

La società basso e tardomedievale non elaborò pareri e comportamenti univoci nei confronti di tali fenomeni. Da un lato, la preoccupazione per la vanitas magicarum era rinverdita da una larga parte del mondo ecclesiastico, con in testa i domenicani e poi i francescani, per i quali il magus va accostato ai «negromanti» (termine che deriva da «necromanti», ossia coloro che divinavano interrogando i morti, ma che aveva ormai assunto una valenza più ampia) e agli astrologi, cioè a coloro che oggi tendiamo a definire nell’ambito della «magia cerimoniale colta» e di forme elaborate di divinazione. D’altro canto, quei secoli conobbero anche una ripresa «in positivo» della magia come scienza sperimentale e naturale.

Ma di quali strumenti si servivano i «negromanti»? Se è vero che le testimonianze in negativo sono prevalenti, è possibile identificarne certi caratteri di fondo a partire da alcuni libri che venivano usati dagli stessi «maghi». Fra questi, i più celebri sono quelli che si riteneva tramandassero notizie sui presunti poteri magici del biblico re Salomone. Al leggendario sovrano si attribuiva la stesura di numerosi testi magici, come il Testamentum Salomonis, che descrive i demoni principali e il modo per sottometterli al proprio volere; abbiamo notizia anche di un Liber Salomonis, bruciato nel 1350 su ordine di papa Innocenzo VI. Nel suo Speculum astronomiae Alberto Magno ne ricordava numerosi, la gran parte dei quali non è giunta sino a noi.


La «Clavicuka salomonis» era forse il più noto di tutti; la copia manoscritta più antica, in greco, risalente al XII-XIII secolo, è oggi conservata presso il British Museum di Londra. Ne esistono tuttavia numerose varianti, molte delle quali pubblicate a stampa nei secoli successivi. L’origine sembra esser stata prevalentemente ebraica, con interpolazioni greco-egiziane, e più in generale orientali, e solo remotamente cristiane. Le preghiere devote a Dio si accompagnano a una accentuazione della necessità per l’officiante il rito di requisiti di castità, digiuno e nitore; tuttavia la finalità appariva tutt’altro che devota, essendo sovente rivolta a procurarsi mezzi magici per seminare morte, discordia e distruzione.

Per il periodo fra XIV e XV secolo gli studi più recenti mostrano l’effettiva diffusione nella società di rituali di magia «nera». Il Picatrix, il più celebre fra questi testi, ha ricevuto studi ed edizioni. Nel 1998 lo studioso statunitense Richard Kieckhefer ha trovato e pubblicato un vero e proprio manuale quattrocentesco di tecniche «negromantiche», Forbidden Rites. A Necromancer’s Manual of the Fifteenth Century, purtroppo mai tradotto in Italia.

Si saluta quindi con grande piacere lapubblicazione di Vedrai mirabilia. Un libro di magia del Quattrocento, a cura di Florence Gal, Jean-Patrice Boudet, Laurence Moulinier-Brogi (Viella, pp. 470, euro 46), un anonimo manuale in volgare che appartiene all’Italia del Quattrocento. Presentazione ed edizione sono estremamente accurate, opera di specialisti del settore; ma nulla tolgono alla godibilità del testo, che mescola magia astrale, «negromanzia» e rituali apotropaici: «Vedrai mirabilia» è il motto ricorrente che l’anonimo estensore impiega per attirare l’attenzione dei suoi lettori.

Ma il libro apre allo stesso tempo uno spaccato raro sulla storia sociale e culturale del tempo perché, come scrivono nell’introduzione, l’Italia del Quattrocento era terreno fertile per questo tipo di scritti, data la grande diffusione dell’astrologia presso le corti aristocratiche, in collegamento con la cultura del Rinascimento, che guardava con favore al mondo antico, del quale tecniche e riti che noi definiamo «magici» erano stati componenti fondamentali.


Il Manifesto – 22 novembre 2017

mercoledì 22 novembre 2017

Salvare i libri è mantenere viva la speranza


Un monaco domenicano, padre Michaeel Najeeb, ha digitalizzato ottomila manoscritti cristiani e islamici del suo convento di Mosul prima dell'arrivo dei miliziani dell'ISIS. Molti sono ora al sicuro nel Kurdistan iracheno.


Daniela Fuganti

“Così ho salvato dal Califfo i tesori delle fedi monoteiste”


Quando nel 2014 Mosul cade nelle mani dell’Isis, migliaia di cristiani fuggono dalla pianura di Ninive, nel Nord dell’Iraq. Nel corso di una straordinaria epopea, padre Michaeel Najeeb - di cui in Francia è appena uscito il libro Sauver les livres et les hommes (ed. Grasset) - salva migliaia di antichi manoscritti destinati alle fiamme dai jihadisti. In questi giorni a Parigi una mostra all’Istituto del Mondo Arabo evoca la storia millenaria dei «Cristiani d’Oriente».

Padre Najeeb, la mostra all’Ima percorre la storia dei cristiani del mondo arabo. Nel suo libro, lei racconta invece l’attualità, ciò che ha vissuto in prima persona durante la tragica scalata dell’Isis.

«Sono nato e cresciuto a Mosul. Insieme con i nostri cugini di Palestina, più che “cristiani d’Oriente” noi siamo innanzitutto i “primi cristiani”. Molti di noi discendono in linea diretta da quegli ebrei che vivevano in cattività in Mesopotamia parecchi secoli prima della nascita di Gesù. La culla del cristianesimo è in Oriente: il primo Papa, San Pietro, era palestinese; Gesù era ebreo e parlava l’aramaico, la stessa lingua che noi usiamo oggi. Tuttavia in Oriente i cristiani hanno sempre vissuto in stato di inferiorità, fra persecuzioni, esodi e umiliazioni, anche prima dell’islam».



Dal suo convento, a Mosul, lei ha potuto osservare gli eventi e percepire in questi ultimi anni i segnali di ciò che sarebbe accaduto.

«Il convento di Mosul, dove sono rimasto fino al 2007, quando i miei superiori mi ordinarono di lasciarlo per le rappresaglie di salafiti e islamisti - rapimenti e omicidi di preti, vescovi e civili - è sempre stato per me un punto di riferimento. Bambino, passavo il tempo nella sala di lettura. La biblioteca, oggi distrutta, era il polmone culturale della regione, un luogo magico: a metà del XIX secolo, i domenicani avevano fatto venire dall’Europa la prima tipografia della regione, funzionante fino all’arrivo degli Ottomani che buttarono i macchinari nel Tigri. Il mio timore era che questo tesoro andasse un giorno perduto, così negli Anni 90 mi sono improvvisato bibliotecario, ho fatto un inventario e ho cominciato a digitalizzare più di ottomila manoscritti».

Aveva un brutto presentimento?

«All’inizio l’ho fatto per salvaguardare documenti di valore inestimabile. Testi di storia, filosofia, spiritualità cristiana e musulmana, letteratura e musica, scritti in aramaico, siriaco, arabo, armeno, redatti fra il XIII e il XIX secolo; ma anche testi islamici, e i due libri sacri degli Yazidi, la più antica e straordinaria religione monoteista, insediata in Mesopotamia fin dal III millennio, che ha influenzato il giudaismo, il cristianesimo e l’islam. Nel 1990 ho fondato il Cnmo (Centro digitale di manoscritti orientali). Da 25 anni percorro il Paese in lungo e in largo per scovare capolavori nascosti».

Di questi ottomila manoscritti digitalizzati, la metà non esiste più, distrutta dall’Isis. Quelli che rimangono sono oggi al sicuro a Erbil, nel Kurdistan iracheno. Come è riuscito a salvarli?

«Nel 2007 Mosul era diventata troppo pericolosa, allora trasferimmo la nostra preziosa biblioteca nel convento domenicano della vicina città di Qaraqosh, ritenuta più sicura».

Non per molto, visto che nel 2014 l’Isis ha occupato Mosul, e subito dopo Qaraqosh.

«In effetti, a fine luglio 2014, una decina di giorni prima che le due città capitolassero, ci rendemmo conto che la situazione stava precipitando, e improvvisammo il gigantesco trasloco dei nostri tesori: quadri, manoscritti e incunaboli, da Qaraqosh a Erbil, distante 70 chilometri, ripromettendoci di fare un secondo trasferimento la settimana seguente. Il viaggio è avvenuto nella notte tra il 6 e il 7 agosto, ma non nel modo previsto».



Che cosa accadde?

«Ero rimasto a Qaraqosh con altri due fratelli. Alle 6 del mattino, un’esplosione svegliò la città. La sera, assordati dagli spari dei kalashnikov ormai vicini, stipammo nella confusione più totale il maggior numero di manoscritti possibile nelle mie due macchine. Per ritrovarci, stracarichi, sulla sola strada che porta in Kurdistan, annegati nell’immenso esodo delle popolazioni cristiane e yazide in fuga verso Erbil, in mezzo ai soldati curdi e agli ufficiali peshmerga che si ritiravano clacsonando all’impazzata. All’ultimo si aprì la frontiera, che riuscimmo a varcare solo a piedi, con il nostro carico di incunaboli sulle braccia, fra le pallottole che ci fischiavano intorno e la bandiera nera dell’Isis in lontananza. Penso all’esodo di Mosè e del popolo ebraico. Il nuovo faraone si chiama Abu Bakr al-Baghdadi, questa notte atroce segna il suo trionfo e mostra volto nero dell’islam. Nel Corano (sura 9, versetto 28), Maometto ordina di combattere tutti quelli che non credono in Dio e nel suo Profeta. Esattamente ciò che fecero i musulmani nel VII secolo, le guerre sante in nome di Dio, uccidendo e rubando le terre delle popolazioni conquistate».

Come ha trovato Mosul dopo la liberazione dall’Isis?

«L’Isis ha distrutto la storia di Mosul, l’antica Ninive, facendo saltare in aria la tomba del profeta Giona, venerata da cristiani, ebrei e musulmani. Era il simbolo della città: sotto le vestigia del XII secolo c’era una chiesa, posata su una sinagoga, posata a sua volta su vestigia assire, il palazzo di Assurbanipal. Camminando ai piedi delle mura, ho inciampato su una lastra mezza sepolta, coperta di caratteri cuneiformi. Mentre la spolveravo con devozione, un vecchio con la kefiah in testa mi guardava sfiorando il masso con il suo bastone: “Non preoccuparti, c’è un sacco di pietre come queste nella città. Sono lì da sempre, e saranno ancora lì quando tu non sarai più di questa terra”».


La Stampa – 21 novembre 2017

E' morto Massimo Quaini, tra i più noti geografi italiani e ambientalista controcorrente


Lo abbiamo conosciuto quasi cinquant'anni fa, giovane professore all'Università di Genova, uno dei pochi capace di dialogare davvero con noi studenti pieni di rabbia (giusta) per un'Università ancora per pochi e di speranze. Non lo abbiamo più incontrato, ma abbiamo continuato a seguirlo attraverso i suoi studi (fondamentali quelli sulla storia del paesaggio ligure) e il suo costante impegno civile. E' stato un grande intellettuale e un uomo onesto in un mondo accademico che non lo amava e forse neppure lo meritava.

Marco Preve

E' morto Massimo Quaini, tra i più noti geografi italiani e ambientalista controcorrente


Si è spento questa notte Massimo Quaini, 76 anni, uno dei più noti geografi italiani, docente in pensione all’università di Genova, interprete in maniera autonoma e spesso controcorrente dell’ambientalismo. Un suo libro degli anni ’70 “Marxismo e  geografia” venne tradotto in diverse lingue.

Appassionato difensore del territorio senza mai però deviare nell’integralismo, Quaini aveva trasferito le sue conoscenze e i suoi studi anche nell’impegno sociale dando vita nel 2003 all’associazione ambientalista "Memorie&Progetti" di Pieve Ligure che aveva poi originato  l'Osservatorio dei due Golfi Paradiso e del Tigullio.

Con alcuni amici come Carla Scarsi e Pietro Tarallo aveva dato vita ad un periodico, Creuze, luogo di analisi, dibattito e anche di denuncia di speculazioni edilizie e politiche. Senza mai perdere lo sguardo critico e l’indipendenza aveva sempre accettato il confronto e le collaborazioni con la politica partecipando a convegni, studi, pubblicazioni.

Ma la politica non lo aveva mai amato, e anche quando il suo nome avrebbe dato lustro a livello internazionale alla Liguria come presidente del Parco di Portofino, il suo spirito libero si tramutò in insormontabile ostacolo.

D’altra parte le sue idee in tema di paesaggio e mutazioni sociologiche erano troppo critiche rispetto al pensiero dominante, ad esempio in tema di sfruttamento intensivo turistico. In un suo libro di oltre dieci anni fa, “L’ombra del paesaggio”, disegnava perfettamente il paesaggio morale dei liguri e dei loro esponenti politici, denunciando con largo anticipo il “rischio di trasformare le Cinque Terre in un Parco tematico stile Disneyland dove è possibile avere un surrogato di esperienza della geografia mondiale attraverso un simulacro. La differenza è che qui, accanto al simulacro abbiamo anche la realtà ma, potenza dei simulacri, nessuno la vive nella sua concreta dimensione storico sociale, al massimo la guarda…”.

Oggi che alle Cinque Terre si parla di numero chiuso il libro di Quaini andrebbe studiato nelle scuole e nei consigli comunali.


Piero Camporesi, voce dei dimenticati dalla storia


Ricordo di Piero Camporesi,storico eretico. Attraverso lo studio della vita materiale e del cibo ridiede voce a coloro di cui i libri non parlano, ai dimenticati dalla storia.

Marino Niola

Quando Camporesi vendicò i pitocchi


Un signore entra in una stanza dove c’è un tappeto, dai disegni e dai colori bellissimi, che tutti hanno sempre considerato come un’opera d‘arte; lui lo prende per un lembo, lo rivolta e ci mostra che sotto quel tappeto brulicavano vermi, scarafaggi, larve, tutta una vita ignota e sotterranea». Lo ha scritto Umberto Eco. Il signore è Piero Camporesi. E il tappeto è la letteratura italiana, che il grande studioso, di cui ricorre il ventennale della scomparsa, sottopose a un amoroso trattamento d’urto. Nel tentativo di ravvivarne trame sbiadite dalla polvere accademica. Di evidenziarne nodi e snodi dimenticati.

In realtà, anche se vissuto nell’università, questo straordinario intellettuale si definiva «academico di nulla academia», prendendo in prestito l’espressione da Giordano Bruno. E in questa scelta c’è l’indicazione di un percorso eretico. Che oggi, grazie anche alla provvidenziale riproposta delle sue opere da parte del Saggiatore, appare in tutta la sua carica eversiva e anticipatrice, soprattutto alla luce delle trasformazioni dell’ultimo ventennio. E che lui metteva a fuoco con lo sguardo sghembo, capace di tenere insieme materiali disparati.


Petrarca e Bertoldo, lo strutturalismo di Lévi-Strauss e l’anatomia seicentesca, la trattatistica religiosa e i ricettari, la scienza sperimentale e gli almanacchi. Ma anche le voci stridenti e le maschere irridenti delle culture popolari, il lazzo dei buffoni, il lezzo dei villani, le allucinazioni degli straccioni, il raggiro dei ciarlatani. Insieme al brontolio dei ventri contadini gonfiati dalla fame. E deformati dalle malattie, dal cibo impuro e guasto. Un pane selvaggio per un’umanità minore.

In questa immensa corte dei miracoli, che ha abitato la nostra prima modernità, Camporesi ha compiuto la sua nekya, una discesa negli inferi di un mondo dominato da umori, odori e miasmi di cui ricostruisce la grammatica e la poetica. Fornicando, come amava dire, con la storia alimentare, l’antropologia, la teologia, l’anatomia, senza trascurare classici e autori del canone.

Camporesi ha di inimitabile il modo di comparare l’incomparabile, di compaginare registri culturali dissonanti e di farli risuonare all’unisono in maniera inedita, indisciplinata, visionaria. Capace di scorgere nuove configurazioni laddove altri avrebbero visto confusione. La sua abilità nel giustapporre fino al cortocircuito alto e basso, escatologia e scatologia, nasce da quella che il suo maestro, il grande italianista Carlo Calcaterra, definiva «perplessità interrogativa».L’opposto dell’idealismo di Croce, il recupero della grande tradizione positivista. «Non l’Italia delle parole, ma quella dei fatti e dei documenti».


In opere come La carne impassibile e I balsami di Venere è la vita che irrompe dalle pagine, prima delle classificazioni e delle distinzioni tra generi e categorie, che la ingessano e la ingabbiano.

Uno dei grandi meriti di Camporesi è quello di aver ricostruito l’antropologia dell’Italia moderna. Ponendosi il problema, conoscitivo prima che etico, di come far parlare gli ultimi. Ma come fare se «i pitocchi, i subalterni, gli illetterati» non hanno lasciato documenti?

Semplice, per Camporesi. Che, forte di un’erudizione sterminata, gioca di sponda tra i documenti e li seziona. Il risultato è una funambolica logopedia delle voci plebee. E qui viene fuori il Camporesi più poietico, sperimentatore, che scava nelle parole sotto le parole. Per cavarne i succhi vitali, la forza evocativa, mitologica, simbolica. Il lucore archetipico e la potenza metaforica che rendono ogni termine capace di andare oltre se stesso. 

In certe pagine de Il sugo della vita la prosa mette in moto una catena di visioni, che la fa decollare dal supporto verbale per proiettarla verso un senso ulteriore. La lingua camporesiana va al di là della sua funzione ordinaria, apre la strada a nuovi piani di evocazione e percezione. Allitterazioni, compitazioni, metafore, iperboli, sinestesie. Un teatro verbale che assegna a ogni parola un surplus metaforico. Una macchina del senso che getta un ponte vertiginoso tra surrealismo e barocco. Sembra impossibile eppure la costruzione tiene. Ed è grazie a questa straordinaria impalcatura linguistica che Camporesi riesce a fare del cibo il fuso intorno al quale scorre la storia italiana.


Al centro di tutto il pane, che diventa “soggetto culturale”, materia reale e simbolica dell’esistenza. E nelle trasformazioni degli usi alimentari il maestro vede riflessa l’intera vicenda del nostro paese. Passato dai digiuni forzati dei poveri d’antan, all’anoressia dei ricchi di oggi. Quelli che hanno messo la dietetica al posto dell’etica. Facendo della corretta alimentazione un governo della vita, buono «sia all’allevamento dei polli, sia alla crescita dei bambini». Perché, la società di allora, dove i cuochi già diventano star – Camporesi l’aveva previsto – è la stessa in cui si muore di carote.

Come nel caso della signora che non mangiava altro che questo ortaggio, eletto a simbolo di redenzione della carne. La conclusione della parabola è un autentico cupio dissolvi. «Spappolato il fegato, gonfio il ventre idropico, caduti i capelli, sfogliati i peli, adusti i tessuti. Le carni della bella signora erano ormai pronte per il grande volo, per il transito celeste». Ancora una volta Camporesi ci lascia senza parole.


La repubblica – 20 ottobre 2017