TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


lunedì 15 gennaio 2018

Black marxism. La via nera alla rivoluzione di C.L.R. James



«Non si scherza con la rivoluzione. Marx e Lenin nei Caraibi» di C.L.R James, per ombre corte. Quasi sconosciuto in Italia, James rappresenta una delle voci più importanti del marxismo novecentesco. Ci torneremo.

Miguel Mellino

La via nera al processo di decolonizzazione

La pubblicazione di un testo come Don’t Play with the Revolution di C.L.R James (Non si scherza con la rivoluzione. Marx e Lenin nei Caraibi, ombre corte, cura e introduzione di Gigi Roggero, pp. 133, euro 12) nell’anniversario dei cento anni della Rivoluzione russa è un fatto importante. E questo per una serie di motivi. Innanzitutto, perché, anche se James è stato uno degli esponenti più noti di quello che Cedric Robinson ha chiamato «Black Marxism», in Italia la sua opera resta in buona parte sconosciuta.

DELLA SUA VASTISSIMA, e davvero policroma, produzione, fatta di saggi di critica letteraria, di teoria politica e filosofica, di analisi della cultura commerciale di massa, ma anche di un bellissimo libro sul cricket (Beyond a Boundary, 1963) e perfino di un romanzo (Minty Alley, 1936), solo due testi sono stati tradotti: I Giacobini neri (1938), che resta comunque il suo lavoro più importante, e Marinai, reietti e rinnegati (1953), una formidabile interpretazione di Moby Dick scritta mentre era rinchiuso a Ellis Island come «straniero non desiderato» durante il maccartismo.

Non si scherza con la rivoluzione viene a sopperire in parte questa mancanza. In secondo luogo, perché, anche se si tratta di uno dei suoi scritti meno presenti nel grande dibattito internazionale sulla sua opera, è certamente un testo importante per capire lo sviluppo della sua ricerca teorica e politica. Frutto di alcune lezioni su Marx e Lenin tenute a Montreal tra il 1966 e 1967 per un gruppo di militanti del Caribbean Conference Committe, Don’t Play With Revolution ci consente di mettere bene a fuoco ciò che possiamo chiamare il James «maturo».



Ci consente quindi di afferrare una parte importante del pensiero di James, un’impresa altrimenti non facile, vista la vastità della sua produzione. Infine, perché la sua singolare lettura di Marx e Lenin, e il modo di proporla alle popolazioni dell’Africa e dei Caraibi, alle prese in quegli anni con l’implosione del processo di decolonizzazione, ci mostrano una «via nera» al marxismo un po’ atipica nella tradizione del «Black Marxism», ma anche una concezione del leninismo, pur se del tutto personale e selettiva, oggi affatto scontata.

Non si scherza con la rivoluzione, come tutti i testi di James, non è il frutto di un confronto scolastico con Marx e Lenin. Il suo scopo è un altro, da capire alla luce del suo costante impegno politico, della sua concezione del lavoro intellettuale come «pedagogia militante». Una pedagogia militante, va detto, avulsa da qualsiasi forma di avanguardismo. I suoi grandi testi «storici» non erano destinati soltanto all’angusto mondo della scholarship: nascevano dal suo coinvolgimento con una determinata lotta politica e sono stati concepiti come interventi «tattici» per venire incontro a certe esigenze politiche del momento. The Life of Captain Cipriani (1932), A History of Negro Revolt (1937) e The Black Jacobins (1938) sono stati scritti da James sulla scia dell’immigrazione a Londra (1932) e del suo primo incontro con il trotskismo, ma soprattutto del suo crescente impegno nel movimento politico pan-africanista e nella lotta anticoloniale globale.

    Un comizio di James contro la guerra di Etiopia

JAMES CERCAVA di parlare a quel «presente» portando alla luce diversi esempi di rivolte anticoloniali dei neri, poiché, «l’unico luogo in cui i neri non si ribellano è nei libri scritti dai bianchi». James intendeva così mostrare a neri e caraibici «lo stato delle cose», ma soprattutto ciò che bisognava fare traendo orgoglio e ispirazione politica da queste importanti ribellioni popolari e anticoloniali. Tutto sommato si può sostenere che in questa fase di «ascesa» delle lotte di liberazione nazionale e del movimento pan-africanista, CLR vedeva le masse africane e caraibiche come il principale soggetto rivoluzionario del marxismo. Questa sua visione comincerà ad affievolirsi negli anni successivi, in particolare dal suo primo arrivo negli Stati Uniti nel 1939 (invitato dal Socialist Workers Party), ma soprattutto con la constatazione del fallimento del progetto di emancipazione collettiva incarnato dai movimenti nazionali di decolonizzazione.

Nel 1939 James incontra Trotski in Messico, rimanendo piuttosto deluso dalle sue concezioni «paternalistiche» sul ruolo proletariato nero. James comincia così una revisione del proprio trotskismo, che lo porterà a rompere con il Swp e a elaborare una propria linea, incentrata sulla concezione della necessaria autonomia della classe operaia: la cosiddetta tendenza «Johnson-Forrest».

    James con Raya Dunayevskaja e Grace Lee Boggs

IMPORTANTE in questo percorso autocritico è stato il suo incontro con Raya Dunayevskaja, ex segretaria di Trotski, ma soprattutto una delle principali promotrici di un marxismo umanistico negli Stati Uniti; dalla collaborazione tra i due nasceranno altri testi importanti di James, come Notes on Dialectics (1948). È questo il James di Non si Scherza con la Rivoluzione, un James profondamente influenzato dal Marx dei Manoscritti e che rilegge Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte, le pagine del Capitale dedicate alla riduzione della giornata lavorativa e il Lenin di I sindacati, la situazione attuale e gli errori di Trotski per rilanciare la lotta di classe come principio politico fondamentale del marxismo, contro ogni oggettivismo ed economicismo, ma soprattutto l’idea dell’autorganizzazione operaia come base della concezione socialista del potere.

LA RILETTURA di James, ancora una volta, è sovradeterminata da quanto stava accadendo nelle ex-colonie, in cui le rivoluzioni anticoloniali non avevano fatto che sostituire il dominio europeo con quello delle élites nazionaliste, eliminando ogni forma di democrazia popolare mediante la concentrazione del potere nel Partito di governo e nello Stato.

Dal Marx del 18 Brumaio, James traeva un’importante lezione di metodo per gli intellettuali militanti impegnati nelle ex colonie: da una parte, suggeriva loro di seguire l’estrema attenzione di Marx per la specificità delle diverse contingenze politiche, la sua esigenza di mettere a nudo i rapporti di forza storicamente concreti come momento essenziale di ogni analisi teorico-politica; dall’altra, proponeva loro un’analogia (non certo priva di limiti storicistici) tra ciò che Marx raccontava sul passaggio da un regime feudale a uno moderno nella Francia post-rivoluzionaria e quanto stava accadendo in molte delle ex colonie: «Marx sembra dire qui che quando un paese coloniale sottosviluppato tenta di trasformarsi in un paese moderno, immediatamente c’è questa enorme concentrazione di potere nelle mani dello stato. È ciò cui ci troviamo di fronte. Non è E. Williams, abbiamo di fronte un processo oggettivo che avviene in qualsiasi circostanza». Attraverso il capitolo sulla riduzione della giornata lavorativa, invece, James ricordava che è solo la lotta di classe a generare mutamenti nel popolo, «a rendere umana e civile la vita degli operai».


ANCORA PIÙ CALZANTE e diretto il riferimento al Lenin critico di Trotski: James seleziona una serie di passaggi in cui Lenin ribadiva che uno stato realmente operaio deve fondarsi sul potere dei soviet, sui sindacati, sulla creazione di istituzioni operaie e contadine di autogoverno e non sulla delega incondizionata del potere da parte degli operai allo Stato o al Partito: «Lenin pensava che anche in una società arretrata, tutte le persone dovessero partecipare nella forma in cui potevano. Dovevano partecipare all’ispezione e al controllo della produzione. Ho mandato una copia di questi passi di Lenin a Nkrumah trentasei anni fa dopo. Non so se li abbia letti. L’ho visto e gliel’ho chiesto, lui dice di non averli ricevuti. Ma anche se li ha letti, non li ha capiti».

James insiste poi sull’organizzazione come elemento chiave del comunismo, ma questa, come insegna Lenin, non può essere pensata come un prodotto meccanico di un certo sviluppo delle forze produttive: va politicamente costruita dalla stessa classe operaia. Il ragionamento di James non è una mera conseguenza del suo storico e viscerale anti-stalinismo e della sua avversione per l’Urss. Si fonda invece su un’osservazione particolare della società industriale dei suoi tempi: secondo James lo sviluppo capitalistico, nei paesi più avanzati, è arrivato a un livello tale che non c’è più bisogno di avanguardie o partito, e meno che mai della delega del potere allo Stato o a una classe dirigente per organizzare un mutamento rivoluzionario della società.

PIÙ AVANZATO è il grado di sviluppo della produzione (industriale) capitalistica, dunque, più possibilità c’è di rompere con qualunque tipo di rappresentanza. Nonostante le diverse prospettive e non secondarie differenze, non è difficile intravvedere qui delle convergenze con il Tronti di Operai e Capitale. Parafrasando Tronti, si potrebbe dire che James avrebbe voluto mandare Nkrumah a Detroit. Il messaggio di James per le popolazioni dell’Africa e dei Caraibi in quella fase storica è certo discutibile, ma chiaro: riprendere la lotta contro i loro governi, non accettare gli stati nazionali nati dalla decolonizzazione, non delegare il potere politico a nessuna rappresentanza, auspicarsi una lenta ma progressiva modernizzazione delle loro società incentrata sulla loro direzione e soprattutto sperare in movimenti rivoluzionari nei paesi avanzati.

LA VISIONE POLITICA del James «maturo» è tutta qui. Come sta qui buona parte del suo «marxismo nero»: anche se forse è il meno nero dei «marxismi neri». Un marxismo-leninismo nero, comunque, che, pur se assai selettivo e parziale, e se si vuole anche permeato da una certa concezione «coloniale» della storia, nel suo richiamo alla specificità delle congiunture, nel suo accento sulla necessità dell’organizzazione politica e dell’autogestione come forma di governo, si presenta sorprendentemente (in)attuale: e come un ottimo antidoto rispetto a certi presunti «comunismi bianchi», poiché capace di ridarci almeno l’estrema dinamicità e storicità del pensiero politico di Lenin. Qualsiasi riferimento a Dardot e Laval è del tutto voluto.


Il manifesto – 12 gennaio 2018


L'arte come antifascismo: Picasso

    Carnaio (1945)

Giovedì 18 gennaio 2018
alle ore 18
presso la Libreria Ubik
(Corso Italia – Savona)

L'arte come antifascismo: Picasso”

Primo incontro e presentazione del ciclo di incontri “Scuola di antifascismo” a cura della Sezione ANPI “Fratelli Briano” di Lavagnola/SV.

A cura di GIORGIO AMICO.

    Guernica (1937)

Il 26 aprile 1937, nel pieno della guerra civile spagnola, aerei dell'armata aerea tedesca Luftwaffe e dell'Aviazione Legionaria fascista italiana, in appoggio alle truppe del generale Franco e contro il governo legittimo repubblicano di Spagna, rasero al suolo la cittadina basca di Guernica, in una terrificante dimostrazione di bombardamento a tappeto. Picasso è sconvolto dalla notizia del bombardamento, e risponde in soli due mesi dipingendo i 27 mq del quadro “Guernica”ed esponendolo al Padiglione spagnolo all'Esposizione universale di Parigi.


Guernica fece poi il giro del mondo, spesso considerato uno dei capolavori del pittore. La violenza, lo stupore, l’angoscia e la sofferenza insita nelle figure grigie del quadro (la madre che grida al cielo disperata, con in grembo il figlio ormai senza vita; l'altra figura a destra, che alza disperata le braccia al cielo, gli animali, ecc) ne hanno fatto un grande dipinto di protesta in tutto il mondo contro la distruzione e la guerra in generale.

Le relazioni pericolose tra Dio e il Diavolo


Dalla Bibbia a Dante, da Goethe a Bulgakov il maligno è al centro di infinite narrazioni. Perché incarna e spiega il lato oscuro dell'esistente.

Alberto Manguel

Le relazioni pericolose tra Dio e il Diavolo

Se quella che chiamiamo coscienza sia nata da quella che chiamiamo immaginazione, o se sia esattamente il contrario, poco importa: sta di fatto che sin dagli albori della nostra civiltà abbiamo iniziato a raccontare storie per cercare di spiegare la nostra esistenza, e abbiamo immaginato un essere divino, una parola magica, un drago, una collisione di materia e antimateria come nostro "C'era una volta". Pascal la descriveva come la "spintarella" gentilmente fornita da un Creatore primordiale: da allora, le storie possono svilupparsi per conto loro.

Le storie che raccontiamo hanno la loro ombra: all'inizio corrisponde la fine, così come al giorno corrisponde la notte e alla veglia il sonno. Ogni trama ha almeno due interpretazioni e ogni personaggio ha almeno due facce. Sopra una delle porte di una piccola chiesa, nel nord del Québec, c'è la statua di una donna: vista di fronte ha un aspetto aggraziato, ma la parte di dietro è un ammasso di vermi e larve che strisciano attraverso viscere e costole esposte. Tutto quello che immaginiamo ha un punto debole.

Lo scandalo provocato dal giudaismo quando ridusse i tanti dei antichi a una singola divinità onnipresente e onnisciente dovette apparire troppo squilibrato a un'umanità assuefatta a un pitagorico universo binario. Ben presto un secondo personaggio venne introdotto sul palcoscenico delle sacre scritture. Anche lui era onnisciente e onnipresente, anche se in fin dei conti soggetto alla volontà divina, e tuttavia abbastanza scaltro da mettere alla prova perfino l'Onnipotente, come nei racconti ammonitori di Giobbe e Abramo. 

Era l'oscurità che faceva da contraltare alla luce di Dio, una forza distruttiva opposta alla Sua energia creativa, una verità alternativa alla Verità. Gli furono dati molti nomi, fra cui Satana, Lucifero, Mefistofele, Belzebù, Mastema (nei primi testi rabbinici), Iblis (nel Corano) o semplicemente il Diavolo (dal greco diàbolos, che significa "calunniatore").



Nel Libro dei Giubilei (che fa parte dei testi apocrifi) si dice che quando Geova, dopo il Diluvio, decise di espellere gli angeli ribelli e liberare il genere umano dalla tentazione, il Diavolo convinse Dio a lasciargli tenere sulla terra il dieci per cento di quello stormo di angeli caduti, per continuare a mettere alla prova la fede degli esseri umani. Per la sua abilità nel mentire, Gesù definì il Diavolo «padre della menzogna».

Non contento di questa divisione assoluta fra il Bene Supremo e il Male Supremo, il poeta sufi al-Ghazali immaginò un alibi per il Diavolo e scrisse che quando gli angeli, su ordine di Dio, si prostrarono davanti al neocreato Adamo, soltanto il Diavolo si rifiutò, dicendo che il comando di Dio era un modo per metterli alla prova, perché «il Cielo proibisce a tutti di adorare chiunque non sia l'Onnipotente». Al-Ghazali non dice come Dio ricompensò il suo fedele servitore, ma in altre religioni il Diavolo continua a essere il nemico implacabile del genere umano.

Sant'Agostino pensava che desse deliberatamente il cattivo esempio e argomentava che «quando l'uomo vive secondo l'uomo, non secondo Iddio, è simile al diavolo». Ancora prima, nel II secolo, Apelle disse che il Diavolo era un demiurgo che aveva ispirato i profeti dell'Antico Testamento. Dante saggiamente collocò il Diavolo proprio al centro della Terra, dove il più bello degli angeli era caduto dopo la ribellione, inducendo le terre dell'emisfero australe a ritrarsi inorridite e lasciando un mondo acquatico «senza gente». 

Lutero (come Sant'Antonio prima di lui) vedeva il Diavolo come un molesto tentatore e com'è noto gli lanciò contro un calamaio, lasciando una macchia sulla parete dello studio nel castello di Wartburg, che un secolo fa era ancora visibile. Milton immaginava il Diavolo come una specie di nastro di Möbius («Come fuggir l'inferno? Io son l'inferno»). Goethe, con una punta di compassione, suggeriva che forse il Diavolo tenta gli umani perché è infelice e solamen miseris socios habuisse doloris (in sostanza: l'infelicità ama la compagnia).



Senza dubbio il Diavolo è ancora tra noi. Ancora oggi, in Austria, Baviera, Croazia, Repubblica Ceca, Ungheria, Slovacchia, Slovenia e parti del Nord Italia, il Diavolo (noto in questa regione come il Krampus) accompagna Babbo Natale nei suoi giri, cercando di spingere i bambini cattivi in un sacco per fustigarli con fasci di rami di betulla. Il Diavolo-Krampus è una brutta creatura cornuta antecedente al cristianesimo, che si trascina dietro delle catene per mostrare che adesso è legata al volere della Chiesa. In altre occasioni il Diavolo assume l'aspetto di un barboncino, di un serpente, di un drago o perfino di un gentiluomo.

Dante (di nuovo lui) sosteneva che tutto nell'universo è frutto dell'amore di Dio, compreso il peccato. Seguendo questa idea, il Diavolo può essere visto come colui che corrompe o dirotta questa proiezione divina, spingendo gli uomini ad amare troppo (lussuria o avarizia) o troppo poco (superbia, invidia, accidia e ira) o a dirigere il proprio amore verso oggetti inappropriati (cupidigia e gola).

San Bonaventura scrisse che il nostro smarrimento di fronte a sofferenze inspiegabili mostra semplicemente la nostra mancanza di fede nella giustizia perfetta di Dio, e deriva dal fatto che non conosciamo interamente il suo disegno.


Chiamiamo in causa il Diavolo per cercare di spiegare i turpi eventi che ci affliggono quotidianamente, ora e sempre. Il Diavolo (diciamo) ci sussurra alle orecchie cose orribili e ispira le nostre peggiori azioni.

È il Diavolo (insistiamo noi) il responsabile delle malattie, delle guerre, delle carestie; dell'ascesa al potere di Caligola, di Stalin, di Hitler; della tortura, dell'omicidio e dell'abuso di minori. Il diavolo è la confusa giustificazione dei nostri incubi e azioni da incubo, ma sfortunatamente la tesi della sua responsabilità non convince fino in fondo. Se il lavoro del Diavolo può essere visto come il lato oscuro delle fatiche di Dio, l'infelicità onnipervasiva del mondo potrebbe essere interpretata come una sorta di penuria di energia divina, come l'inconcepibile prova di una spossatezza dell'Onnipotente. 

I cassidici raccontano questa storia: in uno sperduto oscuro villaggio della Polonia centrale, c'era una piccola sinagoga. Una notte, mentre faceva i suoi giri, il rabbino entrò e vide Dio seduto in un angolo buio. Si prostrò faccia a terra ed esclamò: «Signore Iddio, che cosa ci fai Tu qui?». Dio non gli rispose né con un tuono né con un turbine di vento, ma con una voce flebile: «Sono stanco, rabbino, sono stanco da morire».

(Traduzione di Fabio Galimberti)

La repubblica – 3 gennaio 2008

domenica 14 gennaio 2018

Donne in convento. Abbazie e monasteri nella Liguria di Ponente



Martedì, 16 gennaio 2018, alle 15.15 presso la Sala Polivalente (Biblioteca) di Quiliano
nell'ambito dell'anno accademico 2017-2018 dell'UniSabazia
secondo incontro del corso “Donne, maghi, poeti e marinai: aspetti insoliti della Liguria di Ponente”

Donne in convento: abbazie e monasteri nella Liguria di Ponente

Conversazione a cura di Giorgio Amico


Mussolini e gli USA. Il fascismo raccontato dai giornalisti americani


Mauro Canali ricostruisce in un libro l'evoluzione dei rapporti fra Mussolini e i corrispondenti romani dei grandi giornali americani. Da un iniziale caloroso appoggio, peraltro durato molto a lungo, alle prime perplessità dopo la guerra di Etiopia e l'avvicinamento alla Germania hitleriana.



Umberto Gentiloni

Mussolini e i giornalisti americani cronaca di un idillio finito male



Mussolini è come un Roosevelt latino», un paragone a dir poco azzardato che torna nei giudizi dei corrispondenti americani in servizio a Roma durante il ventennio: «Immaginate un Theodore Roosevelt consapevole del posto che avrebbe occupato nella storia degli Stati Uniti, e avrete l’immagine di Benito Mussolini in Italia». Il fascismo attira curiosità e attenzioni, un fenomeno nuovo, un fermento politico difficile da decifrare, per molti un enigma. A partire dagli anni Venti il drappello di corrispondenti americani diventa cospicuo, agenzie, quotidiani e periodici si attrezzano per raccontare ai lettori d’oltreoceano cosa stia avvenendo in un angolo della vecchia Europa.

Una rete di relazioni e rapporti tra diplomatici, uomini di governo, giornalisti al lavoro su biografie, racconti, reportage. Un mondo che si muove nell’Italia fascista, in un crocevia incerto tra la libertà e la curiosità di scrivere e gli strumenti coercitivi di controllo e censura del regime. Uno spaccato del fascismo attraverso una sua proiezione fuori dai confini nazionali. Un volume mette insieme le corrispondenze statunitensi sulla società del ventennio (Mauro Canali, La scoperta dell’Italia. Il fascismo raccontato dai corrispondenti americani, Marsilio, € 20,00).Una ricerca complessa, tra archivi privati di giornalisti, fonti ufficiali, documenti conservati dalle testate a New York, Chicago o Los Angeles. Il segno delle corrispondenze muta nel tempo. 


Di fronte ai primi passi molti sono abbagliati, folgorati dall’illusione della popolarità del giovane dittatore capace di imporre regole e comportamenti in una società conflittuale, disordinata, potenzialmente conquistabile dalle sirene della rivoluzione comunista. Estimatori convinti definiscono Mussolini «una sovrumana dinamo umana», o ancora «una personalità notevolmente brillante che stava compiendo meraviglie in Italia».

Si fa a gara per avere udienza, trovare un canale diretto, fissare un’intervista che possa svelare ambiti privati, lati meno conosciuti del fascismo e del suo capo: «Il Grande Uomo del momento! Che Dio lo benedica e protegga lui e l’Italia», in un crescendo di considerazioni apologetiche, persino imbarazzanti. Si dà risalto all’aspetto fisico «di una forza della natura» fino a descriverlo come un «divino dittatore pieno di fascino, forza e gentilezza» capace di suscitare emozioni intense «per molto tempo ancora dopo averlo salutato».

Un idillio che secondo l’autore ha delle radici ben precise: «Rimasero colpiti nei primi anni del regime quando il dittatore cercava di presentare il fascismo come una sorta di terza via tra comunismo e capitalismo, moderatore degli eccessi di quest’ultimo e nel contempo solido argine nei confronti del comunismo».


Ma nel breve spazio di pochi anni la natura del regime cominciò a venir fuori. Mussolini esercitò un controllo diretto e costante sui corrispondenti: voleva trasmettere un’immagine positiva e accattivante, cercava il consenso delle comunità di italoamericani.

Con la metà degli anni Venti e soprattutto con l’introduzione delle “leggi fascistissime” del novembre 1926 il controllo diventò serrato. «Il regime cercò di corrompere i corrispondenti stranieri per garantirsi quantomeno un atteggiamento benevolo». Chi non ci stava, chi non accettava il ruolo di megafono del regime veniva individuato, controllato e intercettato: «I corrispondenti potevano essere ammoniti, diffidati, minacciati o anche espulsi».

Con la guerra di aggressione all’Etiopia quelle aspettative illusorie dei primi anni si trasformano in una presa di distanze critica da parte della stampa statunitense, nel momento di maggiore consenso del fascismo nella società italiana.

Non esistevano alternative, «O sei con Noi o contro di Noi». Molti cedettero (quasi la metà, secondo l’opinione del 1945 di uno sconsolato Paul Scott Mower), altri cercarono di raccontare opponendosi all’idea che la stampa potesse essere trasformata in un organo di propaganda e non di critica.

La Repubblica – 9 gennaio 2018

Il Quadrifoglio


Presentazione dell'ultimo numero de Il Quadrifoglio
Niente di meglio per conoscere la storia e la cultura del Finalese.

Proverbi e modi di dire di gennaio nelle Alte Terre Langasche


La cultura contadina si basava sull'osservazione attenta dei fenomeni atmosferici legati al ciclo delle stagioni. Ce lo conferma anche questa raccolta di detti langaroli relativi al mese di gennaio.

Guido Araldo

Proverbi e modi di dire di gennaio nelle Alte Terre Langasche

I dì-d’ra-merla = i giorni della merla: il 29, 30, 31 gennaio sono considerati tradizionalmente i giorni più freddi dell’anno. Una volta il merlo era bianco; ma quell’anno, a fine gennaio, faceva così freddo, ma così freddo, che il merlo trovò riparo in un camino e, quando uscì tre giorni dopo, era diventato tutto nero, ad eccezione del becco giallo. Da allora il merlo smise d’irridere il corvo dicendogli: “cùme t’hei ney!” “come sei nero!”

r sû de zné u-porta i fiöj a sutrè = il sole di gennaio porta i giovani a sotterrare. Era convinzione diffusa che esporsi eccessivamente al sole di gennaio e febbraio, nelle belle giornate di sole con la neve nei campi e sui tetti, potesse essere altamente nocivo alla salute dei giovani. Questa convinzione era forse legata a una leggenda antichissima: nei mesi di gennaio e febbraio il cielo invernale nasconde un grande “nido dei serpenti” e il loro pericolosissimo veleno raggiunge la terra tramite i raggi solari. Una simile leggenda è forse riconducibile al fatto che il sole invernale traccia un percorso basso sull’orizzonte sostando particolarmente sull’Africa, terra notoriamente affollata da serpenti mortali. Scientificamente si può supporre che il sole di gennaio e febbraio sia particolarmente pericoloso per i raggi ultravioletti, a causa del minore potere filtrante nella gelida atmosfera, tipica del periodo invernale. Inoltre gennaio è il periodo in cui la Terra è più vicina al Sole (perielio), a una distanza di circa 147 milioni di chilometri: 2,5 milioni di chilometri in meno della distanza media. Situazione astronomica che si verifica mediamente 12 - 13 giorni dopo il solstizio d’inverno. Forse il “dodekaemeron”: la dodecade di Giano, non era estranea al perielio. Le madri non volevano assolutamente che i figli uscissero di casa a gennaio, nelle belle giornate, con il capo scoperto.


Un augurio per il 20 gennaio, festa di san Sebastiano: san Basctian cun ‘a viürëtta en man = san Sebastiano con la violetta in mano; giacché in quella data le viole potrebbero cominciare a fiorire e la primavera, timidamente, fa capolino nei prati. Meno poetica e forse inopportuna un’esortazione volgare attribuita alle donne inappagate da mariti, fidanzati o amanti che, sdraiate solitarie sul letto, invocherebbero il santo: San Basctian, san Basctian, venme a truvé cur basctòn in man = San Sebastiano, san Sebastiano, vienimi a trovare con il bastone in mano”.

Dui neguziant da fiòca: sant’Antoni e san Basctian, cun sant’Agnés a l’induman = due commercianti di neve: sant’Antonio e san Sebastiano (17 e 20 gennaio), con sant’Agnese il giorno dopo. È convinzione diffusa che sul finire della seconda decade di gennaio si concentrino abbondanti nevicate. Pare peraltro sia statisticamente provocato che proprio in quel periodo nel Mare Ligure si determini una peculiare pressione atmosferica con condizioni metereologiche in grado di apportare copiose nevicate sulle Alte Terre Langasche, sulle Alpi Liguri e sulle Alpi Marittime che presentano un’unica fascia climatica. Una situazione analoga, soprattutto in primavera e in autunno, si può determinare per le copiose piogge, con relative alluvioni. Escludendo valutazioni attuali, in merito al clima alterato dall’effetto serra, pare che queste manifestazioni metereologiche nell’Entroterra Ligure di Ponente siano cicliche.

Zné, meis di gät e fervé di mät = gennaio, il mese dei gatti (che vanno in calore) e febbraio dei matti (per il carnevale). Da molti, soprattutto anziani, il carnevale con i suoi inevitabili eccessi e relativo trambusto non era molto molto gradito.


(Da: Guido Araldo, Mesi Miti Mysteria)