TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


venerdì 26 agosto 2016

I miracoli di Renzi: le assunzioni stabili calano del 33%



Nonostante promesse e chiacchiere aumenta la precarietà del lavoro. D'altronde il Jobs Act serviva a ridar mano libera ai padroni, cancellando mezzo secolo di conquiste sindacali. Perchè stupirsi?

Marta Fana

Le assunzioni stabili calano del 33%


Sono impietosi gli ultimi dati dell’Osservatorio sul precariato dell’Inps: si assiste a un crollo dei contratti a tempo indeterminato, bilanciato da un aumento dei contratti a termine e di un sempre più diffuso utilizzo dei voucher.

Nei primi sei mesi del 2016, le cessazioni di rapporti di lavoro a tempo indeterminato superano le nuove assunzioni facendo registrare un saldo negativo di 120.253 unità, un dato di gran lunga inferiore ai numeri relativi allo stesso periodo del 2015, in cui i nuovi contratti netti a tempo indeterminato erano 131.502. Il dato dipende esclusivamente dalla riduzione delle assunzioni, -33% rispetto al 2015; le cessazioni quest’anno non superano quelle del primo semestre dell’anno appena trascorso. Inoltre, fin qui, la dinamica complessiva del tempo indeterminato fa peggio anche del 2014, anno in cui il Jobs Act (Decreto Poletti a parte) e gli sgravi erano soltanto un annuncio.

Nonostante la contrazione delle assunzioni a tempo indeterminato si distribuisca su tutte le categorie di lavoratori, coloro che ne risentono maggiormente sono le donne e i giovani fino ai 29 anni. Inoltre, dei nuovi contratti a tempo indeterminato, solo il 57,6% è a tempo pieno (era il 59,3% nel 2015). Dal punto di vista qualitativo, è il commercio a trainare le assunzioni, lo stesso che chiede e impone con la contrattazione aziendale condizioni peggiorative per i lavoratori.



Rallentano anche le trasformazioni di contratti a termine in contratti a tempo indeterminato, -37% rispetto al 2015, anch’esse inferiori rispetto ai valori del 2014. È questo uno dei dati più eclatanti che il rapporto Inps fa emergere: l’effetto di stabilizzazione dei precari con contratti a termine una volta finiti gli sgravi si è interrotto. Qui, il ruolo del Jobs Act emerge solo nei mesi di marzo e aprile 2015. Ne è ulteriore prova l’andamento dei contratti di apprendistato che nel primo semestre di quest’anno si mostra costantemente crescente, contrariamente a quanto avvenuto un anno fa. Di nuovo, l’interpretazione più immediata e forse plausibile va rintracciata nella legge di stabilità 2015 che escludeva l’apprendistato dagli sgravi, facendone quindi venir meno il suo carattere di contratto più vantaggioso in termini di costi. Ora che gli sgravi sugli altri contratti sono diminuiti, le aziende trovano conveniente usare l’apprendistato come forma di contratto di inserimento verso una posizione formalmente a tempo indeterminato.

Quel che rimane quindi è il lavoro precario, contratti a termine e voucher. I primi aumentano del 24% nel confronto con il 2015, dato trainato da un netto calo delle cessazioni, mentre le assunzioni aumentano di un esiguo 0,6%. Anche in questo caso emerge il ruolo che gli sgravi contributivi del 2015 hanno giocato sulla dinamica contrattuale: nel 2015 le cessazioni di rapporti a termine erano funzionali alle trasformazioni che avrebbero beneficiato della decontribuzione.

Infine, il dato sui voucher, quello più allarmante: tra gennaio e giugno di quest’anno ne sono stati venduti 69.899.824, in aumento del 40% rispetto a un anno fa e del 145% rispetto al 2014. Un dato che si commenta da sé ed esprime la deriva del mondo del lavoro italiano, sempre più usa e getta, strappato alla sua funzione collettiva e democratica. In queste condizioni, non dovrebbe stupire la stagnazione dell’economia italiana, così come non può trovare altra spiegazione il dato della povertà dei giovani italiani, la categoria che più tra tutte subisce lo sfruttamento a mezzo di voucher, sempre più imbrigliati da una vita non più precaria ma ormai occasionale e accessoria.


il manifesto – 26 agosto 2016

Il sesso al tempo di papa Francesco. Masturbarsi fa male



Esistono due sole possibilità: verginità o matrimonio. Il preservativo non impedisce le malattie e toccarsi è peccato mortale. Online il nuovo manuale sulla sessualità giovanile ad opera del Pontificio Consiglio per la Famiglia. Ci sarebbe da aver paura, ma per fortuna, nonostante il Papa Star, nessuno li prende più sul serio (almeno in questo campo).

Daniela Ranieri

Il manuale sessuale di mons. Paglia Sex & the Vatican, Inquisizione 2.0


È finalmente online il manuale Il luogo dell’incontro, il “progetto di educazione affettivo sessuale” a cura del Pontificio Consiglio per la Famiglia guidato da monsignor Vincenzo Paglia.
Presentato all’ultima Giornata della gioventù, il documento per educatori e ragazzi si articola in unità che vanno da titoli impegnativi quali “Le domande più importanti sul senso della vita e del proprio essere” ad altri più croccanti, come “A chi voglio aprire la cerniera della mia tenda?”.

Cliccandoci sopra si aprono slide coloratissime tipo Leopolda, solo che qui invece dei gufi e dei “conti di Pier Carlo” si sviluppa tutto uno storytelling catechesimale-rassicurante, una cornucopia di esortazioni, disegnini, consigli, canzoni e film con cui s’intende offrire ai giovani le linee per una corretta educazione sessuale; e chi, se non il Vaticano, così sempre dedito al progresso e allo sviluppo umano, può fornirne.

L’ATMOSFERA parte spigliata: Problema: “Il mio amore è limitato”. Soluzione: “Quando ci finisce il credito del cellulare perché lo abbiamo usato tanto, che facciamo? Lo buttiamo nella spazzatura o lo ricarichiamo?”, il che conferma che all’antica ossessione della Chiesa per il sesso s’è aggiunta in era bergogliana quella per i cellulari e il loro funzionamento (“Una vita senza Gesù è come un cellulare senza campo”; “La felicità non è un’app del telefonino”, aprile 2016).

Sbrigata con un uno-due micidiale la spiacevole pratica gender (“Uomo e donna li creò”, Gen 1,27), e liquidata la pratica del “Rimorchiare” comune a molti contemporanei (tra cui l’abate di Montecassino, habituée della app gay-radar Grindr) come “cosificazione dell’altro”, si passa ai classici. Come per l’antico Santo Uffizio, per la Santa Inquisizione 2.0 esistono solo “Due modi di donarsi: la verginità e il matrimonio”.



Ora, sia chiaro: a noi piace di più fare le cose sessuali quando il Vaticano ce le vieta, ma non aveva detto il Papa in persona, a giugno, che “ai matrimoni superficiali è preferibile la convivenza”? Che è meglio prepararsi insieme a un matrimonio responsabile che contrarre “matrimonios de apuro”, “di fretta”, riparatori, mondani? Evidentemente tra loro, il Papa e Monsignor Paglia, non si parlano (e del resto il Papa ha disposto che il Consiglio venga squagliato dentro un nuovo Dicastero che comprende anche laici).

Quindi per la vecchia guardia pre o anti-bergogliana il problema, come mille anni fa, sono gli organi sessuali utilizzati fuori dal matrimonio. È l’antico orrore della Chiesa per il sesso non procreativo, temuto più del furto e dell’omicidio. Ma tranquilli: “L’assenza di genitalità nel fidanzamento non implica un silenzio della sessualità”. Tra le opere che gli educatori mostreranno all’uopo, il film Hakito, il mio migliore amico, storia dell’amicizia tra un bambino e Hachi, il cane di suo nonno.

Cerchiamo “preservativo”: “(Si dice che, ndr) è necessario perché riduce il contagio dalle malattie sessualmente trasmissibili”. Invece? “Le statistiche dimostrano il contrario”. E l’aborto? “(Si dice che, ndr) ciò che importa è la libertà della donna e non si uccide una persona perché il feto non lo è”. Invece? “La scienza ci dice che l’essere umano è tale sin dal momento del concepimento”. Vabbè.



POI È TUTTO repertorio: “IL PECCATO”. Sottotitolo: “Autoerotismo/masturbazione” (per la Chiesa sono due cose distinte). La masturbazione, che tutto sommato sembrava una buona alternativa alla castità, è peccato: “La finalizzazione dell’impulso sessuale non incanala la persona ad uscire da se stessa per dirigersi verso un’altra bensì a simulare la causa neurofisiologica che produce lo scarico di tensione con uno stimolo genitale”. Se i preti ci avessero terrorizzato con questa frase invece che con “quante volte?” avremmo smesso subito.

Sarebbe questa l’educazione sessuale “in un’epoca in cui si tende a banalizzare e impoverire la sessualità”, “nel quadro di una educazione all’amore e alla reciproca donazione”, come aveva disposto Papa Francesco in Amoris Laetitia? A questo punto si tenessero le slide e ci ridessero il Diavolo che esce dal camino, almeno si ride.


Il Fatto – 26 agosto 2016

Lumpen Italia. Il trionfo del sottoproletariato cognitivo



L'articolo che riprendiamo tratta dell'Università, ma potrebbe valere per qualunque scuola superiore italiana. Difficoltà di comprensione di un testo, incapacità a collocare gli eventi nello spazio e nel tempo e a fare collegamenti sono comportamenti tipici di una parte non piccola degli studenti, magari ipertecnologici a livello di pc e di smartphone. Un nuovo “sottoproletariato cognitivo” in formazione tendenzialmente destinato ad ogni tipo di manipolazione e di sfruttamento.


Alessandro Santagata

L’era dell’ignorante ipermoderno


Chiunque abbia avuto occasione di frequentare le facoltà umanistiche italiane non potrà che condividere il pessimismo di Davide Miccione nel suo Lumpen Italia. Il trionfo del proletariato cognitivo (Ipoc, pp. 2012, euro 16). In un saggio agile e spietato l’autore dà voce a un’insofferenza comune o, per meglio dire, a una comune perdita di senso. La definizione d’«ignorante ipermoderno», utilizzata per descrivere l’uomo nuovo dell’età digitale, non può che destare una certa ritrosia in chi crede nella diversità dei saperi.

Tuttavia, Miccione pone un problema molto serio che riguarda la trasformazione antropologica della società e dunque la stessa possibilità d’accedere con coscienza alla sfera della conoscenza. La progressiva svalutazione delle discipline umanistiche e la tendenza all’iper-settorializzazione – spiega l’autore – stanno producendo un cambiamento profondo nel modo di pensare. Il disprezzo per gli intellettuali, sempre più forte nell’Italia post-berlusconiana, non è la vera causa del problema. Il nodo, molto più complesso, concerne le categorie con le quali si insegna oggi a leggere la realtà.

In uno dei passaggi più amari del libro Miccione racconta la sua esperienza di professore, le difficoltà degli studenti di una facoltà di Lettere a comprendere i testi oggetto di esame, a collocare gli eventi nello spazio e nel tempo, e, soprattutto, a interrogarsi sulle interrelazioni e sui concetti di fondo della disciplina filosofica.

All’esperienza personale presso l’Università di Catania l’autore affianca una serie d’inchieste e di studi (quello di Graziella Priulla, per esempio). La riflessione si estende quindi al mondo della scuola, sul quale Miccione chiama in causa un’ampia bibliografia . Ne emerge un quadro, in cui «tutto sembra farsi flusso indistinto e la specificazione, qualunque essa sia (nomi, date, luoghi) appare ormai come pignoleria».

Si tratta di una crisi di portata mondiale e da questo punto di vista sono molto efficaci gli spunti di Martha Nussbaum, tra le prime a denunciare un problema che la politica internazionale sta continuando a ignorare. Non c’è dubbio però che il caso italiano si presenti come particolarmente difficile.



Di fronte al progressivo declino degli investimenti statali che sta portando alla morte il mondo della ricerca, e in particolare di quella umanistica (più in difficoltà di altre nel reperire finanziamenti), cresce il classismo sociale e la cultura, quando non è ridotta a festival, ritorna ad appannaggio di pochi privilegiati e delle istituzioni d’eccellenza. Contemporaneamente – osserva Miccione – si diffonde l’«idea che le abilità tecniche e le competenze immediatamente spendibili siano ormai immensamente più importanti della cultura generale. Con ciò, si postula come unica valida l’idea di società in quanto macchina produttiva e degli individui come mezzi, il cui senso è dato dall’essere idonei a portarla avanti».

E fuori dalle aule? I passaggi dell’inchiesta di Miccione restituiscono un panorama ormai noto, ma non per questo meno inquietante. La pratica della lettura sta praticamente scomparendo in un mondo in cui – come ha scritto il linguista Raffaele Simone – «la conoscenza si acquista non più attraverso il libro e la scrittura, ma attraverso l’ascolto o la visione non alfabetica». La realtà mainstream, apparentemente complessa, si riduce a poche dimensioni schiacciate sul presente.

Gli effetti di questa trasformazione non sono ancora facilmente decifrabili e vanno ben oltre l’affermazione delle destre populiste. Controversa è anche l’idea che si starebbe sviluppando un «sottoproletariato cognitivo», massa di manovra per nuove politiche di sfruttamento. Viene da chiedersi piuttosto, al di là di giudizi che lasciano il tempo che trovano, quali strumenti le facoltà umanistiche siano in grado di offrire per valorizzare le nuove e gigantesche potenzialità cognitive.

In altre parole, ammesso che si voglia parlare di una «crisi cognitiva», c’è da credere che il soggetto in crisi siano proprio i docenti universitari, «ignoranti» nell’ipermodernità, di cui appunto spesso non conoscono gli strumenti analitici. Anche su questo terreno si registra il fallimento dell’università pubblica, che – come scrive Miccione – non riesce a svolgere una funzione di recupero culturale, risultando così subalterna alle logiche esterne, ma che non riesce neppure a comprendere i caratteri del cambiamento e quindi a ritrovare una missione sociale.


Il manifesto – 25 agosto 2016

giovedì 25 agosto 2016

Il pianeta azzurro. Viaggio all’interno della natura e dell’uomo



SACS - SPAZIO ARTE CONTEMPORANEA SPERIMENTALE

Il pianeta azzurro
Viaggio all’interno della natura e dell’uomo
PROGETTO INTERNAZIONALE DI ARTE POSTALE E DIGITALE
Segnalibro d’arte

1° settembre - 15 ottobre 2016
VERNISSAGE Giovedì 1° settembre ore 17.30
Presentazione di Giorgio Amico
Progetto a cura di Cristina Sosio e Bruno Cassaglia
Biblioteca Civica A. Aonzo - Piazza Costituzione - Quiliano (Savona)



Ogni mercoledì della mostra viene dedicato alla proiezione di un video.

Dalle ore 16.00 sarà possibile vedere i video di
7 settembre - Omaggio a Christine Tarantino (USA) - 14 settembre - Gruppo Sinestetico (Italia)
21 settembre - Renato Cerisola (Italia) - 28 settembre - Maurizio Follin (Italia)
5 ottobre - Cristina Sosio e Franca Maria Ferraris (Italia) - 12 ottobre - Ioanna Roussou (Grecia)

15 ottobre 2016
apertura straordinaria 9.00-12.00 / 15.00-18.00 e 20.30-23.00
Ore 15.00 - Video installazione di Bruno Cassaglia
Ore 16.00 Proiezione dei video presentati durante la mostra nello Spazio●videoarte
Ore 20.30 - Proiezione film/documentario “Il pianeta azzurro”, regia di Franco Piavoli
A cura del Gruppo Cineforum “Quei bravi ragazzi”

Evento organizzato in occasione della 12a giornata del Contemporaneo
promossa da Amaci - Associazione dei Musei D’arte Contemporanea Italiani
http://www.amaci.org/gdc/dodicesima-edizione/il-pianeta-azzurro

La mostra seguirà il seguente orario di apertura:
martedì, giovedì e sabato dalle ore 9.00 alle 12.00 / martedì, mercoledì e venerdì dalle 15.00 alle 18.00

Chiuso domenica e lunedì

Apertura straordinaria in occasione di Agrigusta: 1-2-3-4 settembre ore 20.30-22.30


Terremoto. Tristezza e rabbia



Di nuovo l'Italia devastata dal terremoto, di nuovo scuole “antisismiche” appena inaugurate che si sgretolano. Come la Casa dello Studente de L'Aquila, come la scuola elementare di San Giuliano di Puglia. Il terremoto è una tragica fatalità, ma questi sono crimini.

Norma Rangeri

Sotto le macerie

Le parole di cordoglio – «l’Italia piange», «il cuore grande dei volontari», «con il cuore in mano voglio dire che non lasceremo da solo nessuno» – pronunciate dal presidente del consiglio ieri mattina in televisione a poche ore dalla tragedia, avrebbero dovuto suscitare condivisione se non le avessimo già sentite ripetere troppe volte per non provare, invece, insofferenza, rabbia, indignazione. Forse perché non c’è altro evento più del terremoto capace di mettere a nudo losgoverno del nostro paese, l’incapacità delle classi dirigenti di mettere in campo l’unica grande opera necessaria alla salvaguardia di un territorio nazionale abbandonato all’incuria, alla speculazione, alle ruberie (come i processi del post-terremoto dell’Aquila hanno purtroppo mostrato a tutti noi).

Nessun paese industriale, con un elevatissimo rischio sismico come il nostro, viene polverizzato ogni volta che la terra trema. Le cifre imbarazzanti stanziate un anno dopo l’altro per la sicurezza ambientale nelle leggi finanziarie danno la misura dell’inconsistenza delle politiche di intervento. Dal 2009 a oggi è stato messo in bilancio, ma solo perché in quel momento eravamo stati colpiti dallo spappolamento dell’Aquila, meno dell’1 per cento del fabbisogno necessario alla prevenzione. E’ la cifra di un fallimento storico, morale, politico.

Chiunque capisce che prima di abbassare le tasse alle imprese, prima di distribuire 10 miliardi divisi per 80 euro, bisognerebbe investire per costruire l’unica grande impresa che i vivi reclamano anche a nome dei morti.

Chi ci amministra ha costantemente lavorato alla dissipazione delle nostre risorse comuni. Il paese è allo stremo ma nessuno, nemmeno questo governo, cambia direzione. Con investimenti tecnologici, ripopolamento delle terre interne, salvaguardia del patrimonio culturale, paesistico. E finalmente lavoro per gli italiani, per gli immigrati. Finalmente progetti ambiziosi per uno sviluppo economico di qualità legato ai territori e alle loro istituzioni. Non ci sono soldi? E quanti ne spendiamo per il rattoppo delle voragini materiali e morali?

Purtroppo oltre a temere e piangere ogni volta le vittime della mancata prevenzione (andiamo verso l’autunno, pioverà, saremo esposti al pericolo di frane e alluvioni), dobbiamo aver paura anche della ricostruzione. Nelle pagine dedicate al terremoto pubblichiamo un pro-memoria dei cittadini dell’Aquila che riassume come meglio non si potrebbe i danni, i pericoli aggiunti con gli interventi edilizi post-terremoto. Perché accanto al simbolo della tragedia di sette anni fa, il monumentale palazzo della Prefettura del capoluogo abruzzese, oggi abbiamo l’ospedale di Amatrice colpito perché nemmeno questo edificio era costruito con criteri antisismici. E nessuno dimentica le macerie della scuola di San Giuliano di Puglia con i suoi piccoli rimasti sepolti, come i bambini morti ieri sull’Appennino.

Il numero delle vittime sale ogni ora, persone uccise dall’incuria di chi aveva il dovere di provvedere e non lo ha fatto, nemmeno per salvaguardare scuole, ospedali, edifici pubblici. Rivedremo le tendopoli, assisteremo allo sradicamento degli abitanti, alla desolazione dell new-town. Speriamo almeno di non dover riascoltare le risate fameliche di chi ora aspetta l’appalto.


Il manifesto – 25 agosto 2016

In ogni sillaba di Parise c'è l'alfabeto della vita



Il 31 agosto 1986 moriva Goffredo Parise, lo ricordiamo con questo articolo di Giuseppe Conte.

Giuseppe Conte

In ogni sillaba di Parise c'è l'alfabeto della vita

Mentre leggevo le pagine di questo bel saggio sull'opera di Goffredo Parise, (Lucia Rodler, Goffredo Parise, i sentimenti elementari, Carocci editore, pagg. 221, euro 17) mi tornava con insistenza alla mente il titolo di uno dei 49 racconti di Hemingway, La breve vita felice di Francis Macomber. Forse perché Hemigway fu uno dei primi autori amati dal giovane autore de Il ragazzo morto e le comete, forse perché c'entra la caccia, che praticò negli anni del suo ritorno alla campagna veneta, o forse, più probabilmente, perché ho sempre pensato che la vita di Goffredo Parise sia stata, nella sua brevità e intensità, una ricerca continua di quella felicità di cui il suo amico e mentore Montale aveva scritto «si cammina per te su un fil di lama»: raggiungibile e temibile, sognata e effimera.

Al contrario di tanti autori italiani, grigi burocrati dediti al conformismo e al servilismo ideologico, Parise, scomparso a 57 anni nel 1986, amava vivere e non lo nascondeva. Noi, suoi giovani lettori di allora, eravamo affascinati, oltre che dalle sue opere, dalle sue scelte di vita. Personalmente, amavo la sua predilezione per le lenzuola di lino dei letti dell'Hotel Ritz a Parigi, le sue corse su un'automobile sportiva, su cui è leggenda che il cerimonioso e appesantito Carlo Emilio Gadda avesse timore o pudore a salire, il suo gusto di viaggiare per il mondo a scoprire e raccontare nuove realtà.

L'unica volta che lo vidi, fu nella vecchia libreria Einaudi della Galleria Manzoni a Milano: mi colpì per come era vestito, casual chic, metà da viaggiatore, metà da uomo di successo, per un certo fare frenetico, per la fretta di attaccarsi al telefono, accudito dal vecchio, mitico libraio Vando Aldrovandi. Lessi subito i suoi Sillabari. E devo dire che amai quella freschissima enciclopedia dei sentimenti umani scritta in una prosa nitida, elementare e profonda, essenzialmente poetica.

Lucia Rodler riporta il testo di un articolo di Parise degli anni Settanta, che inizia con questa dichiarazione: «Il mio programma non politicizzato è il seguente». Ci ricordiamo oggi cosa voleva dire proclamarsi non politicizzato in quegli anni? Anni di piombo ideologico, di parole d'ordine che non lasciavano vie di scampo. Parise lo fece con coraggio, riabilitando la poesia, «cioè quella parte alta dell'uomo» in cui affermò di credere e di aver fondato la propria vita. La poesia, scriveva Parise, non ama i partiti, i favori politici, il dare e l'avere, e aggiungeva, con un tocco di squisito snobismo, è abbastanza racée e blasée da ignorarli.

La sua inutilità politica rende la poesia scandalosa e eretica. E l'opera di Parise fu insieme poetica e scandalosa. Dopo l'avvio onirico e visionario del Ragazzo morto e le comete, il successo di pubblico venne con Il prete bello, dove il tessuto narrativo si ricostruisce in un intreccio lineare, e Gastone Caoduro, «un prete molto alto, giovane e bello» entra nella vita di un caseggiato dove abita il ragazzo Sergio, voce narrante, e diventa oggetto di concupiscenza della signorina Immacolata, e poi della contessa Manina, e infine della prostituta Fedora sino all'epilogo drammatico.



Di pochi anni dopo è un libro che ho appena riletto, Amore e fervore, che prese in una edizione successiva il titolo per quei tempi scandaloso di Atti impuri. La vita di provincia, «cupo, allegro incubo», e di una provincia particolare come quella veneta, vi è descritta tra bigottismo e sensualità, con effetti grotteschi indimenticabili: penso alla pagina in cui il protagonista Marcello Lazzarotto al Caffè Goldoni viene invitato ripetutamente, sarcasticamente a prendere uno zabaglione non appena si diffonde la voce della sua tresca con la bella infermiera Ciriaci. Poi venne la stagione de Il padrone, in cui Parise rasenta le tematiche industriali di un Volponi o di un Ottieri, del Crematorio di Vienna, e dei grandi reportage dalla Cina e dal Giappone.

Intanto Parise, che si era lasciato alle spalle Vicenza e Milano, lascia anche Roma e vive prevalentemente in una casa sul Piave. Lì scrive i Sillabari. In un ordine alfabetico che ha il sapore dei libri di scuola di un tempo, rilegge con grazia elementare i sentimenti dalla A alla S, quando la poesia, che va e viene, lo abbandona. Ma le voci sono tante, e già intimamente significative nel loro essere state prescelte: tra le altre ci sono Amore e Anima, Bellezza e Bontà, Fascino e Felicità, Lavoro e Libertà, Madre e Mistero, Poesia e Primavera, sino a Sesso, Sogno e Solitudine.

Autore senza famiglie ideologiche, Parise appartiene, come notò Comisso, alla grande tradizione della narrativa veneta, che comprende Casanova, Foscolo, Nievo, Fogazzaro e, aggiungo io, Comisso stesso. Una tradizione di grandi narrazioni fra bellezza e ironia, sensualità e religiosità, inquietudine e avventura. E, sia stata o no felice la sua vita, Parise ci ha lasciato con la sua opera un buon viatico per una (provvisoria) felicità.


Il Giornale – 4 maggio 2016

Trieste. Bagni separati per uomini e donne



Il solo stabilimento balneare d'Europa diviso per sesso si trova a Trieste e non ha nulla a che fare con l'islam, ma è invece l'ultima traccia del passato asburgico. Forse proprio per questo i triestini lo difendono a spada tratta.

Lodovica Bulian

Uomini e donne separate E il bagno è tutto esaurito

Resiste, eccome se resiste, quel Muro. Nell'era della promiscuità, del trionfo degli eccessi e dell'esibizionismo, delle rivendicazioni sessuali e delle bandiere omosex che sventolano sui municipi, c'è un angolo dove il tempo è rimasto immobile.

Dove la Storia scorre, ma non fa rumore. Fissa le tradizioni e restituisce suggestioni di un passato capace di riscoprirsi ancora attuale.

Quella barriera bianca di mattoni alta tre metri, da oltre un secolo taglia la spiaggia in due e separa gli uomini dalle donne. Non siamo in Medio Oriente, ma nella laicissima Trieste, dove quel Muro eredità dell'impero asburgico - era il 1906 quando è stato eretto per impedire «atti contrari alla decenza» - continua a vivere. E a piacere sempre di più.



La «Lanterna», detto anche «Pedocin», è l'unico stabilimento balneare in Europa dove ancora si pratica la rigida divisione tra i sessi. Solo un euro per entrare. Signori da una parte e dame dall'altra. Un fugace sguardo all'ingresso e ad ieu , ognuno per i fatti suoi. Il regolamento parla chiaro, non si sgarra. Gli unici a farlo sono i bambini, che fino ai 12 anni accedono gratis, ma una volta grandi dovranno salutare mamma e trasferirsi dall'altra parte della barricata come in una sorta di passaggio ideale all'età adulta.

Qui le signorine assaporano una boccata di privacy , si crogiolano al sole libere di spogliarsi lontane da occhi indiscreti. Ma si sa che in fondo c'è sempre qualche ardito maschietto che tenta la scalata pur di dare una sbirciatina. Se è vero che l'erotismo si nutre di anche ostacoli, per chi proprio non resiste alla lontananza basta fare il bagno per incontrare l'altra metà del cielo. Il Muro, infatti, termina dove inizia il mare e i mattoni lasciano il posto a una sottile riga di boe. «Qualcuno ci ha provato ad abbatterlo, un po' di anni fa», racconta Bruno, custode dal lontano 1986. Beh, ne è nata una vera e propria sollevazione popolare per impedire lo sfregio. «Quel muro resta, non si discute», hanno decretato i triestini.

Non è questione di «bigotteria» o di anacronismo: nella Trieste crogiolo di etnie, emancipata città di frontiera e cuore della Mitteleuropa, quel lembo di ciottolato che sorge in pieno centro, nel suggestivo Molo Fratelli Bandiera, è un monumento alla storia, ma soprattutto alla libertà di scelta. Un tesoro conservato con cura, piccolo gioiello del Comune che lo ristrutturato nel 2009 e con un intervento da 300 mila euro lo ha riportato ai suoi colori originali, il bianco della parete e l'azzurro delle panchine e degli spogliatoi.



«Turisti da tutto il mondo arrivano qui per vedere dal vivo il famoso Pedocin», così racconta Bruno la metamorfosi di un'antica usanza in attrazione turistica. Riviste e asciugamano sotto braccio, lo stabilimento brulica nell'ala sinistra, quella riservata donne: ci sono le irriducibili signore triestine che «frequentano il bagno da una vita», accanto alle «commesse che si concedono un'ora di relax in pausa pranzo» e alle giovani universitarie che «fuggono qui tra una lezione e l'altra».

Ci sarà un motivo se questa parte, quella femminile, è grande il doppio di quella riservata ai maschi. Affollatissima durante la stagione estiva, quando in una giornata si contano fino 2500 accessi. Dall'altro lato si arriva anche un migliaio di bagnanti: un esercito di cinquantenni che preferisce il suono della risacca al chiacchiericcio in rosa. Avvistati anche preti, rabbini e musulmani. Genti, mode e culture. Ma quel Muro, tanto amato anche da James Joyce, non cambierà. Guai a chi lo tocca.


Il giornale – 1 agosto 2015