TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


giovedì 27 aprile 2017

Il pensiero filosofico-politico dell'Internazionale situazionista


Nel 1957 nasceva a Cosio d'Arroscia l'Internazionale situazionista. Iniziamo a parlarne.

Pino Bertelli

Il pensiero filosofico-politico dell'Internazionale situazionista

Intervista a cura di Vanna Bertoncelli (giornalista de «il Tirreno», redazione di Grosseto)


V.B. Come, perché e a chi deve il suo interesse per il neo-Situazionismo?

P.B. «È stato nel '68 che ho conosciuto le opere dell'Internazionale Situazionista, un gruppo di artisti e filosofi che hanno occupato l'università di Nanterre e della Sorbona e dato inizio alla rivoluzione della gioia… il '68, appunto… i loro testi erano in francese e abbiamo contribuito a tradurli e diffonderli. Ho conosciuto uno dei fondatori dell'Internazionale Situazionista… Guy Debord, nel 1977… nei giorni in cui fu espulso dall'Italia perché "persona indesiderata"… Debord è considerato uno dei più grandi filosofi del '900… ha scritto La società dello spettacolo, uno dei libri più rubati del '68. Vorrei ricordare che nel '68 anche i vini e le marmellate vennero più buoni!».

V.B. Se potessimo definirlo come una corrente di pensiero, quale sarebbe la sua specificità?

P.B. «La filosofia sovversiva non sospetta dei situazionisti… hanno disvelato le menzogne della politica istituzionale, dell'arte mercantile e della servitù della stampa a ogni potere… lavoravano per una società più giusta e più umana. I situazionisti sostenevano che trovare un rivoluzionario autentico è difficile quanto scovare un uomo onesto in parlamento».

V.B. Quali sono le finalità di questo pensiero?

P.B. «Le finalità del pensiero situazionista sono di assaltare il cielo del conformismo e restituire dignità agli ultimi, agli esclusi, agli oppressi, e per realizzare questo tutti i mezzi sono buoni. I situazionisti passavano dalla critica radicale dell'arte all'arte radicale di ogni politica e la notte giravano intorno al fuoco della ragione, pensavano che con la caduta degli idoli sarebbero crollati anche i pregiudizi… mi pare un buon debutto».

V.B. Chi sono i maggiori esponenti, e chi i destinatari?

P.B. «I cattivi maestri dell'Internazionale Situazionista, alcuni dei quali ho ben conosciuto e frequentato, sono Debord, Vaneigem, Jorn, Sanguinetti… tanto per fare qualche nome. I destinatari del loro pensiero sovversivo sono tutti quelli che dicono a ogni forma di potere: la mia parola è NO!».

V.B. In quali zone della nostra Penisola il neo-Situazionismo è presente? E all'estero come stanno le cose?

P.B. «Il pensiero ereticale dell'Internazionale Situazionista è disperso ovunque ci siano uomini e donne che pensano con la propria testa… e lavorano principalmente alla destituzione dell'ipocrisia istituzionale. I situazionisti dicevano che tutti quelli che erano belli e intelligenti potevano entrare nell'Internazionale Situazionista… e dare inizio allo smantellamento del pensiero dominante. Va detto: l'IS si è autosciolta nel 1972, ma la seminagione libertaria di critica radicale della società mercantile dell'IS non è mai morta».

V.B. Con quali modalità viene comunicato e diffuso questo pensiero? E con quali finanziamenti?

P.B.«Modalità?Finanziamenti, MI CHIEDI? I situazionisti non hanno codici né regole da rispettare… ogni cosa va bene quando si tratta di abolire i partiti politici e fondare una società di liberi e uguali… il diritto della forza va combattuto con la forza del diritto. Grazie, e che sia lode ora a uomini di fama».


Tedeschi in Riviera


Venerdì 28 aprile, alle ore 17
presso la ex chiesa anglicana di Bordighera (in via Vittorio Veneto) 
si terrà la conferenza di 
Alberto Guglielmi Manzoni, 
autore del saggio 
“Tedeschi in Riviera. La Sanremo di Federico III tra cure climatiche, mondanità e religiosità solidaristica” (Philobiblon Edizioni).

L'evento è a cura del Comune di Bordighera e della Libreria Amico Libro di Bordighera ed è aperto alla cittadinanza. Nel corso dell'incontro verranno proiettate foto di Bordighera, Sanremo e di Berlino risalenti alla fine dell’Ottocento e immagini di Federico III in vari luoghi della Città dei Fiori.

“Dalla seconda metà dell’Ottocento sino ai primi decenni del secolo successivo, l’estremo Ponente ligure è stato interessato da costanti e significative presenze di comunità forestiere: soprattutto inglesi, tedeschi e russi. Questi gruppi di stranieri hanno influito profondamente sul piano socio-economico ma anche su quello culturale, religioso e solidaristico della vita e della popolazione delle località di questo angolo di Liguria, e in un simile contesto si è attuata una formidabile sinergia tra persone di varie nazionalità e differenti credi religiosi in nome di comuni ideali e principi. Molti degli stranieri di fede protestante, giunti in Riviera dal centro e nord Europa, erano animati da un profondo desiderio di testimoniare il proprio credo attraverso un forte impegno sociale" - raccontano gli organizzatori. 

"L’azione esercitata da queste folte comunità forestiere ha contribuito a una progressiva trasformazione del volto e della fisionomia di Sanremo, destinata a diventare, nell’arco di pochi anni, una città cosmopolita. Fra le tante teste coronate e importanti esponenti dell’aristocrazia europea che tra Otto e Novecento soggiornarono a Sanremo vi fu anche Federico Guglielmo di Germania (1831-1888). Il saggio non vuole semplicemente ricordare un illustre personaggio della Germania, ma mira piuttosto a inserire e spiegare quella figura nell’articolato contesto di relazioni e dinamiche socio-economiche, culturali e religioso-solidaristiche che, in misura così rilevante e grazie all’apporto degli stranieri, hanno caratterizzato la Città dei Fiori e la Città delle Palme alla fine del secolo XIX” - chiosano.


http://www.sanremonews.it/

Pastori , pastorali e cornamuse: Antichi suoni dell’aria


Pastori , pastorali e cornamuse: Antichi suoni dell’aria
28 aprile 2017
alle ore 20.45
presso la chiesa di Sant'Andrea Apostolo a Savona
lezione/concerto di Fabio Rinaudo

La lezione vuole presentare la cornamusa raccontandone il suo percorso storico nella musica e nell’arte .Attraverso le parole e la musica si spera di poter comunicare un messaggio che possa essere spunto di riflessione sul grande patrimonio legato alla musica modale ed alla magia del bordone.

Argomenti trattati:

1 ) origine e storia dello strumento 
2) la cornamusa nel medio evo 
3) evoluzione dello strumento nel periodo rinascimentale, con riflessioni legate al territorio ligure
4) le cornamuse del periodo barocco ovvero l’ultima generazione di cornamuse

Durante l’incontro verranno eseguiti diversi brani musicali e verranno mostrate immagini di diversi strumenti.

Fabio Rinaudo – musette del morvan 14 e 16 pollici, cornamuse bechonett 16 pollici, irish Uilleann Pipes
Davide Baglietto - grand cornemuse boubonnaise 20 e 24 pollici


Atleti e atlete dell’Antica Grecia nell’arte



L’Associazione ‘Il Labirinto’ ed Eredibibliotecadonne
presentano
sabato 6 Maggio alle 18,15
presso la sede di Via Famagosta 10 Savona
una conversazione con immagini
a cura di Lorenza Marchese
su ‘Atleti e atlete dell’Antica Grecia nell’arte’.

In locandina due immagini ci invitano ad entrare nel mondo proposto da Lorenza Marchese, tema del prossimo evento: la figura femminile a sinistra rappresenta una fanciulla vittoriosa nella corsa, opera in marmo ospitata nei Musei Vaticani risalente al I secolo a.C dello scultore Pasiteles. La figura maschile riguarda invece il campione olimpionico di pancrazio Agìas, del 338 a.C che è ospitata nel Museo Archeologico di Delfi, copia in marmo dell'originale in bronzo di Lisippo.

Lorenza Marchese ha inteso con la sua ricerca rendere omaggio ad un Popolo che, unico tra tutti i popoli dell'antichità, ha fatto dell'agonismo la massima espressione della sua etica e del suo spirito di vita.

L'atleta che con la sua vigoria e abilità difendeva la patria in caso di pericolo, l'atleta che vincendo ai Giochi Panellenici rendeva onore alla famiglia e alla sua Città, l'atleta vittorioso nelle gare in onore degli dei o in ricordo dei defunti ha avuto nella società greca un posto d'onore e l'Ellade ha lasciato di loro testimonianze nella letteratura, nella ceramografia e nella statuaria.

Anche le ragazze svolgevano attività atletica e hanno avuto la possibilità di gareggiare; le testimonianze giunte sino a noi sono più scarse rispetto all'agonismo maschile, ma certamente non meno importanti.

Presenta Rosanna La Spesa e seguirà apericena.


Ricordo di Mario Rigoni Stern


Il rigore etico, il valore dato al silenzio, il senso della misura e la solitudine istintiva. Ricordo di Mario Rigoni Stern.

Eraldo Affinati

Mario Rigoni Stern

Una volta andai a trovare Mario Rigoni Stern nella sua casa di Val Giardini, ad Asiago, in motocicletta, partendo da Roma insieme a mia moglie. Storie dall’Altipiano, il Meridiano della Mondadori che ebbi l’onore di curare nel 2003, era appena uscito: dovevamo festeggiare. Quando arrivammo nello spiazzo davanti all’entrata, lo vidi scendere i gradini e avvicinarsi a noi felice come un ragazzino. Dopo averci salutato, s’informò sulla moto: un’Honda Transalp 600.

Mario non aveva mai preso la patente. Non gli serviva. Era un esploratore. Durante la Seconda guerra mondiale, camminando a piedi sulla neve, aveva portato in salvo gli alpini della sua compagnia. Recava quell’esperienza incisa per sempre nel cuore. Molti non ce l’avevano fatta a sopravvivere. Bisognava risarcirli. Come? Raccontando la loro storia. Era un’altra Italia, ma io credo che noi dovremmo riprenderne i fili.

Volle provare il mio casco. Lo indossò come fosse un elmetto, poi non riusciva a toglierselo. Mentre lo aiutavo a sganciarlo, sfiorai la sua barba bianca: ebbi l’impressione di sentire il rumore dei cingolati, come se tutte le guerre del ventesimo secolo tornassero a risuonare. Non più bombe, ma campane: quelle della nuova Europa che, come sapeva il vecchio sergente, ci dobbiamo ancora meritare. Dentro di me una voce fuori campo iniziò a recitare: «Ho ancora nel naso l’odore che faceva il grasso sul fucile mitragliatore arroventato».



Era l’inizio del Sergente nella neve, il suo capolavoro, pubblicato nel 1953. Nella mia carriera di insegnante, quando voglio andare sul sicuro, presento questo libro. Gli scolari lo apprezzano sempre. Perfino quelli che non sono abituati a leggere. Sembra un semplice diario, ma è molto di più. Ci puoi trovare l’avventura umana del ragazzo che diventa adulto. La potenza fantasmagorica del paesaggio russo. La dimensione universale della ritirata che a Italo Calvino fece pensare all’Anabasi di Senofonte. La fratellanza ungarettiana che scatta nel momento cruciale. La voce unica di chi scrive. Il cosiddetto colore della visione. Sempre più raro, soprattutto oggi.

Sono tanti i libri di Mario; insieme al Sergente, un altro, pubblicato nel 1978, risplende di luce perfetta: Storia di Tönle. È la vicenda di un “viaggiatore incantato” tra l’Altipiano e la Valsugana governata da Francesco Giuseppe. Di là questo perdigiorno alla Eichendorff portava brocche e vestiti, di qua zucchero e tabacco: il tutto, se gli andava bene, per guadagnare polenta e stoccafisso. Un romanzo in terza persona, breve, conciso e diretto, incastonato fra due pagine, la prima e l’ultima, entro le quali lo scrittore racconta a un amico malato la vicenda dell’antico personaggio realmente esistito: triste cornice di un Marlow senza Tamigi. Un’opera indimenticabile, come il ciliegio cresciuto sul tetto della casa del protagonista. Lo stile è speciale: selettivo, eppure tutto cose, con una dizione araldica di grande efficacia che ben pochi si sarebbero attesi. L’autore di quel testo non poteva essere un semplice mestierante.

Nove anni dopo la scomparsa di Mario Rigoni Stern, oltre ai suoi libri, mi resta il ricordo dell’uomo quando parlava col bastone in mano, in mezzo al fogliame, all’imbocco dei sentieri del Tönle. Durante le nostre passeggiate in altura la sua energia, a ottant’anni suonati, pareva straripante. Andavo da solo sul Monte Cengio, dove aveva combattuto Carlo Emilio Gadda, nella gloria dei Granatieri di Sardegna. Tornavo e lui mi accompagnava all’Osservatorio Astronomico del Monte Echar. Visitavo il Monte Grappa, gli facevo la relazione e subito ripartivamo verso Monte Zebio, nei luoghi in cui Emilio Lussu ambientò Un anno sull’altipiano.

Stentavo a tenerlo fermo al tavolo di lavoro dove gli chiedevo i dati bibliografici relativi ai suoi scritti. Quando invece gli proponevo di fare un giro si mostrava sempre disponibile. «Così, senza programmi», diceva, «andiamo vagabondi». L’ultima sera, prima di salutarlo, anche se poi ci rivedemmo ancora in molte altre occasioni, pubbliche e private, elencai dieci elementi del suo carattere che oggi mi limito a ricopiare dal quaderno di quei giorni: il rigore etico, il pudore virile, il valore che attribuiva al silenzio, il senso della misura, la solitudine istintiva, la socievolezza acquisita, la capacità di concentrarsi senza preparazione, la generosità, la coscienza del limite, la tensione spirituale custodita in un gheriglio di noce.


Proprio su quest’ultimo punto ho trovato una risonanza negli archivi del Gabinetto Vieusseux. Nel 1983 Enzo Siciliano gli aveva chiesto un testo sulla religiosità. Mario scrisse un paio di cartelle che vennero pubblicate su Nuovi Argomenti con il titolo: Come un racconto. Una sigla folgorante del suo mondo interiore attraverso la raffigurazione di alcune scene chiave: la scomparsa della madre, a cui era molto legato; la crisi cardiaca che, quindici anni prima, aveva rischiato di togliere la vita anche a lui; gli istanti di solitudine vissuti in cima alla montagna, prima dell’alba; le incisioni degli antenati scoperte sulle pareti di roccia dell’Antico Sasso sull’Altipiano; L’adorazione dei pastori di Jacopo Bassano, il pittore preferito.

Per troppo tempo questo scrittore, sulla scia del giudizio non proprio benevolo che gli aveva riservato Elio Vittorini, il quale tuttavia ebbe il merito di farlo esordire nei Gettoni Einaudi, venne considerato un fenomeno eccentrico nella letteratura italiana del Novecento: come se fosse un alpigiano entrato senza permesso nello studiolo. Chi invece ne percepì la particolare carica lirico- epica fu Andrea Zanzotto che lo riteneva dotato di una «sapienza minorenne». A ben riflettere è questa l’essenza del sottufficiale: uomo di raccordo fra il comando e la truppa, cioè fra il pensiero e l’azione. Non basta limitarsi a dettare gli ordini, bisogna saperli eseguire.

Il sergente aveva capito in Russia lo statuto della letteratura: le parole autentiche non sono libere come foglie al vento, ma vincolate. A legittimarle è l’esperienza da cui scaturiscono. Lo affermò Albert Camus nei Discorsi di Svezia sostenendo di scrivere a nome di chi non può farlo. Lo ribadì Mario Rigoni Stern quando gli chiesi cosa avrebbe detto a un adolescente che si è perso. Lui rispose d’istinto più o meno così: scopri, dentro e fuori di te, una pista in mezzo agli abeti. Evita quelle troppo battute. Ma anche i percorsi che ti allontanano dagli uomini. Solo allora ti sarai conquistato il diritto di ritornare alla baita.

la Repubblica” - 31 marzo 2017



mercoledì 26 aprile 2017

Le Porte del Borgo


Sabato 29 aprile
alle ore 17 30, 
presso l'Oratorio de' Disciplinanti, 
a Finalborgo (SV)
verrà presentato l'ultima parte della Trilogia delle Porte del Borgo. 
Sarà presente l'Autore Mauro Berruti.


C’ERAVAMO PURE NOI: lotte, culture e associazionismo di lavoratrici e lavoratori in una prospettiva museale


Convegno di studi sul rapporto fra lavoratori, lavoratrici, forme di associazionismo e prospettive museali, organizzato dalla Società Savonese di Storia Patria e dall’Istituto Internazionale di Studi Liguri sezione Sabazia nel Salone di Storia Patria, via Pia 14 Savona, il 12 maggio 2016, dalle ore 9,30 alle 12,30.


C’ERAVAMO PURE NOI:

lotte, culture e associazionismo di lavoratrici e lavoratori in una prospettiva museale


Programma

Saluti istituzionali della Società Savonese di Storia Patria e dell’Istituto Internazionale di Studi Liguri
Paolo GIARDELLI, Le esperienze di musealizzazione della vita e del lavoro contadino, un modello da ripensare?
Danilo BRUNO, Un percorso nella storia mazziniana della Liguria Occidentale. Ipotesi di un percorso guidato
Raffaella PONTE, Liliana BERTUZZI, L’ associazionismo operaio nelle esposizioni del Museo del Risorgimento di Genova
Bianca GERA, Il museo del mutuo soccorso di Pinerolo
Beatrice VERRI, Paraloup: una borgata della montagna cuneese protagonista della Storia. Dal recupero al Museo dei racconti *nella seconda parte è prevista la partecipazione dell’Associazione Eppur bisogna andare di Stellanello (SV)
Enzo BARNABA’, La strage di Aigues Mortes: cause ed effetti
Flavio MENARDI NOGUERA, I musei partecipati della Valle Grana. Il ruolo delle popolazioni nella transizione da poli espositivi a vivaci istituzioni culturali.