TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


sabato 1 ottobre 2016

Quando il re degli dei divise i corpi degli androgini.



In origine gli umani avevano un unico corpo, un misto di uomo e di donna, poi Zeus li divise e creò i generi. Leopardi ci ha spiegato il mito: Zeus elabora la formula del desiderio, perchè l’altra metà non ci apparterrà mai.

Ilaria Gaspari

Il re degli dei divise i corpi degli androgini.




Prendete un foglio di carta e una matita, e provate a disegnare un essere fatto così: un blocco di un pezzo unico, con dorso e fianchi disposti in tondo; quattro mani e quattro braccia, quattro gambe e quattro piedi. Un collo tondeggiante su cui stanno due facce identiche, ma una testa sola. Quattro orecchie, e genitali doppi.

Molto probabilmente concluderete di essere pessimi disegnatori. Eppure è così, secondo quel che Aristofane racconta nel Simposio di Platone, che apparivano gli androgini, le creature più compiute mai concepite. Questi esseri primordiali partecipavano di nome e di fatto della natura del maschio e di quella della femmina; e quando camminavano di fretta, come acrobati saltellavano su tutte le estremità a disposizione, per un totale di otto fra gambe e braccia. L’immaginazione è costretta ad arrancare, quando tentiamo di dare una forma plausibile alla buffa sagoma sferica dell’androgino.

Ma nella goffaggine di questi scarabocchi potrebbe essere nascosta una chiave per capire come funziona il desiderio. Zeus gli androgini li tagliò in due per punire la loro arroganza, come si tagliano le albicocche per fare le marmellate: voleva indebolirli. È in quella mutilazione che nasce il desiderio — nello struggimento di voler essere una cosa sola con chi si ama, e nel sapere che si tratta di una fantasia irrealizzabile. Proprio l’amputazione imposta agli androgini ci permette di immaginarli e capirli: sappiamo figurarci facilmente la camminata di esseri incompleti che cercano la propria metà su due gambe, mentre non sappiamo fare altrettanto con le strane parabole circolari descritte da quelle coppie di individui fusi insieme, che saltellavano su quattro.



Aveva per l’appunto solo due gambe, e due piedi — di cui uno sollevato quasi verticalmente a sfiorare il terreno nella grazia inconsapevole di un passo disegnato nella pietra — la Gradiva di cui si innamora Norbert Hanold, archeologo, in una celebre novella di Wilhelm Jensen scritta nei primi anni del Novecento, che appassionò Freud. Da una lontananza di secoli, l’incedere della ragazza, colto nel dettaglio di quel piede alzato, scatena in Hanold un desiderio prossimo all’ossessione. E non importa che la Gradiva fosse una figura scolpita in un bassorilievo pompeiano; la storia di questo amore impossibile, di questa fantasia dolorosa, ha molto da dire sugli amori fra esseri in carne e ossa.

Marcel Proust, grande mistagogo dei tormenti del desiderio, ha scritto che le attrattive di una qualsiasi passante sono in genere in rapporto diretto con la rapidità del passaggio, con l’intuizione di una vita che non ci appartiene, di cui cogliamo al massimo un bagliore. Perché nasca il desiderio basta un dettaglio insignificante, spesso spiato, se ci colpisce nell’istante che retrospettivamente sarà chiamato il momento giusto: in genere, quando non ci si sente preparati, quando non si sta attenti, quando non si aveva niente da fare.

Non aveva molto da fare, probabilmente, nella Parigi del Secondo Impero, un certo dandy di nome Swann il pomeriggio in cui — racconta Proust nel primo libro della Recherche — un po’ per curiosità e un po’ anche per noia, va a trovare una piccola cocotte con un nome da gran dama che suona falso come un gioiello d’ottone, Odette de Crécy; la vede piegarsi in un gesto noncurante e imbronciato. E mentre lei si china per guardare da vicino un’incisione, lui — che l’aveva già incontrata, e covava un sottile fastidio per le imperfezioni della sua pelle e la sua aria malaticcia — si sorprende a rivedere in lei una somiglianza con la ninfa Sefora in un affresco di Botticelli.



L’istante del colpo di fulmine rimane fissato come una cesura nella memoria di chi lo vive ed è destinato a essere costruito e ricostruito nel ricordo, con tutte le falsificazioni del caso. Giacomo Leopardi nello Zibaldone lo associa allo spavento che nasce, nel primo concepimento del desiderio, dalla prefigurazione della sua insaziabilità: «E lo spavento viene da questo, che allo spettatore o spettatrice, in quel momento, pare impossibile di star mai più senza quel tale oggetto, e nel tempo stesso gli pare impossibile di possederlo com’ei vorrebbe; (...) perché neppure il possedimento carnale (...) gli parrebbe poter soddisfare e riempere il desiderio ch’egli concepisce di quel tale oggetto; col quale ei vorrebbe diventare una cosa stessa (...); ora ei non vede che questo possa mai essere». E non sarà per caso se nello stesso brano Leopardi riconosce quanto sia profonda la descrizione «scherzevole» che Aristofane fa degli androgini.

È un destino inevitabile, quello prefigurato nello Zibaldone : perché un desiderio completamente appagato non è già più un desiderio. Chi ha visto molte stelle cadenti e per ognuna ha espresso un desiderio sa bene che, quando questo si realizzerà, sarà già cambiato qualcosa in lui, o in lei, rispetto alla notte d’estate in cui ha visto la scia luminosa nel cielo. Però, molto probabilmente, a ogni nuovo San Lorenzo se lo dimenticherà, e continuerà a esprimere desideri, e a concepirne molti di più di quelli che poi esprime. Il desiderio non conosce il principio dei vasi comunicanti o altri equilibri meccanici di riempimento e svuotamento; il solo fatto di desiderare cambia la persona che desidera e questo può generare grandi delusioni. Lo scrittore americano Truman Capote scelse di intitolare il suo libro di memorie Answered Prayers , da una frase di Teresa d’Avila: «Niente è più tremendo di una preghiera esaudita». Il libro è rimasto incompiuto.

È sempre con il senno di poi che riviviamo l’istante in cui il desiderio si è acceso, portando a conseguenze allora imprevedibili: per questo abbiamo la tentazione — e l’abitudine — di applicare a quello stesso istante un fatalismo che non gli appartiene, di rileggerlo in maniera quasi superstiziosa. Non c’è niente di fatale, invece: un colpo di fulmine non obbedisce a nessuna predestinazione. È vero, spesso ci si innamora senza farci caso, in un attimo di disattenzione; questo non significa, però, che in quei momenti si sia meno presenti a se stessi. Lo si è, anzi, di più: Swann era più che mai se stesso quando, facendo visita a Odette con la mezza scusa di mostrarle un’incisione che sapeva non interessarla troppo, ritrovava in sé l’occhio del collezionista innamorato di arte rinascimentale.



Quando non ci si sovraccarica di aspettative e non si rincorre niente — neppure l’immagine di sé che si vuole mostrare agli altri — è allora che si è più vicini alla propria essenza. L’attimo in cui intravvediamo distrattamente una vita che non potrà mai appartenerci del tutto — perché non sarebbe più la vita di un altro ma una proiezione della nostra o, nel migliore (peggiore?) dei casi, un suo prolungamento — non è per forza un segno di vulnerabilità, anche se possiamo raccontarcelo così.

È il momento in cui smettiamo di fissare la ferita inferta dal coltello di Zeus e ci accorgiamo della presenza reale di un altro: e proprio lo slancio verso quell’altro ci fa muovere, sulle due gambe che ci restano.


Il Corriere della sera/La Lettura – 28 agosto 2016

Essere o vivere. Pensiero cinese e Occidente



Al soggetto della conoscenza o della morale, che isola una natura da indagare «oggettivamente», la Cina replica pensando il reale come un processo dialettico perchè l'io pensante è sempre immerso in una situazione. Un modo di vedere che ci ricorda molto la psicogeografia situazionista.

Mario Porro

Filosofia cinese. In principio fu l’evanescente



Da più di trent’anni François Jullien mette a confronto la filosofia greca (e la sua variante cristiana) con la cultura confuciana della Cina. Nietzsche diceva che non esistono immacolate concezioni; è proprio dal faccia a faccia che si rendono avvertibili le «pieghe» che le tradizioni hanno prodotto nel campo del pensabile, le diramazioni che la lingua (il pensiero non può che sfruttarne le risorse) ha indotto a seguire. In Essere o vivere (Feltrinelli, pp. 304, euro  22,00) Jullien ripercorre il suo cammino in venti capitoli, i cui titoli sono disposti in forma oppositiva (un concetto versus un altro).

La strada tracciata dalla filosofia greca pensa le cose come enti isolabili dotati di proprietà distinte; ogni entità è sostanza, argomenta Aristotele, composta di materia e forma ed è quest’ultima ad assegnare le caratteristiche agli enti. Viene così esclusa (ma la mancanza non è di per sé un difetto) l’altra possibilità: pensare il reale come continuo processo.



Per la lingua-pensiero cinese la forma è solo in trasformazione, momento provvisorio da attribuire non a una causa esterna ma a una propensione immanente. Entrare in questa logica sgombra il campo non solo dalla messa in scena di un Dio che sia causa del mondo, ma anche dalla valorizzazione del soggetto, dotato di Libertà e Volontà, che progetta e si prefigge fini, elabora ideali da tradurre in Azione.

La modernità filosofica ha creduto di aver finalmente conquistato la «terra della verità» nel momento in cui si è fondata sull’Io penso per il quale il mondo è oggetto contrapposto, gettato davanti a sé. Così ha tralasciato non solo il nesso originario fra l’io e l’altro, ma anche il fatto che l’io è sempre immerso in una situazione. Al soggetto della conoscenza o della morale, che isola una natura da indagare «oggettivamente», mediante astrazioni e modelli ideali, la Cina replica mettendo in primo piano la connivenza: invece di stabilire una distanza e di costruire nel pensiero, presta attenzione all’«intesa» che si tesse inavvertita e trattiene nell’aderenza al paesaggio del mondo.

Se il sapere mi aiuta a conoscere un paese, la connivenza sorge quando il rapporto si converte in tacita comunicazione; i pittori-letterati cinesi cercavano di cogliere del paesaggio la «dimensione di spirito», l’aura che emana dalla fisicità delle cose, come quando si parla di spirito del vino o di un profumo, senza per questo voler accedere a un altro piano immateriale.



La scelta greca ancorata nell’ontologia porta ad attribuire l’essere a quanto è determinato, definito da bordi che lo proteggono dall’abisso dell’illimitato; a ogni cosa è assegnata la proprietà che attribuisce identità e consistenza. Se usciamo dalla concezione dell’Essere con il conforto del pensiero cinese, soprattutto taoista, l’attenzione non si fissa più sull’«ente», ma sull’evanescente.

Il Tao, fondo indifferenziato delle cose, non rientra nel registro della presenza, è troppo tenue e sottile perché lo si possa definire: mantenendosi nella fecondità del virtuale, il Tao resta al limite del sensibile, allo stadio dell’evasivo. Nulla meglio del vento lo rappresenta: come per l’aria di un volto o l’atmosfera di un luogo, il vento è imponderabile e inconsistente, ma si propaga in modo insinuante e diffuso. A sua immagine si diffonde l’influenza che si spande silenziosa fra individui o la fiducia che sfugge alla presa di volontà o intelligenza e si annoda nella relazione tra uomini. La nostra lingua-pensiero, abile nell’eliminare l’equivoco, la confusione di aspetti che andrebbero distinti, fatica a cogliere l’ambiguo, le situazioni in cui ancora non è emersa l’opposizione tra l’uno e l’altro.

L’amore è equivoco: esprime sia l’eros greco, esperienza di aspirazione e conquista, desiderio che vorrebbe appagare la mancanza, sia l’agape cristiana, dono di sé che nasce dall’effusione di una pienezza. Ma quando cerco di esprimere la condizione affettiva suscitata dal paesaggio, l’implicazione originaria nel mondo, torno al di qua della separazione tra «gioia» o «tristezza», nell’ambiguo che mantiene l’intreccio fra gli opposti, nel tra che sfugge evasivamente alla presa dell’ontologia.

La filosofia ha pensato la vita come segmento fra i due estremi del nascere e del morire, ma le sono sfuggite le trasformazioni silenziose del vivere come processo. Vivere significa invecchiare, diceva Bergson, uno dei pochi ad aver cercato di evadere dall’ontologia dell’Occidente verso una logica fluida e processuale; ma non riusciamo a percepirci mentre invecchiamo, perché è tutto in noi a invecchiare, senza mai fermarsi.



Il pensiero cinese, il cui riferimento è il mondo agricolo, non quello pastorale ebraico e greco, è attento a individuare gli indizi minimi di una trasformazione prima che giunga ad affiorare, quando il fenomeno è ancora allo stadio del «sottile». Non si vede la spiga crescere; poi, un mattino, ci si accorge che è pronta per essere tagliata. Così, trascurando il tra-due evasivo della transizione, la filosofia si è affidata all’«al di là» (il meta della meta-fisica), alla «vera vita», dice Platone, questa sì dotata di piena realtà, affrancata dall’ambiguità del divenire.

Jullien ritrova qui una osservazione di Michel Serres: sono le preposizioni a costruire nel pensiero, al contro, all’ob da cui deriviamo oggetto ed ostacolo, al sub del soggetto-sostanza, ecco sostituirsi il tra, il per. Non a caso, anche il pensiero di Serres si rivolge a quanto la filosofia ha tralasciato, il molteplice, la mescolanza, l’informe flou, con il conforto delle scienze contemporanee, della topologia con cui leggere le varietà del paesaggio come modello della realtà. In effetti, nota Jullien, prerogativa del paesaggio è di aprire un tra fra componenti divenuti correlanti; è tra i vettori «montagne-acque», così i cinesi chiamano il paesaggio, che si distende tra l’Alto della montagna e il Basso dell’acqua, tra la stabilità e il fluire, tra la forma compatta e la trasparenza informe.

Anche l’intimo nella relazione tra soggetti evita la logica oppositiva, quella dell’amore che sprofonda nel possesso dell’altro o nel baratro del desiderio, diventando delusione. L’intimo non smette di rinnovarsi nel corso dei giorni, è un fondo sempre disponibile, che lascia indefinitamente passare il tra della relazione.


il manifesto Alias – 25 settembre 2016

giovedì 29 settembre 2016

Oltre l’antropocentrismo. Uomini e animali, stessa mente



Frans de Waal, etologo di fama mondiale, invita ad «allontanarci dall’ingenuo tentativo di trovare ciò che ci distingue» dagli animali. In realtà sono più gli elementi comuni che le differenze. «Non dico che occorra smettere di mangiare carne – afferma - ma dobbiamo pensare con più attenzione alla vita degli esseri di cui ci nutriamo». I cosiddetti “primitivi” lo facevano, erano consapevoli del fatto che uomini e animali facevano parte dello stesso ecosistema e per non alterarlo svolgevano riti di purificazione e di riconciliazione con gli animali prima di andare alla caccia. Una lezione di civiltà che l'uomo moderno ha dimenticato.


Oltre l’antropocentrismo. Uomini e animali, stessa mente

intervista di Leonardo Caffo

Frans de Waal è probabilmente la più grande autorità vivente nel campo dell’etologia. Il suo libro più recente, Siamo così intelligenti da capire l’intelligenza degli animali? (Raffaello Cortina), è un manifesto contro l’antropocentrismo cognitivo: l’idea che ogni scoperta sulle altre forme di vita animali debba essere paragonata alle nostre analoghe capacità (ignorando, de facto , tutte le competenze animali che non ci appartengono e che impediscono una comparazione). Ospite di Torino Spiritualità, de Waal è convinto che capire gli (altri) animali sia necessario anche per conoscere meglio che tipo di animale sia Homo Sapiens.



Nel libro lei sostiene che per mettere in crisi l’antropocentrismo sia necessario lasciare agli animali la possibilità di esprimersi secondo i loro comportamenti naturali. Di che tipo di antropocentrismo parliamo?

«L’antropocentrismo è l’atteggiamento di chi giudica il mondo in base a come noi lo approcciamo e, di conseguenza, orientato a giudicare gli altri animali rispetto a noi. Dunque siamo davanti a un doppio movimento: gli esseri umani come centro e gli esseri umani come pietra di paragone. Così, per esempio, siamo impressionati se gli animali utilizzano strumenti perché utilizziamo gli stessi strumenti anche noi. Gli scienziati a volte cercano di descrivere l’uso degli strumenti da parte degli animali come “semplice” rispetto a quello degli esseri umani o magari catalogano tutto ciò come “istintivo”. In realtà sappiamo che quest’utilizzo può essere complesso come il nostro: soggetto dunque alla comprensione di causa-effetto, un insieme di intuizione e lungimiranza. Un esempio: sottoponiamo Liza, uno scimpanzé femmina, a un esercizio con delle arachidi. Le diamo un tubo di plastica verticale con una nocciolina sul fondo: naturalmente non può prenderla con le dita. Che cosa ha fatto allora Liza? È andata verso l’abbeveratoio, soluzione che non avevamo previsto, e dopo essersi riempita la bocca ha iniziato a sputare acqua nel tubo: in questo modo ha ottenuto che le arachidi galleggiassero per poterle raggiungere con le dita. Altri scimpanzé hanno fatto pipì nel tubo! Che cos’è interessante in tutto ciò? Che questi scimpanzé sono stati addestrati in modo che le soluzioni fossero spontanee. Quanto sia difficile questo compito è diventato chiaro dalla psicologia comparativa: i test sui bambini mostrano che solo l’8% sotto i 4 anni riesce a fare quel che ha fatto Liza».



Ma perché siamo così impressionati dall’utilizzo di uno strumento? Perché non scegliamo, per esempio, di osservare l’ecolocalizzazione, cioé il sonar biologico di cui sono dotati alcuni mammiferi (per esempio i delfini e alcuni pipistrelli)?

«In realtà si tratta di un’abilità molto complessa: chiedete a un ingegnere del sistema di radar degli aerei. Una meraviglia della tecnologia. L’ecolocalizzazione permette ai pipistrelli di trovare piccoli insetti in aria nel buio quando i loro occhi sarebbero inutili. Si tratta di una grande abilità cognitiva ma noi esseri umani non la consideriamo: è ingenuo pensare che tutto ciò cada sotto la categoria di percezione e non di cognizione perché non abbiamo nulla nelle nostre dotazioni cognitive a cui paragonarla. Semplicemente: non siamo impressionati dalle abilità che noi non abbiamo. Risultato: continuiamo a giudicare gli animali su cose che siamo bravi a fare noi e non su cose che sono bravi a fare loro. Questo è ciò che io intendo per antropocentrismo».



A che tipo di mente pensiamo quando pensiamo alla «mente animale»?

«La cognizione è definibile come il trattamento delle informazioni a proprio vantaggio. Intelligenza significa dunque trovare soluzioni a problemi nuovi. Gli animali hanno ovviamente sia cognizione sia intelligenza: insieme costituiscono la mente. La mente aiuta a capire e affrontare il mondo che ci circonda. Non c’è alcuna differenza fondamentale tra la mente umana e quella animale: guardo la mente umana come una variazione della mente di cui sono dotati gli animali. Essa comprende la conoscenza del passato e del futuro, la consapevolezza di sé, la memoria, la percezione, l’acquisizione di informazioni dall’esperienza, e così via. L’orientamento al futuro è particolarmente interessante. Ci sono molti esperimenti su come i primati, ma anche gli uccelli, prevedano il futuro per prepararsi a esso. Nella foresta gli scimpanzé possono radunare per ore strumenti che poi utilizzeranno solo in seguito per raccogliere termiti o per razziare un alveare per il miele. L’idea filosofica che gli animali siano intrappolati nel presente è falsa. Pensano in avanti e anche indietro riguardo eventi specifici».



Che cosa pensa degli esperimenti che per accrescere la nostra conoscenza degli animali li rinchiudono in laboratori che impediscono lo sviluppo di una vita degna?

«Dipende da che tipo di laboratorio. Se i primati vengono tenuti in gabbie anguste in solitudine o se gli esperimenti diventano dolorosi o dannosi, beh… io ho dei problemi morali con tutto ciò. Questo è giustificabile, a mio avviso, solo se la ricerca si propone di risolvere problemi urgenti come il cancro, Ebola e così via, mai per il tipo di problemi cognitivi generali. Il tipo di studi cognitivi che facciamo non richiede che si faccia loro del male, non sono molto diversi da una ricerca effettuata su volontari umani. Idealmente, la ricerca sulle scimmie dovrebbe essere reciprocamente vantaggiosa e divertente».

Dopo decenni a studiare la mente animale e i comportamenti delle altre specie, che cosa pensa dell’animalismo?

«L’atteggiamento nei confronti degli animali sta cambiando rapidamente: la mia ricerca, ma anche la mia attività di scrittura, stanno contribuendo a questo cambiamento. Abbiamo sottovalutato l’intelligenza degli animali. Ora abbiamo un movimento contro l’uso degli scimpanzé nella ricerca biomedica: io sono un membro del consiglio di ChimpHaven, un santuario che riceve molti scimpanzé ex-laboratorio e li libera in grandi isole boscose della Louisiana. Abbiamo un movimento per liberare orche, uno contro gli elefanti nei circhi, e così via. Ma il problema più grande, molto più grande, è l’allevamento industriale. Miliardi di animali che non vediamo mai. La nostra maggiore comprensione del comportamento animale sta contribuendo a un cambiamento dell’atteggiamento generale. Non dico che la gente dovrebbe smettere di mangiare carne, ma abbiamo comunque bisogno di pensare con più attenzione alla vita degli animali che mangiamo. Dobbiamo, questa è la mia opinione, trattarli meglio».

   Frans de Waal

In che modo lo studio ravvicinato degli animali può servire anche per comprendere qualcosa sulla nostra specie, sul nostro futuro e sulle nostre speranze? E che cosa ha imparato su se stesso osservando gli altri animali?

«Gli animal studies mostrano quanto di loro è in noi e quanto di noi è in loro. Il cervello umano è più grande e complesso ma non è strutturalmente diverso rispetto al cervello degli altri primati. Anche i ratti sono spesso utilizzati per modellare le scoperte delle neuroscienze umane. Essenzialmente tutti i cervelli di mammiferi funzionano allo stesso modo. Non vi è alcuna intelligenza universale o una qualche legge di apprendimento universale: diciamo che ogni specie ha le proprie esigenze e specializzazioni. Quello che abbiamo imparato negli ultimi 25 anni, con la rivoluzione cognitiva degli studi animali, è che la mente umana, che spesso si tenta di spiegare come fenomeno isolato, è parte di un quadro molto più grande. Dobbiamo allontanarci dall’ingenuo tentativo di trovare ciò che ci distingue e smetterla di arrabbiarci se non siamo i più intelligenti. Sono più intelligente di un polipo? No, non lo so: faccio solo cose molto diverse, perché diverse sono le nostre esigenze. In soldoni: è come paragonare mele e arance».


Il Corriere della sera / La Lettura – 25 settembre 2016

San Michele e i “sorveglianti” in arme dell’equinozio d’autunno

    G. Reni, S. Michele (1636)

Oggi è san Michele. Santo misterioso e polisemico. Guido Araldo ne svela i molteplici significati simbolici, religiosi ed esoterici.


Guido Araldo

I “sorveglianti” in arme dell’equinozio d’autunno

Due sono i “santi custodi dell’equinozio di autunno”, entrambi raffigurati con la spada in mano: San Maurizio che si festeggia il 22 settembre e San Michele Arcangelo il 29 settembre. Santi che furono oggetto d’intensa venerazione fin dai tempi più antichi.

Le agiografie sono concordi nell’indicare san Maurizio come il comandante della mitica Legione Tebea, anche se non esistono documenti storici attestanti l’esistenza di quella legione e, tanto meno, di un ufficiale romano con quel nome. E’ per lo meno curioso che “i sorveglianti” della primavera siano invece due santi pacifici, se non paciocconi: san Giuseppe, il 19 marzo, e san Benedetto, il 21 marzo…

Nessun santo, probabilmente, ha assommato più caratteristiche di san Michele arcangelo. Anzitutto è la trasposizione in area cristiana delle prerogative del dio egizio Anubi: guardiano del paradiso e pesatore di anime.

I pittori hanno sempre prediletto la rappresentazione di san Michele in armi, guerriero di Dio, con la bilancia nella mano sinistra e la spada fiammeggiante in quella destra, con la quale tiene lontano i demoni che cercano di strappare affannosamente le anime dalla bilancia, se questa pende pericolosamente verso di essi.

     Skellig Michael (in alto i resti del monastero)

Ma san Michele fu anche il santo che subentrò al culto del dio Mitra, occupandone le grotte; infatti, i suoi templi più antichi si trovano in grotte che furono in precedenza luoghi di culto del dio Mitra. San Michele nei barbari Longobardi s’identificò con il loro dio più importante: il guercio Odino, custode del Wahalla, prendendone semplicemente il posto. Ecco spiegata la sua enorme diffusione in tutte le terre che furono occupate da questo popolo di guerrieri del Nord.

Infine san Michele arcangelo ha anche un’importante valenza esoterica: su ordine di Dio impedì al suo comandante, Lucifero, di portare la luce della conoscenza agli uomini: San Michele lo affrontò, combatté un epico duello contro il ribelle simile a Prometeo e lo sconfisse.

Antiche e magnifiche abbazie sono consacrate a “san Michele” e costituiscono le colonne che simbolicamente sorreggono l’Europa occidentale. Cinque sono poste in “fila”, proiettate più verso le grandi piramidi egiziane, che verso Gerusalemme. Dall’antichissimo e vertiginoso Skellig Michael di fronte alle frastagliate coste del Munster in Irlanda, al Saint Michael’s Mount all’estremità della Cornovaglia, un po’ isola e un po’ penisola, similmente al dirimpettaio Mont-Saint-Michel in Normandia: “le colonne d’Ercole della Manica”. Sulle Alpi questa linea raggiunge la Sacra di San Michele in Val Susa, autentica abbazia tra le nuvole, quindi il monastero di San Michele sull’isola di Bergeggi in Liguria, da tempo scomparso, e infine il “Monte San Michele” nelle Puglie, sul Gargano, luogo di pellegrinaggio, che un tempo era più importante di San Giacomo di Compostela.

    Saint Michael’s Mount (Cornovaglia)

Tutti i santuari in grotte sono consacrati a san Michele, anche quando portano nomi postumi, come nel caso di Santa Maria del Parto non lontano da Sutri. E poi le abbazie, tra le più famose quelle di San Miguel de Cuixa nel Rossiglione, a Occidente, ai piedi dei Pirenei, cara ai dogi veneziani, e la millenaria abbazia di San Michele di Hildesheim, in Sassonia, a Oriente. Quest’ultima spiccò tra i monumenti più rappresentativi del Sacro Romano Impero: le sue innovative linee architettoniche ispirarono lo stile romanico.

Se si uniscono le linee che collegano le abbazie di Mont-Saint-Michel, la Sacra di San Michele, il Monte San Michele nelle Puglie, Cuixa e Hildesheim si ottiene la lettera M di Michele estesa sull’Europa continentale, a protezione dell’Italia, Francia, Germania…

La Via Francigena, che attraversava l’Europa dalle Fiandre, non finiva a Roma, ma al santuario del Monte San Michele nel Gargano, e il “cammino” di questa strada, antichissima, costituiva non soltanto il più importante asse viario dell’Europa, interessando peraltro le grandi fiere della Champagne, ma il più importante “cammino” dei pellegrini del Medioevo. Un autentico percorso di purificazione interiore attraverso le abbazie di San Michele, la cui tappa più importante era indubbiamente la sosta a Roma, per ricevere la benedizione del successore di Pietro, e la cui meta ultima, per i più temerari, era il Santo Sepolcro a Gerusalemme, dopo aver sostato, ovviamente, al “Monte San Michele delle Puglie”.

    Le Mont Saint Michel (Normandia)

Il primo colpo “mortale” a questo “cammino” fu apportato dalla perdita di Gerusalemme alla fine del XII secolo e dal tramonto delle Crociate cent’anni dopo, con la definitiva sconfitta in Oriente della civiltà cristiana. Fino ad allora il santuario del Monte San Michele era stato una tappa ambita dai “pellegrini armati”, i Crociati con la croce cucita sul petto o sopra la spalla, prima di affrontare il gran balzo in mare verso i porti di Giaffa o di San Giovanni d’Acri.

Il secondo colpo il “cammino” lo ricevette dallo scioglimento dell’Ordine dei Templari, che ne garantivano la sicurezza lungo l’intero percorso, con i loro presidi armati costituiti da “rose e spine” (chiese, ospedali, commende, magioni).

Il terzo colpo, definitivo, fu il trasferimento della sede apostolica da Roma, caput mundi, ad Avignone: più centrale in Europa Occidentale, ma estraneo alla Via Francigena e al “cammino di san Michele”.















Sacra di S. Michele (Val Susa)

Le chiese consacrate a san Michele sono solitamente antiche: molte di esse, infatti, risalgono all’epoca longobarda, se non bizantina. Infatti sia i Bizantini che i Longobardi riservavano una particolare venerazione a san Michele. Non a caso, nel cuore della loro capitale, Pavia, i Longobardi edificarono già nel VI secolo un’importante basilica, consacrata a San Michele, che in origine si trovava all’interno del palazzo reale, distrutta da un incendio nel 1004.

Un santo poliedrico, san Michele, che in antichi affreschi bizantini tende a confondersi in san Giorgio per come sconfigge, uccide ma a volte ammansisce il drago, sinonimo di male. Presso i Longobardi, come già evidenziato, subentra al dio Odino: grande combattente e signore - guardiano del Walhalla. Un dio che i Longobardi e i Sassoni chiamavano Wodan o Woden (da cui l’inglese wednesday, mercoledì: giorno di Woden, di Odino). Narra la leggenda che i capi dei Vandali, dovendo confrontarsi in battaglia con i Longobardi, pregarono Odino di concedere loro la vittoria; ma il dio supremo disse che il successo avrebbe arriso al popolo che, al mattino della battaglia, avrebbe visto per primo.

I Longobardi, che all’epoca si chiamavano ancora Winnili, pregarono Frigg, la moglie di Odino (da cui friday, venerdì), che consigliò: “Presentatevi in battaglia al sorgere del sole”. I Winnili erano inferiori di numero ai Vandali, e Frigg continuò: “Portate con voi le vostre donne e fatele somigliare agli uomini, con i capelli sciolti fin sotto il mento, come fossero barbe”. Al sorgere del sole Frigg agì in modo tale che Odino si girasse verso i Winnili e il dio, quando li vide, domandò stupito: «Chi sono questi uomini con le lunghe barbe?». Allora la dea rispose: «Poiché hai dato loro un nome, dai loro anche la vittoria!». E così accadde, poiché Odino aveva visto per primi i Longobardi, grazie allo stratagemma della moglie. (Paolo Diacono, Historia Langobardorum I,8).

Da allora, il popolo dei Winnili prese il nome di Longobardi, che significa “dalle lunghe barbe”, in ricordo dei capelli delle loro donne sciolti sotto il mento. Quando i re Longobardi si convertirono al cristianesimo ariano, trovarono il loro santo prediletto in san Michele arcangelo, così affine a Odino, e ovunque alzarono chiese in suo onore.

    Chiesa di San Michele (Gargano)

Su san Michele esoterico il discorso è alquanto complesso, poiché la lotta tra Lucifero e san Michele costituisce uno straordinario parallelismo con il mito pagano di Prometeo e Zeus, quasi una sua rielaborazione. Per la verità, in nessun testo biblico e neotestamentario si fa riferimento a questo scontro celeste, se non nell’Apocalisse attribuito a san Giovanni, ufficialmente riconosciuto dalla Chiesa. Ma nell’Apocalisse Lucifero non è assolutamente menzionato: al posto suo c’è il drago, rappresentazione del demonio.E allora?

Lo scontro tra Lucifero e San Michele si perde in miti antichissimi, zaratustriani, caratterizzati dall’eterna lotta tra il Bene e il Male. Ed ecco riaffiorare la sovrapposizione Mitra – san Michele arcangelo. Resta inquietante il messaggio antichissimo di Lucifero che porta la luce, poiché questo è il significato letterale della parola. Nell’antica tradizione pagana è una divinità positiva, corrispondente alla “stella del mattino”, assimilata all’aurora e addirittura a Venere.

Il Dio cristiano non vuole, similmente a Zeus, che l’uomo acquisisca la conoscenza, e lo dimostra in due momenti. Allorché Adamo addenta la mela proibita nel Paradiso Terrestre, ed ecco il marchio dell’Apple. Quando Lucifero ruba la fiaccola della luce, la conoscenza, per portarla agli uomini. E proprio per bloccare Lucifero Dio manda il suo arcangelo più fidato: san Michele.

Messaggi che ci pervengono agli albori del mito e che dovrebbero indurci a riflettere. Messaggi affioranti nell’angelo di Piazza Statuto in cima alla montagna della conoscenza: la penna in mano e l’esalfa sulla fronte con la punta rivolta verso il basso (ora rubata). Esorta gli uomini contorti, con gesto inquivocabile, a non salire, a stare giù, boni…

    L'Angelo di Piazza Statuto (Torino)

Inequivocabili messaggi gnostici risalenti agli albori del cristianesimo e sfociati poi nella Massoneria universale che ha posto la fiaccola, la luce di Lucifero, al centro dei suoi templi, verso oriente, dove si alza il sole, in tutto il mondo.

Già nel II, III secolo una “corrente gnostica cristiana” addivenne all’interpretazione della figura luciferina in chiave salvifica e liberatrice dal dio demiurgo che forgiò il mondo: lo Javhé della Genesi. Concetti acquisiti sia dal marcianesimo che dal manicheismo. Il serpente/Lucifero induce l’uomo alla conoscenza, tende alla sua elevazione da livello animale a livello divino, contro la volontà del demiurgo, che in questo caso non è il “Grande Architetto dell’Universo” poiché ambisce mantenere l’uomo a un livello animalesco.

Questa corrente gnostica riaffiora velatamente in Dante, attestando quanto rimase sopita nella storia; si fece palese nel Rinascimento (pavimento del duomo di Siena e chiesa di San Lorenzo a Saliceto) per ravvivarsi nei Rosacroce, nell’Illuminismo, nel romanticismo di Byron e Shelley, in Baudelaire. Si pensi all’Inno a Satana di Carducci (notoriamente massone) o al poema Lucifero di Rapisardi; alla teosofia della Blavatsky, alla stessa New Age…



Sia chiaro: questo antichissimo filone culturale distingue chiaramente Lucifero da Satana anzi, li contrappone: luce contrapposta a tenebra. Lucifero come Sophia, Sapienza. E allora, San Michele? Il suo ruolo, al servizio del dio minore demiurgo si ribalta, ma soltanto fino a un certo punto.

E se il dio della Genesi fosse il vero architetto dell’universo? Se la luce della conoscenza, così cercata avidamente dall’uomo, sarà un giorno la causa della sua totale rovina? La sua maledizione? Domanda che genera brividi. Ecco perché l’angelo di Piazza Statuto a Torino esorta gli uomini a stare in basso, a non farsi troppo audaci. In questo caso san Michele e Lucifero coincidono, sono la stessa persona. Lucifero prende coscienza di quanto possa essere nocivo il suo dono all’uomo, che non è dio, non lo sarà mai; ma resta bestia. E ritorna il versetto centrale dell’Apocalisse:

“Hic sapientia est! Qui habet intellectum, computet numerum bestiae. Numerus enim hominis est et numerus eius sescenti sexaginta sex”. “Qui sta la sapienza! Chi ha intelletto, computi il numero della bestia. In verità, è il numero dell’uomo e il suo numero è seicento sessanta sei”. “Dell’uomo”, dell’umanità, e non “di un uomo” come viene tradotta comunemente la frase che, in realtà, è un pugno nello stomaco. Così sta scritto a chiare lettere, con buona pace di tutti i satanisti.

Per intanto, nei calendari san Michele sta lì, in armi, nel penultimo giorno del mese di settembre, data venerata già agli albori del cristianesimo, una settimana dopo l’equinozio… Guardiano astronomico, più che del paradiso. E guardiano silenzioso, anche, dell’umanità propensa a fare fesserie.

Riondure a San Miché, vanta scpetè per vughi fiuchè = rondini a San Michele, bisogna aspettare per veder nevicare: l’inverno sarà tardo.




mercoledì 28 settembre 2016

"Se la natura è senza Dio". Giulio Cesare Vanini, martire della libertà di pensiero



I quattrocento anni del «De admirandis» di Giulio Cesare Vanini (1585-1619), condannato a morte per le sue idee, come Giordano Bruno. Prima di bruciarlo, gli strapparono la lingua per punirlo di aver voluto difendere le sue teorie fino sul rogo.


Vincenzo Barone

Se la natura è senza Dio


C’è stato un tempo in cui ragionare sull’universo poteva costare la vita. Il caso di Giordano Bruno, arso vivo nel 1600 a Campo de’ Fiori, è il più famoso ma non l’unico. «Andiamo allegramente a morire da filosofi», pare che abbia detto il 9 febbraio 1619 un altro grande visionario, il salentino Giulio Cesare Vanini, mentre veniva condotto sul luogo del supplizio, in una piazza di Tolosa. Il boia prima gli strappò la lingua e poi accese la pira, ponendo fine alla breve esistenza (34 anni) del pensatore di Taurisano.

La condanna a morte per «ateismo, bestemmia, empietà e altri eccessi» non era stata emessa dall’Inquisizione, ma da un tribunale civile, perché negare l’esistenza di Dio era un delitto di lesa maestà, un attentato al fondamento divino dell’autorità del monarca.

Tre anni prima, nel settembre del 1616, era comparsa una delle opere principali di Vanini, il De admirandis naturae reginae deaeque mortalium arcanis (I meravigliosi segreti della natura, regina e dea dei mortali), stampata a Parigi da Adrien Périer e accolta con favore e interesse negli ambienti di corte e nei circoli dell’intellettualità transalpina. L’autore, in quel momento, si trovava in Francia dopo un lungo girovagare per l’Europa, molto simile a quello di Bruno.

Frate dell’ordine dei carmelitani, formatosi negli studi giuridici e teologici a Napoli e a Padova, nel 1612 Vanini era entrato improvvisamente in rotta di collisione con le gerarchie ecclesiastiche e si era rifugiato in Inghilterra, dove aveva abbracciato la fede anglicana. Il soggiorno londinese e la conversione durarono meno di due anni: nel 1614 Vanini chiese di essere riammesso nella Chiesa cattolica e fuggì rocambolescamente in Francia.

A Lione, nel 1615, pubblicò la sua prima grande opera, l’Amphitheatrum aeternae providentiae, seguita l’anno successivo dal De admirandis. Con la fama giunsero però anche le indagini delle autorità, insospettite dal successo che le opere dell’ex frate riscuotevano nei cenacoli libertini. La situazione precipitò nell’agosto 1618, quando Vanini venne improvvisamente arrestato e sottoposto a un estenuante processo, durato sei mesi. Una prova falsa, prodotta da un gesuita, condusse infine alla pena capitale.



Il De admirandis è concepito come una lunga discussione filosofica, in sessanta dialoghi, che si svolge nell’arco di una giornata estiva tra Giulio Cesare e un giovane interlocutore, Alessandro, il quale pone di volta in volta le questioni. Ciò che colpisce nell’opera non è tanto la presenza di idee scientifiche di sapore moderno (anche se, per esempio, il trasformismo biologico che vi viene affermato rappresenta una notevole intuizione), quanto piuttosto lo sguardo integralmente razionale e naturalistico che Vanini getta sul mondo.

Dio viene continuamente evocato, ma solo per essere poi, di fatto, messo ai margini, con un abile gioco di simulazione e dissimulazione che poggia, oltre che sulla forma-dialogo, su una vasta gamma di espedienti retorici, come le frequenti citazioni di autori ortodossi, estrapolate dai contesti originari e usate come materiale grezzo per costruire nuovi discorsi filosofici, o i riferimenti alle tesi dei materialisti pagani, apparentemente confutate ma in effetti esposte con attenzione e simpatia.
È un gioco che sembra funzionare, tant’è vero che i due religiosi della Sorbona incaricati di leggere il manoscritto concedono senza indugio l’approvazione alla stampa, salvo rendersi conto, subito dopo la pubblicazione, dell’imprudenza commessa.

Come nota uno dei maggiori esperti del filosofo salentino, Francesco Paolo Raimondi (curatore, assieme a Mario Carparelli, dell’edizione in italiano dell’opera omnia), «per Vanini l’ordine naturale trova in se stesso la propria giustificazione con l’esclusione di ogni dimensione metafisica [...] In nessun luogo egli accenna a una presenza di Dio nel mondo e in tutte le sua analisi della realtà l’intervento divino viene escluso».



È significativo in proposito un passo del Dialogo IV: «La mole del cielo è posta in orbita dalla propria forma come accade per gli elementi», afferma Giulio Cesare. E all’obiezione di Alessandro – «Ma come possono muoversi i cieli secondo leggi certe e stabili, se non li assistono le divine menti motrici, partecipi della prima sapienza?» – risponde: «Che c’è di strano? Forse che nei vilissimi macchinari degli orologi, diligentemente predisposti da un Tedesco ubriaco, non vige una legge certa e stabile del movimento? [...] Anche il mare ad intervalli certi e definiti è mosso, secondo un ritmo di flussi e riflussi, dalla propria forma, cioè da quella che voi Peripatetici chiamate gravità. Anzi, poiché il cielo si muove sempre secondo il medesimo movimento, direi che è mosso dalla sua pura forma e non dal volere di un’Intelligenza».

Certis statisque legibus («Secondo leggi certe e stabili»): è uno dei concetti fondamentali dell’opera, la formula che esprime il lato più innovativo del pensiero di Vanini. L’universo vaniniano, meccanico e materiale, si spiega in virtù dei propri princìpi interni, senza necessità alcuna di introdurre entità sovrannaturali o cause finali. Le leggi della natura non sono l’indizio dell’esistenza di un Essere intelligente, ma semmai il contrario, perché un mondo governato da un’Intelligenza sarebbe soggetto piuttosto all’arbitrio e alla contingenza che alla regolarità.

    Lapide a Tolosa

Sebbene l’attrezzatura intellettuale di Vanini rimanga sostanzialmente quella aristotelica, la sua concezione del mondo rompe decisamente col passato – con i vecchi animismi, con la separazione tra cielo e terra, con l’antropocentrismo. «L’universo – scrive ancora Raimondi – si slarga in una dimensione infinita, perde ogni connotazione teleologica, si spopola dell’ingombrante schiera di essenze demoniache e angeliche d’ogni sorta e si riafferma nella totale autonomia da ogni principio esterno e trascendente».

Come un’improvvisa esposizione alla luce, la secretior philosophia di Vanini «provoca un dolore in chi è rimasto a lungo al buio» (sono sue parole). «Che danno subiscono quelli che non ti ascoltano!», osserva Alessandro. «Al contrario – replica Giulio Cesare – lo subiscono quelli che mi ascoltano!». L’Inquisizione se ne accorgerà in ritardo: il decreto con cui il De admirandis viene dichiarato “sospetto” e se ne vieta la circolazione donec corrigatur – finché non corretto dall’autore – arriva solo nel luglio del 1620, quando il filosofo di Taurisano (all’insaputa del cardinale Bellarmino e dei suoi colleghi) è già in cenere. «Fu più facile bruciare Vanini che riuscire a confutarlo», scriverà lapidariamente Arthur Schopenhauer.


il Corriere della sera / La Lettura – 25 settembre 2016

Filippo Tommaso Marinetti, Contro Venezia passatista



L’8 luglio 1910, migliaia di volantini contenenti questo manifesto furono lanciati dai poeti e dai pittori futuristi dall’alto della Torre dell’Orologio sulla folla in piazza San Marco. Così cominciò la campagna che i futuristi sostennnero per tre anni contro Venezia “passatista”.

Filippo Tommaso Marinetti

Contro Venezia passatista

Noi ripudiamo l’antica Venezia estenuata e sfatta da voluttà secolari, che noi pure amammo e possedemmo in un gran sogno nostalgico.

Ripudiamo la Venezia dei forestieri, mercato di antiquari falsificatori, calamita dello snobismo e dell’imbecillità universali, letto sfondato da carovane di amanti, semicupio ingemmato per cortigiane cosmopolite, cloaca massima del passatismo. 

Noi vogliamo guarire e cicatrizzare questa città putrescente, piaga magnifica di passato. Noi vogliamo rianimare e nobilitare il popolo veneziano, decaduto dalla sua antica grandezza, morfinizzato da una vigliaccheria stomachevole ed avvilita dall’abitudine dei suoi piccoli commerci loschi.

Noi vogliamo preparare la nascita di una Venezia industriale e militare che possa rovinare il mare Adriatico, gran lago Italiano.

Affrettiamoci a colmare i piccoli canali puzzolenti con le macerie dei vecchi palazzi crollanti e lebbrosi.

Bruciamo le gondole, poltrone a dondolo per cretini, e innalziamo fino al cielo l’imponente geometria dei ponti metallici e degli opifici chiomati di fumo, per abolire le curve cascanti delle vecchie architetture. 

Venga finalmente il regno della divina Luce Elettrica, a liberare Venezia dal suo venale chiaro di luna da camera ammobiliata.

Quando i futuristi volevano distruggere Venezia. la vendetta di Marinetti
















Nel 1910 Marinetti incitava alla distruzione di Venezia “cloaca massima del passatismo” e la sua ricostruzione come grande porto industriale e militare. Chissà come valuterebbe oggi il passaggio delle grandi navi da crociera nella laguna.

Andrea Colombo

Navi a Venezia. La vendetta di Marinetti


Lo spettacolo visto da una calle nella zona della Dogana a Venezia, tra palazzi rinascimentali e piccoli canali, è impressionante. Una grande nave da crociera solca la laguna, mostruoso gigante del turismo di massa, e sembra violentare un paesaggio che era rimasto intatto nei secoli. Pare di essere piombati in un film di fantascienza o dell’orrore. Ma è la realtà. Gli affari sono affari e il transito dei colossi dei mari garantisce enormi introiti all’amministrazione locale, al porto e al piccolo commercio. E poco importa che metta a repentaglio la stabilità già precaria del bacino lagunare, minacciato dall’acqua alta e dalle correnti sotterranee che corrodono le fondamenta in legno degli edifici.

Ma c’è chi tenta di resistere. Oggi pomeriggio il movimento «No Grandi Navi» si mobilita sulla riva delle Zattere, davanti al canale della Giudecca, con una manifestazione di protesta che viene annunciata come una festa. Al centro del canale vi sarà una chiatta galleggiante sulla quale interverranno gruppi musicali, attori e scrittori. Già da diverse settimane Venezia parla dai balconi, con striscioni e bandiere che urlano «Fuori le navi dalla laguna!», «Il mio futuro è a Venezia», «La laguna è bene comune». Ma sono voci flebili.

Ormai la Serenissima è desertificata da un turismo sempre più aggressivo e invadente. La popolazione di Venezia diminuisce di anno in anno. Il costo della vita è altissimo, i prezzi degli immobili alle stelle, solo gli anziani e i ricchi continuano a vivere nel centro storico. Gli affari che ruotano intorno alle crociere invece aumentano costantemente.



Chissà come avrebbe visto questo stupro di una città in nome del dio denaro il poeta futurista F.T. Marinetti, che nel lontano 1910 lanciò il suo proclama «contro la Venezia passatista». Nel suo manifesto tuonava: «Ripudiamo la Venezia dei forestieri...letto sfondato da carovane di amanti... cloaca massima del passatismo. Noi vogliamo guarire e cicatrizzare questa città putrescente...Noi vogliamo preparare la nascita di una Venezia industriale e militare che possa rovinare il mare Adriatico».

E proponeva: «Il tuo Canal Grande allargato e scavato, diventerà fatalmente un gran porto mercantile. Treni e tramvai lanciati per le grandi vie costruite sui canali finalmente colmati vi porteranno cataste di mercanzie, tra una folla sagace, ricca e affaccendata di industriali e di commercianti!».

Tra il 1943 e il 1944, l’ormai anziano poeta futurista, reduce da una disastrosa campagna di Russia dove andò, nonostante gli acciacchi.come ufficiale volontario, troverà proprio a Venezia riparo dai bombardamenti che stavano devastando il Nord Italia. Lui, che ne aveva cantato la distruzione, troverà il suo rifugio tra quei canali maleodoranti di storia e decadenza.

E meditava melanconicamente sull’esito inglorioso e umiliante della «guerra mussoliniana» che aveva esaltato in versi ancora ricolmi di fede e furore patriottici. Di lì a poco, il 2 dicembre del 1944, si spegnerà a Bellagio, in una casa con vista sul lago manzoniano. Non poteva conoscere un tramonto e una fine più passatisti di così. Bisognerà forse attendere i nostri giorni del profitto a tutti i costi per vedere esaudito il suo futuristico sogno.


La Stampa – 25 settembre 2016