TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


sabato 21 gennaio 2017

La donna che scoprì Van Gogh



Buona parte della fama di Van Gogh si deve a una donna, Johanna Bonger, moglie di Theo, il fratello del pittore. Fu lei a far circolare le opere dell'artista e crearne il mito. Ora un libro racconta la sua storia che è anche la ricostruzione di come Van Gogh, fino allora considerato semplicemente un pazzo, divenne il Van Gogh che tutti amiamo.



Elisabetta Rasy

La donna che scoprì Van Gogh


Verso la fine delle compassate memorie che Elisabeth van Gogh dedicò all’inizio del Novecento all’ormai celebre fratello si leggono queste parole: «La sua scoperta è opera di una donna che ha fatto conoscere il lavoro di Vincent mossa dal suo amore per l’arte, dal suo spirito commerciale e dalla sua compassione». È una sintesi veritiera ma insufficiente della straordinaria impresa di Johanna Bonger, la moglie di Theo, fratello dell’artista, e del suo speciale lavoro di trasformazione delle centinaia di opere neglette del cognato morto suicida in capolavori ammirati in tutto il mondo e della vita di Vincent in una leggenda.

La storia di questa singolare figura la racconta ora in un piccolo libro appassionante , La vedova van Gogh, lo scrittore e giornalista argentino Camilo Sanchez. Non si tratta di una biografia e neppure di una vita romanzata, ma di un racconto dal vero che compone fatti realmente accaduti secondo il disegno e la visione dell’autore. Al centro della visione l’evocazione della donna che a ventisette anni sposò Theo van Gogh e subito si rese conto di averne sposato anche il fratello Vincent.


I due uomini erano più che legati: Theo non solo aiutava finanziariamente Vincent e da sempre aveva cercato di indirizzarne l’estro e l’inquietudine verso la via dell’arte, ma era a lui vincolato da un inestricabile intreccio emotivo e psicologico. Morì sei mesi dopo di lui, prostrato dal lutto e folle per il dolore o forse per la sifilide, lasciando a Johanna un altro Vincent, il figlio neonato, centinaia di dipinti di tutte le stagioni espressive del fratello e una scatola con le innumerevoli lettere che avevano scandito il loro rapporto per buona parte della vita di entrambi. Un lascito difficile. Ma la vedova di Theo, che aveva conosciuto solo fugacemente il cognato prima della disperazione e della fine, non era una ragazza qualsiasi.

Nata in una raffinata famiglia di Amsterdam, Johanna Bonger aveva ottenuto il permesso di andare a studiare a Londra, si era appassionata ai poeti romantici, Shelley in particolare, conosceva diverse lingue. Rimasta precocemente vedova soprattutto non voleva che il terzo Vincent subisse la maledizione dei primi due: il pittore era venuto al mondo a un anno esatto di distanza da un fratello morto appena nato che portava il suo stesso nome.

Intraprendente, colta e determinata a trasformare tutta l’oscurità di quella storia famigliare in qualcosa di luminoso, cominciò a riordinare le opere dell’artista, a riallacciare i rapporti con i suoi non molti all’epoca estimatori, a favorire a proprie spese esposizioni e viaggi delle opere. Ma non dimenticò le lettere, che Theo aveva morbosamente custodito come una preziosa reliquia del fratello scomparso. Le rilesse, le riordinò e nel 1914 pubblicò il primo volume dell’epistolario che avrebbe definitivamente trasformato la dolorosa vita di van Gogh in un mito intramontabile.

Johanna fin dai suoi diciassette anni aveva tenuto un diario: il libro di Camilo Sanchez ne riproduce (o forse ne simula) dei frammenti, che suggeriscono la temperatura emotiva e l’energia interiore della giovane vedova. Occuparsi dell’opera del cognato, raccogliere l’eredità del marito – tele accatastate qua e là, che nessuno voleva comprare, e fiumi di inchiostro sui fragili fogli della loro corrispondenza – non coincidono, per questa singolare figura, con il tradizionale annientamento di sé nella devozione agli uomini di casa, che fanno parte di una lunga tradizione di sorelle, moglie e figlie, eroine di una femminilità umbratile e sacrificale. Johanna invece insegue nei quadri di Vincent il lato solare, la luce dell’arte che sta dietro il buio della vita per illuminare la sua, di esistenza.


Sa che le lettere sono un tesoro e che dovrà custodirle pazientemente. Sa che deve darsi da fare per mantenersi: dopo il suo rientro in Olanda col figlio e un breve passaggio da una sorella e poi dai genitori, apre una locanda in un piccolo paese non lontano da Amsterdam. Si occupa appassionatamente della vita quotidiana – le cameriere , i pensionanti, soprattutto il benessere del bambino – e altrettanto appassionatamente combatte perché il lavoro di Vincent abbia la gloria che merita. Il breve e faticoso matrimonio non le ha lasciato rimpianti e la disattenzione di Theo per il loro ménage, le sue frequentazioni dei cabaret, la sua abitudine all’alcol e alle prostitute non le hanno lasciato rancori. E il ricordo fosco del cognato insofferente e delirante è cancellato dall’ammirazione per quella che lei definisce la poesia dei suoi dipinti e delle sue lettere.

Il libro di Camilo Sanchez la lascia quando la sua avventura con quel parente difficile con cui «ha condiviso solo quattro giorni e una domenica» è appena cominciata e lei «non sa se ha davanti una porta che si chiude o una porta che si apre». Noi posteri invece sappiamo che la porta si aprì e ci fu un lieto fine: la vita futura di Johanna fu ricca e piena, e altrettanto piena fu la vita di quel terzo Vincent, che lei voleva strappare alla cupa sorte del padre e dello zio. Ingegnere in giro per il mondo, - tra l’Europa, gli Stati Uniti e il Giappone – donò alla Fondazione van Gogh nel 1962 le opere ereditate dalla madre perché la collezione non andasse dispersa, gettando così le basi del futuro Museo van Gogh, dove fino alla sua morte, nel 1978, riceveva lui stesso i visitatori.

Il Sole 24 Ore - 30 ottobre 2016


Savona allo sfascio, ma chi critica "è vecchio"


Che Savona sia una città in crisi è sotto gli occhi di tutti. Su quali siano le responsabilità politiche di questa situazione si sono espressi pochi mesi fa i cittadini mandando a casa i vecchi amministratori del PD. Ma a quanto pare questo non è bastato a consigliare prudenza a chi per decenni ha governato la città e dunque ha contribuito a creare la situazione critica di oggi. Riprendiamo un recentissimo intervento di Daniela Pongiglione, consigliera di Noi per Savona, che condividiamo largamente (e per completezza di informazione il post di Livio Di Tullio).


L'intervento di Daniela Pongiglione

Su Savona news l'ex vice Sindaco, nonché ex Assessore all'Urbanistica, Di Tullio ci onora della sua attenzione: "brave persone per carità, ma rappresentano quanto di più vecchio c'è stato e c'è ancora in questa Città".

L'attribuzione di vecchio ci viene data, in effetti, da un rappresentante delle Giunte che, con grande lungimiranza, hanno governato la Città dal dopoguerra e in particolare negli ultimi 20 anni, che hanno introdotto una nuova politica urbanistica (cementificazione cieca e rovinosa commistione di zone residenziali e industriali), con una nuovissima e moderna gestione dei rifiuti (420.000 € di ecotassa per la disastrosa raccolta differenziata), con una politica veramente democratica della partecipazione popolare (progressivo azzeramento del Decentramento) e soprattutto con una trasparente politica finanziaria che ha seguito la moda dei Derivati.

L'intervento di Di Tullio voleva tirare le orecchie al PD, reo di aver chiesto la collaborazione delle altre minoranze. In realtà il nostro Gruppo ha sempre dimostrato di collaborare sui temi importanti con chiunque si interessi del bene dei Cittadini, e lo abbiamo fatto anche col PD, appoggiando i suoi odg e mozioni relativi a temi sociali e ambientali. Non abbiamo riscontrato, per altro, la stessa sua disponibilità nei confronti di nostre proposte.

Anche la gravissima crisi occupazionale iniziata nei decenni scorsi con lo smantellamento dell'industria savonese e l'apertura acritica alla speculazione urbanistica vede tra i protagonisti il vecchio Assessore, responsabile di un Sindacato.

Detto questo, ci chiediamo a chi giovino queste critiche da parte di chi ha contribuito in modo determinante all'attuale profondissima crisi economica, sociale, urbanistica e ambientale di Savona. Ma di che cosa stiamo parlando??

Da bravi renziani, esponenti del PD (novelli futuristi) prediligono la velocità, il tweet, la vetrina e, con scarso rispetto per gli avversari politici, denigrano un Gruppo che cerca soluzioni ai problemi cittadini con studio, impegno e lavoro continuativo che è, questo sì, diverso e nuovo.



Il post di Livio di Tullio

Mi dispiace ma devo dirvelo. Resto sconcertato da questa lettera che il gruppo consiliare del PD invia a M5S e Noi per Savona per fare opposizione insieme. Non sono più un iscritto al PD ma ne sono un elettore e provo imbarazzo a vedere questo Partito che scrive una lettera del genere e si fa umiliare dalla risposta negativa e sprezzante di coloro che l’hanno ricevuta (ed era ovvio che accadesse).

Lo sconcerto deriva dalla “missione” fondamentale del PD che è quella di governare, non di fare opposizione. 

Quando si trova all’opposizione il suo compito non è dire solo dei NO ma di avanzare proposte alternative. Più precise e credibili sono meglio è. Qualcuno nel PD pensa davvero che sia possibile dire dei No e avanzare proposte comuni con il M5S o con Noi per Savona ? I primi sono tra i più accesi avversari, quelli savonesi tra i più ideologici, furibondi e isolati dalla Città , tanto che non sono riusciti nemmeno ad andare ad un ballottaggio che sembrava scontato. I secondi, Noi per Savona, brave persone per carità, ma rappresentano quanto più di vecchio c’è stato e c’è ancora in questa Città. Aggiungo che mettere sullo stesso piano di interlocuzione, la sinistra presente in Consiglio o fuori dal Consiglio, con i 5 Stelle significa alienarsi anche il rapporto con quella, che dovrebbe invece essere ricostruito.

Il PD non si dovrebbe rivolgere ai 5 Stelle o a Noi per Savona. Semmai si deve rivolgere a tutti i Cittadini di Savona e non per fare opposizione da quadernetto e matita, ma per un grande progetto di rilancio della Città…e non può avere l'obbiettivo di far cadere un Assessore inadeguato ma di fare sempre e solo il bene di Savona …soprattutto non si fa umiliare da nessuno


Festa della Madonna Dell'Arco. Un rito antichissimo


Un culto di antichissima origine. Riprendiamo parte di un lungo articolo de il manifesto sulla festa della Madonna Dell'Arco a Napoli segnata da rituali che si perdono nella notte dei tempi.

Vincenzo Mattei

La paranza dei credenti

Stuoli di persone invadono le strade delle città napoletane il giorno dell’Epifania, i loro canti riecheggiano nelle strettoie cittadine. Sono i fujenti, o battenti, che fanno le questue per la Madonna dell’Arco, al loro richiamo i credenti rispondono offrendo soldi anche lanciandoli dai balconi o dalle finestre delle case. Le donazioni accumulate serviranno per le uniformi dei fujenti, per i toselli (carri, chiamati anche barche, addobbati per la processione verso il santuario che ha luogo il Lunedì in Albis), per gli stendardi dell’associazione di appartenenza e, nella pura tradizione cattolica, per le opere di carità per i poveri o per le famiglie che si trovano in difficoltà economica. Così ogni domenica l’invasione si ripete ininterrottamente fino al giorno di Pasquetta, quando tutte le associazioni cattoliche operaie (ACO) della Madonna dell’Arco confluiranno verso un’unica meta: il monastero di Santa Anastasia dove è custodita l’effigie della Madonna.

È un percorso lungo, di attesa e di preparazione. Le associazioni curano in maniera maniacale i minimi dettagli e la costruzione del tosello porta via energie sia fisiche che economiche. L’associazionismo cattolico fa parte della vita quotidiana, ci si incontra tutti i giorni della settimana e spesso anche di sera. Si fa aggregazione, si fa gruppo perché si condivide non solo il culto mariano ma un modus vivendi che ha radici molto antiche. Le origini della Madonna dell’Arco si ramificano fino al culto greco di Demetra, a quello egizio di Iside e a quello primordiale della Grande Madre. L’eccezionalità della cultura partenopea è in questa duplicità insita nel paganesimo, un paganesimo mai cancellato e mai rifiutato che fonde la tradizione cristiana a quella pagana e primitiva.


La storia della Madonna dell’Arco nasce intorno al 1450, proprio un lunedì di Pasqua. La leggenda narra di un giovane, Aurelio Galdi, che, intento a giocare a pallamaglio con altri coetanei, sbagliando il bersaglio, colpì un albero di tiglio e perse la partita. Accecato dalla rabbia Aurelio scagliò bestemmiando la palla contro l’icona della Madonna col bambino dipinta su un muro. Secondo le ricostruzioni, la guancia dell’icona sacra iniziò a sanguinare proprio nel punto in cui era stata colpita dalla palla. Il miracolo del volto di Maria portò a poco a poco migliaia di fedeli a pellegrinare verso l’edicola votiva con doni, preghiere e richieste di miracoli, da allora il rito si ripete sempre più affollato ogni anno.

I fujenti hanno in comune un ex-voto, per se stessi o per i proprio cari, un legame che li unisce per tutta la vita alla Madonna dell’Arco, perché il miracolo è anche nella condivisione di valori, dello stile di vita, a prescindere se si è ricevuta la grazia. Come il professor Ennio Aloja, esperto del culto di San Gennaro e della Madonna, puntualizza: “Il pellegrinaggio alla Madonna dell’Arco è catartico, si vedono paraplegici e invalidi che, secondo il sociologo Federico d’Agostino, rappresentano l’icona della sofferenza, che vanno a chiedere la grazia non solo per il miracolo della guarigione, ma per ritrovare quella serenità interiore nella visione della Madonna.

I pellegrini si abbandonano al pianto e a manifestazioni che in molti chiamano isteriche. I nostri fratelli fujenti insegnano una sorta di evangelizzazione. Il loro pregare con il corpo è un misticismo totalizzante: per ore il loro fisico esprime quello che oralmente non riescono ad esternare anche per il basso livello d’istruzione, però rappresentano una grande cultura, una cultura millenaria popolare. Bisogna accostarsi, bisogna andare proprio il Lunedì in Albis a vedere con i propri occhi questa sofferenza, questa richiesta di grazia, che si traduce in un miracolo della comunitas”.


L’associazione di Via IV Novembre ad Ercolano, come le altre distribuite sul tutto il territorio vesuviano, inizia la costruzione del tosello, o barca, dal mese di gennaio, nello stabilimento alle pendici del Vesuvio di Raffaele Veneruso, membro dell’associazione. Ogni anno viene scelto un concetto al quale ispirarsi: la Misericordia, la Fratellanza, la Pace … Qui ciò che conta è lo stare insieme, aiutarsi a vicenda, anche con le altre associazioni che usano lo stesso capannone. Nonostante non ci siano diatribe né rancori, secondo quanto asseriscono i presidenti delle associazioni, la curia è stata costretta ad inibire ogni tipo di gara tra le paranze (il termine paranza è mutuato dal mondo dei pescatori e rappresenta una piccola comunità di devoti della Madonna dell’Arco) scatenate dalla competizione per il tosello più grande e più bello.

Il Lunedì in Albis tutte le ACO si riversano nelle strade delle città napoletane. C’è il giro mattutino per rendere omaggio alle edicole votive più significative ed ai luoghi simbolo del proprio paese. La processione è seguita e sentita da molti ma non mancano critiche da una parte della popolazione che è scettica sulla sincerità delle ACO, si sospetta un tornaconto personale e non un beneficio per l’intera comunità.

Lo sforzo per arrivare a Santa Anastasia è tremendo, i fujenti portano gli stendardi e il pesante tosello anche per decine di chilometri. Molti battenti compiono ancora il pellegrinaggio scalzi cantando una litania di sofferenza. Lo stress psico-fisico è intenso, molte persone si lasciano andare in lunghi pianti già durante il percorso, il tutto combinato ad una certa estasi-emozione per l’attesa di arrivare al monastero. Le paranze si accodano una dietro l’altra verso l’unica strada che porta al santuario.

I toselli vengono portati a spalla, durante il percorso i fujenti devono fermarsi spesso per riposare per il lungo ed estenuante sforzo fisico; la barca è circondata da tutti i membri dell’ACO di appartenenza e non importa se fa caldo, freddo, piova o nevichi, il pellegrinaggio deve andare avanti per compiere quel “miracolo della comunitas” di cui parlava Aloja. I fujenti hanno un’uniforme bianca con un drappo azzurro (“… che simboleggiano i colori della Vergine Maria”, Wikipedia), sono tutti vestiti uguali, accodati, dopo il lungo cammino, a tutti i carri che a migliaia si trovano in fila sulla strada del santuario. Qui l’attesa può durare anche più di 12 ore, nel frattempo si sta insieme, si scherza, si parla, si piange, si balla e si ondeggia con tutta la barca per osannare Maria.


Il pellegrinaggio si conclude con l’entrata nel santuario, un percorso in cui la barca, per ovvi motivi d’ingombro, viene lasciata fuori. All’entrata molti dei fujenti si lasciano andare ad un pianto liberatorio pieno di gioia ma anche di dolore profondo e sincero; diversi camminano inginocchiati o strisciano con tutto il corpo verso l’altare, alcuni vengono presi da convulsioni e crisi di nervi e il personale della croce rossa interviene per calmare la persona. La commozione si protrae anche fuori l’uscita posteriore del monastero: corpi di donne e uomini che si consolano a vicenda in abbracci e pianti estenuanti.

Ogni fujente ha la sua storia, il suo percorso, a volte ereditato, a volte scelto in prima persona, ma il credo e la convinzione sono profondi e rimangono immutati per tutta una vita. La fede verso la Madonna dell’Arco è sincera, mistica, personale che assorbe completamente l’individuo e che spiega il legame atavico del tessuto partenopeo con la religione. San Gennaro è il patrono di Napoli, ma quello che spicca maggiormente sono le cappelle e le edicole votive alla Madonna che si trovano in ogni angolo della città e della provincia: nei garage, nei vicoli, nei negozi, negli ingressi dei bassi l’immagine della Madonna riecheggia ovunque.

La fede è talmente profonda che diventa trasversale: il ricco e il povero, l’operaio e il commerciante, il panettiere e il pescivendolo, il giudice e l’avvocato … e persino il camorrista. Già, come afferma Aloja, esiste “… un dualismo che è presente nei camorristi e nella malavita, cioè essi da una parte si dicono padroni della vita degli altri, ma dall’altra però sono come impotenti. Nei covi come a Casal di Principe: abbiamo trovato testi, vangeli, quadri di Gesù … evidentemente c’è qualche cosa, qualche reminiscenza della loro prima comunione. C’è un dualismo per me difficilmente spiegabile che coesiste soprattutto nei capi camorristi come per il famoso Professore di Ottaviano (il boss Raffaele Cutolo), O’ professore vesuviano, che da piccolo era catechista, la sua cultura, la sua istruzione superiore rispetto al resto era proprio quella religiosa”.

(...)


il manifesto – 14 gennaio 2017

venerdì 20 gennaio 2017

L’enigma Ulisse eroe narcisista che scelse l’Altro



Il personaggio creato da Omero è, ancora più di Edipo, simbolo eterno dell’oltrepassamento del limite, come racconta Dante nell’Inferno. Ma poi il Novecento (vedi Heidegger e Canetti) ha riletto in tutt’altra chiave le sue avventure. Enfatizzandone i lati decisamente non egoistici: dal pianto per Troia al ritorno in famiglia. Queste nuove interpretazioni non cancellano aspetti come il desiderio infinito o la curiosità insaziabile: piuttosto sottolineano la divisione tragica dell’uomo.

Massimo Recalcati

L’enigma Ulisse eroe narcisista che scelse l’Altro



Ulisse è l’eroe della mitologia che più di tutti ha forse incarnato la tendenza umana all’oltrepassamento di ogni tabù. Al contrario di Edipo, il figlio, che di fronte all’eccesso di verità (non è re ma parricida, non è marito ma figlio della regina, non è padre ma fratello dei suoi figli) sprofonda nella colpa, Ulisse incarna la spinta positiva della conoscenza che sa trasformare ogni ostacolo in uno stimolo a proseguire la sua ricerca. Non ci siamo forse riconosciuti tutti in questa spinta, si chiede Roberto Benigni commentando con il suo solito estro lo straordinario canto XXVI della Commedia di Dante che ha proprio in Ulisse il suo maggiore protagonista? Non siamo noi tutti divisi tra la brama di conoscere l’ignoto e l’attrazione nostalgica verso le nostre radici, il suolo familiare, la nostra identità, Itaca?

L’interpretazione dantesca del desiderio di Ulisse sembra però sbilanciare a senso unico questa divisione: non il padre Laerte, non il figlio Telemaco, non la moglie Penelope e nemmeno la propria terra, sono in grado di quietare l’irrequieta brama di conoscenza di Ulisse. Il suo “folle volo” coincide dunque con la sua massima colpa ( ma non fu la stessa di Edipo?): la conoscenza non rispetta il suo limite umano, non riconosce la sua insufficienza. Secondo Dante è questo il nucleo del dramma di Ulisse: l’hybris del vincitore di Troia è, infatti, per il sommo poeta tragicamente colpevole. «Misi me nell’alto mare aperto », dichiara l’Ulisse dantesco a sottolineare l’indipendenza sovrana della sua volontà.

Il nostalgico ritorno verso Itaca è allora solo un pretesto per soddisfare la sua curiosità irrefrenabile, la sua fame di esperienza? Secondo Dante il suo viaggio è destinato alla morte perché non sa cogliere il senso del limite che è innanzitutto il senso dei propri limiti. Ulisse come Edipo trascura l’indicazione socratica: «Conosci te stesso!». L’uno cerca il colpevole fuori da se stesso, l’altro rincorre la soddisfazione per mari sconosciuti senza alcuna capacità di raccogliersi presso di sé. 


La vera colpa di Ulisse, sempre secondo Dante, non è lo stratagemma fraudolento del cavallo di Troia, ma la superbia di voler accedere all’inaccessibile, di sfidare con la propria intelligenza il mistero della vita e della morte, di non saper mai realizzare il proprio desiderio fatalmente destinato all’insoddisfazione perpetua. Per questa ragione Dante, alla fine del Canto XXVI, immagina che la morte di Ulisse accada proprio nel momento in cui egli oltrepassa il tabù delle colonne d’Ercole inoltrandosi in un viaggio impossibile, destinato al naufragio («infin che ‘l mar fu sovra noi richiuso »).

Nella raffigurazione dantesca Ulisse è alle prese con un problema narcisistico che non gli consentirebbe di fare mai a meno del proprio Io. In totale contrasto con questo ritratto Elias Canetti in Masse e potere indica il fascino di Ulisse in tutt’altra dimensione. Al centro del suo brevissimo ritratto è l’immagine della diminuzione. Ulisse non è vittima della superbia del proprio Io, non è sedotto dalla potenza del proprio intelletto, ma è colui che sa salvarsi perché rinuncia al proprio prestigio, finanche al proprio nome, alla propria individualità, come accade nell’avventura con il Ciclope. 


È solo facendosi Nessuno che l’eroe riesce a scongiurare la vendetta dei Ciclopi invocata dall’ira di Polifemo accecato. Su questa stessa linea troviamo anche una straordinaria lettura di Heidegger in un breve scritto titolato Aletheia, contenuto in Saggi e discorsi. La scena è quella di Ulisse che assiste al racconto della guerra di Troia del cantore Demodoco nel palazzo dei re dei Feaci. A ogni passo della narrazione che gli rammenta l’atroce risultato della sua astuzia, colpito dall’emozione, egli nasconde il proprio capo per piangere in segreto.

Quanto è diversa questa immagine di Ulisse da quella dantesca del “folle volo”? Ulisse non incarna qui la spinta indomita alla conoscenza del mondo, quanto il valore di ciò che resta nascosto, che non appare. L’esatto contrario dell’orgogliosa affermazione narcisistica di sé che Dante gli imputa. Nel mezzo di una festa, Ulisse, l’esiliato, il senza patria, il naufrago, si ritira in solitudine nel pianto e nella vergogna. Il sapere non è qui potere, ma, se vuole avere un qualche rapporto con la verità, deve saper arretrare. Non è questa un’altra versione di Ulisse che entra in attrito con quella più nota che lo ha consacrato come eroe tragico e superbo della conoscenza? Non è questo gesto di ritegno in contrasto con l’orgoglio di colui che oltrepassa ogni divieto? Ecco tutto il valore del passo indietro, del rinunciare al nome proprio, della diminuzione sulla quale insiste anche Canetti.

Non è forse per questa capacità di sottrarsi alla presenza che Ulisse può respingere l’offerta di Calipso che in cambio del suo amore è disposta a promettergli la vita eterna? Cosa rende possibile a Ulisse, il superbo, scegliere di ritornare da Penelope, da suo figlio Telemaco e alla sua terra? In questa scelta Ulisse — come accadde alla corte dei Feaci — si rivela un soggetto capace di riconoscere il profondo debito che lo lega all’Altro. Non cancella Penelope, non dimentica Telemaco, non scorda Laerte. Non la vita eterna, l’oltrepassamento della morte, ma la vita dell’amore che vuole restare fedele alla sua promessa è ciò che più conta. Questo altro Ulisse non cancella ovviamente l’Ulisse del desiderio infinito e della curiosità insaziabile che Dante ha supremamente scolpito, ma ne esalta piuttosto, con ancora più forza, la divisione tragica che lo attraversa.


La repubblica – 10 settembre 2016

Il potere delle donne nella Chiesa



Con la proposta di papa Francesco di istituire una commissione di studio sul diaconato femminile si intravede per la prima volta una prospettiva nuova. Ma quale è stata fino a oggi la presenza della donna nella Chiesa? Quali il ruolo e la missione attribuiti alle donne all’interno dei testi sacri? Quali gli effettivi spazi di potere e di governo consentiti? 

Alessandro Santagata

L’accesso alle Scritture per l’altra metà del Settimo cielo

La questione del ruolo delle donne nella Chiesa cattolica tocca direttamente il nodo del potere pastorale e delle strutture del cattolicesimo. Lo conferma in maniera convincente Il potere delle donne nella Chiesa. Giuditta, Chiara e le altre (Carocci editore, pp. 248, euro 18), l’ultima pubblicazione di Adriana Valerio, storica del cristianesimo e autrice di importanti contributi sul conflitto di genere nella storia della Chiesa.

La riflessione prende le mosse dal recente intervento di papa Francesco volto a istituire una commissione di studio sul diaconato femminile. Si tratta dell’ultimo di una serie di interventi che «hanno riaperto questioni antiche, suscitando speranze e opposizioni che, ancora una volta, indicano come la posta in gioco sia il potere nella Chiesa». «Se infatti – prosegue Valerio – il ministero fosse realmente inteso e vissuto come servizio non ci sarebbe alcun ostacolo per consentirlo anche alle donne. Ma evidentemente non è così. Le donne rimangono «a servizio», ma non hanno alcun ruolo decisionale».

Il tema del «servizio» nei suoi molteplici significati rappresenta il filo rosso con il quale si può leggere la vasta, per quanto sintetica, analisi proposta dall’autrice. Nelle Scritture, per esempio, da un lato si rimanda a contesti culturali nei quali la donna è sottomessa alle istituzioni di una società patriarcale e gerarchica, dall’altro non mancano episodi che rimandano alla condizione reale della donna dell’Oriente antico e aprono orizzonti di possibile emancipazione. È da leggere in quest’ottica l’ambivalente figura di Ester che attraverso la seduzione piega il dominio maschile ai propri fini. Lo stesso strumento usato da Giuditta che diventa emblema della fragilità del potere.

Si tratta dunque di un potere ambivalente che può risultare decisivo per le sorti di Israele, ma nello stesso tempo che spaventa e necessita di norme di controllo. In questo contesto – spiega Valerio – Gesù e la sua comunità sovvertono le regole di purità e impurità e integrano a pieno titolo le donne nel loro progetto di rifondazione religiosa. Per Paolo di Tarso «non c’è maschio e femmina, perché tutti siete uno in Cristo». Eppure, il cristianesimo presenta tra le sue aporie l’aver messo in discussione i rapporti di potere tra le persone riproponendoli però in maniera palese già a partire dal primo processo di clericalizzazione tra il II e III secolo.


Prende così forma una «teologia del peccato» che si nutre di un’interpretazione forzata delle lettere paoline e «vedrà la donna responsabile in prima persona di un debito infinito davanti a un Dio offeso e punitivo». Arriviamo così al cuore dello studio: l’esclusione dal sacerdozio, motivata da Tommaso sulla base della soggezione naturale del genere femminile, lo stratificarsi di un’antropologia negativa volta stigmatizzare la sessualità della donna («debole nel corpo e imperfetta nella ragione»), e contemporaneamente la presenza di donne in diverse posizione di potere.

L’autrice ci restituisce un panorama popolato da diaconesse e badesse, talvolta dignitarie di poteri feudali e semi-episcopali, e di protagoniste di esperimenti nuovi, come nel caso di Chiara d’Assisi che si presenta come «madre che non domina ma governa». Chiudono la rassegna alcune grandi figure del Novecento come Dorothy Day, fondatrice nel 1933 del movimento Catholic Worker, Eileen Egan, dirigente della sezione americana di Pax Christi, e Barbara Ward, economista di chiara fama e «uditrice» al Concilio Vaticano II.

Parlando dell’attualità della Chiesa di Bergoglio, Valerio auspica un cambiamento profondo che possa conciliare la religione con l’avvenuta trasformazione del paradigma antropologico.

Il cattolicesimo è chiamato a «sperimentare modalità nuove di autorità feconda, creativa e condivisa» rifuggendo l’assimilazione alle categorie politico-androcentrice del passato, riscoprendo il sacerdozio come reale «servizio» e il messaggio originario del Cristo liberatore e sovversivo. Il nodo politico da sciogliere riguarda quindi principalmente la Chiesa, ma le implicazioni tra religioso e secolare analizzate in questo libro lasciano intuire le potenzialità civili di una riforma di questo tipo in una società ancora fortemente androcentrica.


Il Manifesto – 14 gennaio 2017

mercoledì 18 gennaio 2017

I guardiani del potere


Che i cani da guardia a volte mordano anche il padrone è una banalità. Dunque non afferma nulla di nuovo uno studio sulle deviazioni dei corpi “speciali” edito da il Mulino. La cosa non banale è che l'autore non è un anarchico, ma un generale dell'Esercito italiano. Un libro interessante, in particolare il capitolo sulla “fame” di potere dei carabinieri.

Siegmund Ginzberg

Templari e SS Fatti e misfatti dei corpi scelti

Cos'è che accomuna gli eunuchi imperiali dell'antica Cina, i giannizzeri, i gesuiti, le SS, i quant, i maghi matematici del trading quantitativo, i pasdaran e i carabinieri? Che sono corpi a sé, di élite, con fortissimo senso di appartenenza e con regole proprie che li distinguono dagli altri, al servizio e a difesa dei poteri reali: il Figlio del Cielo, il Sultano, il Papa (anzi, Dio), il Führer, la grande finanza, lo Stato. Che quasi sempre a fianco di un prestigio speciale, di doveri speciali, hanno anche privilegi speciali, insomma tendono a farsi "casta".

Che coltivano la propria indipendenza dagli stessi poteri che li hanno creati, interagiscono con e si infiltrano negli altri poteri istituzionali, sviluppano una sorta di hegeliana dialettica servo-padrone nei loro confronti, covano – o vengono sospettati, il che è lo stesso, di covare – ribellioni. E, quando questo accade, spesso vengono brutalmente ridimensionati o eliminati dai poteri di cui sono al servizio, quando non siano prima loro a far cadere i loro protetti.

È il filo conduttore dell'ultimo libro del generale Fabio Mini: I guardiani del potere. Eunuchi, templari, carabinieri e altri corpi scelti ( Il Mulino). La sua è una carrellata che attraversa secoli e continenti, ricca quasi ad ogni pagina di suggestioni, curiosità storiche e spunti che rimandano al presente, fatti e interrogativi che, se non sempre hanno una risposta, hanno il merito di suscitare altri interrogativi. Non manca e non guasta neanche la fantasia.


Il tema di chi può fare la guardia ai guardiani è antico quanto il pensiero occidentale. E Mini sa di cosa parla. Dopo l'Accademia militare di Modena e la laurea in Scienze strategiche si è specializzato in scienze umanistiche. È stato addetto militare a Pechino. Scrive degli eunuchi di corte Ming e Qing che governavano al posto degli imperatori (e finivano ammazzati quando questi decidevano di riprendersi le proprie prerogative), con la stessa competenza con cui tratta della guardia pretoriana dell'antica Roma, dei Templari che si erano distinti nelle Crociate e, per aver acquisito troppo potere, furono tutti giustiziati dal re di Francia, e dei giannizzeri, che dopo essere stati a lungo il pilastro del potere dei sultani ottomani, furono da loro sterminati. È generale di corpo d'armata, è stato capo di Stato maggiore del Comando Nato per il Sud Europa. È insomma uno ben addentro ai segreti e ai meccanismi della professione. Quel che si dice un insider.

Ogni tipo di potere, in ogni epoca, ha bisogno di guardiani di tipo diverso. Ma certe dinamiche appaiono costanti. Secondo Mini «il sistema che crea i guardiani li esalta, li alletta e lentamente li corrompe piegandoli alle logiche curiali, alla forza del denaro, alle attrattive della carriera e alle promesse dei potenti». Ma poi succede che, «quando cominciano ad essere troppo simili a loro, scoprono di poter costituire un proprio potere autonomo, di casta o di banda: perdono dimestichezza con le strategie e diventano esperti di manovre di corridoio, sostituiscono le finalità istituzionali con quelle di corpo». Succede nelle migliori famiglie. Anche ai corpi "molto speciali" che Mini definisce "Guardiani di Dio" o "Guardiani del partito". Capita che estendano il proprio controllo su tutte le altre istituzioni, e poi si dissanguino in conflitti di potere. In periodi di grande crisi vengono accolti come salvatori. Ma poi si concentra su di loro l'odio verso i loro tutelati. Crollano ignominiosamente con loro o vengono da loro eliminati.

C'è un ricco capitolo sulle vicende delle Sa, la milizia che aveva portato Hitler al potere, e sulle Ss che dopo aver sanguinosamente fatto fuori le Sa, si erano affermate come i guardiani di tutti gli altri guardiani del Reich nazista. Stalin aveva espresso ammirazione e ordinato uno studio su quei meccanismi. Mi sarei aspettato un analogo capitolo sulle ricorrenti e altrettanto brutali decapitazioni staliniane nell'Armata rossa e ai vertici dei Servizi, non che del Partito (formalmente il guardiano dei guardiani). Poteva essere un modo per sollevare il problema di quanto la Russia di Putin e la sua nomenklatura di siloviki (uomini provenienti come lui dai servizi e ora al vertice di tutti i gangli dello Stato e dell'economia) abbia nel Dna la possibilità di fungere da pilastro e allo stesso tempo da potenziale minaccia per lo zar di turno.



Per non parlare della Cina, il gigante che sta dando al mondo un esempio terrificante di come economia, ordine e persino il consenso possano fiorire senza democrazia. La Cina di Mao si era fondata sulla "canna del fucile" e sul mito del grande corpo "diverso da tutti gli altri", l'Esercito popolare di Liberazione. La rivoluzione culturale aveva contrapposto una cordata militare all'altra. L'ultima epurazione ha travolto il potente capo della Sicurezza Zhou Yongkang, che pure aveva al suo comando un bilancio astronomico e un numero di effettivi superiore a quelli delle forze armate.

E le democrazie? La parte più ampia, documentata, e inquietante del libro tratta dei carabinieri e di alcuni episodi misteriosi della nostra storia repubblicana, dal tintinnio della sciabole del generale De Lorenzo, agli intrecci da mezzo secolo ancora inspiegati tra "guardiani", eversione, mafia e politica. Si dirà: sempre le stesse cose che ritornano, come per la Tangentopoli dell'Expo. Ma cose di cui ne va ben più che di croniche ruberie.

Fa impressione leggere che l'intenzione dichiarata dei golpisti e tramatori, degli schedatori a fini di ricatto dei "peccati" dei politici, delle collusioni inconfessabili con terrorismo, eversione e mafia, della P2, era sì tutelare l'ordine, arginare il "pericolo comunista", ma anche "far fuori i politici", mettere freno alla "rissa dei partiti sulle riforme", Be', a scardinare e screditare i partiti, ci sono riusciti anche senza golpe, viene da pensare.

Così come fa impressione leggere, con riferimento esplicito alla Benemerita, che «come se non bastassero i problemi e i traumi connessi ai rischi della professione, i carabinieri cercano di crearsene degli altri con la competizione con le altre forze dell'ordine, con la ricerca di nuovi incarichi e settori in cui esercitare la propria autorità e nella frenetica lotta interna, fratricida, per posti migliori, incarichi di prestigio e per la carriera». Consiglio di Stato, Corte dei conti, Quirinale, Nato e altri organismi internazionali per i più ambiziosi, amministrazioni locali o impieghi e consulenze nel privato per gli altri. La cosa curiosa è che mentre «in ogni Paese del mondo una tale diffusione da parte di una "categoria" qualsiasi, ma soprattutto militare, costituirebbe un rischio per la stabilità e l'equilibrio dei poteri», in Italia sia «considerata una garanzia ». Che, giustamente preoccupati delle molte pagliuzze, si sia persa di vista la trave?

La repubblica – 16 maggio 2014


Fabio Mini
I guardiani del potere. Eunuchi, templari, carabinieri e altri corpi scelti
Il Mulino
euro 16


Sangue, fuoco, potere, morte: storia del rosso



I colori hanno un ruolo fondamentale nell'immaginario collettivo e il loro significato simbolico cambia secondo i tempi e le culture a definire un codice che, come nel caso degli affreschi medievali, aiuta a comprendere il senso più celato della rappresentazione.

Graziella Pulce

Sangue, fuoco, potere, morte: biografia del rosso

Indifferenti alle sorti di stati e imperi, dinastie e potentati, i colori svolgono un loro discorso attraverso i millenni. Le pitture rupestri rappresentano le primissime testimonianze di un’egemonia indiscutibile esercitata sulla mente dei nostri più lontani progenitori. Con Rosso Storia di un colore (traduzione di Guido Calza, Ponte alle Grazie, pp. 261, € 32,00) Michel Pastoureau è giunto alla quarta tappa della storia dei colori nelle società europee, avviata con Bleu (2002) e proseguita con Noir (2008) e Vert (2013), tutti accompagnati dal sottotitolo Histoire d’une couleur e tutti editi dalle Èditions du Seuil, sempre tradotti in italiano da Ponte alle Grazie, qui davvero tempestivamente (Rouge è uscito in Francia in ottobre). Il prossimo sarà l’epopea del Giallo.

La vicenda umana è anche una vicenda di simboli che proprio il colore veicola immediatamente e ad ogni livello, sulla base di un codice rimasto vivo nel tempo. Il codice del quale i colori sono segni tanto profondamente è radicato nella sensibilità e nell’immaginario, da sembrare poco o per nulla ‘visibile’: la simbologia cromatica possiede infatti una potenza comunicativa così forte da rendere secondaria se non superflua l’elaborazione intellettiva. In ogni civiltà la simbologia dei colori è assorbita e condivisa fino a diventare linguaggio ‘naturale’ ancorché squisitamente culturale.

«Lo storico deve costantemente rammentare che non esiste alcuna verità universale del colore, né per quanto riguarda le sue definizioni, le sue pratiche o i suoi significati, né per quanto riguarda la sua percezione. Anche in questo caso, tutto è culturale, strettamente culturale». Così Pastoureau in Medioevo simbolico, vera summa degli interessi e dei saperi dell’autore, direttore dell’École pratique des hautes études, storico esperto – oltre che di colori – di simbologia medievale, di bestiari e di emblemi.

    Poliakov, Composition gris et rouge

Il saggio prende avvio dalle prime espressioni artistico-religiose del Paleolitico e segue le tracce del rosso – il primo a essere utilizzato in pittura e tintura – attraverso l’antichità, lungo il Medioevo fino alla modernità. Ricchissimo di curiosità e di illustrazioni, il volume si apre con Composition gris et rouge di Serge Poliakoff (1964) e il grande bisonte rosso di Altamira (15500-13500 a.C.) e si chiude con No. 16 (Red, White, and Brown), 1957, di Rothko, e una vetrata della scuola del Bauhaus di Weimar (1923).

Naturalmente parlare di un colore è possibile solo se lo si affianca, paragona o contrappone a un altro. I colori dialogano tra di loro, talvolta si fanno anche la guerra (come quella tra il rosso e il blu tra il XII e il XIII secolo) e conoscono fasi aurorali, ascese e declini tutti propri. La predilezione nei confronti di un colore può rappresentare la fortuna di un produttore o di un mercante come pure scatenare invidie e tracolli.

Anche senza arrivare ai fenici e alla loro porpora, ad esempio il segretissimo rosso turco o rosso di Adrianopoli, in auge dal XV secolo, domina fino alla fine del Settecento, quando Francia e Germania strappano il primato e mettono a punto dei rossi ‘alla maniera di Adrianopoli’. Emblematico anche il caso del colorante estratto da un albero proveniente dall’America del sud, capace di fornire proprietà tintorie ben superiori a quelle del Brasileum, il ‘legno rosso’ importato dall’Asia. Tanto imponente si fa lo sfruttamento di quell’albero che a quel territorio sudamericano viene dato appunto il nome di Brasile.

Ovviamente anche la storia dei colori va a inscriversi nella storia della schiavitù: ad esempio, negli anni Venti del Cinquecento l’acido carminico ricavato dalle cocciniglie disseccate dell’America tropicale (dove gli spagnoli proseguono il commercio delle cocciniglie che era stato degli Aztechi) mantiene un prezzo accessibile solo perché la raccolta viene effettuata dagli schiavi.

Per millenni il rosso è il colore per eccellenza. Con il bianco e il nero costituisce la triade fondamentale dalla quale vanno a generarsi tutte le scale cromatiche, attestate sui sei colori base di aristotelica definizione, all’interno della quale il rosso occupa una posizione centrale, privilegio mantenuto fino alla scoperta newtoniana dello spettro (1666), in cui il rosso occupa in realtà una posizione assai più ‘bassa’ nella scala rivelando di essere il colore più scuro.

    Altamira. Bisonte rosso

La sua egemonia dura fino al XVI secolo, quando si fa progressivamente più raro nella vita quotidiana per acquisire via via connotati che lo conducono ad associazioni simboliche sempre più strette con i tratti della deviazione, assumendo il carattere di un segnale o un accento, e dunque si fa notare sempre più. Più marcata risulta allora la contiguità con la duplice simbologia della seduzione e del peccato, ma anche della sanzione e della punizione. Tra i passaggi fondamentali c’è da registrare il ripudio dei colori da parte del mondo protestante (cromofobo per eccellenza), che ne cancellerà diligentemente le tracce, nella negazione di ogni forma di frivolezza e di esibizione.

La storia dei colori è scritta ovunque, nel lessico, nelle stoffe, negli oggetti quotidiani. Tintori, pittori, artisti, chimici e fisici ne sono i cantori, insieme a poeti, politici, religiosi, antropologi. Innumerevoli i nomi che distinguono le sfumature del re dei colori (scarlatto, vermiglio, cremisi, vinaccia, granata, ciliegia, papavero) e l’origine (garanza, chermes, cocciniglia, oricello, verzino, sandracca, realgar, minio).

Se tutti i colori hanno una straordinaria profondità di semantica, il rosso da sempre risulta connesso con le maggiori potenze della vita stessa. Sangue, fuoco, morte, potere. E dunque seguirne il percorso significa inoltrarsi all’interno delle pulsioni più remote: il desiderio nella sua natura selvaggia. Si pensi alla caccia: ogni persona di rango doveva andare a caccia, indossare il rosso e dimostrare sul campo di essere il più forte.

D’altra parte una capigliatura fulva è quella che per tradizione marchia la figura del traditore e dell’omicida, da Caino e Giuda, fino a Gano e Mordred. Dalle bandiere alla segnaletica stradale, dal teatro (il sipario) alla metafisica (l’inferno è rosso e nero), alla medicina (la croce rossa e la mezzaluna rossa). Per il rosso si può combattere, patire e anche morire. Per difendere una bandiera, per sostenere un emblema o più semplicemente per obbedire a una moda, come accadeva con i belletti a base di ossido di piombo, la biacca, per il bianco, e di solfuro di mercurio, il cinabro, per il rosso.

    Rothko, N.16

Portare alla luce e alla consapevolezza il ruolo simbolico, sociale e culturale dei colori indirizza a distinguere livelli di realtà che dopo il Medioevo non siamo più addestrati a cogliere. Si tratta appunto di quei «grands réprouvés», declassati e detronizzati, verso i quali l’autore si è sempre sentito attratto. E non diversamente rispetto a quelli sui colori vanno letti i saggi sugli animali (l’orso, il maiale e quello imminente sul corvo) e sugli emblemi.

Seguendo una linea interpretativa che fa capo a Lévi-Strauss (ma che, si potrebbe aggiungere, arriva fino alla polarità logica/analogia del nostro Enzo Melandri), bisogna distinguere il piano della ‘verità’ da quello della ‘realtà’. In svariate occasioni l’autore ha ribadito che nel Medioevo il vero e il reale appartengono a due sfere distinte. I suoi studi infatti mirano a mettere in risalto quello che la coscienza simbolica percepisce come vero, e cioè vivo, pieno di significato, capace di operare nell’ambito dell’immaginazione, ben più profondo e ricco di ciò che è semplicemente realistico.

Dunque questa di Pastoureau è una battaglia a salvaguardia della facoltà immaginativa e creatrice nata con l’uomo stesso, l’unica che metta in grado di comprendere le infinite sfumature e l’innegabile potere che oggi come ieri sono propri del linguaggio simbolico, grazie al quale si rendono di nuovo leggibili strati di significato caduti nell’ombra.


Il manifesto – 8 gennaio 2017