TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri
(1790)


sabato 26 maggio 2018

Da Iside alla Madonna, come l’Uomo creò la Dea Madre


    Caravaggio, Madonna dei pellegrini

A maggio si celebrano Maria e tutte le mamme Una festa che deriva dal culto più ancestrale: quello che, da Iside a Venere fino alla madre di Gesù, spinge il mondo (maschile) a invocare divinità femminili.



Silvia Ronchey

Carne e salvezza” E l’Uomo creò la Dea Madre


Uomini turbati dalla musica quando sentono una calda voce femminile nera cantare un blues. Uomini rapiti dalla scrittura che non sanno dare altro nome al simulacro di donna che li ispira se non quello di “musa”. Poeti, come Keats e Leopardi, che dialogano con il volto triforme della luna. Uomini che attraversano ogni giorno una folla muta di madri divine dal capo velato che li guardano nei musei, ai trivi delle strade, rinserrate nelle edicole sacre, calamitate sui cruscotti delle auto. Uomini che dialogano con altri uomini in una seduta psicoanalitica mentre aleggia su di loro la presenza costante di un complesso di natura femminile.

Chi sono questi fantasmi di donne che popolano la vita dei maschi? Sono tanti e diversi? Oppure è uno solo, quello della Madre Eterna?

Considerata l’esperienza degli esseri viventi di questa terra, dov’è nell’animale femmina che fisicamente si forma la vita, credere in un principio creatore non maschile, com’è il dio del cristianesimo e già dei giudaismo e poi dell’islam, ma femminile, è stato in origine più immediato, più intuitivo. Anziché a un Dio Padre, l’umanità è stata a lungo devota a una Dea Madre.

Nei miti delle culture da cui nasce la nostra — mesopotamica, egizia, greca, italica, romana — il volto mutevole di questa dea emerge in diverse personificazioni e prende molti nomi: Ishtar-Astarte-Afrodite–Venere; Ecate triforme, come tre sono le fasi della vita e tre quelle della luna; Demetra-Cerere e Persefone-Proserpina; Cibele, Artemide-Diana.

«Progenitrice della natura, signora degli elementi, / germoglio dell’inizio di tutti i tempi, somma potenza, / regina dei Mani, prima tra i celesti, / unico volto di tutti gli dèi e di tutte le dee, / che col cenno del suo capo comanda / alle luminose sommità dei cieli, / ai freschi venti del mare / e al fecondo silenzio sotterraneo: / la sua unica volontà venera in molti modi, / secondo differenti usanze e molti nomi, / tutta la terra».


Non è una preghiera rivolta a una delle divinità femminili pagane elencate sopra, ma un brano tratto da una liturgia mariana medievale. Perché se il cristianesimo impernia il suo credo su un unico Dio Padre, è anche l’unica tra le religioni del libro a lasciare sopravvivere, nella sua versione ortodossa e cattolica, la grande e ancestrale tradizione della divinità femminile. Nella figura della Madre di Dio — la Theotokos bizantina, su cui i primi concili ecumenici hanno tanto dibattuto — convergono molti tratti della Grande Madre e delle varie divinità femminili in cui si è espresso il suo culto.

È un culto principalmente lunare. Perché nel grande ricamo astrale in cui tutte le antiche religioni dispiegano i loro miti e i loro dèi la divinità femminile in cui convergono tutte le altre è la Luna: La Dea Bianca di Robert Graves, la Casta Diva «che inargenta queste sacre antiche piante» della Norma di Bellini. Poiché il ciclo naturale delle messi implica la morte e la rinascita del seme, la Grande Dea è sempre connessa a culti legati al ciclo morte-rinascita, e questo ciclo è simboleggiato dalla Luna fin da tempi antichissimi. In seguito con la divinità lunare si identificheranno principalmente Diana, la dea che reca la falce di luna in fronte nell’iconografia classica come ancora nei quadri rinascimentali e barocchi, e una divinità di origine egizia, Iside, che diventerà la Madre Nostra per eccellenza della grande e unificata cultura mistico-religiosa, ma anche filosofica, poetica e letteraria, dell’impero romano.


A lei Lucio Apuleio, al termine de Le metamorfosi, dedicherà la sua preghiera: «Regina del cielo — che tu sia Cerere la ristoratrice madre delle messi, o che tu sia invece Venere celeste, che ai primi esordi delle cose ha composto la discrepanza dei sessi creando Amore; o che tu sia Artemide, la sorella di Febo Apollo; o che tu sia la tremenda per notturne grida Proserpina, che con il triforme aspetto reprime le sortite degli spettri e tiene serrati i battenti degli inferi — Tu che con la tua luce femminile illumini tutte le mura e con i tuoi raggi umidi nutri i lieti semi e in rivoluzioni solitarie dispensi la tua fioca luce, con qualunque nome, con qualunque rito, sotto qualunque aspetto sia lecito invocarti, assistimi nelle mie sventure».

Erano già propri di Iside gli epiteti che lungo i secoli sono stati attribuiti alla Madonna: “Santa Vergine”, “Regina del Cielo”, “Dispensatrice di Grazie”, “Regina del Mare”, “Stella Mattutina”, “Salvatrice”, “Madre Misericordiosa che ascolta le preghiere”. E ricorda da vicino l’iconografia della Madonna la descrizione visiva che Apuleio dà dell’epifania di Iside, con i lunghi capelli e il manto fluente disseminato di stelle. Gli studiosi di icone bizantine hanno ricollegato la rappresentazione di Iside lactans, ossia di Iside che allatta Horus, a una tra le più diffuse tipologie delle icone mariane, quella della Vergine Galaktotrophousa, che allatta al seno il Bambino Divino.

Ad accomunare il culto della Madonna a quello delle figure che nella religione classica ha assunto la Grande Dea è quindi l’adorazione di una coppia sacra madre-figlio, come nel caso di Iside, o anche madre-figlia, come nel caso di Demetra e Proserpina. È lo status di Mater Dolorosa, che accomuna sia Demetra in lutto per la figlia rapita nell’Ade - che periodicamente risorge insieme alle messi nella stagione primaverile (un mistero al cuore dei misteri eleusini) - sia Iside (il cui mito stringe in un unico nodo simbolico la coppia sposa/sposo e quella madre/figlio). A strutturare la figura della divinità femminile è questo ulteriore e saliente attributo: il compianto per il figlio perduto, il mistero della sua resurrezione.


Il fatto che il cristianesimo faccia sopravvivere nella figura della Madre di Dio la grande tradizione della divinità femminile, e il fatto che nella Madonna convergano i tratti della Grande Madre e delle varie divinità in cui si è espresso il suo culto, non fa che dare spessore e profondità di significati alla figura della Vergine, ai suoi attributi, alla sua iconografia, alla sua storia devozionale: ci aiuta a decrittarla.

Ma certo non implica che la Madre di Dio cristiana sia semplicemente una delle ipòstasi della Grande Madre. Qualcosa di molto singolare si è aggiunto, e molti hanno cercato di descrivere cosa sia, in termini teologici, filosofici, letterari, poetici. In un testo che risale al VII secolo bizantino, l’Akathistos, quello che i teologi considerano il più bell’inno mariano dell’antichità, la Grande Madre è invocata come «Madre dell’Astro che non tramonta, colonna di fuoco che guida chi è nella tenebra, roccia che disseta chi ha sete di vita, albero dai lunghi rami che dà ombra a migliaia, amore soverchiante ogni desiderio, iniziatrice di nuova forma razionale, raggio del sole intellettuale, freccia di luce inoffuscabile, tesoro di vita indissipabile, terapia della carne, salvezza dell’anima», ma soprattutto, ricorrentemente, come «sposa non sposa».


Nel mondo ortodosso l’Akathistos si canta spesso, ma è particolarmente commovente ascoltarlo in un qualsiasi monastero maschile greco la notte tra il 14 e il 15 agosto, in occasione della festa dell’assunzione in cielo della Vergine — un vero asterismos, simile a quelli della tradizione classica — quando scure e melodiose voci di uomini soli invocano la Theotokos affiancando quell’accento di pura metafisica che contraddistingue la teologia bizantina all’invocazione struggente di una Madre lontana.

La perturbazione ancestrale prodotta nella psiche maschile dalla Grande Madre è insopprimibile proprio perché sotterranea, universale perché collettiva e popolare. La preminenza femminile, la potenza della donna, nella tutto sommato non lunga storia del mondo patriarcale possono essere state rimosse in termini sociali, economici, politici, perfino programmaticamente negate in termini culturali, ma la struttura psicologica, che si riflette in quella religiosa, permane anche e soprattutto nel maschio.

Donna, domna, domina: signora. Il nome che si dà oggi all’individuo umano femmina, ancora per molti aspetti subalterno, è già etimologicamente, nel suo affiorare alla lingua, un appellativo sacrale.

La Repubblica – 9 maggio 2018

venerdì 25 maggio 2018

Acqua: bene pubblico o vergogna nazionale?


Philip Roth. Una possibile interpretazione



Cronista disincantato dell'America contemporanea? Noi preferiamo testimone inquieto dell'identità ebraica di oggi.


Elena Loewenthal

Tra sarcasmi e manie rappresentò l’identità ebraica di oggi


«Scommetto che hai scritto tante di quelle metamorfosi di te stesso da non sapere più chi sei e chi sei stato» dice al suo creatore Nathan Zuckerman, il personaggio più famoso nonché ricorrente alter ego di Philip Roth. E prosegue, parlando da dentro quello che è, sempre secondo lui, il libro di Roth che ha per protagonista «il meno riuscito dei tuoi personaggi» (cioè l’autore in carne ed ossa). Si tratta de I fatti. Autobiografia di un romanziere, uscito nel 1988: l’unico libro in cui Roth parla esplicitamente in prima persona, ma lo fa subendo le angherie verbali del petulante e implacabile Nathan Zuckerman, presente qui come in tanti suoi romanzi.

Se infatti non c’è nessuno dei libri di Roth in cui l’autore non faccia capolino con le sue verità, le sue angosce e i suoi desideri più o meno inconsci, non è del tutto sbagliato ciò che Zuckerman gli rinfaccia in quelle pagine magnificamente avvitate su se stesse, in cui lo scrittore parla di sé in un continuo alterco con un suo personaggio, il quale a sua volta non gli perdona proprio nulla, a cominciare dal fatto di averlo creato. Proprio in questa autobiografia in cui i ruoli si invertono, Roth diventa il personaggio e Zuckerman una specie di demiurgo - «sei un testo ambulante», gli rinfaccia ancora - si scioglie quello che è il cuore della sua narrativa: l’ossessione ebraica.

Roth non ci stava a farsi collocare dentro la «letteratura ebraica» - definizione piuttosto ambigua -, e tuttavia nessuno meglio di lui e dei suoi vari alter ego - a cominciare da Nathan Zuckerman - ha raccontato l’anima ebraica contemporanea, i confini di questa identità che sono per un verso nettissimi e per l’altro inafferrabili, pieni di cose che è quasi impossibile esprimere a meno di non mettere in conto dolore e rimpianti, troppa memoria, speranze sfumate ma anche un ottimismo latente che è fatto soprattutto di amore per la vita.

«Non credo di essermi sentito fuori posto solo per il fatto di essere ebreo» racconta ancora Roth. Sta parlando degli anni dell’Università, nell’immediato dopoguerra. Poi nel 1959 pubblica sul New Yorker un racconto che desta il suo primo polverone ebraico: oggi lo si definirebbe poco politicamente corretto.

Tre anni dopo, durante una tavola rotonda alla Yeshiva University di New York viene accusato di fomentare l’antisemitismo. «Non scriverò mai più sugli ebrei», racconta nella autobiografia, ma qualche riga dopo aggiunge: «quello fu il vero inizio della mia schiavitù... lo scontro alla Yeshiva, anziché indurmi a non trattare più temi ebraici in narrativa, dimostrava come non mai quanto fosse forte quella rabbia aggressiva che rendeva la questione dell’autodefinizione dell’ebreo e della fedeltà alla causa ebraica così incandescente» insomma, non poteva più fare a meno di scrivere di ebrei.

Ed è stato proprio così, da allora: raccontando se stesso attraverso i suoi romanzi, Roth ha saputo esprimere meglio di chiunque altro l’inestricabile matassa di fede e dubbi, sicurezza e fragilità, angosce e speranze che compone l’identità ebraica di oggi, e forse di sempre.

La Stampa – 24 maggio 2018

giovedì 24 maggio 2018

Roberto Settembre alla Ubik



Venerdì 25 maggio ore 18
Libreria Ubik
incontro con
ROBERTO SETTEMBRE
scrittore ed ex Giudice per i fatti del G8 di Genova
e presentazione del libro
"Pulizia etica"
(Editore Robin&sons)
Introduce il Professore e autore televisivo
FELICE ROSSELLO


Quattro storie sulla terza età, e soprattutto sulla politica, che (quando non ce ne interessiamo) si interessa di noi, e lo può fare in modo brutale.
I protagonisti dei quattro racconti sono tutti uomini in pensione, che non amano la politica e vorrebbero vivere l’ultima parte della loro esistenza nella quiete di quanto hanno saputo tesaurizzare attraverso la loro vita di lavoro. Ma hanno due grandi colpe: sono anziani e hanno un reddito discreto, frutto del lavoro e della meritata pensione. E le due colpe non sono perdonabili, e infatti la politica non perdona.
Le quattro storie evidenziano come le coscienze, sapientemente manipolate, si corrompano in funzione degli interessi di potere di chi usa il populismo nelle sue forme più bieche.


Roberto Settembre, scrittore, ex giudice della Corte di Appello di Genova (estensore della sentenza di secondo grado sui fatti della Caserma di Bolzaneto in occasione del G8 del 2001). Ha scritto per Einaudi “Gridavano e piangevano”, pubblicato nel 2014.


Il pensiero politico di Lucio Magri


Quando in Italia c'era ancora una sinistra e un pensiero politico capace di ragionare su di una alternativa di sistema.

Frankenstein, il sogno di Mary Shelley e l’alchimista che voleva trapiantare le anime



Nel 1818 veniva pubblicato il romanzo di Mary Shelley “Frankenstein, o il moderno Prometeo” che riprendeva la storia vera di Johann Conrad Dippel (1673-1734), teologo, medico e alchimista.



Giuseppe O. Longo

Il sogno di Mary Shelley e l’alchimista che voleva trapiantare le anime


Fu pubblicato la prima volta esattamente due secoli fa, nel 1818. [...] Il lettore che per la prima volta si accosti al romanzo si potrebbe chiedere da dove Mary Shelley abbia tratto il nome, invero assai indovinato, del protagonista, Victor Frankenstein: un nome che per le sue sonorità può ispirare timore e anche un vago senso di minaccia. L’ipotesi più plausibile è che esso derivi dal castello di Frankenstein (letteralmente «Pietra dei Franchi») che, costruito verso il 1250, sorge su una bassa collina alle propaggini della catena boscosa dell’Odenwald, a Sud della città tedesca di Darmstadt, in una zona ricca di fortezze e di vigneti lungo la Bergstrasse dell’Assia, che costeggia il Reno.

I boschi dell’Odenwald sono fitti e scuri, segnati da strette valli immerse nel mistero e ricche di leggende. Intorno al castello di Frankenstein si raccontano storie e saghe popolari, che hanno intessuto la cultura e le tradizioni della regione. Sul monte Ilbes, che si eleva a 417 metri in una zona isolata a Sud del fortilizio, le bussole impazziscono per la presenza di ammassi di rocce magnetiche, e ciò attira gli appassionati di fenomeni paranormali, che, in occasioni particolari come la notte di Valpurga o il solstizio d’estate, vi celebrano i loro rituali.


Accusato di eresia

Nel castello di Frankenstein nacque Johann Conrad Dippel (1673-1734), teologo, medico e alchimista. Implicato in diverse diatribe religiose, condusse una vita avventurosa e travagliata, tanto da essere imprigionato per sette anni con l’accusa di eresia. Fu anche bandito da alcuni Paesi, tra cui la Svezia e la Russia, a causa delle sue controverse posizioni dottrinarie. Dedito a ricerche bizzarre, inventò l’olio di Dippel, un estratto di organi animali che vantava come l’elisir di lunga vita alchemico e del quale offrì la formula in cambio del castello di Frankenstein, offerta che fu rifiutata. Lavorando con un certo Diesbach, fabbricante di vernici, Dippel usò una miscela del suo olio e di carbonato di potassio per ottenere un pigmento dal colore intensamente azzurro, il blu di Prussia.

Il nostro fu al centro di strane dicerie: per esempio alcuni sostenevano che compisse esperimenti raccapriccianti con i morti, nel tentativo di dislocare l’anima da un cadavere all’altro. A quel tempo il trasferimento dell’anima tra cadaveri mediante un imbuto era una prassi tentata spesso dagli alchimisti e Dippel sostenne questa possibilità in una dissertazione dal titolo Malattie e rimedi della vita della carne: quindi è possibile che anch’egli si desse a queste pratiche, anche se ne mancano prove dirette. È invece appurato che compisse spesso esperimenti di dissezione su animali.

La sua attività di alchimista, documentata nell’opuscolo citato, lo portò, a suo dire, a escogitare un metodo per esorcizzare i demoni mediante una certa pozione ricavata facendo bollire carni e ossa di animali. Secondo alcuni suoi contemporanei, verso la fine della vita, stremato dalle dispute con altri teologi, Dippel perse del tutto la fede e dichiarò che Cristo era un’entità «indifferente». Da quel momento dedicò tutte le sue energie all’alchimia, e si allestì un laboratorio (col tempo trasformato in una taverna che portava il suo nome, Dippelshof) non lontano da un altro maniero, il castello di Wittgenstein, che sorge nei dintorni della cittadina di Bad Laasphe, a nord di Darmstadt.

A questo punto le notizie che lo riguardano si fanno vaghe e le sue attività sempre più sospette: fu accusato di furto, sperimentazione sui cadaveri e commercio con il demonio. Conduceva una vita molto riservata e non è escluso che si compiacesse di alimentare lui stesso le dicerie sul suo conto, per esempio di aver venduto, come Faust, l’anima al diavolo in cambio di certi segreti innominabili.

Da queste voci traeva profitto poiché, facendosi passare per praticante di magia nera, gli era più facile trovare chi volesse pagare per acquisire le sue conoscenze, compresi l’elisir di lunga vita e la pietra fi losofale. Dippel morì nel castello di Wittgenstein, forse per un colpo apoplettico, benché alcuni contemporanei sospettassero un avvelenamento. Per colmo d’ironia, un anno prima della morte, avvenuta nel 1734 all’età di 61 anni, aveva scritto un opuscolo in cui sosteneva di avere scoperto l’elisir che gli avrebbe consentito di vivere fino a 135 anni.


Si sa che all’origine di Frankenstein si colloca una sfida a scrivere un racconto del terrore, sfida lanciata da Lord Byron nell’estate del 1816 a Percy Bysshe Shelley, Mary Godwin (poi Shelley), Claire Clairmont (sorellastra di Mary) e John Polidori, medico e segretario di Byron. La sfida, oltre che da Mary, fu raccolta da Polidori, che scrisse Il vampiro, una novella pubblicata nel 1819 e divenuta il capostipite di tutti i libri scritti su queste creature crepuscolari e sanguinarie, compreso il notissimo Dracula di Bram Stoker (1897).

L’estate del 1816 fu fredda e piovosa, sicché i cinque, non potendo fare le escursioni che avevano in animo, passavano gran parte del tempo all’interno della villa Diodati, situata sul lago di Ginevra, che Byron aveva affittato per qualche mese: leggevano, soprattutto storie di fantasmi, e conversavano, in particolare di argomenti che toccavano la vita, la morte e la rianimazione dei cadaveri mediante l’elettricità. A quei tempi era in gran voga il galvanismo e in genere era vivissima la curiosità per la scienza e per le sue applicazioni.

Non stupisce che la diciannovenne Mary fosse suggestionata sia dall’atmosfera della villa e dalle conversazioni che vi si tenevano sia da ciò che si sapeva di un personaggio singolare, Giovanni Aldini, un fisico bolognese nipote di Luigi Galvani. Nel gennaio del 1803 Aldini aveva compiuto a Londra certi esperimenti sul cadavere di un impiccato nella speranza, ovviamente vana, di richiamarlo in vita. All’epoca Mary era una bambina di sei anni, quindi non aveva potuto assistere a questo spettacolo atroce e grottesco, in cui il corpo, percorso dalla corrente generata da una potente pila, si contorceva, tremava, assumeva espressioni di dolore, strabuzzava gli occhi.

Ma certo la futura scrittrice ne aveva sentito parlare ed è possibile che nel concepire la figura del protagonista del suo romanzo, Victor Frankenstein, essa abbia preso a modelli Aldini e l’alchimista Dippel e i loro tentativi di rianimazione dei cadaveri. Il ricordo delle imprese di Aldini era ancora molto vivo, mentre l’ipotesi di una suggestione dovuta a Dippel fu avanzata in via congetturale in un libro di Radu Florescu, In Search of Frankenstein (1975).

   Il castello di Dippel

La visita al castello

A suffragare l’ipotesi di Florescu sta il fatto che nel 1814 la sedicenne Mary, che non era ancora Mary Shelley bensì Mary Wollstonecraft Godwin, fece, con il futuro marito Percy Shelley e con la sorellastra Claire Clairmont, un viaggio di cui è rimasta la cronaca, dovuta soprattutto alla penna di Mary: History of a Six Week Tour, pubblicata nel 1817. La cronaca descrive anche un secondo viaggio, compiuto dagli stessi nel 1816 per raggiungere il lago di Ginevra e la famosa villa Diodati.

Nel 1814 i tre, partiti il 28 luglio da Londra, attraversarono la Francia fino alla Svizzera e di qui, risalendo la Germania lungo il Reno, giunsero in Olanda e salparono per l’Inghilterra. È probabile che Mary, Percy e Claire visitassero il maniero di Frankenstein, che era sulla loro strada, venendo a conoscenza delle storie e leggende che ancora circolavano su Dippel, nonostante l’alchimista fosse morto da oltre ottant’anni.

Inoltre Mary e Percy conoscevano alcuni componenti del «Kreis der Empfindsamen» (Circolo dei sensibili), che si riunì a Darmstadt dal 1769 al 1773, scegliendo spesso il castello di Frankenstein come sede delle sue letture pubbliche. È quindi possibile che le leggende su Dippel siano emerse anche nelle conversazioni tra i viaggiatori inglesi e i componenti superstiti del circolo.

Si tratta di congetture non verificate, che tuttavia hanno trovato ampia risonanza in molte narrazioni popolari, dove la figura di Victor Frankenstein, della sua mostruosa creatura e dell’alchimista Dippel sono protagonisti di storie che si discostano di poco o di tanto dal romanzo di Mary. Resta il fatto che la ricerca delle radici storiche di questo libro straordinario continua, come, ancora dopo due secoli, il ricordo del «Moderno Prometeo» e del suo mostro inquieta il nostro immaginario.

La Stampa – 22 maggio 2018

Di Maio-Salvini-Le Pen- Orban uniti nella lotta!



Cari “compagni” che avete votato per un movimento di destra pensando che fosse il nuovo Messia e l'avvento della rivoluzione, siete serviti. Grazie anche ai vostri voti l'Italia è diventata la punta avanzata del fronte xenofobo, suprematista e nazionalista in Europa. Beccatevi pure i complimenti della camerata Le Pen, ve li siete meritati.


Stefano Montefiori

La leader dell’ultradestra francese: Italia avanguardia



Alla fine della seduta all’Assemblea nazionale Marine Le Pen esce dall’aula e incontra i giornalisti, fermandosi poi con il Corriere a parlare più a lungo del governo italiano.

Che cosa si aspetta dalla coalizione Cinque Stelle-Lega?

«In particolare dalla Lega, che è il nostro alleato, mi aspetto che risolvano il problema dell’immigrazione e che diano prova di fermezza anche nei confronti dell’Unione Europea, in modo da fare cessare le politiche di austerità imposte da Bruxelles».

Un tempo la Lega prendeva il Front National come punto di riferimento, oggi accade il contrario?

«Non credo che ci sia una gerarchia tra le nostre forze, direi piuttosto che camminiamo mano nella mano. Fino a poco tempo fa la Lega faceva il 4 per cento e oggi è al governo, questo ci incoraggia. Trovo questa situazione entusiasmante perché le prossime elezioni europee potranno essere un vero terremoto: una maggioranza euroscettica a Strasburgo potrebbe decretare la fine di questa corsa folle dell’Unione Europea».

In Italia la Lega si è alleata con i Cinque Stelle per andare al governo, perché lei non si allea con Jean-Luc Mélenchon, leader della sinistra antisistema?

«Intanto, siamo onesti, esiste un’enorme differenza tra i Cinque Stelle e Mélenchon: il movimento italiano non è favorevole a una immigrazione sfrenata. E poi i Cinque Stelle sono chiari nella loro opposizione alle politiche di Bruxelles, a differenza dell’ambiguo Mélenchon».

Si parla di espellere dall’Italia 500 mila immigrati, le sembra un obiettivo condivisibile?

«Sì, a patto che non vengano mandati in Francia».

E realizzabile, in pratica?

«Vorrei ricordare che un milione di francesi sono stati rimpatriati dall’Algeria. Quindi è legittimo rimandare queste persone nei loro Paesi, e in condizioni più umane di quelle che furono riservate ai nostri pieds-noirs».

    I camerati francesi dei Salvini-Di Maio

La nascita del governo non è semplice, ci sono resistenze istituzionali.

«Il presidente Mattarella in fondo deve dimostrare che esiste. In ogni caso la Lega e i Cinque Stelle hanno formato un governo fondandosi sull’importanza del loro risultato elettorale. Il presidente Mattarella può impedirlo? Non lo credo proprio».

Come pensa di sfruttare la nascita del governo in Italia per la sua lotta in Francia?

«Nessuno è profeta in patria… L’avanzata di Salvini è importante perché mostra al popolo francese che non è solo nel rifiutare l’immigrazione di massa e nel desiderio di tornare libero. L’Europa delle nazioni è più vicina».

Giovedì Emmanuel Macron incontrerà Vladimir Putin a San Pietroburgo. È indebolito da ciò che accade in Italia?

«Questo è evidente. Le difficoltà della cancelliera Merkel, i governi in Austria e adesso in Italia sono chiaramente un affronto per un Macron che si considera come il capo dell’Unione Europea. I popoli stanno rifiutando l’Ue e Macron ne è in qualche modo l’ultimo difensore. Io penso che ci sia un senso della storia, e Macron va contromano, non solo in Europa. Prendiamo gli Stati Uniti, la Cina, l’India, la Russia: tutte le grandi nazioni oggi stanno voltando le spalle alla globalizzazione selvaggia, Macron fa parte di un mondo superato».

    e quelli ungheresi

Cinque Stelle e Lega vogliono anche ritirare le sanzioni alla Russia.

«Finalmente. Oltretutto le sanzioni hanno fatto molto più male ai Paesi europei che alla Russia. L’Italia potrebbe essere l’avanguardia di un ristabilimento di relazioni normali con la Russia, che è un grande Paese. E mi permetta di esprimere il rimpianto che non sia la Francia a rappresentare questa avanguardia».

L’equilibrio si sposta a favore del gruppo di Visegrad, dell’euroscetticismo centro-orientale?

«Certamente, questa è la concezione che si afferma dopo che anche in Francia queste posizioni mi hanno fatto arrivare a quasi il 35% alle ultime elezioni. Ogni speranza oggi è permessa».

L’ipotesi di Conte premier si è indebolita per la questione del curriculum gonfiato. Le nuove forze antisistema sono in grado di esprimere figure competenti in grado di governare?

«Sì, non ho alcun dubbio. E quando vedo i risultati ottenuti dagli apparati politici che li hanno preceduti, mi dico che forse è un bene che non ci siano troppi apparatchik nel nuovo governo italiano».

il Corriere della sera - 23 maggio 2018